Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Set 04
Chiarimento di Peppe Dell'Acqua

di Maïté


Mi rendo conto che non è più possibile stare in silenzio ascoltando e rispettando le parole altrui anche quando assumono la dimensione della violenza e dell’annientamento dell’altro.

Quanto accade a Trieste è davanti agli occhi di tutti, del mondo intero.

Chiunque a Trieste può arrivare, entrare, uscire, attraversare, parlare, farsi una propria opinione.

Nel corso dell’ultimo anno siamo diventati oggetto di un’operazione di sciacallaggio violenta che non ha mai avuto uguali anche negli anni più difficili di questa nostra storia.

Tutti gli amici del Forum hanno capito. Leda Cossu ha analizzato con intelligenza quanto sta succedendo e gliene siamo grati. Tuttavia il riverbero che notizie false, artificiosamente gonfiate, orribili nei loro contenuti è incontrollabile e, di tanto in tanto, nuovi sciacalli si aggiungono al branco. Sappiate tutti che a trieste si lavora come sempre e meglio di sempre e il rapporto tra il DSM, gli operatori, le persone che usano i servizi, i familiari, gli amministratori, i cooperatori, le associazioni culturali e sportive, i cittadini resta sempre improntato alla trasparenza, al riconoscimento reciproco, alla critica, alla discussione anche serrata su tutte le questioni che nel nostro quotidiano dobbiamo affrontare.

Questa nota che chiedo venga ospitata dal Forum anche per rispondere a tantissimi amici e persone sconosciute che hanno richiesto e ritenuto necessario un nostro chiarimento

Peppe Dell’Acqua

dal Forum Salute Mentale

Per capire meglio di cosa parla il dottor Dell'acqua integro questo intervento con questo a firma di un'associazione di famigliari, sospsiche:

Umana comprensione a Comuzzi (uno di noi) e ad AIPSIMED

segretariofisam@sospsiche.it
FISAM - Unione Nazionale Associazioni Italiane per la Salute Mentale o.n.l.u.s.

dal sito dell'aipsimed

 

Se volete approfondire la vicenda Comuzzi:

 

http://it.youtube.com/watch?v=MQwrCcZucKo&feature=related

 

Fatevi le vostre idee. Le nostre le abbiamo già espresse più di una volta, le ribadiamo, questa è democrazia, questa è la mia concezione della democrazia, una concezione molto diversa da quella del signor Comuzzi, con tutto il rispetto, da quella di Grillo, con tutto il rispetto, da quella di certe associazioni, con tutto il rispetto.

Nicola Pasa

 



 

 

 

 



Set 01
Vivere al Bachmann - conquiste di cittadinanza

di Leda Cossu

Vivere al Bachmann - conquiste di cittadinanza
un frammento del filmato e Backstage
http://www.youtube.com/watch?v=8zAVLAJUfak  http://www.youtube.com/watch?v=c_8D7_ogNn0
 
Se passi oggi 1° settembre per la Mostra del Cinema di Venezia.... Cinema Astra-Sala 2
Se ti fa piacere....  
            vengono proiettati alle ore 16.00 all'interno della Rassegna intitolata VENICE FILM MEETING, i filmati su Mestre e Venezia voluti l'anno scorso da rEsistenze (M. Teresa Sega) nel clima creatosi attorno al Laboratorio Mestre '900 (Giorgio Sarto). I filmati su Mestre sono tre, due di questi Rione Pertini e Villaggio San Marco testimoniano le lotte delle donne per costruire servizi, infrastrutture, socialità... civiltà attorno a due insediamenti nuovi (al tempo) dove attorno c'era il deserto. Il terzo, Vivere al Bachmann parla di una lotta per conservare un sito di case a schiera che ha consentito in quegli anni e fino ad oggi di vivere a casa propria persone fragili che sicuramente avrebbero dovuto trovare altrimenti una collocazione istituzionale, con effetti devastanti sulla loro qualità di vita e rompendo una rete di relazione di vicinato importante. 
 
            Sono passati trent'anni da allora. Alcune protagoniste e protagonisti dell'epoca oggi non ci sono più.. rimangono le conquiste e la memoria.

