Scritto ieri:
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Ott
31
IPOCONDRIA
di butterfly
La caratteristica essenziale della ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia, basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici.
Perché si possa parlare di ipocondria, ovviamente, una valutazione medica completa deve avere escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).
L'aspetto principale dell'ipocondria è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia persistono nonostante le rassicurazioni mediche.
Nella ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore); oppure sensazioni fisiche vaghe o ambigue (per es. "cuore affaticato", "vene doloranti").
La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.
In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca). Visite mediche ripetute, esami diagnostici e rassicurazioni da parte dei medici servono poco ad alleviare la preoccupazione concernente la malattia o la sofferenza fisica. Per esempio, un soggetto preoccupato di avere una malattia cardiaca non si sentirà rassicurato dalla ripetuta negatività dei reperti delle visite mediche, dell'ECG, o persino della angiografia cardiaca.
I soggetti con l'ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di osservazioni, sensazioni, o eventi che riguardano il loro corpo.
La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.
Spesso nell'ipocondria la storia medica viene presentata con dovizie di dettagli e assai estesamente. Sono comuni "l'andare per medici" e il deterioramento della relazione medico-paziente, con frustrazioni e risentimento reciproci.
I soggetti ipocondriaci spesso ritengono di non ricevere le cure appropriate, e possono opporsi strenuamente agli inviti a rivolgersi ai servizi psichiatrici. Complicazioni possono derivare dalle ripetute procedure diagnostiche, che possono di per sé comportare dei rischi e che sono costose.
Tuttavia, proprio in quanto questi soggetti hanno una storia di lamentele multiple senza una chiara base fisica, c'è il rischio che ricevano valutazioni superficiali, e che venga trascurata la presenza di una condizione medica generale.
Le relazioni sociali vengono sconvolte per il fatto che il soggetto ipocondriaco è preoccupato della propria condizione e spesso si aspetta considerazione e trattamento speciali.
La vita familiare può diventare disturbata poiché viene focalizzata intorno al benessere fisico del soggetto. Possono non esserci effetti sul funzionamento lavorativo dell'individuo, se questo riesce a limitare l'espressione delle preoccupazioni ipocondriache al di fuori dell'ambiente lavorativo. Più spesso la preoccupazione interferisce con le prestazioni e causa assenze dal lavoro. Nei casi più gravi, il soggetto ipocondriaco può divenire un completo invalido.
Malattie gravi, specialmente nell'infanzia, ed esperienze pregresse di malattia di un membro della famiglia sono facilmente associate con il manifestarsi della Ipocondria.
Si ritiene che certi fattori psico-sociali stressanti, in particolare la morte di qualche persona vicina, possano in alcuni casi precipitare l'Ipocondria.
Il disturbo risulta equamente distribuito tra maschi e femmine. E' sconosciuta la percentuale di diffusione del disturbo nella popolazione generale, ma nella pratica medica generale va dal 4 al 9%.
L'ipocondria può esordire a qualunque età, ma si pensa che l'età più comune di esordio sia la prima età adulta. Il decorso è solitamente cronico, con i sintomi che vanno e vengono, ma talora si verifica una completa remissione.
A causa della sua cronicità alcuni ritengono che il disturbo sia soprattutto espressione di tratti di carattere (cioè preoccupazioni di lunga durata riguardanti i problemi fisici e la focalizzazione sui sintomi somatici).
E' importante distinguere l'ipocondria dal disturbo ossessivo-compulsivo da contaminazione, che è caratterizzato non tanto dal timore di avere una malattia, ma dalla paura eccessiva e irrazionale di ammalarsi o di far ammalare qualcun altro tramite contagio e, in genere, da rituali di lavaggio e evitamenti volti a scongiurare tali paure
Ott
24
Articolo di
di angelo arecco
L'articolo che segue è apparso sul quotidiano britannico "The Guardian" del 9 settembre di quest'anno a firma di Darian Leader. Parla della terapia cognitivo-comportamentale e mi sembra abbastanza interessante. Il titolo è "A quick fix for the soul" che più o meno vuol dire "Un rimedio bell'e pronto per l'anima":
Una signora convinta di emanare un odore sgradevole viene convinta a viaggiare sui mezzi pubblici con una porzione di “fish and chips” per monitorare le reazioni degli altri passeggeri. Ciò le permetterà di stabilire la “prova”: si accorgerà che esiste una disparità tra le volte in cui ella è portatrice di un forte odore e quelle in cui non lo è. Questo la aiuterà a “correggere” le sue convinzioni.
