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L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Dic 27
Tesi di laurea di Alessandra Barbiero -seconda parte

di nicola pasa


Capitolo 4

4.1 Manuela
Nel 1986 fu diagnosticata a Manuela una grave depressione. Al tempo rifiutava ogni tipo di cure non avendo fiducia nei medici che la seguivano.
Circa due anni dopo, all'inizio del 1988, iniziò a prendere regolarmente i farmaci che le erano stati prescritti, ma nell'estate dello stesso anno dato che la terapia non dava i risultati desiderati lo psichiatra la sottopose ad otto elettroshock.
Tale trattamento non raggiunse gli scopi per cui era stato messo in atto ed ha comportato una grave perdita di memoria, anche se circoscritta ad un periodo di tempo limitato (circa quattro mesi). Manuela si chiuse sempre più in sé stessa rifugiandosi in un assoluto silenzio.
Ancora oggi è ossessionata dall'anestesia che le veniva iniettata e conserva la sensazione di nausea e perdita della coscienza..
Ella ritiene di non aver risposto alla cura farmacologica che le era stata prescritta perché non fu supportata da un adeguato intervento psicologico: quando riferiva di fatti che le erano accaduti o che prevedeva dovessero accadere per motivi di cui era certa, veniva derisa dagli psichiatri che la seguivano. Ciò provocava in lei, oltre che sofferenza e umiliazione, una diffidenza totale verso gli altri.
Dal 1994 è in cura da un altro psichiatra al quale attribuisce grandi doti di umanità, capacità di ascolto e comprensione. In questi ultimi anni è riuscita a risalire dal baratro in cui era scesa riacquistando la gioia di vivere e l'ottimismo.
Oggi, anche se segue ancora una cura farmacologica, si sente bene, ha una felice vita famigliare e un lavoro che le piace.


(Si sottolinea che la figura dello psichiatra presentata in questa griglia è riferita al primo psichiatra che ha seguito Manuela, colui che le ha applicato l'elettroshock.)

I costrutti elicitati da Manuela nella prima griglia sono:
1-capacità d'ascolto/disinteresse
2-emotività/fermezza
3-leale/ambiguo
4-sensibilità/freddezza
5-empatia/egoismo
6-equilibrio tra gli aspetti affettivi, sociali e il lavoro, elasticità/rigidità
7-rispetto,umanità/poca disponibilità
8-razionalità/istintività
9-realizzazione, sentirsi arrivati/ non aver raggiunto gli obiettivi
10-tranquilla/ansiosa, impulsiva


I costrutti elicitati da Manuela nella seconda griglia sono:
1-sto bene/ sto male
2-circondata d'affetto/mi sento sola
3-sono impulsiva/ riesco a razionalizzare
4-incompresa/compresa
5-diffidenza/fiducia
6-sorridente/in disparte
7-attenta/indifferente
8-a mio agio/non mi trovo bene
9-professionale/privato
10-espansiva/contenuta


4.3 Interpretazione
Il sé patologico è immutabile?

Manuela si descrive come una persona capace di ascoltare, disponibile e rispettosa del prossimo, delle sue opinioni, leale, sensibile ed empatica, abbastanza emotiva ed impulsiva, ma che ha imparato ad essere più razionale.
Ha la voglia e la capacità di mettersi sempre in gioco ponendosi di giorno in giorno nuovi obiettivi senza sentirsi mai arrivata.
Vi è un'alta correlazione tra l'elemento “sè”e gli elementi “persona che mi piace”, “sè passato”, “sè futuro”, “persona che mi può aiutare” e “sè ideale”.
E' intuibile che quelli appena elencati sono costrutti nucleari su cui si basa il suo modo di essere e di agire. Manuela si piace e si vede simile a una persona che le può essere d'aiuto e non si discosta molto dal suo sé ideale. Il suo sé ideale e il suo sé futuro sono comunque del tutto sovrapponibili quindi c'è una piena fiducia nelle proprie possibilità.
Vi è la volontà di raggiungere una maggiore tranquillità limitando leggermente la propria emotività, l'ansia e l'impulsività, proprio quegli aspetti, insieme all'istintività, che hanno caratterizzato il suo sé passato. In generale Manuela sta compiendo un percorso di apertura al prossimo, volendo assomigliare sempre più alla persona che le può essere d'aiuto per poter esser utile a chi ha gli stessi tipi di problemi di cui lei ha sofferto.
Osservando la seconda griglia ora Manuela sta bene, si sente compresa e circondata d'affetto, ha trovato un giusto equilibrio tra razionalità e impulsività. I costrutti impulsiva/riesco a razionalizzare e professionale/privato, espansiva/contenuta sembrano dimostrare un'acquisita capacità di autocontrollo la quale era mancante durante il periodo della cura, periodo in cui le relazioni sociali furono molto compromesse e il senso di solitudine diveniva di giorno in giorno più intenso.
Prima della malattia Manuela si descrive per lo più con punteggi intermedi, non stava né bene né male, come se fosse sospesa in una specie di limbo, poi cadde negli abissi infernali della sofferenza e della solitudine. Ora grazie all'aiuto dello psichiatra da cui è attualmente in cura, all'affetto degli amici e dei famigliari e al lavoro ricco di soddisfazioni, sta compiendo un lungo cammino di risalita, non privo difficoltà, verso una condizione di pieno benessere.

Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Il primo psichiatra viene percepito come una persona che non le piace e non le può essere d'aiuto. Egli viene costruito come una persona che si sente arrivata e per questo tranquilla, fermo, rigido, razionale, un essere quasi “non umano”, incapace di emozionarsi e di provare empatia perchè non è nemmeno disposto ad ascoltare, egoista e disinteressato agli altri, tant'è che viene visto come incapace di equilibrare gli aspetti affettivi e sociali con il proprio ruolo professionale, come se questo avesse assorbito l'intera sua esistenza.
Il secondo psichiatra, da cui è in cura tuttora, sembra essere una persona completamente diversa dalla precedente, una persona che riesce a farla sentire compresa e che le ispira fiducia. Con lui si sente a proprio agio e circondata d'affetto. Vi sono alte correlazioni tra “io con lo psichiatra”, “io al lavoro”, “io con la mia famiglia” e “io con i miei amici”: questi sono ambiti che per Manuela rappresentano fonti di benessere.

La percezione dello stigma
Gli elementi “persona che sta bene” e “persona con problemi psicologici” della prima griglia presentano per lo più punteggi intermedi in quanto le era impossibile esprimere un giudizio rispetto ai costrutti 3,4,5,6,7. Manuela crede che caratteristiche quali la lealtà, la sensibilità, l'empatia e il rispetto non dipendano dal benessere di una persona o dalla presenza di problematiche psicologiche, ma variano da individuo a individuo e non sono generalizzabili.
Ciò che secondo lei caratterizza una persona con problemi psicologici è l'estrema emotività, la poca razionalità, l'impulsività e il mancato raggiungimento dei propri obiettivi. Questa figura presenta un'alta correlazione con il “sé passato” e un alta correlazione negativa con l'elemento “Persona che non mi piace”, il che significa che Manuela si riconosce come una persona che ha avuto problematiche psicologiche nel passato e non applica a priori uno stereotipo negativo ai “malati mentali”.
Analizzando la seconda griglia si nota che Manuela esprime nuovamente una serie di punteggi 4 all'elemento “io con gli estranei”, anche in questo caso mi spiegò che le era impossibile generalizzare perchè il suo atteggiamento viene condizionato di volta in volta dalla persona che incontra, ma solitamente si dimostra espansiva.
In passato il suo atteggiamento era molto diverso: durante le crisi depressive si sentiva molto sola, stava in disparte ed era diffidente verso chiunque in quanto sicura di non poter essere compresa da nessuno. Manuela mi spiegò di intendere l'elemento “io quando sono solo”come momento di malattia, infatti gli elementi “io durante il periodo della cura” e “io quando sono solo” presentano un'altissima correlazione (0,99).
Ora non si sente più “contenuta”: può esprimere liberamente gli aspetti più intimi e privati di sé stessa specialmente con i famigliari e con gli amici con i quali ha un rapporto di fiducia e comprensione. In ambito lavorativo mantiene un comportamento estremamente professionale escludendo da esso gli aspetti più privati, questo implica uno sforzo di autocontrollo sulla propria impulsività, sforzo che è adeguatamente ricompensato da un sentimento di benessere, ella infatti si sente a proprio agio, circondata d'affetto e compresa dalle persone con cui lavora. Con esse ha instaurato dei legami di fiducia, non è più in disparte e diffidente come in passato. Le soddisfazioni sia professionali che affettive derivanti dal lavoro le hanno permesso di sorridere di nuovo.
Capitolo 5

