Scritto ieri:
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Ago
26
Cronaca di una Presentazione del libro "Tanto Scappo lo Stesso"
di alice banfi
... In un salone immenso lo "Spazio Rinascita" pieno di libri di tutti i generi e per tutti i gusti e in due punti differenti del salone un libro, il mio, l'unico di stampa alternativa presente...
La presentazione su un mega palco con alle spalle il simbolo del P.D, microfoni altissimi, un simpatico giornalista a presentarlo con me. Un mini- giornalista, magro e basso più di me, niente scale per salire sul palco ci siamo arrampicati, poi seduti, noi due soli, minuscoli tra cose giganti.
Ore 19.30... tutti sono a mangiare, 1500 mq di salone del libro semi deserti, ad ascoltarci una decina scarsa di persone.
La presentazione va comunque bene.
Subito dopo corro a mangiare anche io assieme a Roberto il mio propapà. Vengo inseguita da tre persone che mi stringono la mano e mi chiedono la dedica sul libro.
Finisco velocemente di mangiare, torno alla fiera del libro... è inondata di persone, di lettori.
"Cazzzzooooo!".
mi metto accanto ai miei libri ed appena qualcuno si ferma a dare un occhiata attacco a parlare... davvero da matta! li inseguo, "non sapete cosa vi perdete! un best seller! parla di questo e questo e quest'altro! poi potete avere la firma dell'autrice! vale ancora di più!"... forse loro son più matti di me perché li convinco tutti, comprano e mi fanno firmare.
E' tardi, torno nel misero Grand Hotel da 350 euro a notte... (la prossima volta mi porto una tenda e mi faccio dare i soldi della stanza!).
Sveglia prestissimo... insomma alle 8.00, per me è da folli! colazione razzo e corsa in stazione.
Roberto compra il Corriere della Sera Fiorentino , lo sfoglia... "non c'è niente...".
Cambio treno, mi addormento...zzzzz. "Svegliati! Dobbiamo scendere!", tuona la voce di Roberto.
Mi alzo, sudata, rincoglionita, e con la vescica al limite.
Altro treno e poi siamo a casa... Lo aspettiamo seduti su una panchina... fumo, sono esausta.
Roberto mi porge il Corriere, prima pagina della Cultura... foto delle miss... poi un articolo: Letteratura: "Il romanzo di una matta che ci fa ridere". Bel articolo, breve ma intenso.
Sorrido, arriva il treno e finalmente sono a casa.
Alice Banfi.
Ago
24
La musina
di Leda Cossu
La musina: il mio più grande tesoro… il lavoro su me stessa.
Seduta per terra, sulla “caesea”* del letto, rialzai il viso ribelle e bagnato. Avevo pianto a lungo con la testa rannicchiata fra le ginocchia. Mi rivolsi a me stessa, a quando fossi diventata adulta: mi devi ascoltare dissi, puntando severa l’indice all’insù. Da grande non devi dire: “ma” le persone cambiano, la gente è cattiva, è tutto inutile, la vita è dura (quel giorno me l’aveva detto persino mia madre che pure viveva ogni difficoltà con leggerezza), devi restare con i piedi per terra, gli ideali sono sogni, il Cielo è lontano… non le devi dire queste cose, perché i bambini non devono perdere la speranza…
Cercavo in me stessa una “bricola”* alla quale “attraccare” la mia anima. Mi dicevo: devi vederle le immagini belle, le persone buone, le sensazioni piacevoli: i sapori, gli odori, i suoni... e non solo quelle brutte. Te le devi mettere “in musina”* le cose belle e le persone buone. Da grande la devi aprire e raccontare verità e non cose che nascono solo dalla bocca..
Iniziai lì il mio viaggio. Avevo 8-9 anni. Cercai nel passato, fotografai il presente, lo annotai per il futuro: una casa bella in montagna a Tai di Cadore e la sensazione di stupore che mi allargava l’anima. La vecchia madre di Giorgio-lontano che mi apriva la soffitta e il tepore che faceva nascere nel mio cuore. I libri sui vichinghi e la voglia di conoscere. Le “spiere de sol” che disegnavano ricami sulla parete…. Cercavo di essere precisa nel vedere perché il ricordo doveva essere vero.
Imparai a dire “e” al posto di “ma”.
Scoprii così… che si cresce per imitazione ed anche per differenza.
