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IL TEMPO

Invisibile
Inarrestabile
Inconsistente
Esiste ma non c'è
Con lui si gareggia, si lotta...
Quasi mai perdente
é come l'oste che presenta sempre il conto.
E' il tempo: ora amico, ora nemico.
E quando finisce...finiamo di essere.

Mariella Rocca

Lug 02
Il dottore matto ovvero la voce della non ragione - Dr Rufus May

di angelo arecco


NdT: Questo articolo è tratto dal "The Independent on Sunday" - numero speciale sulla salute mentale e presto sarà anche disponibile sul sito di prossima apertura www.parlaconlevoci.it dedicato a uditori di voci e loro facilitatori.
"Il dottore matto" ovvero
La voce della non ragione
 
Quando aveva 18 anni, a Rufus May venne diagnosticata una forma di schizofrenia incurabile e fu internato in un ospedale psichiatrico. Oggi è uno psicologo rispettato e conduce iniziative appassionate sui problemi della salute mentale. E’ anche il curatore occasionale di questa edizione speciale. Qui racconta la sua storia straordinaria.
 
Quando avevo 18 anni, sono stato testimone in prima persona di come l’approccio della società verso la salute mentale era fallimentare. Venni ricoverato all’ospedale di Hackney (un ospedale psichiatrico) e fui informato del fatto che non avrei potuto uscirne. Sulla soglia dell’età adulta e sentendomi abbandonato dopo che la mia ragazza mi aveva lasciato, mi ero impegnato in una ricerca spirituale alla ricerca di una linea di condotta. I messaggi che avevo tratto dalla Bibbia mi convinsero di avere una missione da svolgere. Cercando di scoprire in cosa consisteva questa missione, lentamente giunsi a dedurre che era abbastanza possibile che io fossi un’apprendista spia per conto del servizio segreto britannico. Alla fine venni ricoverato in ospedale dopo essermi convinto che qualcuno mi avesse installato nel petto un dispositivo la cui funzione era quella di controllare le mie azioni.
                L’ospedale psichiatrico era un mondo completamente a sé stante. Le code in attesa del carrello delle terapie scandivano la noia e il senso generale di impotenza. Qualsiasi forma di resistenza al regime veniva schiacciata per mezzo di costrizioni forzate e potenti iniezioni. Molti dei miei amici avevano paura di venirmi a trovare.
                Quell’esperienza, unita al fatto di essere stato diagnosticato schizofrenico mi faceva sentire una scoria della società. Quando dissero ai miei genitori che probabilmente la mia condizione era geneticamente ereditaria, il dado sembrava irrevocabilmente tratto. I giri dei medici mi sembravano riti religiosi elaborati, diretti dal primario con un uditorio di studenti di medicina e infermiere tirocinanti che si limitavano ad osservare, mentre la mia pazzia veniva confermata e con ciò la profezia di una cura farmacologica protratta nel tempo. Mi resi conto che i farmaci che assumevo mi davano un senso di vuoto e mi privava dei miei sentimenti. Non riuscivo a pensare al di là dei miei bisogni primari. Le medicine mi rendevano fisicamente più debole e avevano un effetto sul piano ormonale, al punto di rendermi impotente sessualmente.
                Questa cosa mi preoccupava. Tuttavia, per il mondo esterno, a causa degli effetti dei farmaci che mi intorpidivano la mente, ora ero meno concentrato sui miei convincimenti di essere una spia e sull’aspetto spirituale. I medici proclamarono che stavo reagendo bene ai farmaci. Io ero deciso a smettere di assumere pastiglie e iniezioni non appena avessi trovato altri modi di restare calmo e centrato.
                La maggioranza dei miei compagni di reparto erano pazienti che uscivano e tornavano di frequente. Anche a me venne detto che una volta dimesso sarei tornato ancora. Era vero. Venni ricoverato altre due volte prima che riuscissi a svincolarmi dal ruolo del consumatore regolare e mentalmente infermo. Ma sono stato più fortunato di molti altri: oltre ai miei genitori, che venivano a trovarmi ogni giorno, una mia intima amica rientrò dalla sua attività di venditrice di stoviglie ai soldati statunitensi di base in Germania e iniziò anche lei a venire a farmi visita quotidianamente. Iniziai a lasciarmi persuadere dal convincimento di questa mia amica che questo mio esaurimento, o qualunque cosa mi fosse capitato, era qualcosa che io ero in grado di superare.
                Quando avevo 12 anni, fui testimone del fatto che mia madre riuscì energicamente a guarire da una grave e disabilitante emorragia cerebrale, così istintivamente sapevo di poter cambiare la mia vita con il tipo di sostegno adatto. Quindi decisi di non credere più ciecamente nella saggezza dei medici e cominciai a pensare di trovarmi un lavoro non appena avessi lasciato l’ospedale. Mentre ero ancora ricoverato, iniziai a frequentare la chiesa e i centri ricreativi, offrendomi come volontario. Sebbene dovessi sembrare un po’ strano, trovai molte persone gentili disposte ad affidarmi incarichi e lentamente iniziai a ricostruire alcune capacità di socializzazione.