5.1 Nicola

Nicola fin dall'età di sedici anni soffrì di un disturbo denominato dismorfofobia: esso consiste in una percezione distorta del proprio corpo. Egli vide mutare rapidamente il proprio aspetto il quale divenne ai propri occhi mostruoso. Si chiuse in casa cercando di evitare il più possibile i rapporti con le altre persone, persino con suoi genitori.
Finite le scuole superiori lavorò come programmatore bancario presso una banca molto famosa lontano dalla sua città natale. Questo fu per lui un periodo carico di dolore e solitudine, viveva come una tortura il fatto che tutti potevano osservare la sua “bruttezza” negli uffici open space. La sera andava a dormire senza cenare, precludendosi qualsiasi possibilità di rapporto sociale, attendendo l'alba e una rinnovata sofferenza.
In quegli anni iniziò a meditare propositi suicidi, i suoi genitori accorgendosi di ciò lo accompagnarono al centro di salute mentale dove un medico lo indirizzò da una psicologa. Il giorno del colloquio, ritenendo di non aver alcuna possibilità di guarigione andò nel bagno del proprio ufficio e si tagliò le vene dei polsi. Dopo questo episodio cominciò una terapia con uno psichiatra che gli prescrisse un antidepressivo. Inizialmente questo gli fece un buon effetto, gli passò la tristezza anche se continuava a vedersi brutto, era allegro ed euforico. Poi ci fu un secondo crollo. Tentò nuovamente il suicidio.
Abbandonò la città in cui lavorava e fu preso in carico dal CIM del proprio paese, cominciò una nuova cura farmacologica attraversando varie fasi: narcolessia,anoressia, bulimia, zombismo.
Dopo qualche mese intraprese anche una psicoterapia con una psicologa con la quale stentò a instaurare un rapporto di fiducia, ma che alla fine nacque e produsse buoni risultati.
Nel 2001 perse il lavoro ed entrò nel centro diurno del proprio paese diventando redattore di un piccolo giornalino diffuso presso altri centri diurni italiani. Lì conobbe altri utenti con i quali fece amicizia e che gli permisero di uscire dal proprio guscio.
La cura farmacologica variò nel corso degli anni fino a quella definitiva che iniziò nel 2003 e smise nel 2007 con la certezza di aver sconfitto in modo definitivo, almeno negli aspetti più invalidanti, il proprio disturbo.
Nel 2004 grazie ad una storia d'amore riacquistò fiducia nelle proprie capacità e scoprì di poter essere d'aiuto ad altre persone con storie di vita simili alla sua. Nel 2005 fondò assieme ad altri suoi amici utenti un'associazione che tuttora dirige, ha trovato lavoro presso un comune e anche l'amore della sua vita.
Ora a trentasei anni si descrive come una persona rinata, gli capita di avere ancora dei momenti di sconforto, ma questi non lo portano più ad avere atteggiamenti distruttivi verso sè e verso gli altri.
Affrontare riunioni, prendere parola nei convegni, scrivere documenti su documenti, confrontarsi con altre associazioni e con medici che non lo vedono più come un malato ma come una specie di interlocutore politico, rappresentano per lui situazioni stimolanti e spinte verso il miglioramento.

I costrutti elicitati da Nicola nella prima griglia sono:
1-aperto/chiuso
2-ascolto/giudicante
3-dialogo/monologo
4-elastica/rigida
5-sensibile/insensibile
6-profonda/superficiale
7-autonomia/dipendenza
8-empatico/freddo
9-in relazione/distaccata
10-forte/debole
11-condivide/si allontana

I costrutti elicitati da Nicola nella seconda griglia sono:
1-espansivo/introverso
2-autonomia/dipendenza
3-determinato/succube
4-razionale/irrazionale
5-rilassato/disagio
6-sicuro/smarrito
7responsabile/nascosto
8-realizzato/infelice
9-forte/debole
10-a mio agio/controllato
11-fiducioso/diffidente

5.3 Interpretazione
Il sè patologico è immutabile?
Prima della malattia Nicola si descrive come infelice e introverso, succube, smarrito dipendente e nascosto. Questi costrutti rivelano un grande disagio nei rapporti sociali: egli non riusciva a sentirsi bene assieme altre persone, dipendeva dal loro giudizio e ne era succube, questa situazione lo portò a divenire molto diffidente e a sentirsi debole e irrazionale.
Oggi Nicola si descrive come una persona sensibile e profonda per cui l'aspetto relazionale riveste un'importanza fondamentale: egli ha il desiderio di condividere la propria esistenza con le altre persone attraverso il dialogo e l'ascolto empatico privo di giudizio.
I rapporti con gli altri in passato non venivano vissuti felicemente ma erano per lui fonte di tristezza, ora invece sono divenuti una risorsa attraverso cui potersi confrontare e arricchire interiormente.

Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Nicola descrive la propria psicologa come una persona empatica sensibile e profonda con la quale è possibile instaurare un buon dialogo in quanto è disposta all'ascolto e non è giudicante.
Nicola si fida di lei e in sua presenza si sente a proprio agio, è espansivo, riesce a rafforzare la propria autonomia e capacità di razionalizzare grazie ad una buona relazione terapeutica.
Con lo psichiatra si sente abbastanza a disagio, si dimostra introverso e diffidente, non si fida di lui quanto si fida della psicologa e per questo tende a controllarsi di più e ad essere meno espansivo, forse perchè teme di essere giudicato.
Nella prima griglia lo psichiatra viene descritto come una persona che si allontana nonostante sia abbastanza empatico, ciò potrebbe significare che Nicola pensa che egli non voglia farsi coinvolgere troppo dalle storie di vita delle persone che ha in cura e che si rapporti a loro come a dei“casi clinici”. Per questo viene percepito come rigido e superficiale: inquadrando la sofferenza della persona all'interno di un preciso quadro nosografico evita una conoscenza più autentica e profonda.

La percezione dello stigma
Si è già detto che i rapporti sociali rivestono per Nicola un'importanza fondamentale, in passato furono per lui fonte di grande sofferenza, ora rappresentano un momento di confronto e realizzazione.
Ora ha degli amici con i quali si sente a proprio agio, espansivo e rilassato.
Sul lavoro si sente autonomo, determinato e responsabile, ma in questo ambito non riesce ad instaurare dei rapporti sociali soddisfacenti: mantiene una certa diffidenza verso i colleghi e non si sente molto a proprio agio con loro. Si descrive come abbastanza infelice e poco realizzato.
L'essere realizzato per Nicola corrisponde al poter essere in relazione con le altre persone: dopo momenti di grande sofferenza in cui evitava gli altri ora questo gli è possibile e vuole poter aiutare chi ha avuto o ha ancora problemi psicologici a superare gli ostacoli sul proprio cammino. Quando è con loro egli si descrive forte, realizzato, responsabile, determinato e razionale: la sensazione di poter essere d'aiuto gli ha offerto la possibilità di costruirsi in modo positivo e di poter superare le proprie insicurezze. Aiutando gli altri aiuta anche se stesso.