Vidi lo sguardo senza anima della mia terribile maestra dalla cultura autoritaria che si apriva ad un silenzioso dubbio guardando assorta oltre i vetri della classe e… sperai che le si aprisse il cuore. Vidi mio zio Bepi, non solo bevitore. Aveva occhi azzurri e parlava agli uccelli. Ce n’era sempre uno sul tavolo della sua cucina: un passero, o un merlo, o una cocorita. Gli facevano la guardia; all’ingresso ti svolazzavano attorno gridando ed atterravano sulla sua spalla. Li ospitava e curava se feriti. In osteria facevano capolino dalla tasca interna della giacca. Restauratore del legno, salvava con maestria anche quelli più fragili. Troppo fragile lui invece, per reggere le chiacchere sciocche dei compagni in un intero giorno di lavoro… troppo per lui. Non sempre i gruppi creano comunità. Un pelandrone, diceva qualcuno, ma lui lavorava sempre. Fu in alcuni periodi “ospite” di un manicomio “nell’isola” di San Servolo a Venezia. I manicomi sono così… posti isolati dalla comunità. Morì il giorno di Natale del ’75, in ospedale. Era un bellissimo giorno di sole. Fui risvegliata dalla voce di mia madre, ai piedi delle scale. Le chiesi: era solo?
Mi stupii subito di questa domanda. Seppure adulta, non avevo ancora visto un morente, la mia famiglia era numerosa, che c’entrava la solitudine? Iniziai allora a rispondere ad una domanda di cui intuivo la risposta, ma che non avevo ancora portato a coscienza. Quando stai troppo male per vedere oltre il dolore, devi avere qualcuno vicino che ti riconosca, o che di te abbia un’immagine vera, antica, una foto prima del dolore. Almeno un volto amico che di te sappia il nome, veda la tua bellezza, ti ricordi chi sei… “una bricola” per la sua anima e la tua.
Ho visto molto e molto ho messo in musina, spesso navigando “a vista”.
Ho imparato a scorgere, nella vita di sonno e di veglia, la bricola a cui buttare “la mia sima”*: un Spirito buono che mi lascia libera di scegliere.. ma si fa riconoscere: Cielo, Buddha, Angelo, Dio… e assume il volto della bellezza, dell’accoglienza, della bontà, di un aiuto insperato… chiamato coincidenza, a volte incredibile. Quando un dolore mi vela lo sguardo, quando mi trovo davanti la valigia aperta per un nuovo viaggio di vita, che non ricordo di avere organizzato io, mi guardo attorno… cerco. C’è sempre l’Angelo che mi siede accanto. Che punta l’indice sulla mia musina. Mi regge le mani con cui la apro tremante, una volta ancora.
Dentro la musina c’è accumulato il mio più grande tesoro, il lavoro su me stessa, qualche talento in dono, molta bellezza vista, pensieri e sensazioni piacevoli, un vissuto memore. Non molto, bricole per sostare un po’.
Risorse solo per una caparra, il resto so ormai che lo acquisterò in viaggio.
* Caesela, si dice caesea, piccola calle veneziana. Qui lo stretto spazio fra due letti. Bricola: si dice bricoa, palo di legno infisso in acqua, al quale attraccano le barche nei rii veneziani. Musina: salvadanaio. Sima: corda per attraccare la barca alla bricola.
Ago
23
Una protesta? No, una proposta mostruosa
di Maïté
Foto: Donibane Sanjuan
Una protesta? No, una proposta mostruosa!!!
Caro Beppe Grillo ho visto pubblicato nel tuo sito il video di Mario Comuzzi, papà di Giulio, morto suicida l’anno scorso.
Ascoltiamo bene questa voce del padre. Oltre il dolore c’è un’idea della salute mentale mostruosa, in sintonia con le lobby manicomialiste…. Il 70% dei servizi di salute mentale ancora contiene, i servizi sono prigioni con le porte chiuse a chiave... seppur con molte contraddizioni all’interno… spesso mobizzate. Rimane quel 30% assolutamente in minoranza, come Trieste, che evidentemente non ha ragioni da gridare, con odio. Le cose che funzionano… non hanno urla… quindi non si sentono. Non si sentono neppure le voci di sofferenti e famigliari all’interno della “maggioranza” dei Servizi che legano… (il 70%) e chiudono le porte sia ai sofferenti che ai famigliari…. e non si sentono le voci dall’interno di questi servizi dei molti curanti: infermieri e medici mobizzati perché NON SI ACCANISCONO SU QUESTI POVERI CORPI.