                Quando una mia amica compagna di reparto, Celine, si tolse la vita dopo essere stata bombardata di farmaci, questo fu un punto di svolta della mia storia. Il suo funerale fu in puro stile caraibico e vi parteciparono centinaia di persone. Era un fortissimo contrasto con l’assenza di sostegno che Celine aveva subito da viva e sentiva voci offensive che appartenevano al suo passato.
                Fu allora che mi accorsi di aver trovato una causa da sostenere senza alcuna esitazione. Come lei, anch’io ero passato attraverso l’esperienza di persone che parlavano di me come se io non fossi presente, di professionisti che cercavano di sopprimere il mio comportamento strano e deviante con farmaci senza nemmeno cercare di capire perché agivo così. A nessuno sembrava importasse o fosse disposto a pensare come si sarebbe sentito nei miei panni.
                Noi, come società, rendevamo le persone ancora più matte e forse io potevo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose. Cosa sarebbe successo se fossi tornato ancora nel reparto psichiatrico sotto ben altra veste, magari come professionista della salute mentale? Forse allora, come un cavallo di Troia, avrei potuto contribuire a smantellare i miti della gerarchia psichiatrica. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che avrei dovuto celare ad ogni costo la mia identità precedente di paziente psichiatrico.
                Quando uno psicologo appena laureato casualmente mise in discussione la mia diagnosi di schizofrenia, suggerendomi che avrei potuto avere un episodio psichiatrico temporaneo, ciò mi fece pensare che forse la psicologia era un possibile modo di fare le cose in maniera diversa. Così la mia missione si andava chiarendo: avrei studiato psicologia. Sapevo di dovermi dare un bel po’ da fare prima di intraprendere questo cammino.
                Il mio primo lavoro, non appena dimesso dall’ospedale, consisteva nel fare il guardiano notturno al cimitero di Highgate, a nord di Londra. Adesso penso che pattugliare di notte il terreno boscoso attorno al cimitero sia stata un’attività molto terapeutica per me. Senza avere il tempo per sognare ad occhi aperti, dovevo essere sempre cosciente e affrontare la mia paura del buio e dell’ignoto. Penso anche che solo il fatto di passeggiare tra la natura mi fu di grande aiuto per la mia guarigione.
                Fu durante questo periodo della mia vita che riuscii a smettere di assumere psicofarmaci, contro il parere dei medici. Poi passai molti anni cambiando molti lavori e imparando modi creativi per esprimermi, usando la danza e il teatro. Quello che feci fu di spostare la mia concentrazione dal pensare a me stesso al cercare di aiutare gli altri, nel frattempo assicurandomi di aver cura della mia mente e del mio corpo. Utilizzai la palestra all’aperto di Parliament Hill, facendo sport ed esercizi di respirazione come metodi naturali per gestire al meglio il mio umore. Prestai attenzione ad evitare di fare amicizia con persone non affidabili o offensive e rafforzare i legami con quelle persone che mi erano rimaste accanto. Studiare sociologia mi aiutò a capire le ampie strutture della società, demistificando cose come il sistema delle classi e i rapporti di potere tra uomini e donne.
                Ritornò alla mia mente il pregiudizio contro il concetto di malattia mentale quando un centro rieducativi molto all’avanguardia rifiutò di sostenere me e un gruppo di studenti dilettanti teatrali che volevamo mettere in scena una commedia sull’esaurimento nervoso. Ciononostante, dai corsi da me seguiti sulla drammaturgia, avevo imparato l’arte di reinventarsi attraverso l’improvvisazione. Mi ricorderò sempre del modo in cui uno dei miei insegnanti di teatro ci trasmise il messaggio che “questa vita non è una prova generale”. La mia esperienza di attore doveva diventare utile nei 10 anni successivi di studio dell’assistenza sociale e della psicologia, quando scelsi di non menzionare mai il mio precedente ruolo di paziente psichiatrico, per evitare ogni possibilità di discriminazione.
                Per me, la linea di demarcazione tra i malati di mente e le persone sane era più una faccenda di comportamento sociale, piuttosto che di situazione reale. Avevo trovato alcune persone davvero matte in ospedale e mi ero reso conto di quanto mi avevano aiutato, e alcune delle cosiddette infermiere “normali” piuttosto prepotenti e ostili, ciò mi fece capire che in un certo senso la pazzia stava negli occhi della persona che osserva. Sapevo anche che la mia forma di pazzia era stata piena di significato; ad esempio, le mie fantasie a proposito di credere di essere una spia avevano fornito significato alla mia vita e la ricerca di una missione spionistica era la metafora di uno scopo significativo di cosa avrei dovuto cercare di fare nella mia vita.