Benvenuti nel mondo della terapia cognitiva comportamentale (CBT), che ha goduto di un’espansione massiccia nel corso degli ultimi 10 anni, non solo in Gran Bretagna ma in molti Paesi occidentali. Dove prima fioriva una varietà di terapie, oggi la CBT sta progressivamente rimpiazzando i vecchi metodi terapeutici. Costa poco, dà risultati tangibili ed è consono ad una visione del mondo dettata dal senso pratico ed orientata alla risoluzione di ogni tipo di problema.
Sviluppata dallo psichiatra statunitense Aaron Beck negli anni Sessanta, la CBT si basava sull’idea che i nostri umori e le nostre emozioni sono influenzate dai nostri schemi di pensiero. Scopo della terapia era "correggere" questi processi, “per pensare ed agire più realisticamente". Permetteva al paziente di evitare l’interpretazione errata della realtà che l’aveva portato ad avere problemi. Anziché focalizzarsi sulla storia del paziente (ad es. l’infanzia e le prime esperienze, come quasi tutte le altre psicoterapie) la CBT si occupa in primo luogo del “qui e ora”. Paziente e terapeuta concordano obiettivi e formulano modalità per raggiungerli in ciascuna seduta. Vengono individuati schemi di pensiero negativo, e si discute delle alternative. Alla fine di ogni seduta, al paziente viene assegnato un “compito a casa”, tra cui l’auto-monitoraggio, la registrazione di eventi ed altri strumenti di auto-ispezione. Dopo il suo stravagante soggiorno in metrò, la signora dei “fish and chips” andrà dal suo terapeuta e discuterà con lui o lei i fatti della giornata. Se si sarà resa conto che gli altri passeggeri di fatto erano meno reattivi erso di lei quando non portava con sé il suo pranzo maleodorante, allora sarà in grado di cambiare il suo schema di pensiero, per vedere la sua vita in maniera più positiva. Allora, imparerà che il suo sintomo non era altro che un’interpretazione erronea della realtà, al fine di vedere il mondo come tutte le altre persone. Ma perché innanzitutto soffriva di questo sintomo olfattivo? Quale funzione aveva nella sua vita? Se ne era certa, che ruolo giocava su di lei questa certezza? Poteva rappresentare una soluzione a qualche altro problema, meno ovvio? E in questo caso, quali potrebbero essere le conseguenze del tentativo di rimuoverla? Molte delle terapie hanno per scopo di sentire cosa esprime un sintomo, non di soffocarlo, ma di dargli voce e cercare di capire quale funzione abbia per il soggetto. La CBT , al contrario, mira alla eliminazione del sintomo.
La diffusione della CBT presso le agenzie governative non deve sorprendere più di tanto. Quest’anno, nel Regno Unito, c’è stato il lancio del Miglioramento dell’Accesso alle Terapie Psicologiche (Improving Access to Psychological Therapies - IAPT), un’iniziativa per formare una “forza di intervento” quasi interamente composta da terapeuti cognitivi per prendersi cura degli abitanti ansiosi e depressi del nostro Paese. Lord Layard, il cosiddetto “zar della felicità” e uno degli artefici di questo nuovo progetto, è lusingato. Finalmente, chiunque potrà accedere a cure di provato effetto e con credenziali scientifiche in ordine.
E risparmieremo un sacco di soldi con questo affare. La depressione e l’ansia costano alla nostra economia circa 12 miliardi di sterline l’anno - 1% del reddito totale nazionale – mentre invece con le nuove terapie si potranno curare le persone con sole 750 sterline a testa. Il risparmio sulle ricette di farmaci e sulle pensioni di invalidità sarà assolutamente sorprendente.
Ma quali potrebbero essere i costi reali di questa iniziativa? E il successo della CBT cosa ci dice sul mondo in cui viviamo oggi? Il governo progetta anche di regolarizzare medium e spiritisti. Non spetterà più a noi se credere o no a queste persone, ma un potere al di sopra di noi ci dirà chi è legittimato a svolgere queste professioni e chi no. Proprio come la nuova retorica della “scienza” ci dice che la CBT è la miglior cura possibile, allo stesso modo arbitrerà l’”altra parte”, e tutto quello che resta da fare al governo è suffragare la scienza tramite atti legislativi.
Questi sono gli straordinari sviluppi dei nostri tempi. Ed evidenziano con chiarezza uno strano paradosso del sé moderno. Ci dicono che siamo responsabili delle nostre vite e che abbiamo il potere di trasformarle. Ma allo stesso tempo ci trattano come minorenni cui manca la facoltà di giudizio critico e devono essere protetti da predatori pericolosi e privi di scrupoli.
