Set
04
Chiarimento di Peppe Dell'Acqua
di Maïté
Mi rendo conto che non è più possibile stare in silenzio ascoltando e rispettando le parole altrui anche quando assumono la dimensione della violenza e dell’annientamento dell’altro.
Quanto accade a Trieste è davanti agli occhi di tutti, del mondo intero.
Chiunque a Trieste può arrivare, entrare, uscire, attraversare, parlare, farsi una propria opinione.
Nel corso dell’ultimo anno siamo diventati oggetto di un’operazione di sciacallaggio violenta che non ha mai avuto uguali anche negli anni più difficili di questa nostra storia.
Tutti gli amici del Forum hanno capito. Leda Cossu ha analizzato con intelligenza quanto sta succedendo e gliene siamo grati. Tuttavia il riverbero che notizie false, artificiosamente gonfiate, orribili nei loro contenuti è incontrollabile e, di tanto in tanto, nuovi sciacalli si aggiungono al branco. Sappiate tutti che a trieste si lavora come sempre e meglio di sempre e il rapporto tra il DSM, gli operatori, le persone che usano i servizi, i familiari, gli amministratori, i cooperatori, le associazioni culturali e sportive, i cittadini resta sempre improntato alla trasparenza, al riconoscimento reciproco, alla critica, alla discussione anche serrata su tutte le questioni che nel nostro quotidiano dobbiamo affrontare.
Questa nota che chiedo venga ospitata dal Forum anche per rispondere a tantissimi amici e persone sconosciute che hanno richiesto e ritenuto necessario un nostro chiarimento
Peppe Dell’Acqua
dal Forum Salute Mentale
Per capire meglio di cosa parla il dottor Dell'acqua integro questo intervento con questo a firma di un'associazione di famigliari, sospsiche:
Umana comprensione a Comuzzi (uno di noi) e ad AIPSIMED
Ho smesso da molti anni di stupirmi di questo vigliacco sistema psichiatrico, legato per la verità a singole ma non sparute individualità che hanno voluto far proprio, per convinzione o per indubbio interesse, e poi imposto una metodica, pregna di anti-psichiatria. La conseguenza di ciò è stato lo schiudersi scriteriato e disinvolto delle porte dei manicomi, senza fornire l’adeguata garanzia della cura e dell’assistenza ai malati di mente. Un eccidio che si perpetua, che rimane impunito e che sembra non insegnare alcunché. Gli atti parlamentari mi rammentano che in una remota assemblea di medici, dove si faceva menzione di un lungo elenco di dimessi, morti in seguito per suicidio o per incidenti o per malattie trascurate, un giovane psichiatra, esclamò stizzito:” Il progresso vuole le sue vittime”. Per la minoranza in sala rappresentò ciò da subito il sigillo alla rozzezza pseudorivoluzionaria in atto.
Chi ebbe il coraggio civile di addossarsi le responsabilità, se non altro morali, del tragico rogo di San Gregorio Magno: 17 psichici morti bruciati tra le fiamme dei containers, in vetroresina e collocati, con le porte chiuse a chiave dall’esterno, nel mezzo della campagna? Erano stati lì trasferiti dal manicomio. Certo che si trattò di incidente, ma non del tutto imprevedibile. Perché piuttosto non si pensò di ricorrere alla logica, sensata ed economica ristrutturazione della vecchia struttura? Sarebbe stato troppo intelligente, per delle menti ricolme di stupida ideologia. Il dogma intimava altra soluzione. Le inchieste annunciate, caro Mario Comuzzi, si sono pian piano liquefatte con l’incedere del tempo, tra la colpevole indifferenza delle autorità locali e non solo, visto che i consensi vari al trasloco non potevano non avere avuto un avallo tecnico. E fu ulteriore tributo di sangue all’evocato progresso. Gli asceti triestini, testimonial evidenti dell’apparato generale, ora, secondo un dettato comportamentale in uso, almeno in certi ben individuati ambienti, a difesa della loro “onorabilità”, con il petto in fuori, altezzosi della potenza di difesa, probabilmente messa loro a disposizione, eccoli pronti a gettare addosso a Mario, padre sventurato, delle responsabilità, tutte da provare, in capo eventualmente solo a chi aveva in carico il figlio Giulio, suicida. Il fine ultimo: tacitarne l’atteggiamento critico verso la ASL, attraverso la diffusione di un video. Aggredire per intimorire, dunque sopravvivere. Una strategia che paga sempre. Un gioco perverso però che andrebbe smascherato. L’occasione Comuzzi è una opportunità che andrebbe colta al volo.