Poco dopo la fine delle riprese di "Vivere al Bachmann", il 7 settembre 2007 è morto Roberto, il mio complice compagno di vita, ci sono le sue ultime immagini in questo filmato sul “toponimo Bachmann”scritto nei mappali della seconda metà dell’800 e che ha dato il nome al filmato

Ora via Bachmann è via Fusinato, ”senza resistenza” sarebbe sorta una grande banca. A fine anni ’70 abbiamo fatto funzionare il primo mutuo regionale per l’acquisto della prima casa e ottenuto una sanatoria regionale dimostrando, con una ricerca storica e documentale di due mesi, l’inedaguatezza tecnica delle norme nazionali per acquisire il mutuo e ottenendo una modifica.

Erano e sono quasi tutte donne le nostre vicine di casa, donna la loro domanda di continuare ad abitare “vicine” per garantire a sé, ai figli disabili, ai genitori anziani, continuità di vita solidale.

Mio marito ed io abbiamo capito e condiviso.

Ho conosciuto Roberto nella sua lotta per mantenere al Piraghetto il campo di calcio di quartiere e per trent'anni uno dei nostri leit motiv più importanti è stata la residenza dal volto umano anche per le persone fragili.

A volte il destino porta incontri puntualissimi e simbolico per me e mio marito è stato, negli ultimi mesi di vita in comune dopo una lunga e gravissima malattia vissuta totalmente in piedi e a casa, incontrare la giovane regista Cecilia Massaggia e i ragazzi di Settimo Binario che hanno raccolto il testimone di una vita condivisa, la memoria di una Mestre significante per gli esseri umani, ancora Comunità.



Ago 28
Comunità o piccoli manicomi

di Maïté


Da: Alibeax - Inviato: Martedi 26 agosto 2008 19:01 

A: Forum Segreteria

Oggetto: Comunità o piccoli manicomi


Carissimi, sono iscritto al forum (Forum Segreteria), vivo e lavoro come infermiere professionale nel basso Salento, condivido gran parte di quello che voi dite. Tuttavia, quello che io intendo evidenziare è il fatto che si dia poca voce e attenzione a quelle che sono le comunità psichiatriche riabilitative, in particolar modo quelle che operano nel privato e che  negli ultimi decenni sono nate come funghi, che io definisco "piccoli manicomi".

Perché pur essendo accreditate talvolta non rispettano gli standard minimi, quali:

1) carenza e in alcuni casi assenza delle figure infermieristiche (regolamento 7/2002), per cui più succede che le terapie farmacologiche vengono somministrate dagli educatori oppure da semplici operatori, privi di formazione specifica, in particolar modo faccio riferimento agli effetti collaterali del farmaco somministrato;
2) accanimento farmacologico;
3) ospiti, che rimangono in comunità per decenni;
4) chi ha una struttura accreditata ne ha altre non accreditate, dove vengono spostati i pazienti senza una logica coerente con conseguente un aumento della cronicità;
5) assenza completa del CSM, che più volte inserisce i pazienti senzaun progetto riabilitativo;
6) in alcuni casi succede che queste strutture vengono avvertite prima dei possibili controlli e quindi si riesce quasi sempre a tamponare (spostando gli ospiti in sopranumero in altre comunità sempre di loro proprietà);
7) più volte le porte sono chiuse o controllate;
8) più volte sono in sopranumero;
9) assenza di formazione e aggiornamento;
10) non vengono rispettate le distanze per l'inserimento in comunità (molti ospiti provengono da province diverse e addirittura da regioni diverse), forse il regolamento dice che la struttura deve essere distante non più di 40 Km., questo per migliorare l'inserimento e lavorare anche con la famiglia.

Io credevo che tutte le figure professionale fossero fondamentali per formare un'equipe pluridisciplinare, credevo che l'Educatore professionale svolgesse interventi di tipo socio-terapeutico e psico-educativo e collaborasse alla realizzazione del progetto terapeutico e non somministrasse farmaci, compito che spetterebbe all'Infermiere professionale, per  conoscenze cliniche e farmacologiche che gli sono proprie. Credevo che il progetto non doveva durare più di tre anni, credevo che l'inserimento doveva essere libero (e non sotto varie pressioni ), credevo che le strutture accreditate non potessero avere altre comunità, ecc.  