Oggi sono la plasticità e il cambiamento che dominano l’immagine che abbiamo di noi stessi. La stessa personalità viene rappresentata da un insieme di abilità che possiamo imparare e modificare. Proprio come è possibile alterare i nostri corpi attraverso la chirurgia estetica, allo stesso modo possiamo cambiare i nostri comportamenti tramite il “lavoro” su noi stessi. I reality della televisione mostrano principi che diventano poveri, bambini che si scambiano i genitori e imbranati che si trasformano in dongiovanni. Le possibilità di trasformazione sembrano infinite. Il sogno della signora Thatcher della mobilità sociale non è più solo un passatempo notturno, ma anche un imperativo individuale.
La CBT promette un cambiamento altrettanto repentino. Tratti o sintomi non desiderati non vengono più visti come indizi di una verità interiore, ma semplicemente come disturbi alla nostra immagine ideale che possono essere recisi ed asportati. Anziché considerare un inizio di depressione o un attacco d’ansia come segnali di processi inconsci bisognosi di essere attentamente valutati ed espressi, essi diventano solo aspetti comportamentali da eliminare.
Qui il mercato trionfa, mentre il nostro mondo interno diviene uno spazio di compravendita. Paghiamo esperti come maestri di vita perché ci insegnino a cambiare nel modo desiderato. Aspetti di noi stessi, come la timidezza o la sicurezza, diventano merci che possiamo perdere o viceversa amplificare, pagando. La depressione o l’ansia diventano problemi isolati che possono essere localizzati a livello locale senza tirare in ballo il resto della nostra esistenza, allo stesso modo in cui un attacco missilistico contro un’installazione terroristica dovrebbe sbarazzarci del problema posto dal terrorismo.
Questo è un sé moderno, per il quale la profondità è diventata superficie. Nelle soap opera e nei reality i protagonisti condividono i loro sentimenti e le loro emozioni più intime, come se non esistesse soluzione di continuità tra vita interiore e vita esteriore. Se dovesse manifestarsi un’ambiguità, c’è una task force di esperti pronta, come nel Grande Fratello, per spiegare le motivazioni delle persone. Il sé non è più un antro oscuro; tutto viene esposto, nudo. In realtà, siamo stati derubati delle nostre vite interiori.
Molti teorici sociali considerano questa atomizzazione come la conseguenza di un’economia fondata sul mercato. Dal momento che il mercato tutto governa, era solo questione di tempo prima che le caratteristiche proprie degli esseri umani potessero essere considerate merci e le relazioni reciproche come transazioni d’affari. Gli studenti diventano clienti dei servizi educativi, i bambini clienti dei loro genitori. E non c’è da stupirsi che la visione degli esseri umani come soggetti in competizione sul mercato per acquisire merci e servizi necessiti di una psicologia “ad hoc” per supportare tale visione mercantile.
Questa nuova psicologia ha rotto in maniera radicale con le idee tradizionali. Il sé un tempo veniva inteso come un luogo di conflitto: tra ragione e passione, tra volontà e capacità di comprensione, tra desideri repressi e inibizioni. Ma, come ha osservato Nikolas Rose nel suo studio “Governare l’anima”, il sé non è più intrinsecamente fratturato, ha solo bisogno di “attualizzarsi”.
Il sé diviso, tanto caro all’epoca degli anni Sessanta, è scomparso insieme al riconoscimento che il dolore, la disperazione e la frustrazione colpiscono al cuore la nostra immagine di auto-possesso e realizzazione. La psiche è diventata come un muscolo che occorre sviluppare ed addestrare. Non c’è più posto per la complessità e le contraddizioni: il soggetto moderno è rappresentato come unidimensionale, alla ricerca di realizzazione. La possibilità che la vita umana tenda verso la riuscita e il fallimento e mai semplicemente alla ricchezza, al potere o alla felicità non ha più senso. Improvvisamente, il mondo delle relazioni umane descritto da romanzieri, poeti e drammaturghi degli ultimi secoli può semplicemente essere cancellato. Autosabotaggio, masochismo e disperazione ora sono colpe da correggere, anziché elementi pregnanti alla base vera e propria del sé.
La nuova psicologia è così al servizio del mercato. I sintomi vengono intesi come deviazioni, schegge di condotta appresa che possono essere disfatti da brevi corsi di rieducazione. Questo è il terreno in cui la CBT ha prosperato. Nei suoi manuali si parla senza vergogna di “modifica dei convincimenti" e di “vendere la cura” al paziente. Esso segue una visione della psiche guidata dal mercato, nella quale un sintomo, ad esempio depressione o insonnia, non è visto come un problema generale nella vita di una persona, che, se districato, può portare alla rivelazione del sé, ma come un disturbo locale che può essere gestito e rimesso a posto.
