L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Mar07
Due parole sulla salute mentale spezzina
di raskolnikov
Le recenti cattive nuove sulla salute mentale mi inducono ad esprimere a nome mio e dell’associazione di utenti ed ex utenti psichiatrici che rappresento alcune considerazioni facili facili (da capire).
Il dipartimento di Salute Mentale di La Spezia ora contiene tre servizi molto diversi tra loro: SERT, SM e Sanità Carceraria. L’esperienza ci dice che in Italia e nelle ASL quando da tre servizi se ne fa uno solo il risultante non è mai la somma algebrica dei tre servizi, accade invece che i tre servizi vengano strizzati per adattarli al vestito vecchio, come se tentassero di far stare in un vestito solo tre persone. Le ragioni adottate dal presidente Conzi sono sempre le stesse di ogni (scusate il termine) manager statale, non ci sono soldi, abbiamo dovuto intervenire in un settore in cui sappiamo che in genere nessuno fiata se facciamo delle porcate, tanto c’è una non legge che non ci chiede nulla,non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo aprire centri di salute mentale o ambulatori per un numero minimo di abitanti e quindi ad esempio se chiudiamo il centro di salute mentale di via Sarzana che copre un territorio molto vasto che va dalla periferia orientale di La Spezia fino a lambire la val di Magra e la costa lericina nessuno ci può dire nulla e al limite anche se avesse da ridire non c’è legge che ci obblighi a tenere aperto quel servizio, e aggiungo, anche se ci fosse come dice giustamente oggi un editorialista della Nazione, non conta il diritto o la legge conta solo la legge del più forte e potente, è così che a voi piaccia o meno.
Da queste manovre risulteranno molti disagi per utenti e le loro famiglie, gli utenti della salute mentale vedranno ridotti ancora di più la qualità dei loro servizi, dovendo contare su un budget ridicolo che molto spesso se ne va in spese farmaceutiche gonfiate o falsate da pressioni indebite che pervadono anche le ricette stesse dei medici. Già sappiamo che in Liguria tale Daniela Pietropaolo, psichiatra di Imperia, invitava i suoi colleghi a prescrivere farmaci che a parità di qualità terapeutica fossero più costosi e portassero quindi più lucro alle aziende farmaceutiche, per questo la dottoressa fu incriminata, non so poi che fine ha fatto la vicenda ma poco mi importa visto che viviamo nel paese dei Berlusconi, un paese in cui i colpevoli vengono prescritti, un paese in cui la legge è rigorosa solo per i poveracci, infatti le nostre galere pullulano di poveri, di gente che non ha avvocati famosi, esperti in cavilli e corruzione, che magari sono innocenti ma vai a sapere.
Da anni si chiede a Sarzana di aprire degli appartamenti protetti, ce lo chiederemo nei prossimi anni ancora. La volontà politica langue, langue perché gli utenti non hanno voce, non rompono i coglioni, non fanno comitati di quartiere. Quando si tenta di aprire qualcosa in una zona i bravi cittadini sarzanesi fanno le barricate, poi tutti a dire che è una vergogna che i matti siano fuori ad ammazzare la gente a tirare orribili riproduzioni della torre di Pisa o del Duomo di Milano in testa al duce di turno, un po’ come le centrali nucleari che le vogliono tutti però non nei pressi della propria città.
Io a volte mi chiedo che titolo ci si arroghi per giudicare malata di mente una persona quando al potere locale e nazionale abbiamo degli psicolabili, dei mentecatti senza cultura, dei delinquenti sul piano tecnico giuridico, dei fuori legge, pieni di deliri, di paranoie, di disturbi di personalità…
La salute mentale spezzina come la sanità è allo sfascio, lo è grazie ai manager statali, super pagati e super incapaci. La crisi dell’industria italiana non è un caso coincide con l’avvento dei manager, personaggi che studiano economia e marketing, ebbene non c’è un solo statista nel novecento che abbia risolto problemi gravi dal punto di vista economico che provenga da studi economici, non è un caso.
Parto da lontano per definire alcuni concetti che mi sembrano calzanti per descrivere situazioni tipiche della salute mentale e dei suoi attori, parto dalla storia del movimento dei lavoratori italiani e del sindacato.