Potrei continuare ma mi fermo qui. Anche perché sembra che i regolamenti vengono fatti su misura per le caste delle potenti lobbies, "ammirare"  "VUOTO PER PIENO" che continua a favorire il privato togliendo soldi al pubblico, milioni di euro dispersi, ancora una volta nell'ennesimo vuoto (per pieno), ma la Puglia da tempo ha una situazione anomala per quanto riguarda le strutture. Da non dimenticare poi che con il nuovo governo c'è il rischio che la legge 180 (che a mio parere è una legge che molti ci invidiano ma non correttamente applicata) venga modificata.
Ho l'impressione che, invece, di cambiare in meglio stiamo andando indietro (lungo degenza, elettroshok, accanimento farmacologico, TSO senza rispettare le procedure indicate dalla legge ecc.).

Si continuano a costruire leggi a misura dell'aggravamento a vantaggio delle solite imprese, per cui io continuo a chiedermi  come mai non riusciamo, chi come noi e da tanti che anni opera nel settore della salute mentale, a valorizzare le differenze, le identità, l'autodeterminazione, nell'ottica del rispetto e della libertà della individualità. Ma nello stesso momento mi devo domandare cosa faccio io per
rafforzare e costruire legami sociali per queste persone? Perché non fare prevenzione rafforzando  il territorio, perché non investire in centri diurni possibilmente pubblici? Non dimentichiamo che le strutture psichiatriche del privato sociale già oggi assorbono i due terzi della spesa sulla salute mentale a fronte di un servizio senza alcuna logica sociale e distribuzione sul territorio.
In conclusione aggiungo che  bisogna stare molto attenti perché vi sono comunità che svolgono funzioni di esclusione e di parcheggio per tutta la vita. Il servizio di per sé non è sinonimo di qualità. Ci sono comunità che non dovrebbero avere più di 20 posti e, invece, possono diventare strutture gestite secondo
una logica manicomiale. Vi sono comunità che non dimettono o strutture in cui vi sono ancora pazienti contenuti.
Questa logica, insomma, permane. La nuova concezione presuppone che vi sia dietro tutto un dipartimento attrezzato, che tutti i vari servizi siano collegati tra di loro: assistenza domiciliare, dayhospital, centro diurno, comunità.
Questo per consentire un intervento integrato e finalizzato al reinserimento. Reinserimento che non sempre può essere fatto in famiglia; nel contempo il paziente non può essere lasciato in mezzo ad una strada o per tutta la vita nelle comunità. Laddove non ci sono le condizioni per rientrare in famiglia, per esempio, una possibilità è data dalla creazione di case alloggio. Per tutto ciò non basta un'azione di natura sanitaria ma anche un'opera di sensibilizzazione della società, del condominio o del posto di lavoro, dove il paziente potrebbe anche trovare un'opportunità di rilancio. Un'opera culturale molto difficile da portare avanti ma possibile.
Confrontandomi con operatori noto un fortissimo calo di idealità, di fede in quello che si sta facendo. Non so quanti operatori oramai si identifichino con il messaggio di Basaglia, cioè quello di mettere la persona al centro degli  interessi. Ci sono servizi in cui si fa quello che si può, dove vengono usati farmaci credo in maniera abbastanza corretta, dove però anche molte famiglie devono farsi carico di molti problemi.

Per mia curiosità  vorrei sapere:

1) quale figura professionale è abilitata a somministrare la terapia farmacologia;
2) come mai nessuno prende in considerazione la diagnosi infermieristica. (regolamento 7/2002);
3) perché non ci sono indagini conoscitive su tutte le strutture e sulla forzata e prolungata che porta come ho già accennato  alla istituzionalizzazione;
4) come mai i CSM non supervisionano le strutture (senza avvisare);
5) quali sono le nuove delibere per la regione Puglia, sull'accreditamento delle strutture private visto che vengono modificate costantemente.

