Scritto ieri:
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Giu
01
Togliere il bavaglio
di Cristiana

Questa è per sommi capi la storia degli ultimi 3 anni della mia vita.
Sono felice di poterla raccontare in questo spazio, perche' mi sembra riassumere ed essere in linea con le tante problematiche che riccamente affrontate e discutete e ci accomunano.
Ho 34 anni, soffro da 20 anni di patologia mentale cronica (DOC e disturbo dismorfico corporeo) dismorfico corporeo, vivo a Torino.
Sono da sempre inabile al lavoro per questo motivo, ma nonostante i limiti imposti dalla malattia ho sempre cercato di condurre un'esistenza il piu' possibile "normale", in termini relazionali e pratici (compresi gli studi e da anni una vita domestica autonoma).
Purtroppo 3 anni fa ha avuto inizio per me una vicenda di dissidi condominiali con una famiglia di vicini, che ha ben presto trasceso la natura banale e molto diffusa di questi conflitti.
Da allora sono in corso vessazioni continue da parte di queste persone, portate avanti con
l'alibi della mia malattia (di cui erano consci per mia stessa informazione e dei medici) e proprio in virtu' del
pregiudizio sociale, senza che io potessi disporre di alcuno strumento di difesa, dal momento che ero gia' stata privata della
credibilita'.
Tali vessazioni si manifestano con una vera e propria "guerra del rumore" che ha reso intollerabile e compromessa la mia intera esistenza entro le mure domestiche, dalle quali pero' non ho potuto allontanarmi nemmeno temporaneamente. Infatti nessuno mi offre ospitalita' per via della malattia, non ho potuto cercare una nuova abitazione per ragioni in parte economiche e in parte di vincoli imposti dai miei familiari e non riuscirei a vivere all'interno di una comunita'.
L'unica alternativa valida e' stata, nel momento peggiore e per qualche mese, rimanere per strada soprattutto nelle ore notturne.
Inoltre l'atteggiamento dei vicini e' stato piu' volte denigratorio e diffamante nei miei confronti, inducendo in me uno stato di soggezione psicologica non facile da superare, arrivando infine a minacce fisiche e ad una aggressione fisica purtroppo in assenza di testimoni, che ho avuto timore e impossibilita' a denunciare.
Di quella stessa aggressione, per falsa accusa, mi trovo oggi imputata io stessa e in attesa di giudizio.
E lo stress per la vicenda legale, dall'esito peraltro incerto, va sommarsi al resto.
Ovviamente ho cercato di tutelarmi fin dall'inizio rivolgendomi a tutte le istuzioni giuridiche accessibili (carabinieri, polizia, ufficio del Procuratore), da cui il problema e' stato ritenuto "non di competenza" ed ignorato; ho allora bussato a tutte le porte possibili in termini di assistenza sociale, ad alcune associazioni di specifica tutela dei diritti degli ammalati psichici, le quali sembrano aver messo in atto una drammatico gioco di "scaricabarile" ritenendo ognuna, per motivazioni varie, l'argomento non di loro competenza e rinviandomi sempre ad altre istituzioni in un circolo totalmente sterile e scoraggiante.
Sottolineo che tutto questo avveniva, gia' nel 2005, in uno stato di degrado fisico e psicologico avanzato e con grandissimo sforzo, dal momento che non riuscivo piu' uscire di casa e l'unico canale era il telefono o le emails.
Una situazione che era dunque sotto gli occhi di molti, non solo parenti, amici, medici curanti, ma specifiche istituzioni. Eppure nell'indifferenza o nella dichiarata impossibilita' materiale di porvi fine.
Ma il peggio dovevo ancora venire.
Mi ero da ultimo rivolta ad un Associazione nazionale che nei propri intenti dichiarati comprendeva la lotta a qualsiasi forma di abuso o vessazione perpetrato ai danni di malati psichici. Ho esposto loro il timore e la consapevolezza che a breve sarebbe stata la psichiatria (ero in cura da qualche anno presso il CSM locale) ad abusare del proprio potere per legittimare e coprire l'operato dei miei vicini, cosa che purtroppo si e' pesantemente verificata.
