di nicola pasa
Capitolo 4
4.1 Manuela
Nel 1986 fu diagnosticata a Manuela una grave depressione. Al tempo rifiutava ogni tipo di cure non avendo fiducia nei medici che la seguivano.
Circa due anni dopo, all'inizio del 1988, iniziò a prendere regolarmente i farmaci che le erano stati prescritti, ma nell'estate dello stesso anno dato che la terapia non dava i risultati desiderati lo psichiatra la sottopose ad otto elettroshock.
Tale trattamento non raggiunse gli scopi per cui era stato messo in atto ed ha comportato una grave perdita di memoria, anche se circoscritta ad un periodo di tempo limitato (circa quattro mesi). Manuela si chiuse sempre più in sé stessa rifugiandosi in un assoluto silenzio.
Ancora oggi è ossessionata dall'anestesia che le veniva iniettata e conserva la sensazione di nausea e perdita della coscienza..
Ella ritiene di non aver risposto alla cura farmacologica che le era stata prescritta perché non fu supportata da un adeguato intervento psicologico: quando riferiva di fatti che le erano accaduti o che prevedeva dovessero accadere per motivi di cui era certa, veniva derisa dagli psichiatri che la seguivano. Ciò provocava in lei, oltre che sofferenza e umiliazione, una diffidenza totale verso gli altri.
Dal 1994 è in cura da un altro psichiatra al quale attribuisce grandi doti di umanità, capacità di ascolto e comprensione. In questi ultimi anni è riuscita a risalire dal baratro in cui era scesa riacquistando la gioia di vivere e l'ottimismo.
Oggi, anche se segue ancora una cura farmacologica, si sente bene, ha una felice vita famigliare e un lavoro che le piace.
(Si sottolinea che la figura dello psichiatra presentata in questa griglia è riferita al primo psichiatra che ha seguito Manuela, colui che le ha applicato l'elettroshock.)
I costrutti elicitati da Manuela nella prima griglia sono:
1-capacità d'ascolto/disinteresse
2-emotività/fermezza
3-leale/ambiguo
4-sensibilità/freddezza
5-empatia/egoismo
6-equilibrio tra gli aspetti affettivi, sociali e il lavoro, elasticità/rigidità
7-rispetto,umanità/poca disponibilità
8-razionalità/istintività
9-realizzazione, sentirsi arrivati/ non aver raggiunto gli obiettivi
10-tranquilla/ansiosa, impulsiva
I costrutti elicitati da Manuela nella seconda griglia sono:
1-sto bene/ sto male
2-circondata d'affetto/mi sento sola
3-sono impulsiva/ riesco a razionalizzare
4-incompresa/compresa
5-diffidenza/fiducia
6-sorridente/in disparte
7-attenta/indifferente
8-a mio agio/non mi trovo bene
9-professionale/privato
10-espansiva/contenuta
4.3 Interpretazione
Il sé patologico è immutabile?
Manuela si descrive come una persona capace di ascoltare, disponibile e rispettosa del prossimo, delle sue opinioni, leale, sensibile ed empatica, abbastanza emotiva ed impulsiva, ma che ha imparato ad essere più razionale.
Ha la voglia e la capacità di mettersi sempre in gioco ponendosi di giorno in giorno nuovi obiettivi senza sentirsi mai arrivata.
Vi è un'alta correlazione tra l'elemento “sè”e gli elementi “persona che mi piace”, “sè passato”, “sè futuro”, “persona che mi può aiutare” e “sè ideale”.
E' intuibile che quelli appena elencati sono costrutti nucleari su cui si basa il suo modo di essere e di agire. Manuela si piace e si vede simile a una persona che le può essere d'aiuto e non si discosta molto dal suo sé ideale. Il suo sé ideale e il suo sé futuro sono comunque del tutto sovrapponibili quindi c'è una piena fiducia nelle proprie possibilità.
