Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Ott 12
di nuovo sulla pericolosità sociale

di roberta


In questo mese, non ricordo quando perchè frastornata da impegni, è successo che a Genova un poliziotto sia stato ucciso da una persona sottoposta a T.S.O., credo, visto che le forze dell'ordine erano andate a domicilio a prelevarlo per portarlo in ospedale. La persona era conosciuta dai servizi di salute mentale. Il dott. Ferrannini all'alba del giorno seguente mi istruisce dalla radio (attraverso un'intervista che parte descrivendo da parte dell'intervistatrice la bontà di una mente sana in un corpo sano elencando le iniziative sportive organizzate per i malati mentali dai servizi di salute mentale genovesi) sulla necessità di un incontro tra tecnici e forze deputate all'ordine pubblico e 118 per organizzare una formazione specifica adatta a innocui T.S.O. (innocui nel senso di non pericolosi per gli esecutori, sembra di capire). Dopo qualche giorno leggo su un giornale che la interessante tavola di lavoro intrapresa prende in considerazione la necessità di fornire al 'corpo speciale' scelto, notizie riguardanti l'aggressività del malcapitato sottoposto a T.S.O. che lo possa classificare (stile Pronto Soccorso) codice bianco giallo rosso affinchè si affronti con giubbotti o guanti anti coltello o altri mezzi idonei e modalità adeguate. Ora sono strabiliata che questo fatto tragico, tragico per l'assassino, per l'assassinato, trovi risposte del genere. No, un dibattito sull'aggressività che possono suscitare o che suscitano, una riflessione sulla propria aggressività, sui pregiudizi, sul modo di farsi capire e capire , no, è inutile, così mi sembra di capire da Ferrannini, i servizi e i medici non devono interrogarsi o stimolare un dibattito al loro interno, magari anche con l'apporto di famigliari ed utenti, protagonisti di queste tragedie ben più freqyuentemente, no, non è urgente. Il malato è pericoloso, troviamo soluzioni. Meglio affrontare il problema con soluzioni garantiste per una categoria riconosciuta sana, anzi più categorie, quella dei sanitari quella dei poliziotti, meglio attrezzarsi. Si il malato può essere pericoloso e sopratutto oggi è confortato dal fatto che gli si impedirà di far del male ..sempre più lontana è la voglia di capirci in questa società, meglio aggredirci, reciprocamente , difenderci. Vince chi è di più, la maggioranza, agli altri non rimane che la ribellione se continua questa demenza. Volutamente non voglio aggiungere cose che sappiamo su T.S.O., sull'efficenza di servizi, di reparti, su assenze colpevoli. Voglio solo ricordare che non possiamo tutti, dico tutti, tollerare che alla violenza si risponda solo con un codice ancora più violento e che ci si dimentichi che possiamo pensare, capire, parlare, comprendere, trovare strade comuni, nuove , che se aggressività e violenza sono nel nostro patrimonio genetico lo è altrettanto il bisogno di amore, di affetto di riparazione ed aiuto.