                I miei studi di psicologia, agli inizi degli anni Novanta, coincisero con un periodo nel quale la psicologia intesa come professione si stava interessando al tentativo di comprendere e lavorare con la follia, un campo che solitamente era dominato dalla professione della psichiatria, più medica e basata sulla prescrizione di farmaci. Durante gli ultimi 10 anni ho esercitato la professione di psicologo, occupandomi di una vasta gamma di problemi di salute mentale. So che per aiutare davvero qualcuno che soffre profondamente o si sente molto confuso, occorre essere molto creativi e saper offrire un ampio ventaglio di risorse.
                A Bradford ci sono gruppi di auto aiuto dove le persone sono incoraggiate ad aiutarsi a vicenda, oltre ad aiutare sé stesse. Inoltre creiamo spazi dove ad esempio l’arte, la spiritualità e il rilassamento fisico possono essere esplorate in molti modi diversi. Abbiamo corsi di Tai Chi, di danza e di arte africana, insieme a gruppi di discussione politico-culturali. Se le persone odono voci che le mettono a disagio, voglio capire questi esseri che le tormentano. Talvolta comunico direttamente con le voci e cerco di facilitare un processo di pace tra le voci e la persona che le sente.
                Io devo essere la prova vivente che le persone possono resistere alle cosiddette allucinazioni che impartiscono dei comandi, perché inizialmente molte voci si sentono minacciate da me e dicono alla persona che le sente di aggredirmi. Finora sono rimasto incolume, il che è una valida testimonianza del fatto che le persone che odono voci possono imparare a resistere a quelle più prepotenti, insistenti ed aggressive. Quindi anziché spingere le persone a sopprimere le proprie esperienze, il che secondo me peggiora soltanto le cose, io cerco di assistere le persone a fronteggiare i loro demoni secondo i tempi di ciascuno.
                La società è forse più folle di 20 anni fa, quando io mi trovavo in ospedale? Mi sembra che alcune cose stiano peggiorando, e altre migliorando. Le persone si sentono più preparate a parlare delle proprie esperienze di disturbo e follia. Questo è un vero sollievo: lo status quo, nel quale i professionisti benintenzionati e i responsabili degli enti assistenziali privati comincia a subire una sfida. La Gran Bretagna è una luce guida in questo elevarsi della consapevolezza, dove le persone vengono sempre più allo scoperto con le loro storie di disturbi emotivi. Di conseguenza, si presta maggiore ascolto e attenzione a un più ampio spettro di idee e approcci diversi in merito a cosa è più utile per curare le menti disturbate.
                Contemporaneamente, il potere dell’industria farmaceutica è ora più forte che mai, le case farmaceutiche promuovono senza alcun ritegno la teoria semplicistica e fuorviante dello “squilibrio chimico” alla base del disturbo mentale, traendo il loro guadagno dal trattamento dello sconforto in termini di malattie mentali diagnosticabili. Negli USA hanno avuto molto successo: all’incirca il 10% della popolazione femminile assume antidepressivi e uno sbalorditivo 10% di bambini vengono curati dalla ADHD con il Ritalin, derivato dalle anfetamine. In questo Paese, il tasso di ricette mediche per psicofarmaci aumenta di anno in anno.
                Mentre io non sono contrario a tutti gli usi di farmaci che alterano la mente, questa tendenza mi preoccupa. Io penso che quando sembra che i farmaci funzionino, l’effetto principale è quello di mascherare i problemi del paziente, ma quando vengono aboliti i problemi ritornano alla ribalta, spesso con un po’ più di grinta dovuta al fatto che sono stati artificialmente soppressi per un certo tempo. Una persona ha bisogno di dosi ancora più massicce del farmaco che assume per ottenere lo stesso effetto, perché il cervello tende ad opporre una resistenza naturale alle sostanze che alterano l’umore. A questo punto è molto probabile assistere agli effetti più negativi del farmaco e sviluppare una dipendenza.
                Quindi i farmaci sono limitati nella loro utilità e forse sarebbe meglio usarli come ultima risorsa e per un breve periodo di tempo. Queste argomentazioni non saranno certamente bene accette nelle sale dei consigli di amministrazione della Grande Farmaceutica, il Grande Fratello della salute mentale. Ma se intendiamo fare passi avanti nella direzione di un tessuto sociale più sano, dobbiamo essere pronti a porre limiti all’influenza dell’industria farmaceutica sul modo di comprendere la nostra mente e avvicinarci al processo che porta alla guarigione.
 