Questa mercificazione della psiche si riflette nel cambiamento delle diagnosi di salute mentale. All’inizio del 20° secolo, esistevano una decina o una ventina di categorie diagnostiche discrete – suddivise tra i vari aspetti della salute mentale. Entro i primi anni Novanta erano diventate più di 360. Sintomi superficiali facilmente osservabili come la timidezza, sono stati portati come definizioni di disordine mentale. Molti di questi sono stati sviluppati e pubblicizzati dall’industria farmaceutica per poter creare nicchie di mercato per nuovi farmaci. La fobia sociale, ad esempio, è stata contrabbandata come diagnosi dai fabbricanti di un farmaco (il moclobemide) che pretendeva di curarla.
Il nuovo focalizzarsi sul comportamento di superficie fa sembrare più scientifiche le terapie di stile cognitivo. Come osserva Ian Parker, professore di psicologia alla Manchester Metropolitan University, se un disordine è definito in base ai sintomi, sbarazzatevi dei sintomi e la stessa cosa accadrà al disordine. Il terapeuta svolge un procedimento più o meno meccanico, una serie di protocolli formulati in anticipo, che sono stati approvati dalla direzione e controllati dai supervisori. Sulla carta sembra che funzioni: i sintomi sembrano ridursi. Ma mancano le tracce dei cosiddetti "sintomi alternativi”, i problemi che tendono ad emergere nella mente o nel corpo dopo la rimozione dei sintomi iniziali. Una signora affetta da fobia per i cani può riuscire a vincerla con una cura comportamentale, ma che ne sarà del suo rapporto col padre, un sopravvissuto ai campi di sterminio che dopo la guerra ha il terrore dei pastori tedeschi? Se il sintomo manifestato dalla signora articolava una certa identificazione con l’ansia del padre, come potrebbe trovare ora un modo per esprimersi, una volta che la donna è privata della sua fobia?
Queste importanti complessità hanno ben poco spazio in una società dove la profondità è diventata superficie. Quello che conta sono soluzioni cosmetiche di pronto effetto, con il timbro di convalida dei cosiddetti esperti. Dove prima gli articoli e le pubblicazioni sviluppavano concetti ed idee, oggi l’espressione “La ricerca dimostra che…. “ ci spinge a smettere di pensare. Non molto tempo fa i mass media riportavano eccitati la “notizia” che la ricerca aveva dimostrato che i padri depressi avevano un effetto sul benessere dei propri figli. Beh, seriamente, chi avrebbe pensato altrimenti? Era davvero necessario avere un finanziamento governativo per scoprirlo? E in effetti, la metodologia di molti di questi studi è profondamente viziata.
Questo è un mondo in cui nulla conta a livello di conoscenza, a meno che non sia ratificato da esperti. I consigli sull’allevamento o la nutrizione dei bambini potrebbero avere un senso, ma ci può essere davvero un modo giusto per condurre una relazione, per innamorarsi o avere convincimenti? La conoscenza è quasi diventata un sinonimo di prodotto: ogni nuova idea o scoperta deve dimostrare come può avere un utilizzo pratico, cioè venduta. I ricercatori devono poi specificare i “risultati” che cercano e quali saranno i benefici di tali risultati. Anche il progetto di una scultura da esporre in pubblico necessita di una spiegazione dettagliata della sua utilità.
Nell’odierna società ossessionata dai risultati, le persone devono diventare computabili, quantificabili, trasparenti. E questo ci porta al nuovo e grottesco concetto di psicoterapia. La terapia viene ora concepita come un insieme di tecniche applicabili a un essere umano. Questo ha senso se la consideriamo una transazione d’affari con un compratore, un venditore e un prodotto. Ma ciò ignora completamente il fatto fondamentale: che la terapia, cioè, non è come un cerotto che si può mettere su qualsiasi ferita, ma è una proprietà di una relazione umana. La terapia si basa sull’incontro tra due persone, e il lavoro vero non viene svolto dal terapeuta ma dal paziente. Come ha osservato lo psicanalista Donald Winnicott, il terapeuta fornisce uno spazio in cui il paziente può costruire, creare qualcosa. Il terapeuta incoraggia e facilita, ma se una terapia si realizza o meno dipende interamente dal paziente.
Al contrario della CBT, le terapie tradizionali non mirano a fornire l’accesso a una realtà scientifica di uso comune, ma prendono seriamente in considerazione la situazione reale del paziente: per analizzarla, definirla, elaborarla e vedere dove porterà. Nessun risultato certo può essere previsto in anticipo: il paziente potrebbe tornare al suo lavoro ma potrebbe anche rinunciare a un lavoro ben pagato, pur di perseguire un altro cammino.
Le terapie come la CBT , che pretendono di garantire un prodotto, possono certamente essere utili per qualcuno. Ma è di cruciale importanza evidenziare la questione se una terapia funziona e come funziona. Poiché per iniziare una qualsiasi terapia, occorre mobilitare i sistemi di convincimento inconsci. Il convincimento umano è un fattore estremamente potente, e nessuna autorità esterna può dirci in cosa dobbiamo credere, sebbene la persecuzione di gruppi religiosi dimostri quanto ciò sia sotto gli occhi di tutti.