Vi è la volontà di raggiungere una maggiore tranquillità limitando leggermente la propria emotività, l'ansia e l'impulsività, proprio quegli aspetti, insieme all'istintività, che hanno caratterizzato il suo sé passato. In generale Manuela sta compiendo un percorso di apertura al prossimo, volendo assomigliare sempre più alla persona che le può essere d'aiuto per poter esser utile a chi ha gli stessi tipi di problemi di cui lei ha sofferto.
Osservando la seconda griglia ora Manuela sta bene, si sente compresa e circondata d'affetto, ha trovato un giusto equilibrio tra razionalità e impulsività. I costrutti impulsiva/riesco a razionalizzare e professionale/privato, espansiva/contenuta sembrano dimostrare un'acquisita capacità di autocontrollo la quale era mancante durante il periodo della cura, periodo in cui le relazioni sociali furono molto compromesse e il senso di solitudine diveniva di giorno in giorno più intenso.
Prima della malattia Manuela si descrive per lo più con punteggi intermedi, non stava né bene né male, come se fosse sospesa in una specie di limbo, poi cadde negli abissi infernali della sofferenza e della solitudine. Ora grazie all'aiuto dello psichiatra da cui è attualmente in cura, all'affetto degli amici e dei famigliari e al lavoro ricco di soddisfazioni, sta compiendo un lungo cammino di risalita, non privo difficoltà, verso una condizione di pieno benessere.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Il primo psichiatra viene percepito come una persona che non le piace e non le può essere d'aiuto. Egli viene costruito come una persona che si sente arrivata e per questo tranquilla, fermo, rigido, razionale, un essere quasi “non umano”, incapace di emozionarsi e di provare empatia perchè non è nemmeno disposto ad ascoltare, egoista e disinteressato agli altri, tant'è che viene visto come incapace di equilibrare gli aspetti affettivi e sociali con il proprio ruolo professionale, come se questo avesse assorbito l'intera sua esistenza.
Il secondo psichiatra, da cui è in cura tuttora, sembra essere una persona completamente diversa dalla precedente, una persona che riesce a farla sentire compresa e che le ispira fiducia. Con lui si sente a proprio agio e circondata d'affetto. Vi sono alte correlazioni tra “io con lo psichiatra”, “io al lavoro”, “io con la mia famiglia” e “io con i miei amici”: questi sono ambiti che per Manuela rappresentano fonti di benessere.
La percezione dello stigma
Gli elementi “persona che sta bene” e “persona con problemi psicologici” della prima griglia presentano per lo più punteggi intermedi in quanto le era impossibile esprimere un giudizio rispetto ai costrutti 3,4,5,6,7. Manuela crede che caratteristiche quali la lealtà, la sensibilità, l'empatia e il rispetto non dipendano dal benessere di una persona o dalla presenza di problematiche psicologiche, ma variano da individuo a individuo e non sono generalizzabili.
Ciò che secondo lei caratterizza una persona con problemi psicologici è l'estrema emotività, la poca razionalità, l'impulsività e il mancato raggiungimento dei propri obiettivi. Questa figura presenta un'alta correlazione con il “sé passato” e un alta correlazione negativa con l'elemento “Persona che non mi piace”, il che significa che Manuela si riconosce come una persona che ha avuto problematiche psicologiche nel passato e non applica a priori uno stereotipo negativo ai “malati mentali”.
Analizzando la seconda griglia si nota che Manuela esprime nuovamente una serie di punteggi 4 all'elemento “io con gli estranei”, anche in questo caso mi spiegò che le era impossibile generalizzare perchè il suo atteggiamento viene condizionato di volta in volta dalla persona che incontra, ma solitamente si dimostra espansiva.
In passato il suo atteggiamento era molto diverso: durante le crisi depressive si sentiva molto sola, stava in disparte ed era diffidente verso chiunque in quanto sicura di non poter essere compresa da nessuno. Manuela mi spiegò di intendere l'elemento “io quando sono solo”come momento di malattia, infatti gli elementi “io durante il periodo della cura” e “io quando sono solo” presentano un'altissima correlazione (0,99).
