Scritto ieri:
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Lug
15
Concetti utili sulla recovery
di angelo arecco
Le tappe fondamentali verso la guarigione
RON COLEMAN
Ogni viaggio ha un punto di partenza, e per me questo ha significato incontrare Lindsay Cooke, la mia operatrice di riferimento. Fu lei ad incoraggiarmi a partecipare al gruppo d’auto aiuto per uditori di voci di Manchester, all’inizio del 1991. Fu lei, e non io, a credere fermamente che tale frequentazione avrebbe solo potuto giovarmi. Fu lei ad essere in grado di volgere lo sguardo senza tener conto della mia pazzia di allora e scoprire le mie potenzialità latenti. Fu la sua fede in me che diede una sorta di “calcio di inizio” alla mia guarigione. E’ pertanto verso di lei che sento di aver un debito enorme. Ci sono altri ingredienti essenziali per la buona riuscita di un viaggio come quello che ho intrapreso io; uno di questi risiede nella capacità di navigare verso la destinazione che si desidera raggiungere. In questo sono stato fortunato, poiché non ho potuto contare su un solo “navigatore”, bensì su molti. In questa parte del mio articolo ne menzionerò solo cinque. La prima persona è Anne Walton, anche lei come me un’uditrice di voci che sin dal primissimo mio incontro con il gruppo di cui lei faceva parte mi chiese se sentivo le voci, e quando le ho risposto di sì, fu lei a dirmi che erano reali. Può sembrare una cosa banale, ma quella singola frase è stata come una bussola per me, che mi ha indicato la direzione. Avevo necessità di intraprendere un viaggio e di stabilire delle solide basi per il mio processo di guarigione. La seconda persona è un uomo, Mike Grierson. Mike fu la persona che navigò insieme a me attraverso il mio primo contatto, sia con le voci che con la società e il mondo esterno. Mi incoraggiò ad uscire e socializzare con persone completamente al di fuori del mondo psichiatrico. Mi portò anche fisicamente in posti come ad esempio un cinema o un concerto di musica classica che risvegliò in me la passione per le arti. Mike non è stato solo il mio “navigatore sociale”, ma anche una delle persone che mi hanno aiutato a focalizzarmi sulle mie voci in una maniera che mi ha permesso di analizzare la mia esperienza personale. La terza e la quarta persona sono rispettivamente Terry McLaughlin e Julie Downs. Loro due insieme furono i miei navigatori verso il ritorno alla normalità, hanno rinfocolato il mio interesse verso cose come la politica e mi hanno accolto nella loro famiglia senza alcuna riserva. E’ stato con Terry che ho potuto sviluppare le prime basi del mio nuovo modo di pensare riguardo alla formazione e alla salute mentale. Adesso, con Julie come collaboratrice, sto continuando lo sviluppo di pacchetti formativi, che noi usiamo per analizzare il mondo complesso della salute mentale in generale. La mia quinta persona è Paul Baker, un altro dei miei navigatori sulla strada verso la guarigione. Paul, il quale ha portato la rete di uditori di voci nel Regno Unito, mi ha spinto ad impegnarmi in prima persona nel coordinamento della rete; poi, quando le cose sono maturate, ha affidato proprio a me il compito di svilupparla ulteriormente. A tutti i miei navigatori, Anne, Mike, Terry, Julie e Paul, io sono debitore del mio benessere e sanità mentale. Ai navigatori tuttavia è necessaria una mappa o un progetto dai quali iniziare a viaggiare, e sono anche stato fortunato di avere degli ottimi “tracciatori di mappe”: Patsy Hage, Marius Romme e Sandra Escher. Non credo sinceramente che queste tre persone capiranno mai fino in fondo quello che hanno fatto. Che poteva saperne, ad esempio, Patsy Hage, un’uditrice di voce olandese, dopo aver letto il libro di Julian Jaynes, che le domande indotte in lei da questa lettura potevano un giorno riguardare tante persone? In effetti, è proprio grazie alle domande che si era posta Patsy che la rete di uditori di voci e altre reti in tutto il mondo, oltre che nella sola Olanda e Regno Unito oggi possono esistere. Sia che lo abbia voluto o no, ha un posto di primo piano nella storia del movimento degli uditori di voci. Sandra Escher indubbiamente è la persona che ha fatto in modo che la gente comune potesse comprendere le mappe che stavano per essere tracciate. La sua capacità di fare arrivare il messaggio in un linguaggio accessibile a tutti, ha significato che il lavoro di tutto il gruppo non è rimasto confinato nel mondo accademico ma è stato utilizzato dagli uditori di voci sin dall’inizio. Sia Sandra che Patsy hanno giocato un ruolo importantissimo nella mia guarigione. L’ultimo cosiddetto tracciatore di mappe è Marius Romme. Marius, come egli stesso ammette, è uno psichiatra tradizionale, ma è senza ombra di dubbio uno dei maggiori tracciatori di mappe che ho avuto la fortuna di conoscere. Quando ascoltò la sua paziente di allora, Patsy Hage, e iniziò ad analizzare ciò che lei gli diceva, ebbene, fu allora, secondo