Capitolo 6

6.1 Maitè

Per quindici anni la vita di Maitè è stata rovinata da attacchi di panico e crisi depressive legate a problemi di obesità. Per lungo tempo si è chiusa in sé stessa diventando sempre più taciturna e riservata e provando grosse difficoltà nel relazionarsi con le altre persone. Arrivò al punto di cambiare marciapiede pur di non dover intrattenere un dialogo e sforzarsi di far finta di star bene. Evitava qualsiasi circostanza che potesse essere fonte d'ansia, rimaneva sempre chiusa in casa uscendo solo quando era strettamente necessario e fingendo di non esserci quando qualcuno la cercava. Si rilassava solo la sera quando era ormai sicura che nessuno avrebbe suonato alla sua porta e il suo telefono non sarebbe più squillato.
Un giorno, circa due anni fa, durante una visita endocrinologica ebbe un crollo e la dottoressa che la stava seguendo le fece promettere di provare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Inizialmente Maitè era molto reticente, convinta che non sarebbe servito a nulla data la sua difficoltà a parlare dei propri problemi specialmente con gli estranei, ma mantenne ugualmente la promessa fatta. Fu presa in carico da uno psichiatra che non le ispirò alcuna fiducia. Sostiene di non essere stata assolutamente considerata: mentre lei tentava di esprimere la propria sofferenza, lui le parlava di tutt'altro, non ascoltando ciò che lei stava dicendo. Dopo i primi incontri Maitè era già convinta di abbandonare la terapia ma fortunatamente fu affidata ad una psicologa, assistente dello psichiatra, con cui si trovò molto bene. Le vennero insegnate alcune strategie per combattere l'ansia e analizzava assieme alla psicologa i progressi fatti nel tempo. Iniziò anche a frequentare un gruppo di auto aiuto che le permise di ritrovare il piacere della comunicazione e della condivisione. Gli attacchi di panico divennero più rari e meno intensi, riuscì a fare nuove amicizie e a rinsaldare quelle vecchie. Grazie a delle conoscenze fatte all'interno del gruppo di auto aiuto iniziò anche un'esperienza di teatro, esperienza che fu ed è tuttora molto positiva in quanto le permette di relazionarsi a molte persone in un clima di spensieratezza e allegria.
Ora Maitè soffre ancora di qualche attacco di panico, anche se più leggero rispetto ai precedenti, prova difficoltà ad interagire con persone che non conosce e la infastidisce essere toccata fisicamente, ma dopo due anni di terapia, di incontri con il gruppo di auto aiuto e con l'esperienza di teatro la sua vita è notevolmente migliorata, è entrata a far parte di un'associazione di soli utenti ed è sempre più convinta che il rendersi utile a persone che soffrono di problematiche psicologiche la aiuterà a sentirsi meglio.

I costrutti elicitati da Maitè nella prima griglia sono:
1-stimoli per farmi migliorare/disinteresse
2-capacità d'ascolto/insensibilità
3-fiducia/diffidenza
4-buona considerazione/ disprezzo
5-condivisione/indifferenza
6-determinazione/titubanza
7-ottimismo/rassegnazione
8-comprensione/stigma
9-sicuro di sè/ scarsa stima di sé
10-buoni rapporti con gli altri/chiusura in sé
11-simpatia/antipatia

I Costrutti elicitati da Maitè nella seconda griglia sono:
1-apertura/chiusura
2-empatia/diffidenza
3-dipendenza/indipendenza
4-efficienza/mancanze
5-disinvoltura/impacciata
6-buoni rapporti sociali/ tendenza a isolarsi
7-serenità/ansia
8-fiducia/diffidenza
9-autostima/disprezzo
10-sensibilità/indifferenza
11-disinvoltura/complessi

6.3 Interpretazione
Il sé patologico è immutabile?
Maitè si descrive come una persona sensibile ma che ha grosse difficoltà a rapportarsi con le altre persone perchè si sente impacciata e ansiosa e per questo tende ad isolarsi. Vuole potersi migliorare, ma è poco ottimista perchè ha scarsa fiducia nelle proprie capacità. Vorrebbe poter essere più sicura di sé, ottimista e determinata apparire più simpatica, instaurare buoni rapporti con le altre persone e avere più fiducia in loro.
In passato era ancor meno disposta ad avere contatti con altre persone e si descrive come estremamente diffidente, titubante e rassegnata, senza alcuna voglia di condividere le proprie emozioni con gli altri.
L'esperienza di condivisione all'interno del gruppo di mutuo aiuto e l'esperienza teatrale hanno giocato un ruolo fondamentale nel suo processo di cambiamento sbloccando questa situazione portandola ad una maggiore apertura.
In futuro pensa di riuscire ad essere più ottimista, il che implica una maggiore fiducia in sé stessa e la possibilità di poter instaurare dei buoni rapporti sociali.


Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Maitè considera lo psichiatra una persona sicura di sé, determinata e insensibile, egli si dimostra disinteressato nei suoi confronti non offrendole alcuno stimolo per potersi migliorare. Non ha alcuna fiducia in lui e in sua presenza si sente ansiosa e impacciata.
Egli è una persona che non le piace e non crede che possa esserle d'aiuto per risolvere i propri problemi.
La psicologa invece viene vista come una persona che le piace, simpatica e comprensiva, le ispira fiducia, con lei ha instaurato un buon rapporto che le permette di sentirsi disinvolta e pensa che sicuramente la può aiutare. (corr. 0,91).
L'elemento “psicologo” presenta un'alta correlazione negativa con la figura dello psichiatra (-0,72), le due persone quindi vengono percepite in modo molto diverso e diverso è anche il rapporto che Maitè ha con loro (corr.-0,75)
Lo psichiatra viene percepito simile ad un estraneo (corr. 0,87), mentre il rapporto con la psicologa è paragonabile a quello che ha con gli amici (corr. 0,88).

La percezione dello stigma
Maitè presenta una grande difficoltà a rapportarsi con gli estranei, l'ansia l'assale ogni volta perchè teme di poter essere giudicata e di dimostrarsi impacciata, per questo si dimostra diffidente si chiude in sé stessa tendendo ad isolarsi. Questo atteggiamento viene definito da lei come “farsi i complessi” ed è contrapposto alla disinvoltura, caratteristica che vorrebbe poter possedere. Ogniqualvolta le capita di comportarsi in questo modo ella si sente mancante, poco efficiente rispetto a ciò che vorrebbe essere e finisce con l'avere scarsa stima di sé stessa.
Si nota un'alta correlazione negativa (-0,79) tra gli elementi “sé” e “persona che sta bene”. Quest'ultima viene descritta come una persona sicura di sé, insensibile e portata a stigmatizzare. Maitè pensa quindi che le persone che stanno bene abbiano un atteggiamento negativo verso chi non è come loro.
Per poter instaurare dei rapporti sociali per Maitè è necessario che vi sia un espediente come ad esempio è successo per le conoscenze fatte nel gruppo teatrale o nel gruppo di auto aiuto che Maitè descrive come la propria salvezza insieme all'aiuto avuto dalla relazione terapeutica con la psicologa.
Ha piena fiducia nei propri amici con i quali riesce ad aprirsi e ad essere serena, nonostante ciò però non riesce a sentirsi del tutto disinvolta, condizione che riesce a raggiungere solamente quando è sola o assieme alla psicologa.
In famiglia sembra sentirsi abbastanza bene così come in ambito lavorativo.
Maitè prova un senso di empatia verso le persone che hanno dei problemi psicologici, sente di poterle capire e con loro non si sente a disagio come con gli estranei.