E … cercando Giulio Comuzzi, non posso non avere dolorosamente presenti i troppi Giulio resi oggetto delle cure dei famigliari “mamme ‘e core” e “padri giustizieri”. Io sono dalla parte di Giulio. E “spero che me la cavo” nonostante le urla di questo padre e spero in un futuro di non dover subire io e i miei cari quanto invoca questo padre.
Su quanto dice Mario Comuzzi manca il soggetto: Giulio. Mi sono guardata e riguardata tutti i video su You Tube… cercando Giulio.. e dalle stesse parole del padre emerge una verità... CHE IO HO GUARDATO E ASCOLTATO DALLA PARTE DI GIULIO E DEI TANTI GIULIO strappati con fatica dalla disistima di sé, dalle pratiche violente.
C’è il padre, manca la voce del figlio, che nonostante il padre non volesse, frequentava i servizi della sua città.
Trieste è purtroppo fra quel 30% che accoglie e non lega e… non fa l’elettroshock… anche quando i famigliari… come questo padre (basta ascoltare attentamente i video e leggere nei siti in cui è protagonista) vorrebbero . Questo padre se ne è fatta bandiera di queste pratiche, ne parla come se fossero salvifiche, chi ha sofferto sulla sua pelle il manicomio, la contenzione, queste “mostruose cure”… insomma, chi ne sa qualcosa da parte dei “sofferenti”, non può condividere quanto dice Mario Comuzzi… che per 8 anni (parole sue) FIN DALL’INIZIO DELLA SOFFERENZA DEL FIGLIO (parole sue) ha portato suo figlio di qua e di là dai manicomialisti che lui enfatizza come competenti.
Questo padre irride e denuncia la Psichiatria non violenta,
la Psichiatria Democratica (salvo poi dare ampiamente dei nazisti a questi stessi servizi) perché rifiuta il terribile elettroshock come invece lui proponeva. Dà dei nazisti a chi aborrisce queste pratiche davvero naziste. In questo modo dà ragione ai professoroni che lui cita, come il prof Cassano che vorrebbero… internare a vita…”solo per un anno… almeno per un anno… praticamente a vita” le persone, com’era prima del 1978, prima della legge 180. Fino al ’78 sapevi quando entravi in manicomio… ma non quando ne uscivi, allora non c’era l’ospedale. Non c’erano diritti, potevano farti il Trattamento Sanitario Obbligatorio quando volevano e SOPRATTUTTO TRATTENERTI… a tempo indefinito… nessuna legge 180 ad impedirlo. Ed ora… vorremmo tornare a farci bruciare le cervella per dare ragione a questo padre giustiziere… solo perché padre? E quindi tutti gli altri padri e madri e soprattutto utenti dei servizi dovrebbero subire le conseguenze di questa battaglia che per ora è “culturale” e poi ovviamente diventano leggi. Altrimenti perché invocare Berlusconi-Schifani-Fini come ha invocato Mario Comuzzi? Il ruolo dei Governi è fare le leggi e cambiare le leggi… come invocano contro
la 180. Leggi che abbondantemente stanno facendo e ci hanno già provato… finora senza riuscirci.. vediamo cosa risponde ora questo Governo a questa grandiosa battaglia culturale vestita dal dolore di un padre che non ha evidentemente accettato le decisioni del figlio… che invece continuava a recarsi ai servizi di Trieste.
Questi professori manicomialisti, questi che parlano di "vittime della 180" e non di "liberati dalla 180".. non sono innocenti, sono appunti quel 70% di professori che non si mette in gioco nella relazione con i sofferenti, che vuole tenersi il camice... quel camice che ai polli solleva un "ohh" quando arriva il professore… Per questo dopo tante sofferenze ho imparato a riconoscere le differenti pratiche di cura ed oggi faccio un bello sberleffo ai professori in camice e manicomialisti!!! E ho la ragione per dirlo… nel mio piccolo, ed è una grande sconfitta per una sorella morta a 41 anni grazie alle conseguenze delle vecchie pratiche manicomiali e ad un mio caro che invece è felicemente guarito di recente… proprio perché siamo dopo il ’78, con una Legge a tutela dei sofferenti.