Ora non si sente più “contenuta”: può esprimere liberamente gli aspetti più intimi e privati di sé stessa specialmente con i famigliari e con gli amici con i quali ha un rapporto di fiducia e comprensione. In ambito lavorativo mantiene un comportamento estremamente professionale escludendo da esso gli aspetti più privati, questo implica uno sforzo di autocontrollo sulla propria impulsività, sforzo che è adeguatamente ricompensato da un sentimento di benessere, ella infatti si sente a proprio agio, circondata d'affetto e compresa dalle persone con cui lavora. Con esse ha instaurato dei legami di fiducia, non è più in disparte e diffidente come in passato. Le soddisfazioni sia professionali che affettive derivanti dal lavoro le hanno permesso di sorridere di nuovo.
Capitolo 5
5.1 Nicola
Nicola fin dall'età di sedici anni soffrì di un disturbo denominato dismorfofobia: esso consiste in una percezione distorta del proprio corpo. Egli vide mutare rapidamente il proprio aspetto il quale divenne ai propri occhi mostruoso. Si chiuse in casa cercando di evitare il più possibile i rapporti con le altre persone, persino con suoi genitori.
Finite le scuole superiori lavorò come programmatore bancario presso una banca molto famosa lontano dalla sua città natale. Questo fu per lui un periodo carico di dolore e solitudine, viveva come una tortura il fatto che tutti potevano osservare la sua “bruttezza” negli uffici open space. La sera andava a dormire senza cenare, precludendosi qualsiasi possibilità di rapporto sociale, attendendo l'alba e una rinnovata sofferenza.
In quegli anni iniziò a meditare propositi suicidi, i suoi genitori accorgendosi di ciò lo accompagnarono al centro di salute mentale dove un medico lo indirizzò da una psicologa. Il giorno del colloquio, ritenendo di non aver alcuna possibilità di guarigione andò nel bagno del proprio ufficio e si tagliò le vene dei polsi. Dopo questo episodio cominciò una terapia con uno psichiatra che gli prescrisse un antidepressivo. Inizialmente questo gli fece un buon effetto, gli passò la tristezza anche se continuava a vedersi brutto, era allegro ed euforico. Poi ci fu un secondo crollo. Tentò nuovamente il suicidio.
Abbandonò la città in cui lavorava e fu preso in carico dal CIM del proprio paese, cominciò una nuova cura farmacologica attraversando varie fasi: narcolessia,anoressia, bulimia, zombismo.
Dopo qualche mese intraprese anche una psicoterapia con una psicologa con la quale stentò a instaurare un rapporto di fiducia, ma che alla fine nacque e produsse buoni risultati.
Nel 2001 perse il lavoro ed entrò nel centro diurno del proprio paese diventando redattore di un piccolo giornalino diffuso presso altri centri diurni italiani. Lì conobbe altri utenti con i quali fece amicizia e che gli permisero di uscire dal proprio guscio.
La cura farmacologica variò nel corso degli anni fino a quella definitiva che iniziò nel 2003 e smise nel 2007 con la certezza di aver sconfitto in modo definitivo, almeno negli aspetti più invalidanti, il proprio disturbo.
Nel 2004 grazie ad una storia d'amore riacquistò fiducia nelle proprie capacità e scoprì di poter essere d'aiuto ad altre persone con storie di vita simili alla sua. Nel 2005 fondò assieme ad altri suoi amici utenti un'associazione che tuttora dirige, ha trovato lavoro presso un comune e anche l'amore della sua vita.
Ora a trentasei anni si descrive come una persona rinata, gli capita di avere ancora dei momenti di sconforto, ma questi non lo portano più ad avere atteggiamenti distruttivi verso sè e verso gli altri.