Tra il sindacato di oggi e il sindacato della prima metà del novecento,tra un Di Vittorio, l’ultimo rappresentante dell’antico sindacalismo e un Epifani, attuale leader della CGIL, ci sono molte differenze, alcune sono in apparenza superficiali altre profonde, ma come si vedrà e come d’altronde si verifica spesso, ciò che appare in superficie è per chi ha contezza delle cose e acume e sensibilità una rappresentazione sufficiente dell’intero universo che ruota attorno alla persona. Di Vittorio appare come un tipico rappresentante dei lavoratori dell’epoca, la sua faccia è la faccia di un bracciante, di un contadino, anche se vestito come si deve per entrare in parlamento, Epifani è invece il tipico rappresentante dei lavoratori di oggi, ha l’aspetto di un pacioso borghese, un po’ intellettuale, il viso spianato di chi col lavoro ha avuto poco a che fare, Di Vittorio era un lavoratore, cominciò a fare il bracciante da bambino e per questo studiò da autodidatta, Epifani è un burocrate, uno che ha studiato in buone scuole e che non ha conosciuto i disagi del lavoratore.
Sostanzialmente i sindacalisti di un tempo essendo dei lavoratori fra lavoratori conoscevano per esperienza diretta personale i bisogni della loro classe sociale, i sindacalisti di oggi invece esperiscono i bisogni dei lavoratori in maniera indiretta, essi appartengono ad un’altra classe sociale quella dei burocrati, rimproverare ai sindacalisti di oggi di non essere rispondenti ai reali bisogni dei lavoratori è meschino e ipocrita, bisogna riconoscere che Epifani, Bonanni, Angeletti e Polverini, cioè i leader dei vari sindacati di sinistra e destra sono delegati a rappresentare un mondo di cui non condividono i bisogni, i bisogni di Epifani o di Polverini non sono quelli di un operaio o di uno scaricatore, non conoscono le difficoltà di un mutuo, di arrivare con l’acqua alla gola alla fine del mese, essi spesso godono di affitti agevolati come emerso da inchieste negli anni 90, godono di stipendi che consentono loro di vivere da buoni borghesi e di non dover occuparsi di lavoro grazie a distacchi sindacali eterni. Cosa contrattano con i cosiddetti padroni? Contrattano i loro bisogni, che si traducono in rendite politiche, in dazioni non immediatamente trasmutabili in danaro e altro.
Ecco sono partito da queste considerazioni sul sindacato per arrivare a definire meglio il concetto di empowerment nato all’interno delle Parole ritrovate, o meglio per chiarire meglio il motivo per cui affermo che esso è fuorviante, inatteso, falso.
Nel recente movimento italiano degli utenti psichiatrici bisogna operare alcune distinzioni, una prima distinzione va fatta tra i cosiddetti antipsichiatrici e gli altri, gli utenti antipsichiatrici che si raccolgono a Torino attorno a Tristano Ajmone e a Firenze attorno al gruppo Violetta Van Gogh hanno come caratteristica una sostanziale adesione all’antipsichiatria di derivazione scientologica, essi hanno come maestri Antonucci che rappresenta bene il modello antipsichiatrico italiano che si distaccò da Basaglia tutt’altro che favorevole alla deriva antipsichiatrica. Spesso gli antipsichiatrici combattono battaglie giuste e condivisibili, altrettanto spesso giocano allo sfascio potendo contare evidentemente su solide famiglie alle spalle; per il potere e a maggior ragione per il potere psichiatrico essi non rappresentano un problema, emarginati come massimalisti, si ha buon gioco a respingere come deliranti le loro teorie un po’ paranoiche, non a caso hanno uno stretto legame con la setta di scientology che come tutte le sette utilizza la paranoia e la teoria del complotto per affascinare, ottundere, drogare, sedurre.
All’interno dei cosiddetti utenti che non si riconoscono nel movimento antipsichiatrico bisogna dividere ancora tra utenti emancipati ed emancipanti e gli utenti delle Parole Ritrovate, tra gli utenti del primo gruppo vorrei citare quelli della mia associazione, Il Mondo di Holden, nata come associazione di utenti fuori dai servizi senza beneplaciti di medici o di compagni di strada dipartimentali, quelli della Prato Onlus facenti capo a Roberta Antonello, psichiatra ed ex utente, quelli di Massa facenti capo a Maria Grazia Bertelloni.