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Giu 28
Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri di Ylenia Di Matteo

di Maïté

Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri di Ylenia Di Matteo

Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri
di Ylenia Di Matteo

“Genova, scandalo al San Martino, aiuola – ghetto per i malati di mente” (la Repubblica, 04.06.09).
“Napoli, morte in diretta e nessuno interviene” (la Repubblica, 17.06.09).
“Addio Evio, uomo dalla mille vite e dalla vita mite, vissuta sotto i ponti” (Liberazione, 04.06.09).

Esiste un unico filo conduttore di queste tristi e squallide vicende, che, come lampi, guizzano agli occhi di un lettore oramai assuefatto dalle vicende “gossippare” degli ultimi tempi.
Si chiama indifferenza.
O apatia, o mancanza di pietà e sentimento, verso diseguaglianze umane oltre sociali, come fosse scontata l’esistenza di una razza a più livelli.
Scarso l’interesse di chi avrebbe mezzi e facoltà per porre la dovuta attenzione verso il controsenso del III millennio. Una società che da una parte si affanna a creare le condizioni di progresso sociale, economico, tecnologico, dall’altra è inadeguata a garantire a tutti gli uomini condizioni minime di decenza.
Di certo vende meglio il reportage sullo “sbarco” di Vip in Sardegna, piuttosto che la denuncia della creazione del “recinto” o “gabbia” o “zoo”, come parco esterno per i ricoverati della clinica psichiatrica del San Martino di Genova (Art. 32 Cost. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”).
Nella cosiddetta civiltà del progresso l’uomo torna ad essere prepotente, selvaggio, indifferente, violento, privo di compassione. Caratteristiche dell’uomo primitivo che, sentendosi inferiore al proprio simile, si esalta disprezzando il più debole, indicandolo come la causa della sua sconfitta.
Un uomo viene ucciso sotto i colpi della camorra, in stazione, alle 19.47 di un giorno di maggio? Era un musicista rumeno, non è scandaloso quindi che alcuni viaggiatori abbiano proseguito senza scomporsi, cercando addirittura di obliterare il biglietto. Una vita ingiustamente spezzata giaceva lì. Alla biglietteria di una stazione. La preoccupazione era di non perdere la coincidenza del treno successivo.
A volte è anche difficile entrare in stazione. “Emergenza barbone all’ingresso”, direbbe qualcuno.
Ogni storia è diversa, il futuro di ognuno di noi è un intreccio tra volontà, destino, fortuna. Certo è che i diritti fondamentali dell’uomo non si riconoscono e garantiscono allontanando ulteriormente chi è già stato emarginato dalla vita. (Art. 3 Cost.“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…Senza distinzione di condizioni personali e sociali”).
Nel “Diario degli errori”, Ennio Flaiano scrive: “Ma il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona”.
In Italia, per noia, gli danno fuoco.

http://www.articolo21.info/5470/editoriale/malati-di-mente-stranieri-vagabondi--i-diversi.html

 

 



Giu 24
Buongiorno mi chiamo LSF e sono borderline

di nicola pasa


26 aprile 2006 alkmaar (de nederlands)

un anno e mezzo di Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) per osservare e studiare su me stessa cos'è il Disordine di personalità Borderline(BPD).

Ho pazientemente e meticolosamente, all’olandese,cercato di capirne le perdite di controllo, di identità e di senso che ne costituiscono il nucleo e ne causano la sofferenza.

Ed eccomi ancora qui, più cosciente eppure ancora così fragile!

13 giugno 2009 s.stefano magra (la spezia)

buongiorno mi chiamo LSF e sono borderline da quando mi ricordo.

La prima volta che per me fu usata la parola *caratteriale (arcaico di BPD) fu tra i 13 e i 14 anni quando , senza cause apparenti, ingurgitai una bottiglia di jonnhi walker e tutte le pillole che potei trovare in casa.

Dopo la lavanda gastrica forse qualcuno si chiese cosa mi fosse successo fuorché mia madre che ha sempre sistematicamente rimosso ogni accenno ad una mia eventuale patologia.

Correva l'anno di grazia 1969, l autunno caldo e i figli dei fiori, tra una manifestazione e l altra mi facevo manciate di acidi. Svariati , più o meno goffi tentativi di suicidio, spesso con overdose di ogni droga reperibile. Vita di strada e svariati ricoveri. Nella mia simpatica famiglia, agiata e colta, si continuava a far finta di nulla......E io alzavo il tiro......Ormai le anfetamine erano il mio pane quotidiano, 50 metedrine in vena, due tubetti, per il fisico minuto di una ragazzina pelle e ossa! Amavo il delirio indotto dalle anfetamine e vedevo cospirazioni ovunque. Una notte spaccai la vetrata di una grossa ditta americana di computer, scienza allora agli albori, la Burroughs. Il messaggio ricevuto era di colpirli e smascherarli al più presto, prima che potessero dominare il pensiero umano. Mi sentivo teleguidata.....Cominciai a distruggere macchine,mettendo insieme le prove della loro disgustosa congiura ai danni dell’umanità. Dopo aver seminato il caos nei tre piani di uffici della ditta, stringendo in mano scritti e documenti chiave, stanca per il grosso sforzo e in una specie di trance, sono stata trovato dalla polizia in assetto antisommossa, sorpresa di trovarsi davanti una marmocchia...io felice di vederli e fiera del successo della mia missione....dopo un breve soggiorno in questura fui portata al Paolo Pini l allora ospedale psichiatrico di Milano.Fu durante quel soggiorno che vidi atterrare nel cortile le forze extraterrestri alleate,alla testa una madonna scintillante ed in mano una spada dorata.