Rocco



Ago 27
I PERSONAGGI SFUGGITI DAL MIO LIBRO

di alice banfi


 

Non è facile scrivere, parlare del mio libro... come dire, è già scritto.

A me piace scrivere delle persone, forse potrei approfondire qualche personaggio o aggiungere quelli che mancano.

Qualche storia era troppo breve, non avrei saputo come collegarla, come ficcarla in mezzo alle altre.

Un po' mi dispiace, a volte ci penso e mi dico: "Cacchio quella cosa che ha detto Lena, non l'ho scritta" e mi viene il nervoso!

Poi penso alle persone che nel libro non ci sono e che da sempre sono i soggetti dei miei quadri.

Come la regina del mondo: una ragazza di vent’anni, orientale, con lunghissimi capelli neri.

Quando arrivò in reparto gridava come un’aquila: “Sono la regina del mondo! Sono la regina del mondo!” poi piangeva e di nuovo cominciava a urlare, “Sono la principessa della terra!!!”.

Sfondava i timpani a tutti.

Due infermieri cercavano di calmarla.

Non sei la regina del mondo, la smetti di urlare?!”.

NO! IO SONO LA REGINA DEL MOOONDO!”.

Avevano una tecnica infallibile… per farla urlare ancora di più.

Mi stufai di stare a guardare e andai da lei. Era seduta sulla solita unica sedia nel corridoio, io mi accovacciai di fronte a lei.

Ricominciò ad urlare: “Sono la…”

Ed io: “Sì lo so, sei la regina del mondo, sei la regina dell’universo e sei bellissima!”

(Era bella davvero!).

Smise miracolosamente di urlare, mi guardò con i suoi occhietti a mandorla e mi chiese: “Lo sai?”.

Certo, lo so, poi si vede benissimo!”.

Si raddrizzò tutta, la sedia era diventata un trono, fece un gran sorriso e si tolse dal collo una collana.

Era una catenina d’oro bianco con una piccola pietra per ciondolo.Tenendola per le due estremità me la porse.

Tieni è per te”.

No grazie, non posso accettare”.

Come sarebbe! Io sono la principessa della terra!”.

Si, ho capito ma non posso davvero prenderla”.

Aggrotto le sopracciglia indispettita e con voce severa mi disse: “Comando io! Sono la regina del mondo. Tu non decidi, io decido. Ora la prendi!”

Come facevo a rifiutare? Era la regina e mi dava un ordine!

Va bene mia signora, l’accetto”.

Le ricomparve il sorriso sul volto e non gridò più.

Andai dagli infermieri e consegnai loro la catenina controllando che la mettessero tra gli oggetti della ragazza.

Non ricordo altro di lei, eppure ci restò un bel po’ in reparto ma questa è l’unica immagine che mi è rimasta.


La professoressa Capuzzo invece era una di quelle cagacazzi che raramente s’incontrano anche in un reparto psichiatrico!

Si inventava i nomi di tutti, o meglio pensava che le persone che aveva davanti fossero altri.

Andava da Carla, l’infermiera e cominciava: “Erminia! Erminia! Perché stai sempre chiusa qui?”

Signora devo starci, è l’infermeria”.

Ma no, Erminia, lascia stare, vieni via”.

Non posso signora”.

Dai Erminia! Portami a messa… dai” e la prendeva per un braccio tirandola verso di sé.

La domenica se c’era Carla in turno accompagnava la professoressa alla chiesa dell’ospedale.

Grazie Erminia, è così bello andare a messa con te!”.

Bastava poco per farla contenta.

Ma quando mia madre veniva a trovarmi, la professoressa Capuzzo entrava nella mia stanza e non usciva più.

Io ero sul letto e mia madre mi accarezzava la testa, cosa che infastidiva la signora Capuzzo.

Silvia! Cosa fai? Silvia!”.

Mi chiamo Anna, accarezzo mia figlia”.

Ma cosa dici Silvia! Perché accarezzi quella lì, non ti conosce neanche!”