Vi sono poi molte associazioni miste, o associazioni nate all’ombra dei servizi in cui operano degli utenti che aderiscono alle idee delle Parole Ritrovate di Stefano De Renzi, il movimento è nato a Trento per volontà del medico citato. Gli utenti delle Parole Ritrovate sono etero diretti, non fanno un passo senza il loro mentore, guru, che a volte è il loro psichiatra, mentre dichiarano di essere in fase di empowerment come dicono sempre nei loro convegni in realtà non fanno che recitare un copione predisposto e di occupare spazi a loro concessi dal mentore o guru di turno.
Gli utenti di cui faccio parte personalmente non occupano spazi a loro gentilmente riservati, i loro spazi se li prendono, se li costruiscono, se li creano.
Questa è la differenza fondamentale. Nel 2007 noi del Mondo di Holden facemmo un convegno che rimane un caso unico nella storia della Regione Liguria, il primo e unico convegno organizzato da utenti ed ex utenti psichiatrici. A quel convegno noi demmo la parola a molti utenti e molti medici. Molti di quegli utenti, quasi tutti, erano provenienti da esperienze di empowerment con le Parole Ritrovate, inviati dai loro servizi, dai loro medici, dai loro educatori, il senso di quell’esperienza e delle loro parole è per me, ma non solo per me, superfluo. La cosa più importante di quel convegno è il gesto simbolico che pochi però notarono, il mio porgere il microfono adun medico, ero io utente conduttore del convegno in piena terapia farmacologica (1200 mg di seroquel, 900 mg di litio, 50 mg di tofranil) a dare spazio a un medico ad uno psichiatra.
Se ha un senso che un utente parli ed esprima la sua voce è tutta nell’espressione di bisogni tutti suoi che egli solo può esperire e tradurre in parole, gli utenti etero diretti dalle Parole Ritrovate dicono cose che sentono dire, esprimono i bisogni del medico o del mentore o guru di turno, recitano a soggetto, e ciò accade in maggior ragione se essi ne sono inconsapevoli o se intimamente convinti di esprimere ragioni tutte loro. Io osservavo i volti gongolanti degli accompagnatori di turno quando il “loro” utente diceva le cose che essi sentivano come proprie.
Noi abbiamo sempre creduto nel progetto del Facilitatore sociale per un unico motivo: dare vita ad un movimento di utenti emancipati ed emancipanti.
Per questo nei prossimi mesi ed anni daremo vita a progetti e dibattiti che abbiano al centro il problema della rappresentanza reale dei bisogni.
Roberta Antonello ed Emilia mi conducono da un famoso prete, Don Gallo, prete sui generis per molti motivi o prete autentico, dipende dai punti di vista, il mio punto di vista, che proviene da un cristiano irriducibilmente anticlericale, tanto più irriducibile e intransigente rispetto all’avversare il clericalismo quanto più forti sono in me i sentimenti cristiani, mi porta a considerare Don Gallo nelle sue molte luci e nelle sue umane e terrene ombre un autentico interprete del genuino messaggio cristiano, del cristo che si mescola agli ultimi della terra, ai peccatori, alle puttane, ai lebbrosi, non per una sorta di compiacimento della propria elezione ma per il riconoscersi in essi come uomo piuttosto che tra coloro che si ritengono eletti, i ricchi crapuloni la cui ascesa al paradiso è affaticata dal peso delle cose terrene accumulate. Gli ultimi della terra, gli sventurati, i poveri, coloro a cui la vita terrena non sorride sono i destinati alla felicità del dopo poiché trovando poche ragioni di attaccamento alla falsa vita che è quella che a noi sembra la sola e unica vita non possono che sperare nella vera vita quella che li attende nel Regno di Dio, è una dottrina questa cristiana, che io posso condividere o meno, ma che alla Chiesa Cattolica delle alte gerarchie piace fino ad un certo punto, gli alti prelati, i vescovi, i cardinali, preferiscono mescolarsi ai ricchi e ai potenti, difficilmente li troverete alla mensa dei poveri o per strada a fianco ai barboni o ai migranti o alle puttane da strada. Don Gallo è uno di quei preti che più facilmente troverete in compagnia di questi ultimi.
La parrocchia dove abita Don Gallo è in una zona a ridosso del porto, entriamo nella sacrestia attraversando oscuri corridoi, dietro una tenda sbircio nascosto i fedeli in ascolto della messa officiata da Don Federico, brava persona commenta Roberta che con Don Gallo ha lavorato per alcuni anni alla comunità di recupero di San Benedetto.