Lord Layard sorprese i terapeuti all’inizio di quest’anno con questo aneddoto: “La cosa che mi ha più colpito in questi ultimi anni è stata quando il direttore esecutivo di una fondazione della salute mentale ... mi disse che doveva la sua vita alla CBT… Mi ha rivelato di essere un caso di bipolare manifesto, ma non ha mai fatto un giorno di assenza dal lavoro in 15 anni. Possiede un libricino che porta sempre con sé e quando gli vengono in mente strani pensieri, cerca la pagina adatta secondo il tipo di pensiero che gli capita, oppure se ha un calo dell’umore, e fa esattamente quello che c’è scritto in quella pagina. Ora, voi potreste dire che è meccanico. Io dico che è geniale e non così diverso, dopotutto, da quello che Gesù o qualunque altro grande benefattore ha elargito al prossimo”.
A Mao-Tse-Tung forse sarebbe piaciuta questa storiella, magari sperando che il libricino in questione fosse il suo. E in effetti, la terapia cognitiva forse è stata usata moltissimo durante la Rivoluzione Culturale in Cina, dove alla gente veniva insegnato che la depressione era solo “pensare sbagliato”. Separati dalle loro famiglie, incapaci di contattare i propri cari, soggetti a punizioni crudeli e testimoni dell’assassinio o della “sparizione” delle persone più prossime, a milioni di persone fu "insegnato” di svilire le proprie emozioni. Si doveva pensare al mondo in un modo diverso, e la felicità e l’entusiasmo dovevano sostituire la disperazione e lo scoramento. Il pensiero positivo avrebbe bandito gli atteggiamenti negativi ed inutili.
Questa negazione della legittimazione dei sintomi delle persone può avere conseguenze pericolose. Sviare i processi psicologici dal proprio lavoro introspettivo può portare sia a nuovi sintomi sia ad atti violenti. L’impegno della CBT nell’ignorare gli effetti della storia di un paziente, a favore di una futile analisi del “qui e adesso” denota uno squallido esempio per coloro che credono che una delle lezioni che ci ha lasciato il 20° secolo è precisamente quella di non negare il significato della storia e della memoria umana.
Ott
22
Cara compagna Chiara....
di angelo arecco
Chiara, sono Angelo Arecco. Se ti ricordi a Laigueglia fuori dall'albergo esattamente 4 anni fa al corso per coppie uditore/operatore, io e te abbiamo parlato dei bei tempi andati, tu con immutata passione ed entusiasmo e io con un po' di malinconia ho ripensato alla mia esperienza nei (veri) CUB e in "Avanguardia Operaia" a partire dalla mia militanza nel Movimento Lavoratori/Studenti (ho completato le superiori al serale diplomandomi nel 1974). Per cui mi ritrovo benissimo nella tua affermazione relativa al personale/politico e che il personale "è" politico, ogni scelta comporta una rinuncia ma si deve avere in mente un obiettivo ben chiaro ecc. ecc. Credo di appartenere a una ben strana generazione, di ex compagni diventati bancari, presidenti di qualche grosso ente pubblico (ho in mente un esempio per tutti, Chicco Testa, che quando lo conobbi era segretario di cellula del PCI a Milano poi ha fatto il presidente dell'ENEL). Il problema è che molti di costoro sono diventati anche psichiatri (il simpatico dottor Leo citato da Peppe dell'Acqua nella prefazione al libro di Alice, diventato oggi quello che dovresti sapere chi è). Per cui, noi non siamo solo "doppi" ma, dall'altra parte della barricata, come tu stessa affermi di considerare molti operatori, ci troviamo a che fare con molti nostri ex compagni di viaggio sia pur alterati e diciamolo pure corrotti dalle scelte opportunistiche che hanno fatto nella loro vita. Viceversa credo di non essere il solo ad essermi accorto che le ultime generazioni di psichiatri non sono altro che farmacisti mancati, capaci solo di scribacchiare ricette anzichè disporsi ad ascoltare. Credo quindi occorra ben distinguere tra operatore e operatore, nel senso che se penso per esempio a Marcello, Roberta, e ne ho in mente molti altri, che ho conosciuto gironzolando un po' qua e là per l'Italia a fare da traduttore a Coleman, e ti posso assicurare che non sono affatto mosche bianche, ebbene non tutti sono proprio da buttare e considerare "nemici delle masse popolari" come si diceva una volta. Tutto sta, secondo me, alla vera, genuina e sincera disponibilità, sia da una parte che dall'altra, a mettersi in gioco come persone con tutti i limiti, difetti, pregi, aspirazioni e desideri. Solo in questo modo riusciremo a far salire a bordo della "recovery" (che brutta parola.... non vergnogniamoci più di dire guarigione, punto e basta) quanta più gente possibile e nella misura in cui gli "imbarcanti" vogliano farlo veramente e non solo per imbellettarsi dell'ultima parola di moda nella salute mentale e poi continuiamo il nostro viaggio insieme a tutte queste persone, per giungere finalmente al giorno in cui i pazienti che finalmente decidono di smettere di esserlo e diventare cittadini siano in netta maggioranza rispetto al numero di cittadini ai quali capita di diventare pazienti!!! (a questo punto, se ti ho ben inquadrata, forse mi risponderari dandomi del "riformista".......)