Su internet e You Tube c'è un forte, negativo ed offensivo giudizio del padre sui servizi di Trieste subito dopo la prima visita. Non è mica una cosa da poco dare indicibili aggettivi tout court alle persone… da subito, che idea aveva ed ha questo padre della sofferenza? Quella degli altri… non solo la sua.
Si chiede questo padre come mai Giulio continuava ad andare ai servizi nonostante lui non volesse (lo dice sempre il padre in internet e su You Tube)? Dice che era manipolato… se invece si fosse fatto l’elettroshock sarebbe stato bravo?
Non identifichiamoci con quel 70% di cattive pratiche che non funzionano... non è il 100%. C’è anche un 30% che funziona e fra questo Trieste. Né questo argomento c’entra con i questionari e le molecole ai bambini, contro i quali anch’io ho fatto una battaglia con le mamme veneziane col Forum di Salute Mentale, proprio quel forum voluto dalla moglie di Basaglia 4 anni fa contro il ritorno delle varie Burani e Procaccini a favore dei manicomi.
Il giudizio negativo sui servizi di Trieste da parte di Mario Comuzzi è stato da subito, dall’apparire della prima sofferenza del figlio adolescente… evidentemente non è stato amore a prima vista…. e d’altronde… come si fa a distinguere gli utenti dai curanti.. se non hanno il camice?
Ed è qui il bello: SIAMO TUTTE PERSONE, anche se non abbiamo il camice. Ciò che ci distingue fra ESSERI UMANI in certi momenti è solo il grado di sofferenza interiore… che va accompagnata vero la guarigione o almeno l’equilibrio SENZA CHE NESSUNO SI SOSTIUISCA A NESSUNO!!!
Questo padre "porta" il figlio di quà e di là, dai cassaniani e &… (quelli che hanno subito la prima condanna per la morte di una bambina con i farmaci…) è un percorso “mooolto professionale” con cliniche e camici… quelli che osannano l’elettroshock… che tanto… se il cervello è un organo come il cuore ed anche al cuore si dà qualche scossetta per rianimarlo….si può fare anche l’elettroshock in tutte le ASL (sic).
Ma come si fa ad imporre ad un servizio questi metodi, un servizio che ha fatto il percorso contrario... significa che i famigliari dovrebbero imporre ai figli le pratiche violente?
E sui metodi della lotta? Queste grida DAVANTI AI Centri di Salute Mentale sono violente, PERPETUATE PER OLTRE UN ANNO SONO PERSECUTORIE nei confronti non solo degli operatori, ma dei sofferenti e famigliari… queste grida sono violente, ovunque siano. Ci sono sofferenti in questi luoghi… qualcuno di voi urlerebbe davanti ad un sofferente? Che razza di clima si crea? Come recuperare l’agitazione, la sofferenza? Nessuno se lo chiede? E' assolutamente normale "okkupare" e dare maliziosamente dei nazisti a persone che nelle loro singole storie personali hanno subìto l'occupazione, hanno salvato i sofferenti mentali prima dai nazisti e poi dalle pratiche naziste tanto osannate da Mario Comuzzi?
Il padre si arrabbia col figlio (sempre su You Tube) che è stato irretito.. non ricordo le parole ma insomma che è influenzato dai servizi.
Il padre ritiene il figlio "perso"? E' vero o non è vero che troppo spesso quando si ritengono i figli “persi pal caigo” come si dice a Venezia (persi nelle nebbie…) padri e madri arrivano ad affibbiare ai figli, anche se non sono consenzienti, l'amministratore di sostegno... l'invalidità... praticamente togliendo loro l'arbitrio, i diritti civili che in un giovane equivale a farlo morire… se non vuole?
E' vero o no che in qualche modo questo percorso potrebbe essere stato anche il percorso di Giulio visto che continuava a recarsi ai Servizi triestini? E’ che a volte, per fortuna, questi nostri figli NON VOGLIONO ESSERE STIGMATIZZATI. Che la vivono male questa cosa… mettetevi nei loro panni!!! Se (a mo’ di esempio) ti dicono che non vogliono e minacciano di suicidarsi se decidi CONTRO
LA LORO VOLONTA' .... quale responsabilità dei servizi?
I figli VANNO ASCOLTATI, proprio come dice la campagna internazionale Giù le Mani dai Bambini.