In quella occasione ero stata messa in contatto con un loro operatore sedicente avvocato - del quale non e' stato possibile accertare l'identita', ne' piu' rintracciarlo - il quale dapprima colpito dalla vicenda e disposto a intervenire rendendola pubblica, non appena saputo che le mie condizioni economiche non potevano coprire una spesa legale, ha improvvisamente mutato atteggiamento e ha dubitato della veridicita' di quanto raccontavo, ribadendo che quanto esulava da abusi operati in campo e sedi strettamente psichiatrici esulava dalla loro competenza.
E questo a dispetto di cio' che si leggeva nella dichiarazione di intenti dell'Associazione.
La risposta definitiva e' stata che
"la mia storia poteva essere buona al massimo per il Maurizio Costanzo Show".
Cosa purtroppo infondata, visto che la Redazione del MCS ha liquidato la vicenda come
"troppo delicata"!
La delusione e la consapevolezza di essere stata privata della credibilita' persino presso gli enti che si proponevano il rispetto dei miei specifici diritti sono stati per me una condanna definitiva e dopo poco giorni ho tentato il suicidio, con conseguente Trattamento Sanitario Obbligatorio presso l'SPDC di un ospedale torinese.
Nonostante quel TSO sia stato perfettamente legittimo e doveroso e abbia salvato la mia vita, esso ha dato il via, come temevo, a una spirale senza via d'uscita: ha infatti consentito ai miei vicini di ricorrere successivamente piu' volte al potere del Primario del reparto con dichiarazioni diffamatorie; ed abusandone questi con la richiesta di altri 2 TSO in due anni, oggettivamente privi dei fondamentali requisiti di legge (pericolosita' per se' e per gli altri), come tante persone e gli stessi operatori del reparto hanno potuto constatare.
Al di la' della privazione della liberta' questo ha significato subire atteggiamenti e manifestazioni verbali molto pesanti, tese a intimorirmi e squalificare la mia persona da ogni punto di vista , stavolta da parte del Primario , anche questo sotto gli occhi degli stessi dipendenti operatori.
Chi conosce l'argomento sa bene cosa un TSO (legittimo o non) determina dopo ogni dimissione: accertamenti santitari obbligatori, violazioni non legali del mio domicilio, l'imposizione anche dopo il ricovero di una terapia che ha messo a rischio la mia salute fisica , interotta per il coraggioso intervento di un medico, mio padre, che oggi finalmente e' l'unico a lottare al mio fianco.
Questo significa aver vissuto in uno stato di terrore e allarme protratto all'interno delle mura domestiche, consapevole che qualunque azione diffamatoria dei miei vicini o tentativo mio di denuncia avrebbe per me significato una nuova reclusione : i medici stessi hanno non troppo velatamente veicolato il concetto ad ogni dimissione.
Un terrore che continua e forse mi accompagnera' per sempre, nonostante l'azione di tutela pratica di mio padre e finalmente un azione legale di diffida dei vicini, intrapresa in questi giorni.
A tutt' oggi infatti esiste il rischio continuo e imprevisto che possano riverificarsi interventi del 118 o 113 e violazioni di domicilio per richiesta dei vicini senza motivazioni plausibili. Questo soprattutto perche' il danno subito, oltre che avermi moralmente annientata, privata della dignita' e di qualunque liberta', e' stato anche di natura biologica, ossia ha determinato l'insorgere di nuovi gravi sintomi (non piu' trattabili e probabilmente irreversibili). Ed essi mi espongono ovviamente ancor piu' all'operato psichiatrico...anche in termini impropri e non adeguati.
Concludendo la mia situazione attuale comporta un senso di diffidenza generale verso qualsiasi persona o istituzione e la difficolta' di riuscire ancora a intravvedere un futuro per me almeno qualitativamente accettabile.
E sul piano pratico le seguenti limitazioni:
- vivere quasi sempre reclusa in casa e perdita di tutte le relazioni sociali prima esistenti
- impossibilita' da 3 anni di lavarmi e accedere senza paura ai miei servizi igienici (per il condizionamento insorto dalle ritorsioni rumorose)
- impossibilita' di gestire liberamente spazi e tempi all'interno della privata abitazione (come sopra)
- privazione del sonno, alterazione ritmi sonno/veglia
- impossibilita' conseguente di uscire a procurarmi il cibo, dunque dipendenza assoluta da chi me lo recapita e alimentazione non adeguata all'equilibrio fisico
(riuscendo talvolta ad uscire, cio' significa comunque accettare la pesante umiliazione e vergogna per le mie condizioni igieniche)
Confesso di temere per la mia vita, perche' sento che presto o tardi le mie condizioni arriveranno ad essere psicologicamente o fisicamente non piu' tollerabili e non ho piu' la possibilita' neppure di ricorrere a cure adegute, visto sarei costretta a tornare, per ragioni di competenza territoriale, nello stesso ospedale e a contatto con la stessa persona che ha causato in buona parte il mio danno. Dilemma che penso possa esemplificare bene fino a che punto puo' spingersi la violazione dei diritti della persona, costituzionalmente garantiti (in linea teorica, ma come ho imparato a mie spese, non per tutti!)