Angelo Arecco
Ott
16
La recovery di Angelo Arecco
di angelo arecco

Il mio primo contatto con i servizi di salute mentale risale al 1989, a seguito di un periodo particolarmente stressante della mia vita. All’epoca ero sposato e con un figlio e vivevo e lavoravo a Milano.
Col senno di poi ho identificato i fattori di maggiore stress psicofisico come segue:
- La morte di mio padre nel 1980 quando avevo 25 anni;
- La nascita e la morte nello stesso giorno del nostro figlio nato prematuro nel 1986;
- La perdita del lavoro nello stesso anno e la mia incapacità di adattarmi ad altri lavori;
- La nascita del secondo figlio nel 1988 e la responsabilità di diventare padre;
- La preoccupazione del rimborso di un mutuo di 80 milioni di lire per la nuova casa (1989).
Questo calderone ha fatto sì che mi sentissi “circondato” da tutte le parti e per reazione ho ingerito tutti gli psicofarmaci trovati in casa che le erano stati prescritti per alleviare il lutto del marito.
Dopo una lavanda gastrica, il mio medico mi segnalò al servizio di salute mentale di zona e iniziai ad avere colloqui regolari con uno psichiatra.
La mia prima diagnosi fu di disturbo di personalità borderline e mi prescrissero carbolitio d benzodiazepine. Dopo alcuni anni di questa terapia, la mia diagnosi cambiò a disturbo bipolare dell’umore, conseguentemente la terapia venne modificata. Per un certo periodo piuttosto breve feci anche della psicoterapia.
La vita procedeva tra alti e bassi. Venni ricoverato in psichiatria per brevi periodi di tempo a seguito di altri successivi episodi di impasticcamento, finché nel 1994 (mio figlio Davide aveva 6 anni), decisi di lasciare la famiglia e andai a vivere da solo. Continuavo a cambiare lavoro, incapace di adattamento, fino a quando non persi il mio ultimo impiego nel 1995. Avevo finito i soldi per pagare l’affitto e traslocai a casa di mia madre in provincia di Savona, a Borghetto Santo Spirito.
Appena arrivato iniziai a cercare un lavoro e venni assunto da un mio vecchio amico presso una agenzia marittima di Genova, dove lavorai fino al 1998, quando una ditta spagnola mi offrì un lavoro meglio pagato a Barcellona. Mi recai sul posto per il colloquio e mi promisero l’assunzione. Mi dissero che entro una settimana mi avrebbero confermato il tutto. La settimana dopo la ditta mi telefonò dicendo che si erano fusi con un’altra società e il lavoro non c’era più.
Il problema era che ero convinto che avrei avuto quel lavoro e nel frattempo avevo già dato le dimissioni da quello vecchio.
La notizia mi ripiombò nella disperazione e reagii come avevo fatto quasi dieci anni prima cioè impasticcandomi e finendo ricoverato in SPDC a Savona. Venni trattenuto per quasi tre mesi, poi venni mandato in un centro di recupero e da lì rispedito a casa. Decisi di smettere di assumere farmaci rifiutando di avere colloqui col mio psichiatra. In seguito ebbi violentissime allucinazioni sia uditive che visive. Nel giro di pochi giorni ero di nuovo in SPDC per altri quattro mesi, poi di nuovo nel centro di recupero.
A questo punto il mio psichiatra mi ripropose, come aveva fatto prima, che anziché tornare a casa di mia madre aveva in mente una soluzione alternativa. C’erano questi cosiddetti “alloggi protetti” in Valbormida, a Carcare, ma lasciava a me la scelta se andarci oppure no e mi sarebbe stata offerta la possibilità di visitarli prima di prendere una decisione. Avendo ben presente cosa avesse significato per il fatto di tornare da mia madre e di smettere con le terapie, stavolta presi una decisione diversa e seguii il consiglio dello psichiatra.
Penso che quello fu uno dei punti di svolta nella mia vita.