me, che smise di essere uno psichiatra tradizionale. Quando asserì pubblicamente per la prima volta che sentire le voci è da considerarsi un’esperienza normale e che non se ne doveva avere paura, allora ha smesso definitivamente di essere uno psichiatra tradizionale. Quando proseguì il suo lavoro, nonostante i suoi stessi colleghi si prendevano gioco di lui e lo criticassero, smise di essere uno psichiatra tradizionale per diventare un eccellente psichiatra. A Patsy, Sandra, e Marius devo una sola cosa: la mia stessa vita. Fino a qui ho indicato i nomi di nove persone che in un modo o nell’altro hanno partecipato al mio viaggio verso la guarigione ed ecco il primo trampolino di lancio per le persone che vogliono guarire. Se dovessi nominare tutte le persone che hanno avuto una parte nella mia guarigione, l’elenco sarebbe infinito. L’altra cosa che mi preme dire a proposito di questo elenco di persone è che la maggioranza di queste non sono professionisti e/o operatori della salute mentale. Uno dei miei principi fondamentali sulla guarigione consiste nella premessa che essa non matura e non può svilupparsi in un contesto di isolamento. Né può comparire se tutte le nostre relazioni sono esclusivamente basate su un rapporto di interazione utente/professionista. La guarigione, per definizione, significa interezza e nessuno può essere completo se è isolato dalla società in cui vive e lavora. Per molti anni ho sostenuto l’idea che non c’è nulla come la malattia mentale che mi ha aiutato a partecipare ad alcune interessanti discussioni con gli altri negli ultimi anni. Uno di questi ha avuto luogo con Marius Romme. Durante questo dibattito è risultato chiaro che Marius non sosteneva la teoria della malattia di origine biologica. Quello che in realtà diceva era che la malattia poteva esprimersi come l’incapacità della persona a funzionare in ambito sociale. Questo io lo accetto, dato che significa che la guarigione non è più un regalo dei medici ma una responsabilità di noi tutti. Questo fatto solleva la domanda se la società è pronta o meno ad assumersi qualsiasi tipo di responsabilità per la guarigione delle persone con problemi di salute mentale. La mia opinione è che le cose non stanno così, poiché nella nostra cultura sofisticata anche noi abbiamo portato la nozione di una spiegazione biologica della salute mentale. Suppongo che ciò che mi aspetto dalla società possa sembrare troppo per molti, ma ciò deve essere considerato nel contesto di quelle società che effettivamente accettano la responsabilità verso i propri membri che impazziscono. Ad esempio, nella Cultura Aborigena dell’Australia quando qualcuno impazzisce l’intera tribù si raduna per discutere cosa abbia fatto la stessa tribù per portare quella persona alla follia. Riuscite a immaginare che una cosa del genere possa accadere in un contesto culturale come quello delle nostre società? Io penso di no. Quando qualcuno impazzisce, nella nostra cultura, viene rinchiuso in un ospedale. Non è una riunione della comunità locale a decidere cosa ci sia di sbagliato nella comunità medesima. E’ un giro di medici fatto di cosiddetti esperti che si riunisce spesso senza che l’interessato sia presente che decide cosa c’è che non va con quel paziente e come dovrà essere curato. Questo scenario, ahimè sin troppo diffuso, non prevede molte possibilità che il paziente in questione guarisca. E’ un modo di rapportarsi al problema impersonale anziché focalizzato sulla persona. All’interno di questo scenario, la guarigione è oggettiva e non più soggettiva, e la persona non è più un fattore reale nel contesto del processo. Se le persone sono i mattoni con cui è costruita la guarigione, allora la pietra angolare deve essere il sé. Io credo, e senza alcuna riserva, che il maggior ostacolo che fronteggiamo nel nostro viaggio verso la guarigione siamo proprio noi stessi. La guarigione richiede autofiducia, autostima, autoconsapevolezza ed autoaccettazione; in mancanza di queste basi non solo la guarigione diventa impossibile, ma perde qualsiasi valore. Dobbiamo cominciare con l’aver fiducia nelle nostre personali capacità di cambiare la nostra vita; dobbiamo smetterla di aspettare che gli altri facciano di tutto per noi. Abbiamo bisogno di cominciare a fare le cose noi stessi. Dobbiamo avere la fiducia di smettere di essere malati, per poter pensare di iniziare a guarire. Dobbiamo impegnarci ad alzare il livello della nostra autostima diventando cittadini all’interno delle nostre comunità, e nonostante le comunità, se necessario. Siamo membri degni della società, stimati, e dobbiamo riconoscere il nostro valore. Dobbiamo anche riconoscere saper riconoscere le nostre colpe. Il sistema, infatti, può aver creato la nostra diagnosi, ma spesso siamo noi a rafforzare questa convinzione. Dobbiamo essere consapevoli del nostro comportamento acquisito, e questo dovrebbe entrare a far parte della nostra vita passata. E’ necessario cambiare quei tipi di comportamento che ci tengono intrappolati nel nostro ruolo di pazienti. Occorre saper accettare ed essere fieri di chi e cosa siamo. Io posso sinceramente dire di chiamarmi Ron Coleman, e di essere uno psicotico ed esserne orgoglioso. Questa non è un’affermazione insolente, è uno stato di fatto. Sono convinto che quando acquisiamo fiducia su chi e cosa siamo, allora possiamo nutrirla anche su chi e cosa possiamo diventare. Per me queste quattro “auto”: autofiducia, autostima, autoconsapevolezza e autoaccettazione sono il secondo trampolino di lancio verso la guarigione. Il terzo passo è strettamente correlato al secondo ed è radicato nel nostro modo di essere. Credo che noi stessi abbiamo un mucchio di cose da dire al riguardo. Possiamo scegliere se rimanere vittime del sistema, continuando ad autocompiangerci, restando il povero piccolo malato che ha bisogno di assistenza dei suoi operatori 24 ore su 24. Oppure possiamo scegliere una direzione diversa, smettendo di essere vittime e diventare vincitori, scegliere di smettere di compiangerci e ricominciare a vivere, scegliere di smettere di essere la povera persona malata e iniziare il nostro viaggio verso la guarigione. Questa secondo me è il terzo trampolino di lancio. Quando ci consideravamo dei malati era facile lasciare le nostre scelte agli altri. Il cammino verso la guarigione però richiede non soltanto di fare le nostre scelte da soli, ma anche assumerci la nostra responsabilità di tali scelte, giuste o sbagliate che siano. Scegliendo di fare una cosa o un’altra, faremo inevitabilmente degli sbagli e magari avere una ricaduta. Perché è l’opzione più facile pensare di tornare di corsa verso il sistema psichiatrico, dopo aver commesso un errore. Anziché fare i conti con le nostre debolezze, cadiamo nella trappola di dar la colpa alla nostra storia biologica anziché alla nostra fallacità umana. Se le persone sono i blocchi di mattoni della guarigione e il sé è la pietra angolare, allora la scelta diventa la calce che tiene uniti i blocchi. C’è ancora un trampolino di lancio nel processo della guarigione ed è il concetto di possesso. Il possesso è la chiave per guarire, dobbiamo imparare ad appropriarci della nostra esperienza, qualunque essa sia. I medici non possono possedere la nostra esperienza, gli psicologi nemmeno, e nemmeno gli educatori, operatori, terapeuti occupazionali, psicoterapeuti, persone che ci curano e amici. Neppure il nostro compagno o compagna non può possedere la nostra esperienza. Siamo noi i titolari. Poiché è solo attraverso il possesso dell’esperienza di pazzia che possiamo possedere il bene della guarigione. Il viaggio attraverso la pazzia è essenzialmente di carattere individuale, possiamo solo condividerne una parte con altri, la maggior parte di questo viaggio è nostro e solo nostro. E’ dentro noi stessi che troveremo gli strumenti, la forza e le capacità che ci servono per completare il viaggio poiché è dentro noi stessi che il viaggio stesso si svolge. La guarigione è diventata un concetto alieno, tuttavia nulla di cui ho parlato finora ha a che vedere con l’astronautica, ma piuttosto si basa sul senso comune, non c’è proprio nulla di nuovo. E’ semplicemente una sottolineatura di una visione olistica della vita. Dobbiamo capire che noi, talvolta, tutti noi rendiamo le cose più difficili di come sono in realtà. E’ come se avessimo bisogno di considerare la vita una questione estremamente complicata, come appunto la scienza dei razzi. Sembra che passiamo un sacco di tempo a rendere ancora più complesse le complessità della vita, attraverso l’applicazione dell’oggettività scientifica anziché l’analisi pura della nostra vita grazie al semplice meccanismo della soggettività personale. E’ giunto il momento di un incontro ravvicinato con un concetto alieno: la guarigione, per l’appunto. La guarigione è all’ordine del giorno, non la guarigione clinica o sociale, ma quella personale. La responsabilità di guarire ricade su ognuno di noi, professionisti, utenti e persone curanti, possiamo raggiungerla solo lavorando all’unisono, parlandoci e ascoltandoci a vicenda. Possiamo ottenerla solo spostando il paradigma dal riduzionismo biologico allo sviluppo societario e personale. Il lavoro di Romme ed Escher ha iniziato questo spostamento paradigmatico, ora tocca a noi proseguire la loro opera fino a quando lo spostamento non sarà totale. Fino al momento del nostro successo le persone continueranno ad essere allontanate e segregate dalla società o perché sentono delle voci o hanno visioni o diversi convincimenti. Fino ad allora le persone continueranno ad essere curate anche contro la loro volontà e la società continuerà a temere la pazzia. La civiltà rimarrà incivile fino a quel giorno. La guarigione è il nostro comune obiettivo, è ottenibile da subito, non perdiamo nemmeno un attimo e lavoriamo insieme affinché la guarigione avvenga.