Set 27
Ricordi rubati

di Emanuela

Ricordi rubati

Ritorno a voi con una mia testimonianza.
Nel 1986 sono stata colpita da una grave depressione.
Era difficile per i miei familiari curarmi perché rifiutavo ogni tipo di terapia in quanto non avevo fiducia nei medici che mi seguivano allora.
Dal gennaio 1988 per la prima volta ho cominciato a prendere regolarmente la cura prescrittomi.
Nell’estate dello stesso anno, in considerazione al fatto che la terapia non dava risultati ed io mi chiudevo sempre più in me stessa, rifugiandomi nel silenzio, lo psichiatra mi sottopose, sotto la sua responsabilità, a otto elettroshock.
Di questo metodo di cura ho un ricordo molto spiacevole: sono rimasta ossessionata dall’anestesia che mi veniva iniettata ogni giorno e ancora oggi ho sempre quella fastidiosa sensazione di perdita di coscienza e di nausea.
Tale trattamento non è servito allo scopo per cui è stato messo in essere ed ha comportato una perdita di memoria.
Di quel periodo non ricordo più nulla se non il lungo e triste tragitto che facevo giornalmente con mia madre per andare all’ospedale.
Fortunatamente, tale perdita è circoscritta ad un arco di tempo limitato (circa quattro mesi), ma sono stati buttati al vento momenti di intimità familiare, momenti di crescita del mio bambino, momenti che, purtroppo non torneranno più.
(Nel corso della mia vita passata, ho goduto molto poco mio figlio, è stato allevato dai suoi nonni ed il mio ruolo di madre è stato accantonato per un lungo periodo, questo è per me causa di grande dolore.)
All’epoca a cui mi riferisco ero in montagna con la mia famiglia, in ambiente rilassante e ciò poteva essere un’occasione per stare con mio figlio in maniera meno stressante e più ludica, anche grazie alla compagnia del mio nipotino e di mia nipote.
Anche in silenzio avrei potuto osservare il mio tesoro ed assaporare attimo per attimo ogni suo respiro.
Non avrebbero dovuto farmi l’elettroshock !
Non rispondevo alla cura, benché i farmaci fossero giusti, perché non ero supportata in modo adeguato psicologicamente.
E’ inutile somministrare antidepressivi e poi distruggere una persona nella psiche.
Quando riferivo fatti accaduti o che prevedevo accadessero, per motivi di cui ero certa, venivo derisa dagli psichiatri che mi seguivano in quel frangente.
Questo procurava in me, oltre che sofferenza ed umiliazione, una chiusura totale verso gli altri.
Non so perché si comportassero in quel modo così poco professionale e per niente umano. Eppure sono considerati dei luminari della psichiatria.
Bastava una psicoterapia adeguata per uscire dal silenzio in cui ero caduta.
Psicoterapia che non mi è più mancata con lo psichiatra che mi segue dal 1994. A lui ed alla sua equipe devo la mia risalita.
Io non ho competenze mediche ma, in base alla conoscenza pratica, ritengo di poter sostenere che in casi di depressione l’elettroshock non dovrebbe essere applicato, perché non è giusto che una persona venga privata dei propri ricordi, delle proprie esperienze anche se queste sono dolorose e negative, perché fanno parte della propria vita. Senza il proprio vissuto una persona non è più la stessa, perde la propria identità.
Non entro ovviamente in merito a casi di altre gravi malattie mentali in cui potrebbe essere necessario applicare l’elettroshock, ma devono essere casi limite.
Avendo come effetto collaterale una perdita parziale di memoria, questo trattamento deve essere fatto con cautela da medici ed anestesisti capaci.
Al di là delle linee guida stabilite dal Ministero della Sanità, oggi si sente parlare con troppa leggerezza di un uso più ampio dell’elettroshock, rischiando di innescare meccanismi non rivolti all’effettivo beneficio per il paziente.



Set 29
Concorso a Biella una VERGOGNA. Utenti piantonati dai carabinieri!

di alice banfi


Da "INFORMAZIONE A CHIACCHIERE-UTENTI", gruppo sorto in occasione del Concorso Letterario 'Storie di Guarigione' di Biella.
Di Lia Govers.
e per conoscenza all'assessore Flavio Como, all'assessore alla salute (Regione Piemonte) Eleonora Artesio, nonché alla Segreteria del Concorso Letterario
Buongiorno a tutti, Torino, 29-9-08