Affrontare riunioni, prendere parola nei convegni, scrivere documenti su documenti, confrontarsi con altre associazioni e con medici che non lo vedono più come un malato ma come una specie di interlocutore politico, rappresentano per lui situazioni stimolanti e spinte verso il miglioramento.
I costrutti elicitati da Nicola nella prima griglia sono:
1-aperto/chiuso
2-ascolto/giudicante
3-dialogo/monologo
4-elastica/rigida
5-sensibile/insensibile
6-profonda/superficiale
7-autonomia/dipendenza
8-empatico/freddo
9-in relazione/distaccata
10-forte/debole
11-condivide/si allontana
I costrutti elicitati da Nicola nella seconda griglia sono:
1-espansivo/introverso
2-autonomia/dipendenza
3-determinato/succube
4-razionale/irrazionale
5-rilassato/disagio
6-sicuro/smarrito
7responsabile/nascosto
8-realizzato/infelice
9-forte/debole
10-a mio agio/controllato
11-fiducioso/diffidente
5.3 Interpretazione
Il sè patologico è immutabile?
Prima della malattia Nicola si descrive come infelice e introverso, succube, smarrito dipendente e nascosto. Questi costrutti rivelano un grande disagio nei rapporti sociali: egli non riusciva a sentirsi bene assieme altre persone, dipendeva dal loro giudizio e ne era succube, questa situazione lo portò a divenire molto diffidente e a sentirsi debole e irrazionale.
Oggi Nicola si descrive come una persona sensibile e profonda per cui l'aspetto relazionale riveste un'importanza fondamentale: egli ha il desiderio di condividere la propria esistenza con le altre persone attraverso il dialogo e l'ascolto empatico privo di giudizio.
I rapporti con gli altri in passato non venivano vissuti felicemente ma erano per lui fonte di tristezza, ora invece sono divenuti una risorsa attraverso cui potersi confrontare e arricchire interiormente.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Nicola descrive la propria psicologa come una persona empatica sensibile e profonda con la quale è possibile instaurare un buon dialogo in quanto è disposta all'ascolto e non è giudicante.
Nicola si fida di lei e in sua presenza si sente a proprio agio, è espansivo, riesce a rafforzare la propria autonomia e capacità di razionalizzare grazie ad una buona relazione terapeutica.
Con lo psichiatra si sente abbastanza a disagio, si dimostra introverso e diffidente, non si fida di lui quanto si fida della psicologa e per questo tende a controllarsi di più e ad essere meno espansivo, forse perchè teme di essere giudicato.
Nella prima griglia lo psichiatra viene descritto come una persona che si allontana nonostante sia abbastanza empatico, ciò potrebbe significare che Nicola pensa che egli non voglia farsi coinvolgere troppo dalle storie di vita delle persone che ha in cura e che si rapporti a loro come a dei“casi clinici”. Per questo viene percepito come rigido e superficiale: inquadrando la sofferenza della persona all'interno di un preciso quadro nosografico evita una conoscenza più autentica e profonda.
La percezione dello stigma
Si è già detto che i rapporti sociali rivestono per Nicola un'importanza fondamentale, in passato furono per lui fonte di grande sofferenza, ora rappresentano un momento di confronto e realizzazione.
Ora ha degli amici con i quali si sente a proprio agio, espansivo e rilassato.
Sul lavoro si sente autonomo, determinato e responsabile, ma in questo ambito non riesce ad instaurare dei rapporti sociali soddisfacenti: mantiene una certa diffidenza verso i colleghi e non si sente molto a proprio agio con loro. Si descrive come abbastanza infelice e poco realizzato.
L'essere realizzato per Nicola corrisponde al poter essere in relazione con le altre persone: dopo momenti di grande sofferenza in cui evitava gli altri ora questo gli è possibile e vuole poter aiutare chi ha avuto o ha ancora problemi psicologici a superare gli ostacoli sul proprio cammino. Quando è con loro egli si descrive forte, realizzato, responsabile, determinato e razionale: la sensazione di poter essere d'aiuto gli ha offerto la possibilità di costruirsi in modo positivo e di poter superare le proprie insicurezze. Aiutando gli altri aiuta anche se stesso.