Ho conosciuto Don Gallo quando sono diventata presidente dell’arci lesbica qui a Genova negli anni ’70, lui mi ha ricevuto subito, dice Roberta con la sua voce roca.
Ecco la famosa anticamera di Don Gallo, fa Emilia, ex alcolista, che l’ambiente della comunità conosce bene e tutti i suoi attori Don Gallo compreso. Ha il volto segnato Emilia, il tempo che passa e le sostanze vissute nel corpo, un’intelligenza splendida, la prima volta che l’ho sentita parlare ho avuto l’impressione di trovarmi al cospetto di una persona di rara fragilità e forza al tempo stesso, perché ci vuole molta forza per resistere in un mondo così duro e sporco quando si è fragili e si possiede il dono della farfalla, una cultura e una proprietà di eloquio non comuni.
Mi guardo attorno, una stanza circolare, una sacrestia, delle sedie per gli ospiti, un vassoio con stoviglie sporche sopra un mobiletto accanto alla porta dell’ufficio di Don Gallo.
Passa un uomo che poc’anzi salutava Emilia con calore, Emilia che non ricorda ma risponde al saluto. Non l’ho riconosciuto, mi dice, ma quando frequentavo quei gruppi io ero un punto di riferimento, dice con dissimulato orgoglio e loro non lo erano per me. L’uomo ha in mano un vassoio con due tazze di brodo fumante.
Poco dopo riesce, ci dice che Don Gallo è quasi pronto, c’è Lilli con lui.
Passa poco tempo, io guardo dalla finestra la strada sopra il porto, il cielo livido e piovoso, mentre la voce di Don Federico, alterna canti e preghiere, suoni ormai dimenticati per me, esce un’anziana signora dai capelli bianchi raccolti a crocchia, ci sorride e ci fa entrare da Don Gallo.
Sono un po’ emozionato, lo confesso, ho sempre avuto la curiosità di conoscere un prete come lui, forse in questa curiosità c’è il desiderio di riavvicinarmi alle mie origini cristiane unite alla diffidenza nei confronti di un’istituzione di cui in qualche modo Don Gallo nella sua ‘originalità’ è interprete, l’odiata Chiesa Cattolica, un’istituzione che io reputo come il male incarnato e che pure ha tra le sue innumerevoli diramazioni anche delle figure in cui riconosco la mia tensione per la giustizia e per il bene.
L’ufficio di Don Gallo è una stanza lunga e stretta, vecchie malmesse librerie che sembrano cedere sotto il peso di libri e incartamenti, in fondo la scrivania, accanto alla scrivania un letto su cui vedo aperte delle icone dell’est, della Madonna e del Cristo, dietro la scrivania e il fumo di un sigaro toscano, Don Gallo, il viso magro, gli occhi buoni e intelligenti.
Ci presentiamo e ci sediamo.
Emilia si siede sul letto accanto.
Roberta parla e ricorda il motivo della visita mentre Don Gallo beve il suo brodo caldo, quando ha finito versa nella scodella con un rimasuglio di brodo la medicina della sera.
Roberta dice che ci farebbe molto piacere se scrivesse per noi una prefazione al libro che vogliamo pubblicare, un libro che racconta l’esperienza di un’assemblea all’interno di un reparto psichiatrico, assemblea convocata da un gruppo di utenti liguri provenienti da Genova, Savona e La spezia insieme agli ospiti del reparto, gli infermieri e il primario Cipresso che dirigeva allora il reparto psichiatrico dell’ospedale di Sampierdarena. Quattordici incontri tutti verbalizzati, assemblee che raccontano meglio di innumerevoli inutili e pedanti convegni le contraddizioni esistenti fuori e dentro la psichiatria, assemblee che raccolgono l’idea rivoluzionaria di Basaglia delle assemblee di utenti nei manicomi, idea abbandonata poi dagli eredi di Basaglia.
Don Gallo dice la sua sulla fiction su Franco, dice che mancava in quella fiction la figura di scienziato, di uomo di pensiero che Basaglia rappresentava.
Roberta dice che concorda e che a Trieste dove ha preso parte ai giorni del Forum internazionale convocato da Peppe dell’Acqua e Rotelli mancava proprio il pensiero, la continuità del pensiero basagliano, oltre che l’esperienza delle assemblee, e infatti mi dirà poi Roberta in macchina al ritorno, utenti di Trieste non se ne sono visti, forse, dico io, erano tutti a godersi i tanto decantati Centri di Salute Mentale aperti sulle 24 ore che sarebbero la soluzione secondo i triestini alle magagne della psichiatria italiana, mah.