Conclusioni

Credo che chiunque si trovi ad affrontare una situazione di disagio psicologico abbia bisogno di sentirsi compreso e non classificato. Il processo di categorizzazione proprio di alcuni paradigmi oggettivisti impedisce una comprensione autentica dei significati di cui la persona è portatrice. Diagnosticare una “depressione” a una persona, ad esempio, non rivela di certo come questa viva la propria sofferenza e come costruisca sé stessa e il proprio mondo. Questo tipo di diagnosi non è utile neppure per poter condurre una persona alla “guarigione”. Parlare di “guarigione” in psicologia risulta improprio in quanto le cosiddette “malattie mentali” non possono essere considerate delle vere e proprie malattie. Lo stato di disagio o sofferenza in cui molte persone si trovano nel corso della loro esistenza è un “modo di essere nel mondo”, unico ed originale determinato dall'organizzazione del sistema di significati. In questa ottica risulta più appropriato parlare di “processo di cambiamento” in cui la persona gioca sempre un ruolo attivo nella modificazione dei propri significati mediante l'interazione.
Le griglie di repertorio possono essere considerate uno strumento valido per l'analisi dei significati e per l'individuazione delle possibili vie da percorrere verso una cambiamento. Esse tengono conto dell'unicità di ogni persona e offrono la possibilità di effettuare una diagnosi transitiva personale.
In questo elaborato sono state presentate le griglie di repertorio di tre diverse persone e da ognuna si coglie un particolare modo di essere e di rapportarsi alla realtà e un diverso percorso di vita.
L'analisi dei costrutti relativi al sé ha dimostrato che il sé patologico non è un'entità stabile ed immutabile, ma che esso è in continua evoluzione ed è strettamente influenzato dai contesti di vita.
É emersa anche una differente connotazione delle figure degli psicologi e degli psichiatri, questi ultimi in alcuni casi si sono dimostrati poco sensibili e legati al modello medico. Gli psicologi e il secondo psichiatra che ha preso in cura Manuela hanno dimostrato maggiori doti di comprensione e sono stati fondamentali nel processo di cambiamento.
Anche l'appartenenza all'associazione “il Mondo di Holden” ha un'importanza significativa per il benessere personale. Il nome dell'associazione è ispirato alle parole del romanzo “Il giovane Holden” di Salinger: “(...) mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale ecc ecc. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande,voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco.
E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei far altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo... Lo so che è una pazzia ma è l'unica cosa che vorrei fare (..)”
Manuela, Nicola e Maitè offrono il proprio supporto e la propria esperienza a chi come loro soffre o ha sofferto di disagio psicologico. Questo permette loro oltre che di offrire un aiuto concreto, anche di costruirsi come persone capaci, utili e importanti per qualcuno,di conoscere nuove persone e di uscire dalla situazione di isolamento in cui si trovavano.
L'associazione spesso si rapporta ad enti istituzionali e mediante il dialogo e il confronto vi è un progressivo abbattimento dello stigma. Vi è quindi la possibilità di dimostrare di non essere dei “malati mentali” pericolosi o da compatire ma di possedere delle abilità e delle competenze utili, di poter essere considerate delle persone “normali”.
La psicopatologia ha senso solo se contrapposta alla normalità, ma cos’è la normalità se non un’astrazione? Chi può essere definito normale? Ogni persona vista da vicino è a suo modo diversa dalle altre, speciale, unica ed irripetibile. Attribuire la normalità ad una persona significa negare ciò che è, omologarla, non riconoscere le sue particolarità. Spesso molte persone, compresi molti psichiatri e psicologi, tendono a ridurre i comportamenti, i modi di essere e di pensare a delle semplici categorie.Ciò che appare diverso o sconosciuto viene visto come patologico e non semplicemente come un particolare modo di essere.
Se si provasse a dire a Nicola “Bhè, in fondo sei una persona normale….” Nicola risponderebbe “Normale sarà lei!”, poichè identifica la normalità con la banalità.
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Dic 27
Tesi di laurea di Alessandra Barbiero - prima parte

di nicola pasa


UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PADOVA
FACOLTA' DI PSICOLOGIA
Corso di Laurea in scienze psicologiche della personalità e delle relazioni interpersonali

Sentirsi malati mentali.
Analisi del vissuto psicologico mediante l’uso delle griglie di repertorio

RELATORE LAUREANDA

Barbiero Alessandra


La costruzione dello stigma

Molta follia è la più divina saggezza
A un occhio perspicace
Molta saggezza -pura follia
E' la maggioranza in questo,
Come in tutto, a prevalere
Conformati – e sei sano
Obietta – sei subito pericoloso
E trattato con catene
(Emily Dickinson)

“L'attribuzione di caratteristiche di personalità come mezzo per spiegare il comportamento è un criterio che, in taluni casi, si fonda su un'esigenza morale e normativa piuttosto che scientifica” (Salvini 2004 pag.183).
Spesso trovandoci davanti a un estraneo ci formiamo delle supposizioni che in seguito trasformiamo in aspettative normative e quindi in pretese inequivocabili su come dovrebbe essere la persona che prendiamo in considerazione. Qualora queste pretese venissero disattese, ovvero se l'individuo dovesse possedere un attributo meno desiderabile che lo rende diverso dagli altri individui della categoria di cui presumibilmente dovrebbe far parte, si viene a creare una frattura tra la sua “identità sociale virtuale” e la “sua identità sociale attuale”. “Nella nostra mente egli viene declassato da persona completa a cui siamo comunemente abituati, a persona segnata, screditata. Tale attributo è uno stigma soprattutto quando produce un profondo discredito.” (Stigma. L'identità negata. Pag.13 Goffman 1963)
Una persona che possiede uno stigma non viene considerata come completamente umana. Da una simile premessa è possibile far derivare una serie di discriminazioni mediante le quali si riduce le capacità della persona stigmatizzata di potersi esprimere sul piano esistenziale e talvolta anche le sue possibilità di vita. In seguito vengono costruite ideologie per razionalizzare questi atteggiamenti difensivi e si tenta di spiegare con “mezzi scientifici” l'inferiorità dello stigmatizzato.
Nel caso delle psicopatologie, la trasgressione normativa, soprattutto quando avviene in un contesto pubblico e istituzionale, induce a cercare le spiegazioni nella “personalità malata, atipica o strana” del soggetto. Vi è un tentativo, spesso ben riuscito, di mascherare delle infrazioni a norme prescrittive (sociali) facendole passare per delle violazioni di norme costitutive (naturali), queste ultime intese come leggi di funzionamento fisiologico dell'organismo e della psiche da cui l'individuo o i gruppi sociali non possono allontanarsi senza essere considerati come malati (De Leo, Salvini, 1978).
La diagnosi di personalità persegue più scopi di categorizzazione etico-normativa che di spiegazione scientifica dato che ogni aggettivo, in ultima analisi, rinvia ad una norma sociale e a dei criteri di giudizio. Essa spesso si accompagna ad una qualche forma di sanzione, ovvero ad una reazione punitiva della società verso il diverso.
Bannister e Fransella (1980) parlano di “costrutti prelativi” quando si identifica la persona nella sua totalità con la sua trasgressione, per cui quel dato individuo non è nient'altro che un malato di mente; di “costrutti costellatori” quando in virtù di un giudizio stereotipato gli vengono attribuite una serie di caratteristiche, per esempio inaffidabile, instabile, istintivo, pericoloso...
La psicologia dei tratti e la nosografia psichiatrica hanno giocato, e giocano tuttora un ruolo fondamentale in questo processo. 