Si che mi conosce è mia figlia e io mi chiamo Anna”.

Allora la professoressa prendeva il braccio di mia mamma con tutte e due le mani e tirando diceva: “Silvia, smettila, vieni via! Dai, vieni via!”

Signora faccia la brava, mi lasci”.

No Silvia, vieni via, accarezza me. Lasciala stare quella lì!”

Alla fine mi veniva l’esaurimento nervoso.

Signoraaa! Questa è mia madre ci lascia parlare in pace?!”.

Ma cosa vuoi tu?” e a mia mamma, continuando a tirarla “Silvia vieni via, vieniii!”.

Non ne potevo più: “Porca puttana! Fuori dalle palleee! Esci dalla mia stanza!”

Mia madre pur di tranquillizzarmi usciva dalla stanza assieme alla professoressa e la stava ad ascoltare con una pazienza che io l’avrei fatta santa.


Poi c’erano i ricoveri assurdi.

Persone che io avrei messo ovunque, tranne che in psichiatria.

Una volta fu ricoverato un signore che doveva avere almeno cent’anni. Dovettero aprire tutte e due le ante della porta per far entrare il signore con il suo letto. Stava su un letto speciale con un materasso ad acqua perché aveva delle piaghe da decubito, il volto era parzialmente coperto da una mascherina per l’ossigeno e al braccio aveva una flebo.

Che diavolo ci faceva lì? Chi era il genio che l’aveva ricoverato in psichiatria?

Gli infermieri si facevano la stessa domanda.

Rimase nel suo letto in reparto due giorni, poi venne trasferito, probabilmente in un reparto più adeguato.


Un'altra volta venne ricoverato un giovanissimo ragazzo marocchino.

Anche quella volta lo fecero entrare dalla porta d’ingresso con tutto il letto e lo trasportarono in stanza.

Io incuriosita andai a vedere chi era.

Non diceva una parola, mi guardava e tentava di sorridermi.

Aveva la faccia piena di ematomi, la fronte deformata dal gonfiore, un occhio così pesto che nemmeno si apriva, le labbra rotte e dei punti sul cranio.

Mi appoggiai alla balaustra del letto, non sapevo che dire… Gli infermieri gli stavano legando mani e piedi.

Pensavo fossero impazziti! Quello non riusciva nemmeno a stare in piedi! Cosa lo legavano a fare?!

In realtà non lo sapevano bene nemmeno loro, eseguivano un ordine e brontolavano l’uno con l’altro: “Perché ci mandano sta gente?!”.

Che ne so, non lo capisco proprio”.

Passarono poche ore. Io passeggiavo come sempre per il corridoio, quando sentii un gran trambusto.

Gli infermieri correvano da una parte all’altra urlando: “Chiama l’ambulanza, presto!”.

E’ andato! È andato!”.

Dai, dai che lo pigliamo, avverti rianimazione!”.

Il ragazzo era andato in coma, lo vidi solo un attimo mentre lo portavano via.

Gli infermieri erano esausti e incazzati neri: “Perchè cazzo l’hanno ricoverato qui!? Conciato com’era non potevano metterlo in medicina d’urgenza!”.

Mi toglievano le parole di bocca!

A volte mi trovo ancora a pensare a quel ragazzo mentre mi guarda, mi sorride e mi domando se quel giorno ce l’ha fatta, se si è ripreso o se è morto.


Alice Banfi.



 

 






Ago 26
Una ruga una storia una vita

di Emanuela

Una ruga una storia una vita
In fronte
ho un'unica ruga
un solco,
una traccia,
dolori passati
che nessuno
potrà mai cancellare.

Offro alla vita
altra vita,
non per dissolvermi in lei,
ma per rinascere
ogni giorno
con colui
che ha sentito
il richiamo
dell'anima mia
e che dolcemente
mi tiene per mano.

Ricordare
pensieri passati
senza rimpianti.
Immaginare
la vita a colori
il rosso, il giallo, il verde,
l'azzurro del cielo,
il blu profondo del mare,
il colore dei suoi occhi.
L'arcobaleno della vita mia.


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