Tuttavia sono fermamente determinata a rimanere in vita e soprattutto a dedicare tutte le forze che restano a rendere pubblica la mia storia, almeno perche' possa essere minimamente utile a una presa di coscienza collettiva e alla tutela di altre persone che vivono un disagio psichico e possono trovarsi ad affrontare identiche vicende (potrei fare il nome di almeno una, ricoverata con la forza come me nello stesso ospedale, per gli identici motivi).
Primo Levi scriveva
"Ricordate che questo e' stato", io penso ci sia ancora tanto bisogno di gridare
"Ricordatevi che questo e'",ogni giorno, in ogni luogo, comprese le nostre "civili" societa' e a distanza di 40 anni dalla chiusura dei manicomi.
Se certo la mia battaglia - come quella di molti di voi - e' stata e sara' lunga, sul piano legale e prima del recupero e della riaffermazione di quanto mi spetta per diritto come PERSONA, il passo piu' grande e' stato per me decidere di togliere quel "bavaglio" che da piu'parti e per troppo tempo mi e' stato imposto.
Giu
01
Ragazza
di Cristiana
Mag
12
Testimonianza Alice
di Maïté

Sono andata a visitare un sito milanese molto interessante: www.ciumbya.splinder.com
Sul quale ho letto una testimonianza drammatica che mi ha molto colpita e che vorrei farvi conoscere:
"Mi chiamo Alice Banfi, ho 28 anni, ho un diploma d'arte di illustratrice e designer, sono una pittrice e sono una paziente psichiatrica. Soffrivo di disturbo borderline di personalità, ora continuo a soffrirne ma cerco di conviverci.
Il primo ricovero a vent'anni: entrata nel reparto psichiatrico dell'ospedale, ho capito che ero all’inferno e che non mi sarei mai salvata; che l’unica via di fuga era la morte.
Mi sentivo circondata da veri matti, i medici, che chiamavano cura le torture che mi infliggevano di continuo: contenzioni fisiche, psicologiche e farmacologiche.
Lì nessuno mi ha mai spiegato il perché, nessuno mi ha mai spiegato cos’avevo, nessuno mi ha mai spiegato veramente come guarire. (..) La mia arte era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire ed anche per coinvolgere gli alti sofferenti come me.... Una volta feci un meraviglioso collage (..) vennero tutti a vederlo, e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo… e a ordinare di toglierlo; "Queste cose, disse, in ospedale non si fanno". La mia opera fu distrutta. Lo odiai. Tornai sull’idea che l’unica via di fuga era la morte e mi tagliai le vene.