Capitolo 6
6.1 Maitè
Per quindici anni la vita di Maitè è stata rovinata da attacchi di panico e crisi depressive legate a problemi di obesità. Per lungo tempo si è chiusa in sé stessa diventando sempre più taciturna e riservata e provando grosse difficoltà nel relazionarsi con le altre persone. Arrivò al punto di cambiare marciapiede pur di non dover intrattenere un dialogo e sforzarsi di far finta di star bene. Evitava qualsiasi circostanza che potesse essere fonte d'ansia, rimaneva sempre chiusa in casa uscendo solo quando era strettamente necessario e fingendo di non esserci quando qualcuno la cercava. Si rilassava solo la sera quando era ormai sicura che nessuno avrebbe suonato alla sua porta e il suo telefono non sarebbe più squillato.
Un giorno, circa due anni fa, durante una visita endocrinologica ebbe un crollo e la dottoressa che la stava seguendo le fece promettere di provare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Inizialmente Maitè era molto reticente, convinta che non sarebbe servito a nulla data la sua difficoltà a parlare dei propri problemi specialmente con gli estranei, ma mantenne ugualmente la promessa fatta. Fu presa in carico da uno psichiatra che non le ispirò alcuna fiducia. Sostiene di non essere stata assolutamente considerata: mentre lei tentava di esprimere la propria sofferenza, lui le parlava di tutt'altro, non ascoltando ciò che lei stava dicendo. Dopo i primi incontri Maitè era già convinta di abbandonare la terapia ma fortunatamente fu affidata ad una psicologa, assistente dello psichiatra, con cui si trovò molto bene. Le vennero insegnate alcune strategie per combattere l'ansia e analizzava assieme alla psicologa i progressi fatti nel tempo. Iniziò anche a frequentare un gruppo di auto aiuto che le permise di ritrovare il piacere della comunicazione e della condivisione. Gli attacchi di panico divennero più rari e meno intensi, riuscì a fare nuove amicizie e a rinsaldare quelle vecchie. Grazie a delle conoscenze fatte all'interno del gruppo di auto aiuto iniziò anche un'esperienza di teatro, esperienza che fu ed è tuttora molto positiva in quanto le permette di relazionarsi a molte persone in un clima di spensieratezza e allegria.
Ora Maitè soffre ancora di qualche attacco di panico, anche se più leggero rispetto ai precedenti, prova difficoltà ad interagire con persone che non conosce e la infastidisce essere toccata fisicamente, ma dopo due anni di terapia, di incontri con il gruppo di auto aiuto e con l'esperienza di teatro la sua vita è notevolmente migliorata, è entrata a far parte di un'associazione di soli utenti ed è sempre più convinta che il rendersi utile a persone che soffrono di problematiche psicologiche la aiuterà a sentirsi meglio.
I costrutti elicitati da Maitè nella prima griglia sono:
1-stimoli per farmi migliorare/disinteresse
2-capacità d'ascolto/insensibilità
3-fiducia/diffidenza
4-buona considerazione/ disprezzo
5-condivisione/indifferenza
6-determinazione/titubanza
7-ottimismo/rassegnazione
8-comprensione/stigma
9-sicuro di sè/ scarsa stima di sé
10-buoni rapporti con gli altri/chiusura in sé
11-simpatia/antipatia
I Costrutti elicitati da Maitè nella seconda griglia sono:
1-apertura/chiusura
2-empatia/diffidenza
3-dipendenza/indipendenza
4-efficienza/mancanze
5-disinvoltura/impacciata
6-buoni rapporti sociali/ tendenza a isolarsi
7-serenità/ansia
8-fiducia/diffidenza
9-autostima/disprezzo
10-sensibilità/indifferenza
11-disinvoltura/complessi
6.3 Interpretazione
Il sé patologico è immutabile?