Critiche all'approccio naturalista
La disonestà di un pensatore si riconosce
dal numero di idee precise che afferma.
(E.M. Cioran, “Sillogismi dell'amarezza”)

La psichiatria biologista e organicista si basa fondamentalmente sulla teoria che riconduce i disturbi mentali alla presenza di scompensi biochimici nel cervello. Secondo gli ultimi orientamenti di questo approccio, tali scompensi sono nella maggioranza dei casi ereditari (Cassano 1993). La terapia di queste alterazioni biochimiche prevede la somministrazione di specifiche sostanze farmacologiche e se ciò non dovesse bastare è possibile anche che si ricorra a terapie lesive quali l'elettroshock.
Secondo la psichiatria somatologica esiste solo la malattia alla quale rivolgersi con un atteggiamento di fredda neutralità e distanziazione obiettiva. L'attenzione si concentra sui sintomi senza risalire ai nodi di significato che si addensano e si stratificano in essi. (Borgna, 2006)
Breggin (1991) dimostra come molti degli studi che vengono riportati come comprovanti l'eredità biologica dei disturbi mentali possono essere utilizzati anche per dimostrare che la trasmissione del disturbo potrebbe essere dovuta al clima sociale e relazionale nel quale gli appartenenti agli stessi gruppi parentali e famigliari crescono. (Cohen 1990)
Inoltre, Pekka Tienari (1987) in uno studio sulla schizofrenia, dimostra come le esperienze e le emozioni alterino la biochimica del cervello, i disturbi mentali dunque nonostante l'eventuale identificazione di alterazioni biochimiche, potrebbero essere comunque determinati da esperienze socioambientali.
Lidz (1981) sostiene che in molti casi i risultati delle ricerche sulla base delle quali gli psichiatri biologisti affermano la veridicità delle ipotesi sulla ereditarietà dei disturbi mentali sono insostenibili in quanto la loro interpretazione è stata distorta dalle supposte ipotesi iniziali. (G. Nardone 2006)
L'uso del criterio nosografico-eziopatogenetico, proprio del modello medico, in psichiatria si rivela del tutto inadeguato perchè, come afferma Kurt Schneider, ciò che è psichico deve essere studiato autonomamente e non ammette alcun confronto con ciò che è somatico in quanto i fenomeni psichici e quelli somatici sono separati da un'infinita area di fenomeni sconosciuti. (Borgna, 2006)


Il ruolo della diagnosi nella creazione di una carriera deviante

Psicopatologia: se uno non ha nulla
lo si guarisce nel modo migliore
dicendogli che malattia ha.
(Karl Kraus, detti e contraddetti)

La diagnosi in psicologia può essere intesa come un processo che attraverso l'osservazione dei sintomi, dei comportamenti e l'uso di opportuni strumenti conduce alla definizione di una patologia o all'individuazione di “tratti di personalità”.
Uno degli strumenti più usati dagli psicologi e dagli psichiatri di tutto il mondo è il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali) il quale classifica 374 malattie mentali con relative caratteristiche sintomatologiche. Diversi studi hanno rilevato che il DSM IV presenta errori logico-concettuali: in particolare l'attribuzione di leggi naturali a norme sociali, l'attribuzione di proprietà della personalità a proprietà situazionali, il considerare dato di fatto ciò che è un giudizio di valore, la visione dei comportamenti devianti come indici di sintomatologia patologica e l'anteposizione di una visione oggettiva alla visione soggettiva del paziente. (Iudici A., 2002)
Questo tipo di pratica potrebbe essere considerata una forma di costruzione di realtà in cui lo psicologo è responsabile direttamente. Dare il nome a qualcosa, anche se tale cosa non esiste, significa infatti creare una realtà inventata che produce effetti concreti e che quindi diviene esistente. (Austin 1962). Ad esempio se si definisce un soggetto “psicotico”, la sua famiglia lo tratterà come tale, le altre persone proveranno diffidenza nei suoi confronti e lui stesso si identificherà con l'etichetta comportandosi come se fosse psicotico, finendo per confermare la “profezia diagnostica”. Gergen (1996) sottolinea come il linguaggio usato abbia il potere di generare significati che, in quanto condivisi, diventano forme di realtà acquisite e date per scontate. Le diagnosi tradizionali di malattia mentale, effettuata da uno psichiatra o uno psicologo, ritenuti solitamente fonti attendibili, portano molte persone ad identificarsi con quella “patologia” e a perdere ogni possibilità di costruirsi in altro modo. Questa etichetta generalmente va ad influire anche sui rapporti sociali in particolar modo sulle aspettative delle altre persone nei confronti del “malato mentale”. Quest'ultimo anticipando le aspettative altrui evita i rapporti sociali esacerbando il proprio disagio.
Questo tipo di diagnosi quindi non solo non aiuta a ridurre la sofferenza, ma crea anche processi di auto-costruzione e auto-definizione che tendono a mantenerla se non ad aumentarla. (Armezzani, 2003)


L'approccio costruttivista e la diagnosi transitiva
“C'è una bella differenza se le coordinate
servono a catturare un individuo come una mosca
in una ragnatela o se sono invece concepite
come un sistema di strade e autostrade lungo le quali
incoraggiarlo a muoversi in modo sistematico.”
(Kelly, “The Psychology of personal Constructs”)

L'approccio costruttivista ritiene che le persone siano “sistemi di significato in movimento” e identifica il disturbo “con un arresto di questo movimento vitale, con un blocco che costringe a riutilizzare le stesse costruzioni come gesti vuoti, senza immetterle nel giro dell'esistenza.”(Armezzani, 2003 pag.59)
Il compito dello psicologo è tentare di rimettere in moto questo movimento vitale accostandosi alla vita delle persone in termini propositivi.
La diagnosi tradizionale tenta di riportare l'ignoto al già noto mediante la riduzione in categorie patologiche: vi è il tentativo di dare “il giusto nome” alla sofferenza del paziente dando per scontato che essa rappresenta una realtà oggettiva. La persona dunque viene ridotta a oggetto “qualunque” di osservazione e viene preclusa qualsiasi possibilità di comprensione autentica dei significati di cui l'individuo è portatore e con cui percepisce sè stesso e il mondo che gli sta intorno. Questo atteggiamento è chiamato da Kelly “realismo materialistico, o almeno quella sua variante ostinata e priva di immaginazione oggi così diffusa tra gli scienziati, gli uomini d'affari e i nevrotici.” (Kelly, 1958 p.225)
Il costruttivismo ritiene che non esista una verità assoluta, ma che vi siano solamente conoscenze prospettiche e incomplete dettate dal punto di vista personale. Ogni interpretazione è mediata dal linguaggio ed è soggetta a revisione o sostituzione, il compito dell'operatore in questa ottica non è più quello di formulare una diagnosi nosografica che esaurisce le possibilità dell'individuo in una semplice etichetta, ma una diagnosi transitiva che sia orientata alle potenzialità della persona, all'individuazione di strade percorribili verso il cambiamento, alla modificazione del modo di costruire sé stessi e la realtà che sta intorno. Non ci si chiede più “In quale categoria diagnostica può essere messo questo caso?” ma “Che cosa può divenire questa persona?”
Il termine “Transitiva “ in questa accezione assume un doppio significato: può essere intesa come una diagnosi che permette un passaggio, ma anche come diagnosi provvisoria in quanto una diagnosi transitiva dimostra di essere stata utile quando è negata dai suoi risultati.
Una delle nozioni fondamentali in ambito costruttivista è quella della “relazione di ruolo”: questo tipo di relazione implica la decisione di guardare all’altro come a un mondo personale di significati, considerarlo attivo e responsabile nella costruzione della propria realtà. Lo psicologo deve avere la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, di tener conto del suo punto di vista e ricercare assieme a lui le possibili vie da percorrere verso il cambiamento.
Il tipo di relazione che si viene a creare è simmetrica, non vi è la pretesa da parte dello psicologo di accertare la verità, ma crede a ciò che l’altro gli dice perché è interessato ai suoi significati.