A concludere e in estrema sintesi ecco di seguito alcuni titoli di stampa per accadimenti rimasti senza adeguata risposta istituzionale, a proposito, ad esempio, della deospedalizzazione del Santa Maria della Pietà di Roma. Si tratta di indagine esperita dal Gruppo NAS dei Carabinieri negli anni 2000/2004.
Il Tempo 13/11/2002 “Mille malati di mente mancano all’appello. L’inquietante scenario venuto alla luce grazie all’inchiesta condotta dai NAS. Case-famiglia, altre trenta sono nel mirino. Per aggirare la legge veniva cambiata la diagnosi: da pazienti psichiatrici ad anziani. E viceversa”. – Il Tempo 23/01/2003“ Si allarga l’inchiesta dei NAS sulle residenze –lager che vede coinvolte altre trenta persone. Le case di cura fanno tremare i Castelli. Anziani e malati di mente sfruttati per ottenere soldi pubblici e dalle famiglie”. – Il Tempo 25/02/2003“ Tredici donne con problemi psichici salvate dai NAS. Erano abbandonate a loro stesse. La struttura è gestita da una onlus. Nelle stanze umidità e sporcizia”. – Il Tempo 23/01/2003“ Mani sporche sugli ex-manicomi di Roma. L’ipotesi è una associazione a delinquere. Ritrovati una cinquantina di pazienti abbandonati a loro stessi”. Premesso che non tutto è rapportabile con quanto evidenziato, ma ce n’è abbastanza, a mio avviso, per mettere sotto accusa l’intero sistema sanitario, giuridico e amministrativo. Così come sono stati parimenti colpevoli, in generale, i parenti assenti o del tutto arrendevoli a decisioni assurde. A Trieste, di simile italico marasma, non si sono mai accorti, inesistente. Vedrebbero invece con favore la possibilità di un risarcimento danni a carico del Comuzzi (uno di noi). Eroici. Sprezzanti. Inconcludenti.
segretariofisam@sospsiche.it
FISAM - Unione Nazionale Associazioni Italiane per la Salute Mentale o.n.l.u.s.
dal sito dell'aipsimed
Se volete approfondire la vicenda Comuzzi:
http://it.youtube.com/watch?v=MQwrCcZucKo&feature=related
Fatevi le vostre idee. Le nostre le abbiamo già espresse più di una volta, le ribadiamo, questa è democrazia, questa è la mia concezione della democrazia, una concezione molto diversa da quella del signor Comuzzi, con tutto il rispetto, da quella di Grillo, con tutto il rispetto, da quella di certe associazioni, con tutto il rispetto.
Nicola Pasa
Ago
28
Comunità o piccoli manicomi
di Maïté
Da: Alibeax - Inviato: Martedi 26 agosto 2008 19:01
A: Forum Segreteria
Oggetto: Comunità o piccoli manicomi
Carissimi, sono iscritto al forum (Forum Segreteria), vivo e lavoro come infermiere professionale nel basso Salento, condivido gran parte di quello che voi dite. Tuttavia, quello che io intendo evidenziare è il fatto che si dia poca voce e attenzione a quelle che sono le comunità psichiatriche riabilitative, in particolar modo quelle che operano nel privato e che negli ultimi decenni sono nate come funghi, che io definisco "piccoli manicomi".