Sono venuta a sapere soltanto ieri sera il perché all'improvviso Tristano Ajmone, che tanto aveva contribuito affinchè questo Concorso Letterario potesse aver luogo, durante la premiazione a Biella venerdi scorso all'improvviso ha lasciato la sala, assieme agli amici suoi.
Già la presenza di Tristano non era stata gradita in occasione della Fiera del Libro a Torino il 12 maggio 2008, durante il quale è stato fatto ulteriore pubblicità per questo avvenimento.
Quando la sala era già quasi tutta piena Tristano Ajmone ed i suoi amici, non trovando più posto all'interno della sala hanno deciso di sistemarsi nella loggia bassa sulla destra, quella più vicina al palcoscenico. Preciso che era accompagnato da ca. 5 - 6 amici, tutti (eccetto uno) utenti della Salute Mentale, di cui alcuni pure sotto l'effetto degli psicofarmaci (e magari pure reduci di T.S.O. imposti nel passato e/o di scontri con le forze dell'ordine a causa del loro disagio mentale).
Proprio all'interno della loro loggia, solamente da loro occupata (l'ho visto varie volte io stessa che facevo parte di quel gruppo, ma che ero andata a sedermi nella sala prima del loro arrivo), si è poi aggiunto un Maresciallo dei Carabinieri!
Cos'era questo? Un atto intimidatorio bell'e buono, a dir poco! Vergogna!
E questo per giunta durante un Concorso proprio dedicato alla Salute Mentale!
Le eventuali voci e/o azioni di chi ha contribuito pure alla realizzazione di questo Concorso, stile Tristano Ajmone, e le voci e/o azioni di utenti della Salute Mentale che proprio sulla loro pelle hanno sperimentato minacce o atti 'persecutori' da parte delle forze dell'ordine non potevano trovare spazio PROPRIO in occasione di questa premiazione?
I componenti del gruppo si sono sentiti 'male', probabilmente 'minacciati' e sono usciti dal Teatro Sociale e ancora nel fare questo sono stati 'scortati' dal Maresciallo dei Carabinieri.
A me francamente soprattutto questo comportamento fa schifo!
Io personalmente non vorrò più far parte di iniziative promotrici di eventuali altri futuri eventi del genere a Biella, anche se ciò mi dispiace per qualcuno.
l'utente: Lia Govers.


Alice: "Io sono schifata da questi atteggiamenti e preoccupata... mi chiedo davvero cos'altro ci aspetta... Quando ci incontreremo per il prossimo C.L.U verremo piantonati anche noi? L'hotel Star verrà circondato da camionette dei carabinieri? Che insulto, e davvero che vergogna, non per noi, per gli altri... in molti si dovrebbero vergognare quando accadono certe cose, ma i "malati di mente buoni" e i "sani cattivi" non fanno notizia..." (Quasi quasi accoltello mia madre, così posso presentare il libro su tutti i tg! Sarebbe un'ottima pubblicità!).
Alice Banfi.



Set 27
Poesia di Emily Dickinson

di Maïté

Poesia di Emily Dickinson

Foto: Jose Ignacio Saez de Ugarte 

Come per Chi ripensa alla Malattia
Nella Mente convalescente,
La valutazione dei Rischi
Dalla Salute benedetta è oscurata –

Come Chi ripercorre un Precipizio
E riduce a Ramoscello
Ciò che Lo trattenne dalla Perdizione
Cosparso a lato del Dirupo

Costume dell’Anima
Molto dopo la sofferenza
Chiedersi l’identità
Dell’evidenza trascorsa –

(1865)
Emily Dickinson



Set 16
In America spettacolo in onore della 180

di alice banfi


Un articolo interessante dal Messaggero, il tema "una legge rivoluzionaria, mai del tutto applicata" 

New York, il Rockefeller Center si fa manicomio
per l'happening di Dario D'Ambrosi sulla legge 180


di Rita Sala
ROMA (14 settembre) - Al Rockefeller Center di New York, Dario D’Ambrosi ha gettato lo scompiglio fra i cultori dello shopping, della gastronomia e dell’intelletto che affollano il cuore chic della Grande Mela. Seminudo, ora balbettante ora furioso, ha imposto al pubblico la sua ultima performance: 
180: D’Ambrosi torna in manicomio, un happening ispirato alla legge 180 di Franco Basaglia, il provvedimento che, trent’anni fa, condusse alla chiusura dei manicomi in Italia. L’artista è piombato sul Center come un malato di mente uscito dal manicomio e approdato casualmente al luogo dell’azione.