Naturalmente i nemici delle assemblee di utenti li trovi tanto nei difensori della 180 che negli avversari della 180, come già espresso in altri momenti è a tutti noi chiaro che si tratta di scontri di potere interni alla corporazione psichiatrica oltre che nel sistema di potere all’interno delle Asl, non facciamoci strumenti né dell’uno né dell’altra parte, anche se io preferisco un nemico che ti affronta a viso aperto che quello che ti sorride e ti dà una pacca sulle spalle.
Roberta torna al libro cogliendo la palla al balzo di un ricordo di Don Gallo, una caratteristica di Don Gallo infatti è il suo divagare da un argomento all’altro, segue un filo tutto suo fatto di ricordi, di incontri, ci parla dei migranti e del loro non rappresentarsi, cita l’episodio di una festa dell’unità in cui si parlava di una legge sull’immigrazione e non c’era nemmeno un migrante a parlare, migrante che bella parola, invece i fasci dicono i negri o gli stranieri, parole che hanno il sapore di una cosa minacciosa, aliena, migrante invece ha un suono dolce, fa pensare a persone come noi in transito verso un mondo più giusto o semplicemente più accogliente. Questo è il punto, dice Roberta, si tratta di rappresentare le proprie istanze in modo diretto e non filtrato dal potere.
Parlo io, racconto stando nel tema dei rappresentati che decidono di rappresentarsi in modo diretto, della nascita del Mondo di Holden come associazione di utenti, stanchi di delegare a genitori o educatori o medici, del primo convegno realizzato nel 2007 in cui a convocare eravamo noi utenti, in cui a dare la parola al medico eravamo noi matti, con una giornata i cui protagonisti sono stati gli utenti fino all’ultimo.
Poi accenno alla creazione come in Toscana della figura del facilitatore sociale, insomma le solite menate che ormai mi sono venute a noia ma in cui credo fermamente nonostante la mia pigrizia e la mia insofferenza alla noia della rivendicazione.
Cosa dovrei fare, chiede Don Gallo.
Leggere i nostri scritti, i commenti dei partecipanti a cominciare dalla postfazione scritta da Nicola e poi scriverci una prefazione, una parola di Don Gallo può intenerire i cuori da strozzini e affaristi degli editori italiani dediti al culto del libro come gli ebrei a quello del vitello d’oro ai tempi della peregrinazione sulle montagne di Mosè.
Mi chiede di parlare di La Spezia, come sta Don Martini, gli dico che non lo conosco personalmente e poi gli parlo del reparto psichiatrico di La Spezia, un manicomietto diretto da una psichiatra ottusa, una psichiatra di potere a cui la sola idea di un’assemblea di utenti farebbe orrore.
Torniamo di nuovo al libro, Roberta gli dice che lo chiamerà di tanto in tanto per rammentargli di scrivere la prefazione. Don Gallo sorride, e le dice di farlo, poi racconta che spesso ha fatto cose virtuose per pigrizia più che vera virtù e cita un episodio del passato, di quando delle ragazze russe gli proposero di scopare con lui a Rapallo. Don Gallo aveva declinato, tutti avevano pensato che virtuoso questo Don Gallo e invece lui ci dice che non aveva avuto voglia di andare fino a Rapallo, troppa fatica, conclude sorridendo.
Un prete che conosce quel che i beghini chiamano ‘i tormenti della carne’ come se il desiderio sessuale così umano e piacevole fosse un supplizio più che un modo per trascorrere piacevolmente del tempo terreno con donne o uomini terreni, lasciamo alle Binetti i tormenti della castità, sembra dirci bonario Don Gallo e lasciamo che sia la pigrizia a impedirci se vuole di farci conoscere l’estasi della carne, il piacere sublime di una scopata, una comunione profana e laica della carne e dello spirito.
Quasi a conclusione dell’incontro Don Gallo ci parla di una e-mail che gli arriva da un prete (forse scomunicato) che lamenta con lui la caccia alle streghe che perdura nei seminari contro i seminaristi colpevoli di tendenze omosessuali, DonGallo è scandalizzato dalla caccia alle streghe non dalla presenza di eventuali streghe eproprio in questo suo vedere lo scandalo laddove altri vedono devozione, virtù teologali e menate varie me lo fa assomigliare a un cristo, un cristo che magari non ha la grandezza eroica e ultraterrena del Dio che si è fatto uomo o del profeta ebraico o musulmano ma che possiede il dono della chiarezza della visione e della divisione tra i sommersi e i salvati, come direbbe Levi.