Perché pur essendo accreditate talvolta non rispettano gli standard minimi, quali:
1) carenza e in alcuni casi assenza delle figure infermieristiche (regolamento 7/2002), per cui più succede che le terapie farmacologiche vengono somministrate dagli educatori oppure da semplici operatori, privi di formazione specifica, in particolar modo faccio riferimento agli effetti collaterali del farmaco somministrato;
2) accanimento farmacologico;
3) ospiti, che rimangono in comunità per decenni;
4) chi ha una struttura accreditata ne ha altre non accreditate, dove vengono spostati i pazienti senza una logica coerente con conseguente un aumento della cronicità;
5) assenza completa del CSM, che più volte inserisce i pazienti senzaun progetto riabilitativo;
6) in alcuni casi succede che queste strutture vengono avvertite prima dei possibili controlli e quindi si riesce quasi sempre a tamponare (spostando gli ospiti in sopranumero in altre comunità sempre di loro proprietà);
7) più volte le porte sono chiuse o controllate;
8) più volte sono in sopranumero;
9) assenza di formazione e aggiornamento;
10) non vengono rispettate le distanze per l'inserimento in comunità (molti ospiti provengono da province diverse e addirittura da regioni diverse), forse il regolamento dice che la struttura deve essere distante non più di 40 Km., questo per migliorare l'inserimento e lavorare anche con la famiglia.
Io credevo che tutte le figure professionale fossero fondamentali per formare un'equipe pluridisciplinare, credevo che l'Educatore professionale svolgesse interventi di tipo socio-terapeutico e psico-educativo e collaborasse alla realizzazione del progetto terapeutico e non somministrasse farmaci, compito che spetterebbe all'Infermiere professionale, per conoscenze cliniche e farmacologiche che gli sono proprie. Credevo che il progetto non doveva durare più di tre anni, credevo che l'inserimento doveva essere libero (e non sotto varie pressioni ), credevo che le strutture accreditate non potessero avere altre comunità, ecc.
Potrei continuare ma mi fermo qui. Anche perché sembra che i regolamenti vengono fatti su misura per le caste delle potenti lobbies, "ammirare" "VUOTO PER PIENO" che continua a favorire il privato togliendo soldi al pubblico, milioni di euro dispersi, ancora una volta nell'ennesimo vuoto (per pieno), ma la Puglia da tempo ha una situazione anomala per quanto riguarda le strutture. Da non dimenticare poi che con il nuovo governo c'è il rischio che la legge 180 (che a mio parere è una legge che molti ci invidiano ma non correttamente applicata) venga modificata.
Ho l'impressione che, invece, di cambiare in meglio stiamo andando indietro (lungo degenza, elettroshok, accanimento farmacologico, TSO senza rispettare le procedure indicate dalla legge ecc.).
Si continuano a costruire leggi a misura dell'aggravamento a vantaggio delle solite imprese, per cui io continuo a chiedermi come mai non riusciamo, chi come noi e da tanti che anni opera nel settore della salute mentale, a valorizzare le differenze, le identità, l'autodeterminazione, nell'ottica del rispetto e della libertà della individualità. Ma nello stesso momento mi devo domandare cosa faccio io per
rafforzare e costruire legami sociali per queste persone? Perché non fare prevenzione rafforzando il territorio, perché non investire in centri diurni possibilmente pubblici? Non dimentichiamo che le strutture psichiatriche del privato sociale già oggi assorbono i due terzi della spesa sulla salute mentale a fronte di un servizio senza alcuna logica sociale e distribuzione sul territorio.
In conclusione aggiungo che bisogna stare molto attenti perché vi sono comunità che svolgono funzioni di esclusione e di parcheggio per tutta la vita. Il servizio di per sé non è sinonimo di qualità. Ci sono comunità che non dovrebbero avere più di 20 posti e, invece, possono diventare strutture gestite secondo
una logica manicomiale. Vi sono comunità che non dimettono o strutture in cui vi sono ancora pazienti contenuti.
Questa logica, insomma, permane. La nuova concezione presuppone che vi sia dietro tutto un dipartimento attrezzato, che tutti i vari servizi siano collegati tra di loro: assistenza domiciliare, dayhospital, centro diurno, comunità.
Questo per consentire un intervento integrato e finalizzato al reinserimento. Reinserimento che non sempre può essere fatto in famiglia; nel contempo il paziente non può essere lasciato in mezzo ad una strada o per tutta la vita nelle comunità. Laddove non ci sono le condizioni per rientrare in famiglia, per esempio, una possibilità è data dalla creazione di case alloggio. Per tutto ciò non basta un'azione di natura sanitaria ma anche un'opera di sensibilizzazione della società, del condominio o del posto di lavoro, dove il paziente potrebbe anche trovare un'opportunità di rilancio. Un'opera culturale molto difficile da portare avanti ma possibile.