Sempre di quel periodo è un altro evento che dovrà cambiarmi la vita,ancora una volta è una droga il tramite: i semi di un fiorellino azzurro, il liseron bleu di Rimbaud, ben noto a Maya ed Aztechi, che contiene LSD naturale oltre a varie altre sostanze poco conosciute. Mio padre era abbonato a una rivista “Atlante” di geografia ed antropologia, su uno di questi giornali lessi il resoconto di una spedizione nella giungla messicana alla ricerca degli sciamani che ancora si tramandano antiche tradizioni. Essi raccontavano l esperienza di questa droga rituale, spiegando anche il procedimento e le dosi da usare....ancora una volta mi sentivo teleguidata. Il seme si trovava allora presso i grandi rivenditori di sementi e a Milano, Ingenioli era il meglio.

Attesi le vacanze ,nella grande casa di campagna avrei avuto le mani più libere. Così una notte che i miei non c'erano, le mie sorelline dormivano la tata pure, mi preparai la mistura, schifosa da ingoiare, ma la mandai giù tutta. Lì per lì non succedeva nulla poi apparve il gatto e dal suo miao mi accorsi che stavo cambiando dimensione. Ero seduta a gambe incrociate sul letto quando sentii mani invisibili afferrarmi e stringermi il collo, li senso di soffocamento era tremendo. Una voce dentro mi disse che resistere era inutile e quindi mi lasciai andare. Il mondo esterno scomparve e mi trovai in un mondo sconosciuto eppure molto familiare dove tutto era tutto: io, come entità separata avevo cessato di esistere. La bellezza, l'armonia e la saggezza di quella sfera era infinita,il senso di meraviglia indicibile. Ad un certo momento appare una voce/pensiero che esprime questo: se prosegui oltre non potrai fare ritorno al mondo da cui provieni.....contemporaneamente una forma di identità personale insieme alla visione fugace del mio corpo privo di vita su un lettino in una stanza del pianeta terra avevo coscienza di poter anche scegliere di tornare. Quando optai per il ritorno la stessa voce/pensiero mi informò che avrei potuto ricontattare la sfera con lo sforzo di una vita ,che avrei dovuto dedicare tutto alla conoscenza infinita che avevo avuto il privilegio di sperimentare. In quel preciso istante gli occhi mi si sono riaperti:ero sul lettino nella stessa posizione della notte e la luce del giorno entrava dalla finestra,io mi sentivo come se mi fossi semplicemente svegliata, nessun postumo, nessuna traccia di una serie di eventi così spettacolari. Ma da allora l'idea di dio cominciò ad ossessionarmi,cominciai a cercare disperatamente in gruppi di cattolici marginali, nel panorama allora fiorente delle sette e dei culti esotici.....poi in india l'india,madre India che ti da tutto dalla morfina all'illuminazione... e tutto con una sovrabbondanza travolgente,la terra più ricca di paradossi,dove l’impossibile è di casa e l’Apocalisse è già arrivata ameno un paio di volte a memoria d uomo. Va beh, questa introduzione dura parecchio, ma dovevo farvi sapere qualcosa dei miei esordi.

A 19 anni, nel 1974, con sulle spalle il suicidio di mio padre e a ruota un overdose di eroina e dopo ben tre viaggi in india nel più puro stile hippie, incontrai il maestro di meditazione e di vita Bhagwan Shree Rajneesh,il chiacchieratissimo guru degli arancioni, del sesso e delle 75 rolls royce, noto oggi con maggior rispetto come Osho. Con lui mi ritrovai ancora una volta nella sfera, nella conoscenza senza oggetto, senza ricorrere a nessuna alterazione ed ebbi la conferma dell’esistenza di quel Dio che poteva placare la mia smania. Ed ecco che capivo cosa cercavo in tutti quegli eccessi, in tutte quelle esperienze di confine … Ma anche lì, come mi aveva già a suo tempo ammonito la sfera, né una droga né un’altra persona potevano darmi ciò che cercavo....la meta continuava ad allontanarsi.....dopo più di sei anni passati all’ombra del maestro,facendo relativamente pochi casini,ero di nuovo a briglia sciolta. Stiamo arrivando per grandi linee a tempi più recenti.

Pace nella mia vita non c’è n’è mai stata:un demone mi si arrovella sempre dentro, un demone che ogni tanto si gonfia a dismisura, e travolgendo le mie fragili difese, stravolge qualsiasi mio tentativo di stabilità, di continuità, di identità. Questo demone ci ho messo 54 anni a identificarlo e a chiamarlo col suo nome: disturbo borderline di personalità. Un’efficiente operatrice sociale incontrata in olanda definisce le vite borderline come sicuramente non noiose.

Secondo le ultime, o penultime scoperte fondamentali in questo campo esiste una specie di termostato psichico che regola l intensità delle emozioni all’interno di una soglia di pericolosità, nelle persone con BPD il termostato non funziona:ogni emozione intensa ed improvvisa si gonfia, esplode ed erutta portando via ogni traccia di volontà e di identità stessa, in negativo per lo più, ma mi è capitato anche che un intensa gioia mi provocasse mi provocasse un impulso suicida.