Maitè si descrive come una persona sensibile ma che ha grosse difficoltà a rapportarsi con le altre persone perchè si sente impacciata e ansiosa e per questo tende ad isolarsi. Vuole potersi migliorare, ma è poco ottimista perchè ha scarsa fiducia nelle proprie capacità. Vorrebbe poter essere più sicura di sé, ottimista e determinata apparire più simpatica, instaurare buoni rapporti con le altre persone e avere più fiducia in loro.
In passato era ancor meno disposta ad avere contatti con altre persone e si descrive come estremamente diffidente, titubante e rassegnata, senza alcuna voglia di condividere le proprie emozioni con gli altri.
L'esperienza di condivisione all'interno del gruppo di mutuo aiuto e l'esperienza teatrale hanno giocato un ruolo fondamentale nel suo processo di cambiamento sbloccando questa situazione portandola ad una maggiore apertura.
In futuro pensa di riuscire ad essere più ottimista, il che implica una maggiore fiducia in sé stessa e la possibilità di poter instaurare dei buoni rapporti sociali.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Maitè considera lo psichiatra una persona sicura di sé, determinata e insensibile, egli si dimostra disinteressato nei suoi confronti non offrendole alcuno stimolo per potersi migliorare. Non ha alcuna fiducia in lui e in sua presenza si sente ansiosa e impacciata.
Egli è una persona che non le piace e non crede che possa esserle d'aiuto per risolvere i propri problemi.
La psicologa invece viene vista come una persona che le piace, simpatica e comprensiva, le ispira fiducia, con lei ha instaurato un buon rapporto che le permette di sentirsi disinvolta e pensa che sicuramente la può aiutare. (corr. 0,91).
L'elemento “psicologo” presenta un'alta correlazione negativa con la figura dello psichiatra (-0,72), le due persone quindi vengono percepite in modo molto diverso e diverso è anche il rapporto che Maitè ha con loro (corr.-0,75)
Lo psichiatra viene percepito simile ad un estraneo (corr. 0,87), mentre il rapporto con la psicologa è paragonabile a quello che ha con gli amici (corr. 0,88).
La percezione dello stigma
Maitè presenta una grande difficoltà a rapportarsi con gli estranei, l'ansia l'assale ogni volta perchè teme di poter essere giudicata e di dimostrarsi impacciata, per questo si dimostra diffidente si chiude in sé stessa tendendo ad isolarsi. Questo atteggiamento viene definito da lei come “farsi i complessi” ed è contrapposto alla disinvoltura, caratteristica che vorrebbe poter possedere. Ogniqualvolta le capita di comportarsi in questo modo ella si sente mancante, poco efficiente rispetto a ciò che vorrebbe essere e finisce con l'avere scarsa stima di sé stessa.
Si nota un'alta correlazione negativa (-0,79) tra gli elementi “sé” e “persona che sta bene”. Quest'ultima viene descritta come una persona sicura di sé, insensibile e portata a stigmatizzare. Maitè pensa quindi che le persone che stanno bene abbiano un atteggiamento negativo verso chi non è come loro.
Per poter instaurare dei rapporti sociali per Maitè è necessario che vi sia un espediente come ad esempio è successo per le conoscenze fatte nel gruppo teatrale o nel gruppo di auto aiuto che Maitè descrive come la propria salvezza insieme all'aiuto avuto dalla relazione terapeutica con la psicologa.
Ha piena fiducia nei propri amici con i quali riesce ad aprirsi e ad essere serena, nonostante ciò però non riesce a sentirsi del tutto disinvolta, condizione che riesce a raggiungere solamente quando è sola o assieme alla psicologa.
In famiglia sembra sentirsi abbastanza bene così come in ambito lavorativo.
Maitè prova un senso di empatia verso le persone che hanno dei problemi psicologici, sente di poterle capire e con loro non si sente a disagio come con gli estranei.