Ci congediamo non senza raccomandargli di adempiere al compito che gli abbiamo affidato.
Fuori della porta troviamo ad attendere un gruppetto di migranti, i volti sudamericani, seduti in paziente attesa di un conforto da parte del prete dei poveri, dal prete dei tossici e della battone, del prete che spesso sbagliando o indovinandoci non ha mai smesso di stare dalla parte degli ultimi, dalla parte degli ‘scomunicati’.
Mentre stiamo per uscire Roberta si ferma da Lilli, le dice che la chiamerà spesso. Lilli le chiede di aiutare una persona, la mamma di una ragazza che entra ed esce dal reparto psichiatrico di Sampierdarena, Roberta lascia il suo numero, poi usciamo e torniamo a Voltri. In macchina Roberta mi racconta altre cose che esulano da questo racconto, tornando da solo verso La Spezia in macchina ascolto un pezzo di De André dedicato a Luigi Tenco, alcuni di questi versi sembrano scritti per Don Gallo e con questi voglio chiudere questa storia:
Dio di misericordia, il tuo bel paradiso, l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.
Ecco il riassunto del cosiddetto Caso Tartaglia. C'è bisogno di dedicare tempo, il nostro prezioso tempo alle disquisizione inutili, noiose, vecchie
ritrite sul disagio mentale a cui i signori (con la s minuscola) della stampa si dedicano nel tempo libero tra un omaggio al potente vincente e un insulto al potente perdente (un insulto che ovviamente sfumerà i suoi contorni nell'oblio tanto che l'indomani potrà divenire omaggio al perdente di oggi tornato sul trono), all'indomani sempre di un fatto di cronaca che coinvolge un malato di mente. Ai maliziosi che pensano colpevolmente che il malato di mente in questione sia Berlusconi io ovviamente dico che si sbagliano, da quei comunisti impenitenti che sono, ovvio che si parli del malato di mente Tartaglia, il quale il giorno stesso del suo gesto criminale (e qui non sono ironico) fu accusato di regicidio, tacciato di essere un terrorista, un farabutto al soldo dei nemici storici del berlusca, ovvio che i leccapiedi del cavaliere (sono una schiera grossa che immagino si assottiglierà quando il sole tramonterà sull'epoca berlusconiana come è lecito attendersi, non dico auspicabile) si siano oltremodo spiaciuti che Tartaglia non fosse un lucido lettore di Repubblica, un tesserato del Pd, un assiduo frequentatore dei cortei di pietristi e giacobini, ma un povero paranoico, un disgraziato come ce ne sono tanti nel nostro paese che per esistere, per salire alla ribalta dell'attenzione pubblica e sociale devono compiere gesti estremi come questo.
Inutile dire che i milioni di utenti psichiatrici che passano le loro giornate tra crisi depressive, i riti consueti e consunti ormai della terapia quotidiana, la mestizia della disoccupazione o lo spettro del lincenziamento, e che mai nella loro vita hanno commesso atti di violenza contro chicchessia siano lieti che finalmente uno di loro esca dall'angoletto morto in cui siamo stati tutti rinchiusi e illumini per un attimo la triste e amara condizione dei malati psichici, di cui Tartaglia non è un rappresentante e nemmeno la punta di un iceberg, Tartaglia è solo uno dei mille aspetti del disagio mentale italiano, un disagio che si nutre di esclusione sociale, di assurde persecuzioni alimentate dalla stampa corrotta e stupida, e soprattutto di indifferenza.
E sono anche stufo dei dibattiti televisivi e radiofonici in cui vedo e sento sempre i soliti parrucconi da anni che ripetono ossessivamente le loro piccole ricette, sempre i soliti intellettuali da tinello (il salotto mi pare un po' eccessivo e dispersivo per l'ampiezza di raggio del loro pensiero), sempre le stesse cose, è un paese questo che muore di noia, di riti ossessivi.
Io conosco bene i riti ossessivi, conosco bene i pensieri paranoici, conosco bene la miseria dell'emarginazione, conosco bene la noia di una giornata scandita da terapie e colloqui psicoterapeutici, conosco bene la pesantezza della cronicità e le mancanze della salute mentale.