Non appena arrivato a Carcare, cominciai ad apprezzare l’idea di diventare adulto invece di essere un bambino cresciuto (agli occhi di mia madre). In questo nuovo ambiente avevo un certo grado di libertà. Alcuni ospiti avevano un lavoro, altri frequentavano il Centro Diurno e le sue attività ludico-educative ma se uno voleva poteva dormire tutto il giorno. C’erano solo due appuntamenti “fissi” nella giornata, quando le infermiere ci davano le terapie e solo qualche riunione con gli operatori per parlare di come andavano le cose negli alloggi e per stilare i menù e i turni di spesa e cucina per le cene. Infatti, a cena, dovevamo fare a turno per cucinare e rigovernare mettendoci i nostri soldi. A pranzo, invece, noi ospiti avevamo diritto a un “ticket” da spender nei locali convenzionati.
Ero contento, tranne che dopo un po’ iniziai ad annoiarmi a dormire tutto il giorno. Sentivo di avere il bisogno di qualcosa da fare.
Allora andai da uno dei medici e gli chiesi se poteva trovarmi un lavoro.
Mi rispose che considerando la mia esperienza da impiegato e che i lavori disponibili erano tutti manuali, sarebbe come “far correre una Ferrari alla velocità di una 500”. Nondimeno, mi disse che se volevo poteva presentarmi alla locale “Croce Bianca” dove avrei potuto svolgere volontariato.
Decisi di provare e qualche settimana dopo (Natale del 1999) entrai a far parte della Pubblica Assistenza “Croce Bianca” di Carcare come telefonista e addetto alla radio. Questo si è dimostrato un altro elemento chiave per iniziare il mio viaggio verso la “recovery”.
Mi ricordo la mia prima sera in “Croce”: il mio istruttore aveva appena finito di dirmi come ricevere una telefonata, le cose da chiedere sullo stato del paziente, cosa era successo, l’indirizzo esatto, ecc. ecc. quando la “linea urgenze” squillò. Qualcuno chiedeva un’ambulanza, da bravo alunno presi nota di tutti i dettagli e feci uscire la mia prima ambulanza. Cavolo,m ce l’avevo fatta al primo colpo!
I colleghi all’inizio erano un po’ dubbiosi su di me, sapevano chi ero e chi mi mandava, ma con il passare del tempo impararono a conoscermi, non ero più un’etichetta e per la prima volta dopo qualche anno mi sentii una persona, un cittadino come gli altri. Dopo la fine del tirocinio come centralinista, feci quello per barelliere. Ma dopo due o tre urgenze “serie” (compresa una dove arrivammo troppo tardi, purtroppo) decisi che non avevo i cosiddetti per cose del genere. Quindi continuai a fare il centralinista e solo di tanto in tanto accettavo di salire in ambulanza come barelliere per accompagnare pazienti non autosufficienti a qualche visita specialistica, come radiologia, chemio o radioterapia, dialisi e così via.
Ero contento di fare il volontario, ma pensai che mi ci voleva un lavoro “vero”. Nel 2001, seppi che un centro di formazione professionale doveva fare un corso per traduttori tecnici dall’inglese all’italiano. Io avevo studiato inglese alle superiori e avevo già un buon livello di conoscenza della lingua, ma da qualche anno non facevo più pratica, ero malato. Quindi decisi di frequentare questo corso. Ebbi insegnanti molto in gamba, e alla fine del corso di un anno ottenni una borsa lavoro per conto dell’agenzia di traduzioni che aveva sponsorizzato il corso di formazione.
Poi, nel 2004 il dottor Marcello Macario, quasi per celia, mi diede un manualetto in inglese chiedendomi se me la sentivo di tradurlo.
Mi disse che era un lavoro a livello personale e che mi avrebbe pagato lui oltre la borsa lavoro. Lessi il titolo. Era un manuale scritto da un certo Ron Coleman, Paul Baker e Karen Taylor. Il titolo era semplice e nello stesso complicato da rendere in italiano: “Working to Recovery”. Mi ricordo che il dottore me lo diede un venerdì dopopranzo, dicendomi che c’era tempo per farlo. Iniziai a leggere e contemporaneamente a tradurre usando il mio vecchio computer.
Più leggevo e più ne ero affascinato. Tutte le cose che avevo pensato e molto di più erano lì, messe nero su bianco. Il lunedì mattina successivo, la traduzione italiana era appoggiata sulla scrivania del dottor Macario. Ci avevo lavorato tutto il fine settimana, giorno e notte. Il libro venne pubblicato e presentato a Savona nel settembre del 2004. Fu allora che conobbi Ron e Karen.
Da allora io e loro due abbiamo collaborato e sono diventati per me figure chiave nella mia recovery, non solo come autori e oratori ma soprattutto come amici e sostenitori molto validi.