Poi mi salvarono. (..)Mi ritirarono tutti i fogli e i colori. Restituii tutte le lamette…o quasi… ed ebbi indietro il mio materiale. Dio, quanto li odiavo, perché dovevo fidarmi di loro? E poi le lamette mi servivano: a liberare i miei amici dalle fascette, perché tutti venivamo legati a rotazione, per i motivi più disparati. Col risultato che il mio amico o la mia amica, finalmente libero, si poteva finalmente rannicchiare sul fianco; rimaneva però immobile nel letto con la paura di venir legato ancora una volta, se scoperto dal personale, cosa che succedeva quasi sempre. Io, come probabilmente altri, quando venivo contenuta, cioè, legata mani e piedi, non mi arrendevo. Mi contorcevo.. ci mettevo ore a liberarmi. Gli infermieri sorpresi mi chiamavano Houdini; e ci mettevano 5 minuti a contenermi di nuovo, anche con lo spallaccio... Lo spallaccio, è un lenzuolo arrotolato, che viene passato dietro al collo, poi sotto le ascelle...in fine viene legato dietro e sotto la spalliera del letto da due infermieri. Il nodo del lenzuolo, viene bagnato con una bottiglia d'acqua, così che non si possa sciogliere. Il risultato è la totale immobilità. Gambe, braccia e busto fino alla testa...bloccate. Quando mi trovavo così; inchiodata a quel materasso non mi restavano che le urla, il pianto...poi il silenzio e l'attesa.(....) Tornando a noi, abitanti del corridoio, quando gli sforzi per renderlo meno grigio e inumano diventavano troppo evidenti, subentravano le minacce di venir puniti: sedati e legati…uno bastava da esempio per tutti. E calavano le tenebre su di me, tornavo a voler sparire, a camminare avanti e indietro per il corridoio, guardando quei due orologi con due ore diverse ed entrambe sbagliate, tanto per essere più confusa; e fumavo, fumavo, fumavo, perché almeno questo era concesso. (...)Dopo 340 giorni continuativi in SPDC, di fughe, rientri, contenzioni, farmaci e disperazione, il primario del mio reparto fu chiaro con mia madre: “Sua figlia è un caso terminale, o si ammazza lei o la uccidiamo noi con i farmaci; non c’è nessuna possibilità, potrebbe averne forse una su un milione, ma neanche, quindi è meglio che se la porti a casa, noi la dimettiamo”.Sembra assurdo, queste persone hanno fatto di tutto per evitare la mia cura e non offrirmi alternative. Dopo la dimissione dall’SPDC e nessuna indicazione per il futuro e, visto il permanere della mia malattia, un familiare ci consigliò la strada della comunità, dove trovare protezione e cura. Comunità che mia madre ha ottenuto per me, scavalcando tutto e tutti, lottando con ogni forza che aveva, per mesi, perché nessuno voleva darmi questa possibilità. Dopo due anni e mezzo di comunità terapeutica, che mi ha permesso di superare i momenti più critici della malattia, venni dimessa e mi ritrovai di nuovo davanti: i servizi, l’ospedale, un’altra comunità, o il nulla. Era estate e in attesa di prendere una decisione andai a Camogli.
A Camogli scoprii di poter avere delle relazioni con gli altri, di poter confrontarmi con la realtà, di poter vivere… ma non sapevo ancora come…
Ora ci vivo a Camogli, dove lavoro come pittrice ed ho una mia galleria.
Grazie anche a chi ha creduto in me sognando con me; i miei amici di reparto, gli amici, gli operatori, la mia famiglia, mia madre e altri ancora, il mio psichiatra attuale, insomma chi mi ha riconosciuto come persona, malata certo, ma con delle capacità. E sono riuscita anche a realizzare un sogno. Ho pubblicato un libro con un amico, un libro di poesie illustrato da miei dipinti e sono felicissima.
Il libro si chiama “La bocca capovolta”.
Con il tempo ho deciso di rispondere io alle mie domande. (..) Ogni paziente è all’altezza di avere una cura adeguata.
* Perché questa cura non c’è?
* Perché i reparti psichiatrici degli ospedali sono i peggiori, i più negletti e non funzionano mai
* Perché vogliono ospedalizzarci, cronicizzarci, toglierci ogni speranza?
* E per finire, perché le persone a cui mi sono rivolta non hanno mai risposto alle mie domande e continuano a non rispondere?"
Grazie Alice per la tua testimonianza che ci ridà speranze e tanti auguri.
Maïté
Apr
07
Superstite suicida
di Maïté

SUPERSTITE SUICIDA
La mia vita non è una tragedia.
La mia vita non è una telenovela per il vostro piacere.
Io sono una persona.
Sono Jean.
Merito di essere trattato con rispetto.
Questa mattina al lavoro, ho sentito un professionista che parlava ad alcuni miei colleghi d’ufficio (i quali non avevano certamente bisogno di professionismo per questo tipo d’informazione), di un “utente” il quale era riuscito nel suo tentativo di suicidio.
La descrizione era completa in tutti i suoi cruenti dettagli (intendo proprio alla lettera). Il tono, nel raccontare la disgrazia, era simile a quello di un racconto di una congiura in un particolare episodio di telenovela.
La mia prima reazione fu rabbia. Come osano parlare di “utenti” in quel modo? Non c’è nessun rispetto per la riservatezza? Non si rendono conto che stanno parlando di una persona reale, in carne ed ossa? Deve essere stato un dolore atroce quello provato, per portarlo a commettere un simile atto. Non c’è un po’ di empatia da parte di qualcuno per una simile esperienza?