Ne parlo e ne scrivo ora per capire meglio io stessa il percorso per uscire o almeno per convivere con un fenomeno psichico che mi ha portato a distruggere ciclicamente tutto quello che via via creavo e che mi ha portato ripetutamente al limite della sopravvivenza stessa. Ogni tanto incontro qualcuno come me ma spesso restio a dare di se una definizione arida come è una diagnosi psichiatrica. La psichiatria stessa malvolentieri accoglie questo tipo di pazienti,di per sé sfuggenti ed ostici, difficili da definire e troppo diffusi nelle loro differenti gravità. Io sono stata presa in carico dal servizio sanitario in Italia solo quando mi è stato chiaramente diagnosticato un disturbo bipolare cronicizzatosi con gli anni e con le sregolatezze.

Eppure è il disturbo borderline con le sue tremende asperità che mi ha rovinato la vita più volte e chiunque mi abbia visto in uno dei miei attacchi, quelli in cui perdo il controllo, non mi vuole più vedere acuendo così il dolore con l’isolamento. In tutti i miei travagli ho fatto anche due figli ed è tanto per loro che ho cercato aiuto psicologico e psichiatrico, per coinvolgerli il meno possibile nei miei alti e bassi. Nel mio caso una terapia farmacologica azzeccata mi ha regolato i picchi di esaltazione e le brusche sterzate nella depressione più nera, ma sono ancora soggetta a quelle repentine perdite di controllo in cui non vedo più nulla davanti, un velo è calato sui miei occhi e mi vedo dall’esterno che urlo come un’aquila o mi butto a terra contorcendomi dall’angoscia o divento così manesca che con i miei 40 kg e 149 cm due uomini ben piazzati fanno fatica a tenermi e mi sono vista anche a volte spaccare vetri col braccio e tagliarmi a bella posta senza provare alcun dolore come se fossi diventata un fantoccio, una bambola spaccata, lacerata, devastata.

Ed è questa sensazione che è intollerabile: di vuoto doloroso, di alienazione totale, di essere uscita dal consesso umano, di avere una mostruosa emorragia emotiva e nessuno a soccorrerti, intorno soltanto sguardi di riprovazione.....come sei cattiva....cerca di darti una regolata....porca malvagia.....malvagia cattiva ribelle....devo morire per convincervi che volevo solo essere rassicurata, accolta, curata e invece il risultato puntuale è di essere trattata come un cane rognoso, come un traditore schifoso dei sacri valori che regolano la vita degli umani. Io sono esclusa, scacciata, ripudiata, mi tengo la pancia che scoppia dall’angoscia la gola chiusa l’anima in fiamme. E sono sola....sul confine....aiuto....aiuto....aiuto....ma nessuno mi sente......sono qui....sono qui.....sono qui....ma nessuno mi vede....l’indifferenza mi uccide....ma non gliene frega niente a nessuno. Terrore puro. Il panico scatena la crisi e la crisi scatena il panico, senza via d uscita e,intorno,quegli odiosi sguardi di condiscendenza: dai su smettila,sono solo modi malsani di chiedere attenzione, non farla tanto tragica, vattene o ti gonfio di botte e un giorno una mi ha gonfiato davvero di botte, per fortuna quando sono in quello stato fisicamente non sento più nulla ma l umiliazione mi ha ferito tantissimo, per mesi avrei voluto solo morire da tanto che stavo male e non avevo più voglia di nulla come se dentro mi si fosse spenta la luce. Ricominciare sempre da capo , cambiare cttà, lavoro, amici, fino alla prossima crisi e poi d’accapo.

Le crisi hanno scandito la mia vita, determinando quello zig zag per il mondo, quella ghirlanda di situazioni strambe, di incontri inusuali, di paesaggi esotici che molti mi invidiano: altro paradosso della mia ingombrante personalità. Se qualcuno si riconosce nelle mie peripezie, vi invito a contattarmi sul sito del Mondo di Holden.

LSF

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Giu 21
Stigma e lavoro in Inghilterra