Ora lavoro come traduttore per conto di un grosso editore di Milano. Vivo ancora in un alloggio protetto, da solo. Affitto ed utenze sono a carico del DSM. Ma questa non è ancora la fina del viaggio iniziato nel 1999 a partire dell’esperienza nel volontariato.
Due anni fa ho incontrato una donna speciale, Liliana, paziente, con la quale intendo condividere il resto della mia vita. Una vita vera, piena, e soddisfacente da vivere insieme come una persona sola.
Termino con un paio di pensieri sulla mia guarigione e anche con quella che ritengo una metafora molto efficace, fatta da un’operatrice in gamba della salute mentale (la mia operatrice...).
Prima i miei pensieri:
1. Quando ho incontrato Ron per la prima volta ero troppo malato per essere un bravo traduttore. Oggi sento di essere un traduttore così bravo da non avere il tempo di essere malato.
2. Spero che un giorno i pazienti che diventano cittadini di questo mondo superino il numero di cittadini di questo mondo che diventano pazienti.
La metafora di Antonella, la mia operatrice che ha lavorato con me dal 1999 ad oggi: “Secondo me, i pazienti si comportano verso gli operatori come le persone che hanno temporaneamente perso l’uso delle gambe a seguito di qualche incidente e sono costrette ad imparare a camminare con le stampelle. All’inizio, in genere si rifiuta l’idea di usarle perché non è facile per nessuno imparare ad usare bene le stampelle. Ma poi ci si abitua, fino al punto di rifiutare l’idea di poterne fare a meno e smettere di usarle. Il viaggio verso la recovery inizia quando la persona comincia a pensare: ‘Forse potrei eliminare almeno una stampella e vedere come me la cavo’. Dopo di che magari si sostituisce quell’unica stampella rimasta, per ricorrere a un bastone da passeggio.
Certamente, ci vuole tempo e bisogna impegnarsi molto per fare a meno sia delle stampelle che del bastone, fino a quando finalmente si ricomincia a camminare con le proprie gambe. Quando questo succede, la persona può dirsi guarita”.
Angelo Arecco
Ott
13
Sopra la 180 la capra campa ,sotto la 180 la capra crepa.
di Maïté
Se si potesse dire di meno o di più di ciò che nel nostro paese, Basaglia ha iniettato come obbiettivo nella legge 180 è sotto gli occhi di tutti, e se l’effetto sia esaurito, oppure no come un qualsiasi sintesi terapeutica nei confronti di un corpo particolarmente impoverito più che malato nella mente del soggetto!
E' ridicolo non rilevarne l’effetto perché quella esperienza in sostanza, non significava un esperimento di materia di numeri ma di liberazione naturale ad catenam del soggetto vincolato.
Era l’esplosione al grande mondo dei diritti naturali ad un tempo propizio a quel corpo fragile dell'uomo, di riconoscerne l'esistenza anche e soprattutto nel diritto alla propria Salute Mentale.
Più d’una legge, si è trattato in termini valoriali di un’esplosione per il manifesto della Salute Mentale che giaceva compromessa in ogni secondo e minuto insostenibile per i soggetti tenuti in condizioni dis- umane, resi ai limiti di ciò che si avverte come negazione della dignità per poter naturalmente campare.
Il resto si sarebbe svelato nel significato della libertà di coloro e con chi non poteva ne avrebbe potuto vivere per nessun motivo al mondo lontano dalla relazione civile in ogni benedetta città e paese del mondo.
Per questo la legge Basaglia è da ritenersi una bene-dizione odierna per la Salute Mentale, Urbi et Orbi proprio per quel corpo che si libera per il Bene della Salute Mentale.
La legge 180 non è un punto d’arrivo, ma una partenza obbiettiva per il cammino; la maratona come è stata definita di recente anche al forum di Roma, chi partecipa e in pratica avverte la fatica ad mantenere la libertà in azione al passo con i tempi della vita dignitosa, con il battito del cuore che irrora la mente tutta per mantenerla in quel che significa prendere parte al fianco concreto dell’universo mondano dell’altro simile a noi in tutto e per tutto.
Se restiamo dimentichi nel concorso con altri in modo perenne, di un bene più che un male, per possedere sempre al fianco nostro un orizzonte veramente raggiungibile e per ciò valido in ogni momento della nostra cittadinanza , qualsiasi sforzo, registro o cura in proposito alla necessità che occorre alla salute Mentale, sarà solamente sospeso un bene per un male nella la parte più fragile del corpo , perché tuttavia e sempre stata ancora più lesa la nostra unica e reale vicinanza .
Un salutone campale dalla comunità don.l.milani .
zico perani
Da: giperani@tiscali.it [mailto:giperani@tiscali.it]
Inviato: lunedì 13 ottobre 2008 16.23
A: Forum Segreteria
Oggetto: Sopra la 180 la capra campa
Pagine totali: 26
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