Tuttavia, persino a me pareva una così immane astrazione. Talvolta tutti noi siamo portati a pensare al suicidio, non è forse vero?
Dunque:
Dunque mi affiorò alla mente... Otto anni prima, anch’io premendo il grilletto ho tentato il suicidio in maniera molto analoga. La sola differenza con questo povero sconosciuto, è che io sono sopravissuto.
Otto anni fa non avevo casa, lavoro, famiglia, amici né denaro. Mi sono sentito di non aver più nessuno scopo per cui vivere:
Otto anni dopo, ho una casa, un lavoro, amici e denaro. Ho una vita di gran lunga migliore di quanto mai mi fossi immaginato di potermi rifare all’epoca.
Il poveretto non ebbe la mia opportunità. Non arrivò mai a vedere come le cose possono realmente cambiare.
E mi resi quindi conto:
potrei essere io argomento di racconto dei miei colleghi in questo momento.
Jean J. Esplin – da New York City Voices
Apr
03
Centri Diurni come trincee
di Maïté

Diritti
Salute mentale: Roma, centri diurni come trincee
Indagine del Cnr per il Comune di Roma: nonostante sia alto il gradimento di utenti e familiari, i centri diurni romani appaiono come strutture arroccate, dove la socializzazione e l'autonomia sono solo verso l'interno o verso l'inserimento lavorativo
ROMA - "Grandi esperienze e bellissime energie che sono in parte in una situazione di stallo, come una trincea che per lungo tempo ha resistito." Con queste parole Cristiano Castelfranchi descrive la situazione dei centri diurni per la salute mentale del comune di Roma a partire da quanto emerso dal progetto di valutazione realizzato dal Cnr, in collaborazione con il V dipartimento delle Politiche sociali "La possibilità è di rimettere in movimento queste energie per dare nuovo slancio ideale, ma anche pratico e di protagonismo sociale a queste realtà. Per farlo bisogna cambiare il rapporto tra i centri diurni e il resto della rete, bisogna che gli operatori, i familiari e i pazienti si rendano conto della situazione, del circolo vizioso che hanno creato tra di loro: un tacito accordo a non creare conflitti, a non creare crisi, a non rimettere in discussione i presupposti."?
E' solo superando questi limiti, che si traducono spesso in ostacoli operativi, che secondo i ricercatori dell'istituto di Scienze e tecnologie della cognizione si può lanciare la funzione sociale, la mission dei centri diurni di salute mentale romani. Servizi che hanno grandi potenzialit nel reinserimento e nella cura delle persone con problemi psichici ma che troppo spesso vivono nell'isolamento sociale, fuori dalla normalità quotidiana e paralizzati in una situazione ciclica di stasi. La carenza dei mezzi che si accompagna con una mancanza di chiarezza nel rapporto tra questi centri e gli altri sistemi sanitari, come ad esempio il csm, portano ad una autovalutazione negativa del servizio, e a frustrazioni latenti che si ripercuotono sulle prestazioni offerte. La convinzione che il centro in termini terapeutici sia meno importante di altri istituti di cura fa si che si tenda ad abbassare il tiro negli obiettivi e nelle finalità delle proprie azioni. Questo determina situazioni di autoreferenzialità. I centri diventano castelli arroccati, staccati dal contesto sociale e territoriale in cui operano, nonché dal resto della rete sanitaria. Il problema della socializzazione e del diritto di cittadinanza, che è un punto cruciale per la riabilitazione dei pazienti, si traduce quasi sempre nel tentativo di reinserire le persone nel mondo del lavoro oppure nel creare forme di autonomia e partecipazione proiettate esclusivamente all'interno.
Questi limiti strutturali sembrano, però in contraddizione con i livelli di soddisfazione da parte degli utenti e dei familiari che considerano i centri diurni uno spazio irrinunciabile e fondamentale. Antonietta Lo Scalzo operatrice presso la cooperativa "Aelle il punto"racconta l'importanza della ricerca che ha dato voce alle esperienze di chi lavora da anni in questi centri, ma anche agli utenti e i loro familiari, per capire e comprendere meglio alcune dinamiche di questi servizi. Per questo il progetto del Cnr basato su una valutazione partecipata dei centri, considera un obiettivo importante che i risultati di tale ricerca diventino strumenti operativi per rilanciare e migliore il servizio di queste strutture. (Eleonora Camilli)
Pagine totali: 26
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