Vorrei che ogni tanto qualcuno chiedesse a noi utenti un parere, vorrei che ogni tanto gli utenti uscissero dal buio e dall'indifferenza in cui sono confinati per esprimere tutto il loro disprezzo per questo modo di trattarli, in fondo anche ai più miseri delinquenti si concede il diritto di replica.
Detto questo mi concedo il tempo che resta per formulare i più sinceri auguri di Natale e Capodanno da parte mia e dell'associazione che rappresento, e un consiglio a chi si sente solo e perduto in giorni come questi, cercate un gruppo di auto aiuto, venite nei nostri gruppi di auto aiuto, forse non troverete la miracolosa guarigione ma sicuramente dei buoni amici.
Ricostruisco a futura memoria la storia di un progetto nelle sue varie fasi, sfido i protagonisti della vicenda a smentire quel che io racconto cercando di fare onore alla verità e alla giustizia (tutto inteso in modo molto fin troppo terreno).
Nel 2006 la mia associazione, Il Mondo di Holden, fece visita a Maria Grazia Bertelloni, capo guida di un'associazione di utenti ed ex utenti psichiatrici, scopo della visita era di conoscere il loro modo di fare auto aiuto, fu così che venimmo a sapere del loro progetto, il facilitatore sociale, prendemmo tutto il materiale che la Bertelloni ci fornì e tornammo a casa con il proposito di fare nella nostra provincia le stesse cose.
Nel 2007 cominciamo il lungo lavoro politico per fare entrare nel contesto politico e sociale spezzino il progetto, fu un anno di riunioni, di incontri, presto molti assessori e dirigenti furono conquistati dall'idea, nell'ambito politico posso ricordare gli assessori ai servizi sociali di La Spezia e di Sarzana, Cinzia Aloisini e Rosanna Pittiglio, mentre in provincia l'assessore alla formazione Garbini.
In ambito asl i primi a credere in questo progetto furono Giuseppe Agrimi, direttore del CSM di Sarzana e Cinzia Valentini del CSM di La Spezia sito in via Sarzana, cercammo alleanze anche con le altre associazioni della salute mentale, su nostra proposta istituimmo un coordinamento delle associazioni che riunivano noi, l'Acchiappasogni di Sarzana, Camminare insieme e l'AFAP. Da subito fu manifesto che l'interesse più vivo per il progetto era solo nella persona di Dino Grillai, presidente dell'acchiappasogni, ricordo che nelle riunioni e negli incontri di quell'anno e nei successivi come la sua presenza fosse costante, e ci desse forza e coraggio nella convinzione di stare dando vita a qualcosa di giusto e di sensato anche socialmente parlando.
Sempre nel 2008 cominciammo a lavorare con l’agenzia di formazione FCL per costruire il corso ed eliminare le ultime barriere politiche che si frapponevano tra il progetto e la sua approvazione nell’ambito dei bandi provinciali. Devo dare atto al presidente Azzarini del grande lavoro svolto presso la provincia affinché il progetto passasse ma devo dare conto anche della nostra costante attenzione, del pressing fatto sui politici perché il progetto fosse accolto e sostenuto.
Il progetto infine è passato, il bando è apparso nel mese di Aprile. A Giugno cominciarono le selezioni.
Mentre scrivo il corso si è concluso nella fase teorica. Presto partiranno i tirocini formativi. Prima però che in eventuali conferenze stampe venga raccontata un’altra storia pubblico questa cosa scritta in fretta sotto il pungolo della rabbia e dell’amarezza, sfido chiunque a scrivere una cosa così lucida e giusta nei confronti di tutti e della verità in un momento di rabbia furiosa.
Questo è il sito dell'associazione di utenti psichiatrici Il Mondo di Holden,
onlus nata nel 2005 dall'incontro di utenti di Sarzana e La Spezia. E' un sito diverso
dai soliti siti delle associazioni, consente a persone di ogni latitudine di
esprimersi e di raccontare e raccontarsi. Registrarsi è semplice, veloce e gratuito.
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Sede legale in via Campitelli 24, La Spezia
(usare per inviare posta)
E a Sarzana, ospedale nuovo,
al piano R presso il Tribunale del malato.
Orario di ricevimento:
Mercoledì, dalle 16,00 alle 18,30.
Siamo reperibili a questo numero:
0187 604735
Cell. 347 3713336
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