Confrontandomi con operatori noto un fortissimo calo di idealità, di fede in quello che si sta facendo. Non so quanti operatori oramai si identifichino con il messaggio di Basaglia, cioè quello di mettere la persona al centro degli interessi. Ci sono servizi in cui si fa quello che si può, dove vengono usati farmaci credo in maniera abbastanza corretta, dove però anche molte famiglie devono farsi carico di molti problemi.
Per mia curiosità vorrei sapere:
1) quale figura professionale è abilitata a somministrare la terapia farmacologia;
2) come mai nessuno prende in considerazione la diagnosi infermieristica. (regolamento 7/2002);
3) perché non ci sono indagini conoscitive su tutte le strutture e sulla forzata e prolungata che porta come ho già accennato alla istituzionalizzazione;
4) come mai i CSM non supervisionano le strutture (senza avvisare);
5) quali sono le nuove delibere per la regione Puglia, sull'accreditamento delle strutture private visto che vengono modificate costantemente.
Rocco
Ago
27
I PERSONAGGI SFUGGITI DAL MIO LIBRO
di alice banfi
Non è facile scrivere, parlare del mio libro... come dire, è già scritto.
A me piace scrivere delle persone, forse potrei approfondire qualche personaggio o aggiungere quelli che mancano.
Qualche storia era troppo breve, non avrei saputo come collegarla, come ficcarla in mezzo alle altre.
Un po' mi dispiace, a volte ci penso e mi dico: "Cacchio quella cosa che ha detto Lena, non l'ho scritta" e mi viene il nervoso!
Poi penso alle persone che nel libro non ci sono e che da sempre sono i soggetti dei miei quadri.
Come la regina del mondo: una ragazza di vent’anni, orientale, con lunghissimi capelli neri.
Quando arrivò in reparto gridava come un’aquila: “Sono la regina del mondo! Sono la regina del mondo!” poi piangeva e di nuovo cominciava a urlare, “Sono la principessa della terra!!!”.
Sfondava i timpani a tutti.
Due infermieri cercavano di calmarla.
“Non sei la regina del mondo, la smetti di urlare?!”.
“NO! IO SONO LA REGINA DEL MOOONDO!”.
Avevano una tecnica infallibile… per farla urlare ancora di più.
Mi stufai di stare a guardare e andai da lei. Era seduta sulla solita unica sedia nel corridoio, io mi accovacciai di fronte a lei.
Ricominciò ad urlare: “Sono la…”
Ed io: “Sì lo so, sei la regina del mondo, sei la regina dell’universo e sei bellissima!”
(Era bella davvero!).
Smise miracolosamente di urlare, mi guardò con i suoi occhietti a mandorla e mi chiese: “Lo sai?”.
“Certo, lo so, poi si vede benissimo!”.
Si raddrizzò tutta, la sedia era diventata un trono, fece un gran sorriso e si tolse dal collo una collana.
Era una catenina d’oro bianco con una piccola pietra per ciondolo.Tenendola per le due estremità me la porse.
“Tieni è per te”.
“No grazie, non posso accettare”.
“Come sarebbe! Io sono la principessa della terra!”.
“Si, ho capito ma non posso davvero prenderla”.
Aggrotto le sopracciglia indispettita e con voce severa mi disse: “Comando io! Sono la regina del mondo. Tu non decidi, io decido. Ora la prendi!”
Come facevo a rifiutare? Era la regina e mi dava un ordine!
“Va bene mia signora, l’accetto”.
Le ricomparve il sorriso sul volto e non gridò più.
Andai dagli infermieri e consegnai loro la catenina controllando che la mettessero tra gli oggetti della ragazza.
Non ricordo altro di lei, eppure ci restò un bel po’ in reparto ma questa è l’unica immagine che mi è rimasta.
La professoressa Capuzzo invece era una di quelle cagacazzi che raramente s’incontrano anche in un reparto psichiatrico!
Si inventava i nomi di tutti, o meglio pensava che le persone che aveva davanti fossero altri.
Andava da Carla, l’infermiera e cominciava: “Erminia! Erminia! Perché stai sempre chiusa qui?”
“Signora devo starci, è l’infermeria”.