di angelo arecco


Articolo da “The Guardian” del 21/06/2009
 
La malattia mentale fa male al tuo curriculum
 
La richiesta di rimborso senza precedenti di un milione di sterline avanzata dal comune di Cheltenham contro Christine Laird, descritta da qualcuno come “vendicativa” e dall’assessore comunale alle finanze del comune, John Rawson, come “priva di cervello”, lascia entrambe le parti in causa a contare i danni subiti. Ora il comune è stato costretto a risarcire spese legali per 750.000 sterline di denaro pubblico, mentre la Laird è rimasta sconvolta dopo che suo marito ha letto la dichiarazione di lei dinanzi alla Corte d’Assise.
La salute della donna è stata “spezzata” dalla lunga battaglia legale e comunque le resta ancora da pagare un notevole 35 per cento a suo carico. La Laird era arrivata a un tale punto di disperazione durante lo svolgimento della causa fino a pensare di togliersi la vita.
Christine Laird ha solo detto la verità che molti di noi hanno dovuto celare. Non aveva una “disabilità” nel senso stretto del termine legale e il questionario presentatole prima di venire assunta era mal concepito. Ma il segretario comunale Andrew North non ha cambiato idea neppure dopo la lettura della sentenza, secondo la quale “Se il comune fosse stato al corrente della storia clinica della signora, allora molto probabilmente non l’avrebbe neppure assunta”.
Quello che sostiene North è probabilmente vero: la domanda della Laird sarebbe stata semplicemente cestinata, la discriminazione non sarebbe venuta alla luce e lo stesso dicasi per il procedimento legale. Ma davvero è una cosa giusta lasciare che persone vulnerabili vengano lasciate a combattere battaglie legali costose solo per provare per illazione che la procedura in base alla quale hanno ottenuto un lavoro era scorretta?
Le statistiche della Task Force sull’Esclusione Sociale parlano chiaro: otto datori di lavoro su dieci sostengono che gli aspiranti devono rivelare le loro condizioni prima di essere assunte, tuttavia meno di quattro datori di lavoro su dieci dichiarano di essere disposti a considerare l’assunzione di una persona con una storia di problemi di salute mentale.
Un datore di lavoro certamente assume un rischio quando assume un lavoratore o una lavoratrice: la gravità e la durata della malattia non predicono in modo affidabile se una persona sarà in grado di svolgere il suo lavoro. Dovrebbe essere vietato ai datori di lavoro di basarsi su questo pregiudizio. E’ venuto il momento di liberare le persone sofferenti di malattie mentali dalla paura di essere discriminate. Non siamo inadatti al lavoro a causa della storia clinica della nostra malattia mentale, non più di una persona con una storia familiare di predisposizione all’infarto.
E i datori di lavoro non dovrebbero peraltro essere “costretti” ad assumere persone che sotto ogni aspetto sono incapaci di svolgere una determinata mansione, anche con le modifiche previste per legge. Ma proibire di sottoporre la compilazione di un questionario almeno fino a dopo la formulazione di un’offerta di lavoro agevolerebbe sicuramente l’identificazione di pratiche discriminatorie dirette.
Nel redigere la nuova proposta di legge di Harriet Harman sulla eguaglianza dei singoli, c’è una perfetta occasione per assicurarsi che le persone con malattie mentali siano pienamente salvaguardate e protette. Fra tutti i gruppi che compongono la nostra società, la malattia mentale ha la più alta connotazione di stigma e il più elevato tasso di disoccupazione. I rapporti tra datori di lavoro e dipendenti dovrebbero essere ispirati ad apertura, onestà e flessibilità, ma fino ad allora molte persone saranno convinte di dover nascondere la loro malattia.
 
Jonathan Naess
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Giu 20
Notizie da Milano

di angelo arecco


Ricevo e volentieri diffondo alcune interessanti riflessioni del Dr Bepi Tissi, uno psichiatra responsabile di un servizio di salute mentale milanese, che ne autorizza la pubblicazione:
Mele Melinda, legge 180, paura dei matti e convegno al Mario Negri del 22 Maggio 2009
 
 
Qual è la differenza tra la psichiatria e le mele Melinda?
 
Una regola fondamentale del marketing è che un prodotto, per essere commerciabile, deve essere riconoscibile da parte del pubblico, e per essere riconoscibile deve essere uniforme e costante. È per questa ragione che le mele Melinda sono tutte uguali.
Prendiamo in esame la visibilità della psichiatria presso il pubblico. Che cosa vede il pubblico? Si dice spesso che ha un’immagine distorta negativamente dei servizi di salute mentale. Si dice anche che ciò accade perché i media riferiscono solo i fattacci di cronaca, i fallimenti e non i successi. Ma è tutta colpa dei media, o c’è dell’altro?
Cominciamo dalla figura del medico psichiatra. Confrontiamola con quella del cardiologo. I protocolli di intervento sull’infarto del miocardio sono più o meno gli stessi a Milano, a Los Angeles e a Tokio. E gli interventi sulla Schizofrenia? A parte una certa uniformità nell’uso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri si presentano come una categoria frammentata e disomogenea, divisa spesso in partiti che sembrano quasi religioni e che dissentono tra loro non solo sui mezzi ma perfino sui fini che si propongono. Vengono fuori interventi molto diversi. Questo fatto in sè può anche essere un bene –è assai poco desiderabile una psichiatria come le mele Melinda- ma per quanto riguarda la riconoscibilità certamente contribuisce a rendere instabile l’immagine dello psichiatra.
E i servizi di Salute Mentale italiani? Sono distribuiti, come si sa, a pelle di leopardo. Qui ci sono, lì no. E anche dove ci sono, qui sono dotati di personale sufficiente e formato, sono oggetto di interesse da parte delle amministrazioni, lì sono ridotti all’osso quantitativamente e/o qualitativamente e trascurati; qui sono organizzati secondo finalità terapeutiche, lì (Calabria) riproducono l’entropia manicomiale.
Mettete insieme questi tre ingredienti (media, psichiatri, servizi italiani): può il pubblico farsi un’idea accettabilmente stabile di quello che succede ad una persona che presenta disturbi mentali?
Evidentemente no. Quindi la psichiatria è un oggetto pochissimo riconoscibile, che si presta alle supposizioni e fantasie più strane. In tutto il mondo, e da noi più che mai.
Infatti da noi c’è qualcos’altro che confonde le idee.
 