Capitolo 2 

Le griglie di repertorio

Questo tecnica costruttivista, elaborata da George Kelly negli anni '50, attraverso la libera espressione dei significati, permette di studiare i percorsi attraverso cui si elabora e si costruisce il proprio mondo.
Ogni griglia è composta da una matrice di dati che nasce dall'incrocio di una serie di elementi in colonna (ascisse) con una serie di costrutti in riga (ordinate).
Per “elemento” si intende ogni oggetto psicologico che la persona può discriminare attraverso l'uso dei costrutti, mentre i costrutti rappresentano la modalità soggettiva, unica ed irripetibile con la quale ciascuno elabora la propria esperienza. Ogni costrutto è “un criterio formulato, agito, espresso ragionato e sentito dal soggetto per esplorare il mondo che lo circonda. (...)E' un atto interpretativo di qualcuno che acquista il suo significato nella continua interazione di questo qualcuno con la sua esperienza”. (Grimaldi, 2003 pag.32)
Ogni costrutto è bipolare, ovvero è costituito da due poli di significato opposto tra loro. L'opposizione è psicologica, non logica, essa infatti riflette l'universo simbolico del soggetto e talvolta può apparire insolita.
Le griglie si differenziano dai normali test psicometrici in quanto non si richiede al soggetto di pronunciarsi su scale di significato precostituite, ma gli si consente di esprimere i propri significati personali liberamente. In ambito costruttivista infatti si ritiene che la “libertà di esprimere i propri significati” sia l'unico modo per poter impostare una reale “comprensione clinica” e quindi tentare di capire quale sia la “visione del mondo” del soggetto. 
Come funziona una griglia

Ogni elemento viene scelto dall'esaminatore in base a ciò che egli vuole indagare e ogni costrutto viene elicitato dalla persona a cui viene sottoposta la griglia attraverso il confronto tra gli elementi: viene richiesto di prendere in esame gli elementi di tre in tre e di trovare un attributo, una parola o una piccola frase che ne metta in comune due e allo stesso tempo ne escluda il terzo. Questa operazione viene ripetuta cambiando un elemento per volta fino ad aver ottenuto tanti costrutti quanti sono gli elementi presenti nella griglia.
Le polarità dei costrutti elicitati vengono annotate sui lati destro e sinistro della griglia andando a riempire la prima e l'ultima colonna. In seguito viene richiesto di riempire le caselle centrali con l'attribuzione di un punteggio da 1 a 7 relazionando ciascun elemento con ciascun costrutto. Il punteggio 1 rappresenta il massimo accordo con il primo polo mentre il punteggio 7 con il secondo polo. Se ad esempio il primo costrutto elicitato è “buono/cattivo” e il primo elemento è il “sè”, la persona dovrà chiedersi “mi sento una persona buona o cattiva?” se si sente una persona buona e la polarità “buono” si trova sul lato sinistro della griglia, ella si attribuirà un punteggio di 1, se si sente abbastanza buona il punteggio potrebbe essere 2 o 3, 4 se si considera una via di mezzo, 5 o 6 se si sente tendenzialmente cattiva e 7 se si sente una persona cattiva. Se la griglia ha 10 elementi e quindi 10 costrutti si ottiene un totale di 100 valutazioni.
Una volta completata la griglia è possibile passare all'interpretazione.




L'interpretazione della griglia
I dati inseriti in ogni griglia possono essere elaborati mediante l'uso di specifici programmi statistici grazie ai quali si possono ricavare le correlazioni tra costrutti, le correlazioni tra elementi, l'analisi della varianza, la media, la deviazione standard, i cluster ecc... Questi dati però non risultano di alcuna utilità se non vi è la capacità di formulare delle ipotesi utili all'interpretazione.
Ogni ipotesi:
1. nasce da un “sentire intuitivo” che si cerca di strutturare maggiormente e di mettere alla prova.
2. É uno strumento di lavoro per poter comprendere il sistema di significati della persona che ha compilato la griglia e quindi di conseguenza anche il suo modo di pensare e le sue aspettative.
3. Ha uno statuto di “verità temporanea”: essa può essere validata o smentita. In ambito costruttivista però la sua importanza risiede più nel “valore euristico” che nel “valore di verità”.
4. Non potrà mai cogliere una “verità assoluta” perchè, in ambito costruttivista, il suo oggetto è strutturalmente in evoluzione.
Nella formulazione delle ipotesi può essere d'aiuto la visione dei dati anamnestici del soggetto ma bisogna fare attenzione a fare in modo che i propri costrutti non “precostruiscano” la persona anche se l'intervento dei propri costrutti è inevitabile in quanto è l'unico modo per “vedere” qualcosa.
In seguito si può osservare la struttura generale della griglia, il numero e il tipo di costrutti e di elementi, la presenza di valori incomprensibili o assenti, dopo di che si può procedere all'analisi delle correlazioni e degli altri indici statistici.
Ogni correlazione tra variabili (costrutti o elementi) esprime la forza e la direzione del collegamento. La direzione può essere positiva o negativa: è positiva quando vi è la presenza del segno “+” che sta ad indicare che al variare di una variabile anche l'altra varia nello stesso senso. È negativa quando invece vi è la presenza del segno “-”: le due variabili variano in senso opposto. Ad esempio se vi è una correlazione positiva tra i costrutti buono/cattivo e intelligente/stupido significa che per quella data persona chi è buono è anche intelligente mentre chi è cattivo è anche stupido. Se la correlazione fosse negativa avverrebbe il contrario, ovvero chi è buono verrebbe considerato stupido e chi è cattivo verrebbe visto come intelligente.
La forza di una correlazione è espressa da un valore numerico compreso tra -1 e +1. Essa esprime l'intensità della tendenza a covariare. Ad esempio se tra le variabili sopracitate vi è un'alta correlazione positiva la persona buona viene costruita anche come intelligente, se vi è un'alta correlazione negativa la persona buona viene costruita anche come stupida, mentre se le correlazione sono basse significa che le due variabili probabilmente non sono collegate tra loro e quindi una persona buona può essere considerata sia stupida che intelligente.
É utile raggruppare sotto uno stesso gruppo i costrutti che presentano un'alta correlazione tra di loro in modo da costituire delle “macroaree di senso” che esprimono uno “spazio semantico” di grande rilevanza soggettiva per la persona in questione.
In questa fase bisogna porre molta attenzione a non reificare i dati numerici,si deve tener conto cioè che i numeri sono solo degli indicatori dei fenomeni psichici che si è interessati ad approfondire. (Pezzullo, 2003)


Capitolo 3

Presentazione della ricerca
Come si sente una persona a cui è stata diagnosticata una “malattia mentale”? Come vive la quotidianità e i rapporti con le altre persone? Gli psichiatri e gli psicologi le saranno d'aiuto o aumenteranno il suo stato di disagio?
Per poterlo capire mi sono rivolta al “Mondo di Holden”, un'associazione fondata da utenti della salute mentale i cui membri si adoperano attivamente nell'aiutare chiunque si trovi in situazioni di sofferenza psicologica.
All'interno di questa associazione ho incontrato tre persone, Nicola, Manuela e Maitè, disposte ad aiutarmi nel mio progetto.
Ho scelto di usare la tecnica delle griglie di repertorio kellyane per tentare di dare una risposta a tre questioni fondamentali:
-Il sé patologico è immutabile?
-Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
-la percezione dello stigma
Ad ogni persona sono state presentate due griglie, una con elementi personali e l'altra con elementi situazionali.

Gli elementi personali scelti per la prima griglia sono:
1. sé
2. persona che mi piace
3. psicologo
4. psichiatra
5. sé passato
6. persona che non mi piace
7. persona con problematiche psicologiche
8. persona che sta bene
9. sé futuro
10. persona che mi può aiutare
11. sé ideale
Gli elementi scelti per la seconda griglia sono:
1. io al lavoro
2. io durante il periodo della cura
3. io con la mia famiglia
4. io con lo psichiatra
5. io prima della malattia
6. io quando sono solo
7. io con gli estranei
8. io adesso
9. io con una persona con problematiche psicologiche
10. io con i miei amici
11. io con lo psicologo
3.2 Il sé patologico è immutabile?

Quest'area di indagine è finalizzata alla comprensione del percorso di cambiamento compiuto dall'individuo nel corso del tempo e all'analisi dell'influenza della diagnosi di malattia mentale sul modo in cui la persona si costruisce. Attraverso la comparazione dei costrutti relativi al sé passato, al sé attuale, al sé futuro e a quello ideale vengono indagate le costruzioni e le aspettative riguardanti il proprio sé.
Vengono presi in analisi anche alcuni costrutti relativi a degli elementi della seconda griglia, in particolare quelli riguardanti il sé prima della malattia, durante il periodo della cura e quello attuale. 

Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
L'analisi della costruzione di queste due figure ha lo scopo di individuare che ruolo esse abbiano avuto nel percorso di malattia delle tre persone e se sono state loro d'aiuto. Per fare ciò verranno comparati i costrutti relativi agli elementi dello psicologo, dello psichiatra, dalla persona che piace, di quella che non piace e di quella che può essere d'aiuto.
Della seconda griglia vengono analizzati gli elementi “io con lo psichiatra” e “io con lo psicologo”.
Si sottolinea che Manuela non è in cura da uno psicologo, ma è stata seguita da due differenti psichiatri i quali hanno influito significativamente sulla sua vita. Nella prima griglia la figura dello psichiatra è relativa alla prima persona, mentre nella seconda griglia si fa riferimento allo psichiatra che la segue tuttora.


La percezione dello stigma
Quest'area di indagine è rivolta alla comprensione del ruolo giocato dallo stigma nei rapporti con famigliari, amici, estranei e all'interno della situazione lavorativa. Si vuole inoltre tentare di capire come queste persone che hanno vissuto direttamente il dramma della “malattia mentale” costruiscono le altre persone con problematiche psicologiche.
Gli elementi analizzati sono “io al lavoro”, “io con la mia famiglia”, “io con gli estranei”, “io con persona con problematiche psicologiche” e “io con i miei amici” .

(continua)

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Dic 19
Stanchezza

di nicola pasa

Stanchezza

Non ero più abituato alla stanchezza. Ero stanco di vivere. O stanco di non vivere. Ma non ero stanco per aver fatto delle cose. Ero stanco per aver perso tempo, in questo limbo snervante che è la disoccupazione e la convalescenza dopo una lunga e spossante e rigenerante malattia. Quando non lavori la sera non prendi sonno, il sudore è strano, è un sudore che viene dai nervi, un sudore secco. Lavorare stanca, diceva Cesare Pavese ed io fino ad oggi avevo pensato che avesse solo una valenza negativa, invece la stanchezza del lavoro è una benedizione. Alla fine della giornata la misura del fatto che hai compiuto il tuo dovere, che hai onorato Dio (per chi crede), è data da quanto ti è caro il letto e da quanto sono pesanti le palpebre dei tuoi occhi.

E' bello essere stanchi quando qualcosa che hai fatto e per cui hai speso tanto va finalmente in porto. E' con estrema gioia che comunico a tutti i soci e non soci che il prossimo anno finalmente inizierà il corso di facilitatore sociale, alleluia.

Il prossimo anno ci vedrà impegnati anche su altre cose, prima di tutto l'organizzazione di un seminario sulla presunta pericolosità sociale dei malati di mente che alla luce anche delle recenti polemiche e dell'istituzione a Milano di uno strainculato tavolo sulla prevenzione della pericolosità sociale dei malati di mente si preannuncia una ghiotta occasione per dire qualcosa di sensato e di vero. Inviteremo personaggi importanti che potranno dare un contributo illuminante e cercheremo di creare un dibattito in cui i protagonisti siano gli utenti com'è nel nostro stile (oserei dire unicamente).

Vedo segnali di resa, demoralizzazione, gente modesta che alza la testa e la voce. E' tempo di scuotersi e di reagire. Noi lo faremo il prossimo anno, siamo cambiati, siamo cresciuti, siamo maturati ma abbiamo sempre un pessimo carattere. Auguri a tutti e tutte dall'associazione Il Mondo di Holden,

il Presidente Nicola Pasa

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Dic 01
Il malato mentale ha diritto solo al licenziamento!

di Maïté


Vivo, come tanti altri, l’inferno della malattia mentale di Massimo con tutte le conseguenze che ogni famiglia di questi malati deve accollarsi e gli infiniti difficilissimi problemi da affrontare quotidianamente, primo fra tutti la difficoltà di far riconoscere a Massimo che è malato e quindi accettare completamente le possibili cure.

Ma Massimo sta anche perdendo il posto di lavoro, perché si è ammalato, come può capitare a tutti, perché non c’è una legge che lo tuteli in tal senso, perché esiste, per quello che ne so, solo la legge 68/1999 che determina l’assunzione obbligatoria, da parte delle aziende, dei disabili psichici e, di fatto, non lo fa. Pur essendo una legge che prevede agevolazioni, finanziate dai vari Fondi regionali, per le stesse aziende, come la fiscalizzazione dei contributi assistenziali e previdenziali del disabile, il rimborso forfettario delle spese necessarie per la trasformazione del posto di lavoro e adeguarlo alla capacità del disabile, l’apprestamento di tecnologie di telelavoro, e ogni altra provvidenza in attuazione delle finalità di questa legge, la stessa non viene attuata o viene raggirata dalle aziende che preferiscono pagare le multe prescritte, anche perché sono di entità risibile.

Nessuno ha mai pensato o voluto estendere i benefici e le agevolazioni di questa legge anche a chi è già assunto e si ammala, come nessuno veramente crede, se non sulla carta e forse neanche su quella, che il malato mentale è anche una persona, con diritti come ogni altra persona, con bisogni grandissimi, perché è un debole ed anche emarginato. Non mi risulta che esistano leggi che tutelino il lavoro del malato mentale.

Massimo avrà diritto solo alla pensione d’invalidità (€ 200 ca) e l’accompagno (€ 450), per un totale di € 600/700, con questi dovrà vivere, pagare l’affitto, e soprattutto pagarsi le cure che sono lunghe e costose, perché le strutture sanitarie pubbliche non riescono a soddisfare la richiesta per queste malattie; inutile aprire il penoso capitolo della psichiatria pubblica.

Naturalmente in Italia, anche in tempi di crisi, si trovano soldi per risolvere il caso Alitalia, finanziare le banche, non far pagare le tasse ai ricchi, e chi più ne ha più ne metta, ma non c’è cassa integrazione, esondazione, prepensionamento o altro per Massimo, che è malato di una malattia terribile e non ha la possibilità di rifarsi una vita, per Massimo che ha bisogno di tempo per uscire dal tunnel.

La psichiatria sottolinea il valore riabilitativo del lavoro, valido anche come reinserimento sociale, io aggiungo un lavoro dignitoso che non umili inutilmente il malato. Massimo non solo non potrà continuare a fare quello per cui si è laureato, specializzato, ha costruito, con molta fatica e competenza, una lunga esperienza, perché si è ammalato in età adulta, ma sarà espulso, come pesantemente “indesiderato”, dall’ambito lavorativo, così com’è già stato espulso e allontanato da ogni relazione umana, perché il malato mentale è solo rigettato da questa società e mentalità ferocemente efficientista.

Se si risveglierà da questo sogno folle che lo abita, oltre alle macerie della sua vita che lo stanno accerchiando (matrimonio distrutto, amici, parenti o sedicenti tali scomparsi, stigma sociale, ecc.), non troverà più neanche il suo lavoro, quello per cui ha lottato con molta fatica. Se si è molto malati, si è licenziati, non ha importanza se questo spinge ancora più nel baratro una persona che non è più utile a questo sistema così beceramente crudele. C’è da meravigliarsi se i malati psichici restano tali, o peggiorano, se sono così respinti da tutti, così poco rispettati e se sono meno, molto meno, cittadini rispetto a tutti gli altri, perché non hanno neanche la capacità di difendersi?

Sono uscita per un momento dal pesante e opprimente silenzio cui sono costrette le famiglie dei malati mentali, dalla fatica quotidiana della convivenza con la malattia, dal dolore e dalla rabbia che sfiniscono, solo per dare a Massimo la voce che lui non può avere, almeno in questo momento.

Maria Annasi

Vi mando questa lettera che è già stata pubblicata da Repubblica, perché sto cercando di dare visibilità a questo problema dei malati mentali che sono così emarginati: Penso che la visibilità sia importante perché le nostre voci, noi e dei nostri malati siano ascoltate e non rimosse, come avviene.