Per una volta, ha così sostituito il famoso palcoscenico del Cafè LaMama dove normalmente lavora con la sua compagnia. Ha scelto il caotico Rockefeller perché «crocevia di razze, storie e umori in frenetico via vai», alla ricerca di un rapporto diretto, a tratti violento, con i passanti. Pur essendo provvisto delle necessarie autorizzazioni, ha temuto fino all’ultimo l’intervento della polizia americana, che, al contrario, non lo ha né interrotto né fermato. E la sua provocazione è riuscita a far emergere, anche oltreoceano, i problemi reali di una legge “mai applicata”, o meglio, “mai pienamente realizzata”, e le difficoltà che hanno dovuto affrontare, dopo la 180, i malati di mente e soprattutto le loro famiglie, abbandonate a se stesse.

La legge Basaglia. La legge 180, del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia (dal suo promotore in ambito psichiatrico, Franco Basaglia) è un’importante legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente la legge confluì nella legge 833/78 del 23 dicembre 1978, che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale. La 180 fu una vera e propria rivoluzione culturale e medica, basata sulle nuove (e più "umane") concezioni psichiatriche promosse e sperimentate in Italia dallo stesso Basaglia. Di fatto solo dopo il 1994, con il Progetto Obiettivo e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la chiusura effettiva dei manicomi in Italia. In tre decenni la politica non ha mai veramente affrontato la malattia mentale e i gravi disagi sociali creati dall’applicazione di una sola parte della legge 180.

Chi è Dario D'mbrosi. In manicomio, al “Paolo Pini” di Milano, si fece ricoverare ancora ragazzo, quando decise di lasciare il calcio professionistico e dedicarsi al teatro. Voleva, Dario D'Ambrosi, vivere con i pazzi, sperimentare sulla propria pelle il loro dolore per riprodurlo ad uso dei presuntamente sani. Aveva ed ha il bisogno di segnalare che l’alienazione mentale è una tragedia di cui dobbiamo farci carico, per sollevare quelli che ne sono colpiti. In 25 anni di attività è riuscito ad imporre, con ispirazione netta e una forza intrinseca (di regista e d’attore) non certo comune, il suo difficile, torturante Teatro Patologico. Alla fine di marzo, a Roma, in piazza di Spagna, ha dato vita all’happening portato l’altra sera a New York. Intimidente nella sua stazza di ex atleta, mutandoni e maglia di lana, camice bianco con sopra scritto, in rosso, 180, la testa avvolta da una benda insanguinata e una gabbietta da uccelli, vuota, nella mano destra, Dario si cala come una valanga sui debosciati anno 2008. Li “aggredisce” con la sua fisicità prorompente, con lo schioccar di lingua e i versi ventriloqui dello schizofrenico in preda “alle vocine”. Li sensibilizza sul disagio del malato di mente che, liberato dal manicomio, non trova né vera casa, né vera vita presso parenti vessati dalla sua diversità e incapaci di gestirla.

Improvvisazione e dialoghi con il pubblico: «Sai cos'è la 180? Perché qualcuno ha deciso per me? Io non vado nelle case a decidere della vita delle famiglie... A chi non capita di stare male qualche volta? Il dottore mi ha detto che devo andare a casa perché sono guarito, ma io non mi sento molto bene. Scusa, le senti anche tu le vocine nella tua testa che ti dicono cosa devi o non devi fare?». I problemi della 180 «mai applicata totalmente» emergono in tutta la loro evidenza. La gente si turba, si sente “disturbata”. Bersaglio pieno: un atto di teatro urbano di rara efficacia.




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