Giulio in tutto questo sproloquio su internet e You Tube... non c'è... c'è solo il padre. C'è l'immagine del figlio di com'era da ragazzino… l’album di famiglia (ma i figli crescono… sofferenti o meno), la nostalgia, la dolcezza e tutta la rabbia per quello che non è stato. Che avrebbe evidentemente DOVUTO essere, ma Giulio "forse" come tutte le persone ANCHE SE FIGLI, cercava la sua strada e questa strada conduceva per anni i suoi passi ai Servizi di Trieste.
Giulio era uno stupido? I figli non sono nostri, appartengono a se stessi, non sono nemmeno dei Servizi che continuano ad accoglierli anche se hanno padri come Comuzzi... ma non sono obbligati a farsi offendere, cosa che purtroppo è ancora in atto. Nessuno restituisce l'onore alle persone offese e calunniate che stanno dalla parte dei sofferenti, come l’ASL di Trieste... e lo si continua a fare… anche in questo sito. Chi ripaga il dolore delle persone consapevoli nel vedere tanta strumentalizzazione della sofferenza? Tanto egoismo. Non c’è solo la sofferenza di Mario Comuzzi. C’è anche quella che lui provoca in chi conosce sulla propria pelle e dei suoi cari cosa vuole dire “contenzione, manicomio, elettroshock, disistima di se..”
Leda Cossu
Ago
23
L'Intelligenza del corpo - n.1
di Leda Cossu
Il corpo, una comune esperienza
C’è una comune esperienza di chi si prende cura di se stesso, di altre persone: il corpo è importante, sempre. Qualsiasi sia la malattia, l’interruzione di una funzione. Che io sia famigliare di un malato, volontaria, governante, operatore, infermiera di un anziano, o disabile, o sofferente in grave perdita di autonomia motoria, di iniziativa… la mia attività di cura inizia dal corpo.
Il confine fra quello che sperimento, rielaboro, ricordo è sottile.
A volte un profumo, una temperatura, un colore percepito durante un evento doloroso è sufficiente a riviverlo con la carica di emozione e sconvolgimento fisico già vissuti. Le esperienze si imprimono anche nel corpo, nel sistema neurosensoriale, per fortuna anche le positive.
Ago
15
Braccio di ferro con una bambina di sei anni
di Maïté
Foto: Manuel Balea
Mio padre era sempre stato molto rigido nel suo modo di educare me e le mie sorelle: quando eravamo alla presenza di persone estranee alla famiglia, bisognava essere composte e non muoverci di un millimetro, non parlare a meno di dover rispondere a una domanda che ci era rivolta personalmente. A tavola poi, guai se aprivamo bocca se non per mangiare. Una volta, (dovevo avere sei o sette anni) eravamo stati invitati a pranzo da un collega di mio padre; al momento dell’insalata, della quale ero molto ghiotta, si sono serviti tutti dimenticandosi di me e ho avuto l’ardire di far notare: “Ma io non ho avuto insalata!”. Non ho finito di pronunciare l’ultima parola, che mi è arrivato un violento man rovescio da mio padre che mi ha fatto cadere all’indietro con tutta la sedia! Mi ricordo che non sono stati né lo schiaffo né la caduta a ferirmi, ma il fatto di essere finita a gambe all’aria davanti ai nostri ospiti e i loro figli. Anche se l’umiliazione è stata mitigata dalla padrona di casa che mi ha poi consolato.