Conclusioni
Credo che chiunque si trovi ad affrontare una situazione di disagio psicologico abbia bisogno di sentirsi compreso e non classificato. Il processo di categorizzazione proprio di alcuni paradigmi oggettivisti impedisce una comprensione autentica dei significati di cui la persona è portatrice. Diagnosticare una “depressione” a una persona, ad esempio, non rivela di certo come questa viva la propria sofferenza e come costruisca sé stessa e il proprio mondo. Questo tipo di diagnosi non è utile neppure per poter condurre una persona alla “guarigione”. Parlare di “guarigione” in psicologia risulta improprio in quanto le cosiddette “malattie mentali” non possono essere considerate delle vere e proprie malattie. Lo stato di disagio o sofferenza in cui molte persone si trovano nel corso della loro esistenza è un “modo di essere nel mondo”, unico ed originale determinato dall'organizzazione del sistema di significati. In questa ottica risulta più appropriato parlare di “processo di cambiamento” in cui la persona gioca sempre un ruolo attivo nella modificazione dei propri significati mediante l'interazione.
Le griglie di repertorio possono essere considerate uno strumento valido per l'analisi dei significati e per l'individuazione delle possibili vie da percorrere verso una cambiamento. Esse tengono conto dell'unicità di ogni persona e offrono la possibilità di effettuare una diagnosi transitiva personale.
In questo elaborato sono state presentate le griglie di repertorio di tre diverse persone e da ognuna si coglie un particolare modo di essere e di rapportarsi alla realtà e un diverso percorso di vita.
L'analisi dei costrutti relativi al sé ha dimostrato che il sé patologico non è un'entità stabile ed immutabile, ma che esso è in continua evoluzione ed è strettamente influenzato dai contesti di vita.
É emersa anche una differente connotazione delle figure degli psicologi e degli psichiatri, questi ultimi in alcuni casi si sono dimostrati poco sensibili e legati al modello medico. Gli psicologi e il secondo psichiatra che ha preso in cura Manuela hanno dimostrato maggiori doti di comprensione e sono stati fondamentali nel processo di cambiamento.
Anche l'appartenenza all'associazione “il Mondo di Holden” ha un'importanza significativa per il benessere personale. Il nome dell'associazione è ispirato alle parole del romanzo “Il giovane Holden” di Salinger: “(...) mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale ecc ecc. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande,voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco.
E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei far altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo... Lo so che è una pazzia ma è l'unica cosa che vorrei fare (..)”
Manuela, Nicola e Maitè offrono il proprio supporto e la propria esperienza a chi come loro soffre o ha sofferto di disagio psicologico. Questo permette loro oltre che di offrire un aiuto concreto, anche di costruirsi come persone capaci, utili e importanti per qualcuno,di conoscere nuove persone e di uscire dalla situazione di isolamento in cui si trovavano.
L'associazione spesso si rapporta ad enti istituzionali e mediante il dialogo e il confronto vi è un progressivo abbattimento dello stigma. Vi è quindi la possibilità di dimostrare di non essere dei “malati mentali” pericolosi o da compatire ma di possedere delle abilità e delle competenze utili, di poter essere considerate delle persone “normali”.
La psicopatologia ha senso solo se contrapposta alla normalità, ma cos’è la normalità se non un’astrazione? Chi può essere definito normale? Ogni persona vista da vicino è a suo modo diversa dalle altre, speciale, unica ed irripetibile. Attribuire la normalità ad una persona significa negare ciò che è, omologarla, non riconoscere le sue particolarità. Spesso molte persone, compresi molti psichiatri e psicologi, tendono a ridurre i comportamenti, i modi di essere e di pensare a delle semplici categorie.Ciò che appare diverso o sconosciuto viene visto come patologico e non semplicemente come un particolare modo di essere.
Se si provasse a dire a Nicola “Bhè, in fondo sei una persona normale….” Nicola risponderebbe “Normale sarà lei!”, poichè identifica la normalità con la banalità.