“Ma no, Erminia, lascia stare, vieni via”.
“Non posso signora”.
“Dai Erminia! Portami a messa… dai” e la prendeva per un braccio tirandola verso di sé.
La domenica se c’era Carla in turno accompagnava la professoressa alla chiesa dell’ospedale.
“Grazie Erminia, è così bello andare a messa con te!”.
Bastava poco per farla contenta.
Ma quando mia madre veniva a trovarmi, la professoressa Capuzzo entrava nella mia stanza e non usciva più.
Io ero sul letto e mia madre mi accarezzava la testa, cosa che infastidiva la signora Capuzzo.
“Silvia! Cosa fai? Silvia!”.
“Mi chiamo Anna, accarezzo mia figlia”.
“Ma cosa dici Silvia! Perché accarezzi quella lì, non ti conosce neanche!”
“Si che mi conosce è mia figlia e io mi chiamo Anna”.
Allora la professoressa prendeva il braccio di mia mamma con tutte e due le mani e tirando diceva: “Silvia, smettila, vieni via! Dai, vieni via!”
“Signora faccia la brava, mi lasci”.
“No Silvia, vieni via, accarezza me. Lasciala stare quella lì!”
Alla fine mi veniva l’esaurimento nervoso.
“Signoraaa! Questa è mia madre ci lascia parlare in pace?!”.
“Ma cosa vuoi tu?” e a mia mamma, continuando a tirarla “Silvia vieni via, vieniii!”.
Non ne potevo più: “Porca puttana! Fuori dalle palleee! Esci dalla mia stanza!”
Mia madre pur di tranquillizzarmi usciva dalla stanza assieme alla professoressa e la stava ad ascoltare con una pazienza che io l’avrei fatta santa.
Poi c’erano i ricoveri assurdi.
Persone che io avrei messo ovunque, tranne che in psichiatria.
Una volta fu ricoverato un signore che doveva avere almeno cent’anni. Dovettero aprire tutte e due le ante della porta per far entrare il signore con il suo letto. Stava su un letto speciale con un materasso ad acqua perché aveva delle piaghe da decubito, il volto era parzialmente coperto da una mascherina per l’ossigeno e al braccio aveva una flebo.
Che diavolo ci faceva lì? Chi era il genio che l’aveva ricoverato in psichiatria?
Gli infermieri si facevano la stessa domanda.
Rimase nel suo letto in reparto due giorni, poi venne trasferito, probabilmente in un reparto più adeguato.
Un'altra volta venne ricoverato un giovanissimo ragazzo marocchino.
Anche quella volta lo fecero entrare dalla porta d’ingresso con tutto il letto e lo trasportarono in stanza.
Io incuriosita andai a vedere chi era.
Non diceva una parola, mi guardava e tentava di sorridermi.
Aveva la faccia piena di ematomi, la fronte deformata dal gonfiore, un occhio così pesto che nemmeno si apriva, le labbra rotte e dei punti sul cranio.
Mi appoggiai alla balaustra del letto, non sapevo che dire… Gli infermieri gli stavano legando mani e piedi.
Pensavo fossero impazziti! Quello non riusciva nemmeno a stare in piedi! Cosa lo legavano a fare?!
In realtà non lo sapevano bene nemmeno loro, eseguivano un ordine e brontolavano l’uno con l’altro: “Perché ci mandano sta gente?!”.
“Che ne so, non lo capisco proprio”.
Passarono poche ore. Io passeggiavo come sempre per il corridoio, quando sentii un gran trambusto.
Gli infermieri correvano da una parte all’altra urlando: “Chiama l’ambulanza, presto!”.
“E’ andato! È andato!”.
“Dai, dai che lo pigliamo, avverti rianimazione!”.
Il ragazzo era andato in coma, lo vidi solo un attimo mentre lo portavano via.
Gli infermieri erano esausti e incazzati neri: “Perchè cazzo l’hanno ricoverato qui!? Conciato com’era non potevano metterlo in medicina d’urgenza!”.
Mi toglievano le parole di bocca!
A volte mi trovo ancora a pensare a quel ragazzo mentre mi guarda, mi sorride e mi domando se quel giorno ce l’ha fatta, se si è ripreso o se è morto.
Alice Banfi.