La rigidità e l’intransigenza di mio padre si esercitavano soprattutto a tavola, dove oltre a dover stare sempre composte (non appoggiare i gomiti sul tavolo, stare con la schiena dritta, ecc…) e osservare il divieto di parlare, c’era anche la regola di dover finire tutto quello che ci veniva servito nel piatto, fino all’ultima briciola. E per me il momento dei pasti era una fonte di grande ansia perché siccome era il momento in cui era riunita tutta la famiglia, era anche il momento dei bisticci e degli scontri fra i miei genitori, e quello dei regolamenti di conti con noi. E poiché io ero particolarmente difficile per quanto riguardava il cibo, andavo a tavola come se dovessi salire sul patibolo: era proprio una tortura! Non mi piaceva un sacco di cose ma soprattutto la carne. Un giorno che mia madre cucinò la trippa, già solo l’odore che alleggiava in cucina mi dava la nausea e al momento di passare a tavola non riuscivo proprio a mettermi un boccone in bocca dal disgusto che provavo, ma ci pensò mio padre a imboccarmi con la forza, obbligarmi ad ingoiare e imboccarmi di nuovo e di nuovo….. finché vomitai tutto nel mio piatto! Dopo la mia dose di botte, fui mandata in castigo nel corridoio, mentre loro finivano il pasto. Io piansi tutto il tempo, non capendo perché ero stata picchiata: non l’avevo fatto apposta a sentirmi male, avevo lottato a lungo per contrastare i conati di vomito che sentivo salire ma dopo un po’ non ce l’ho fatta più a resistere. Ricordo ancora il disagio e il senso di profonda solitudine mentre ero rannicchiata lì nel corridoio, al buio…
C’è un altro episodio dello stesso periodo che mi ha molto segnato… Mio padre era un grande stimatore della carne al sangue, e siccome le sue opinioni erano parole di vangelo, doveva a tutti i costi convincere gli altri che lui aveva ragione, anche con la forza. La domenica faceva spesso cucinare a mia madre il roastbeef, un arrosto di manzo con l’interno quasi ancora crudo. Io non ce la facevo proprio a mangiarlo: quando tutto il resto della famiglia aveva già finito di pranzare, io stavo ancora masticando il primo boccone senza riuscire a mandarlo giù. Il più delle volte, finiva che dopo un po’ mio padre mi faceva uscire da tavola senza aver mangiato nient’altro. Ma quella volte s’intestardì, e quando mi disse di alzarmi e andare in camera mia, tirai un sospiro di sollievo, ma non sapevo cosa mi aspettava di lì a qualche ora. Quella sera, andando a sedermi a tavola per la cena, scoprii con orrore che nel mio piatto c’era la stessa fetta di carne che avevo lasciato a mezzogiorno, per di più fredda di frigo. Mio padre mi disse che non avrei avuto nient’altro da mangiare finché non avessi finito la carne, ma rimasi ferma davanti al mio piatto preferendo rimanere a pancia vuota. E il giorno dopo mi sembrò di sprofondare in un baratro di follia quando vidi la solita fetta di carne nel mio piatto, mentre il resto della famiglia aveva tutt’altre cose, e mangiava a capo chino sul piatto, evitando di incrociare il mio sguardo, penso per l’imbarazzo della situazione e per non attirare su di sé l’ira di mio padre che invece era focalizzata sul suo braccio di ferro con me. Insomma quella fetta di carne, il giorno prima di un colore rosso vivo, era diventata scura e con i bordi di un color verdastro. Sapevo che non ce l’avrei mai fatta a mangiarla e mi chiedevo con profonda angoscia per quanto tempo sarebbe durata questa tortura, e dopo quanto tempo senza mangiare si rischiava di morire di fame?…. Però alla sera, vidi che nel mio piatto c’era il passato di verdure come per il resto della famiglia e siccome nessuno accennò alle scene dei tre precedenti pasti, io mi feci piccola piccola per non attirare l’attenzione su di me, pensando che forse mio padre si era dimenticato di ridarmi la solita vecchia fetta di carne e che, se mi facevo notare, si sarebbe alzato per andare a prenderla. E mangiai il passato, che mi sembrò la cosa più buona del mondo, e tutto il resto stando zitta e composta, con gli occhi bassi, la schiena dritta e i polsi rigorosamente ai lati del piatto… Penso che fu mia madre a buttare via quella carne per impedire a mio padre di ripresentarmela un’altra volta, ma nessuno ne parlò più e non ho mai saputo come andarono le cose veramente. Però in futuro mi feci più furba e quando c’era quella carne in tavola, io la masticavo a lungo senza ingoiare e ogni tanto, facendo finta di asciugarmi la bocca, risputavo discretamente il boccone nel tovagliolo e alla fine del pasto li andavo a buttare nel water…
Mettendo insieme, con sofferenza ancora viva, i dettagli di questi ricordi per scriverli nero su bianco, mi sono resa conto che forse, a distanza di cinquant’anni, tutti i miei problemi di disordine alimentare, di bulimia, e di cattivo rapporto col cibo in generale, hanno proprio una loro radice in questi episodi del passato che hanno lasciato il segno e mi hanno marcato per il resto della mia vita…..
Maïté
Pagine totali: 26
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