La 180, una legge zoppa
(con una gamba sola si può camminare bene?)
 
Servizi a pelle di leopardo: come si è creata questa situazione? È pur vero che la qualità di tutta la sanità italiana è disomogenea, ma per la psichiatria ci sono cause specifiche. La legge di riforma 180/78 ha stabilito in modo perentorio l’obbligo di chiudere i manicomi: ma ha speso poche, vaghe parole sull’apertura dei servizi, demandata agli enti locali e lasciata di fatto al caso, cioè alla buona volontà degli amministratori e degli operatori. Non di rado questi ultimi si sono trovati di fronte ad amministratori che sembravano concedere con benigna e paternalistica grazia l’apertura di servizi, cui non si sentivano obbligati. In altri casi non c’è stata alcuna volontà, da entrambe le parti, di farli funzionare bene. Di fatto nessun amministratore, a quanto mi risulta, è mai stato condannato per non avere aperto i servizi.
Come mai questa gamba mancante nella legge? Si è trattato di una svista, di cose rimaste nella penna del legislatore?
Per rispondere ritorniamo al 1978 e agli anni precedenti. Giravano nel movimento riformatore anti-psichiatrico parole d’ordine di questo tenore: l’esclusione manicomiale sottrae alla società le sue contraddizioni; i manicomi vanno chiusi per rimandare le contraddizioni nella società; fatto questo, non c’è nient’altro da fare; gli psichiatri dovranno cambiare mestiere.
La parola cura suonava sospetta: perché curare ciò che malattia non è? Di servizi territoriali non si doveva parlare: avrebbero portato alla manicomializzazione del territorio.
Naturalmente il movimento di allora era variegato, non tutti erano su queste posizioni: cionondimeno venivano sostenute con forza e si facevano sentire.
Quale migliore occasione, per politici messi alle strette dal referendum radicale ma anche assillati da problemi di spesa pubblica, per cogliere al volo una proposta di miglioramento con riduzione della spesa? La 180 sembrò la quadratura del cerchio.
Con questa base, la povera legge zoppa ha fatto molto di più di quanto avesse la forza di fare: l’entusiasmo di molti operatori, che hanno raccolto la sfida della chiusura dei manicomi, ha fatto sì che venisse fuori una pelle di leopardo e non un deserto. Ma l’entusiasmo può durare in eterno?
 
Perché articoli di giornale, servizi TV, proposte di legge, convergono in una sorta di Vandea becera?
 
Bisognerebbe istituire un premio annuale, il “Bruno Vespa d’Oro” per la disinformazione in psichiatria, aperto a giornalisti e politici: la concorrenza sarebbe serrata (in una puntata di Porta a Porta di qualche anno fa si insinuava che persino il delitto di Cogne fosse effetto della 180).
Ma come mai per 31 anni non hanno fatto che susseguirsi servizi TV, articoli di giornale, progetti di riforma della 180 sgangherati, disinformati, dilettanteschi, trucidi? A volte privi di senso logico? Memorabile un passo del progetto di legge Burani Procaccini: “Il TSO può essere di due tipi: TSO d’urgenza e TSO”. Che è come dire: i piedi sono due, uno si chiama piede destro e l’altro si chiama piede. Ma cos’ha nella testa questa gente? E quelli attualmente in esame sono una fiera di assurdità.
Come mai chiunque, senza sapere niente, può sentirsi autorizzato a pontificare in materia di psichiatria? Nessuno ha il monopolio della salute mentale, ma nessuno ha neppure ha il diritto di sostituire il pensiero con i riflessi condizionati. Che cos’è questo coro di cani di Pavlov? Questo materiale putrefatto che viene fuori?
È la gamba amputata della legge. Che il movimento riformatore non aveva le parole –e il pensiero- per dire. Rinnegata, sepolta sottoterra per tanti anni, è andata in putrefazione. Poco per volta è risalita alla superficie - a volte ritornano - ma non è più la stessa, già, è cambiata, e anche piuttosto ripugnante a dire il vero. Ma cosa dovevamo aspettarci? Che restasse fresca e rosea?
 
Conclusione: la tesi del convegno del 22 Maggio 2009 al Mario Negri “Salute Mentale e Società della paura” è sufficiente?
 
Il filo conduttore del convegno è stata la tesi che la paura del paziente psichiatrico è semplicemente un caso particolare di un fenomeno più generale: la paura universale del diverso, per es. dell’immigrato, ecc.
Questa spiegazione da sola è sufficiente? Lo è in generale? Lo è nel caso italiano?
 
Bepi Tissi
19/06/2009



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