Vi chiedo, qualora decidiate di farlo, di non pubblicare la mia mail, né il mio telefono. Grazie

Maria Annasi

 

----- Original Message -----

From: Forum Segreteria

Sent: Monday, December 01, 2008 2:53 PM

 

 

 

 



Nov 28
farmaci ai bambini? no grazie!

di Leda Cossu


anziché "commentare il precedente post" ho pensato di riportare l'intero intervento fatto sul tema "farmaci ai bambini".
&&&
Forum Veneto per la Salute Mentale per l’Audizione del 14 nov. 2008, Pdl 227, Regione Veneto.
 Proposte per le modifiche alla Proposta di Legge
 
-          fatte proprie le proposte di inserire al comma 1 e 2 dell’art. 5 i servizi per l’infanzia da 0 a 6 anni e  il consenso informato come specificato al comma 2 dell’art. 3
-          proponiamo all’art. 3, comma 3. “La Regione con provvedimento di Giunta individua strumenti e modalità per favorire l’accesso a terapie alternative... (AGGIUNGERE)... prassi pedagogiche, pratiche abilitative e riabilitative alla somministrazione di sostante psicotrope”. 
 
I Comuni di Venezia e Belluno hanno aderito alla Campagna di Giù le Mani dai Bambini "non etichettare tuo figlio, ascoltalo".
La Consulta della Salute delle Associazioni del Comune di Venezia, che comprende numerose Associazioni dei disabili ed esperti psichiatri, così ha deliberato:  “La Consulta per la tutela della Salute si dichiara contraria al progetto, recentemente proposto dall’Assessore alla Pubblica Istruzione e dalla Municipalità di Venezia, e in generale, alla somministrazione di qualunque questionario o test che in quanto tale ha valenza oggettivante e offusca la relazione adulto/bambino che è quella più importante in questa età”.
Queste motivazioni sono state fatte proprie dalle Commissioni congiunte sanità ed istruzione, presente la Consulta della Scuola.
Venezia ha rinunciato ai questionari ai Nidi. I Nidi dipendono dai Comuni.  Occorre evitare che ciò che è appena uscito dalla porta dei Nidi rientri dalla finestra, un campione statistico può venir applicato "copia-incolla" per tutto il Veneto e tornare così anche a Venezia. Riteniamo per questo importante la proposta di legge Regionale Veneta PdL 227 che vieta la somministrazione dei questionari nelle scuole dell'obbligo. Importante sarebbe includervi nel testo anche i Nidi e i Servizi per l’infanzia da 0 a 6 anni.
Dopo Piemonte e Trentino il Veneto potrebbe essere la 3^ Regione d'Italia ad evitare a bambini, famiglie, insegnanti, di cadere nella logica della medicalizzazione dell'infanzia.
E’ ipotizzabile che genitori ed insegnanti possano rinunciare alla loro funzione educativa, delegare autorevolezza e responsabilità genitoriale alla “clinica tout court”? E’ ciò che rischia di avvenire con i questionari scolastici e della prima infanzia definiti “fase anamnestica” cui segue la “fase clinica”, coinvolgendo insegnanti e genitori nell’ottica di considerare patologico il pianto improvviso di un bambino piccolissimo, o una faccia scura…. Come spiegare, o tradurre in un questionario la soggettività di un lessico famigliare; o spiegare che un bimbo (e non solo) può increspare gli occhi per una fotofobia ed è "normale" se è raffreddato e non c’entrano nulla i colori del nido?
Tutto questo rischia di sottrarre risorse alla soluzione del disagio vero e distrarre attenzione e risposte ai bimbi con "veri" deficit lievi, medio-gravi e gravi, con ricadute pesanti per questi ultimi, in concomitanza con la veloce riduzione in questi anni dei servizi di riabilitazione per bimbi i cui genitori a centinaia debbono farsi carico della logopedia, della psicomotricità, della musicoterapica, delle pratiche facilitative per la comunicazione...
Lo psicofarmaco "tranquillizza", in fondo noi adulti vogliamo stare più tranquilli e non siamo pronti ad accettare la sfida del disagio e della disabilità.
Esiste per i bambini e per i ragazzi la malattia del... temperamento-comportamento, come il disturbo della timidezza, della goffaggine…?
Ci sono bravissimi medici, psicologi e psichiatri, ma... c'è anche il dr. Ballanzone. Ci sono bravi educatori... ma c'è anche la tentazione di avere punti di riferimento "forti, oggettivi", e quando si oggettivizza una persona si sbaglia sempre. Come fissare un questionario ad un dato momento, umore, stato d'animo e farne un punto di riferimento…
I questionari hanno alla base il "Progetto Prisma", realizzato dopo la reintroduzione in Italia di pesanti molecole estromesse dal mercato italiano per 20 anni e reintrodotte di recente. La reintroduzione di questi stupefacenti per i bambini, classificati per l’occasione psicofarmaci, ha necessità per la somministrazione di un ampio consenso sociale e di un’investitura “scientifica” quale vorrebbero essere i questionari, che individuano ad es. per i potenziali malati dagli 8 ai 14 anni domande del tipo (ad adolescenti e pre-adolescenti): quando ti guardi allo specchio, ti piaci? Al mare ti vergogni a spogliarti?...
Ci sono “età della vita” di grandi cambiamenti, trasformazioni del corpo... ebbene queste età sono fisiologiche o patologiche? E il compito di una comunità, famiglia, o società.. è sostenere queste trasformazioni con immagini, pensieri educativi, con la storia dei popoli, con la filosofia... insomma con umanità, amore e buonsenso, o mettere le nostre vite nelle mani del dr. Ballanzone?
Cosa potrà dirci? Che i malati occorre cercarli, crearli.
Ed è così che il dr. Ballanzone si fa conquistare dalle big pharma, crea convegni, studi, crea carriere per se e per i colleghi... sulla pelle del malato immaginario.
Gli elementi da cui parte questa "visione visionaria" della realtà è la dimensione del cervello, la differenza delle razze... i fattori di rischio (dichiarati nel progetto Prisma) sono la genetica, la povertà, l'essere donna. A questi 3 fattori principali il progetto ne aggiunge altri 2: essere separati, essere single....
Ci sono da sempre bambini (disabili e non) traumatizzati dall’ossessione di essere costretti a scrivere con la destra anziché con la sinistra.  
I bambini con deficit, anche lievi, o passeggeri, sono passati da un decennio dalla “fisiologica” presa in carico Pediatrica, Fisiatrica a quella Neuropsichiatrica, troppo spesso non coincidente con l’abilitazione e la riabilitazione.
E ci sono bambini non disabili, a volte disturbati solo perché maleducati, con genitori che dovrebbero insegnar loro regole igieniche e ritmi che non sanno nemmeno loro: che il frigo non si apre in continuazione, che la TV si spegne dopo la mezz'ora, oretta, che è meglio giocare con i figli che piazzarli, o lasciarli davanti alla TV, che è meglio spegnerla finché si mangia ecc. A nulla varrebbe medicalizzarli. Se non è detto che la Tv nei primissimi anni di vita abbia su tutti i bambini effetti devastanti, è stato appurato che in America i bambini con gravi disturbi dei comportamenti si siano nutriti nella prima infanzia di massiccie dosi di TV.
Strumenti conoscitivi quali i questionari... fanno perdere di vista il bambino, la sua unicità in ogni tempo storico. Rimane aperta la domanda: come "Osservare” gli Osservatori dell'Infanzia? 103 in tutta Italia (13 nel Veneto) competenti per la somministrazione dei farmaci ai bambini? Diventa importante quanto scritto nel PdL 227 all’Art. 3, Comma 3… favorire l’accesso a terapie alternative alla somministrazione di sostanze psicotrope.Cui aggiungeremmo appunto prassi pedagogiche, pratiche abilitative-riabilitative.


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