(liberamente tradotto dal sito www.scottishrecovery.net/)
Lug
14
Borderline: la differenza tra illuminazione e psicosi
di nicola pasa

08 07 09
s stefano magra sp
mi introduco :
LSF buongiorno e sono sempre borderline, visto che il mio primo articolo non sembra aver sortito l’effetto desiderato, cioè aprire una discussione su cos’è realmente il cosiddetto disturbo borderline di personalità – (molti sembrano pensare che sia solo un altro modo per rompere le scatole al prossimo)-pubblico ora la traduzione di un seminario da me scritto e discusso in un istituto sperimentale in Olanda. Questo lavoro nasce nella mia maturità e sulla mia maturità, quando cioè avevo acquisito l’”insight” sul mio disturbo e cominciato attivamente a cercare delle stategie di auto aiuto e auto contenimento della mia debordante personalità. Seminario del terzo anno del Humaniversity Therapist Training anno 2003 egmond aan zee De Nederlands. Titolo assegnatomi dai trainers:
BORDERLINE: LA DIFFERENZA TRA ILLUMINAZIONE E PSICOSI
Secondo il DSM IV più del 2% della popolazione mondiale potrebbe essere diagnosticata come borderline, questa definizione si riferisce ad un disturbo di personalità caratterizzato da tre o più delle seguenti caratteristiche: -relazioni affettive difficili e turbolente aggravate da un terrore costante, giustificato o no, di essere abbandonati -forti e repentini cambiamenti di umore che portano ad una permanente instabilità -difficoltà a contenere la rabbia e altre forti emozioni che porta a esplosioni irrazionali
-abuso di sostanze come droghe alcool e cibo spesso in contesti suicidali autolesivi ed automutilanti -comportamenti trasgressivi e rischiosi come guidare pericolosamente, sesso casuale, infrangere le regole e le leggi o più genericamente "stare sopra le righe"
-senso dell’io fragile e frammentario, identità labile -possibilità di sperimentare stati pre-psicotici o decisamente psicotici per brevi periodi quando sotto stress, come senso di irrealtà e spersonalizzazione deformazioni visive uditive cinestetiche.
Io sono stata diagnosticata come "borderline" più volte nella mia vita a partire dall’ età di quattordici anni. In quel lontano periodo amavo soggiornare nelle istituzioni psichiatriche, a volte calcavo pure la mano per essere ricoverata nei reparti dei più gravi,dove mi sono fatta una considerevole esperienza in fatto di stati alterati di coscienza....o di incoscienza ......Sapevo che cercavo qualcosa ma non sapevo cosa..... All’età di diciannove anni, completamente confusa, nel corso del mio terzo viaggio in india, nel 1974, ho incontrato Bhagwan Shree Rajneesh. Per la prima volta la mia mente si è fermata, si è arrestato il suo frenetico questionare e un senso sconosciuto di pace ha riempito la mia anima; finalmente certa di possederla un’anima e di appartenere all’universo intero. Questa era l’emanazione di un essere seduto davanti a me che respirava parlava e mi sorrideva amabilmente.....
Le mie domande stavano trovando una risposta, non ero più solo a sbattere contro i muri....Una pura intelligenza era lì davanti a me perfettamente a suo agio nel suo corpo ,in perfetta unità con la sua lucidissima mente, trasmettendo un senso di armonia con se stesso che non escludeva nulla . Io ero eccitatissima perché avevo finalmente la prova vivente che è possibile, naturale e salutare includere tutte le parti del sé senza naufragare negli stati di dolore e angoscia che io avevo tanto spesso sperimentato. Il caro prezzo della "conoscenza" estorta valicando i limiti della mente ordinaria negli stati alterati indotti dalle psicosi e dalle droghe è pagato in gran parte dal corpo fisico che viene abusato, negletto e a volte addirittura torturato:è comune nei disordini mentali l associazione con problemi alimentari, percezioni distorte del proprio corpo, malattie psicosomatiche e vite altamente traumatiche o prematuramente interrotte. Lo scopo di questo seminario è di puntualizzare la differenza tra uno stato di luminosa realizzazione di sè ed uno stato di esaltazione psicotica o maniacale .Questo implica che ci siano anche delle somiglianze... Il mistico Osho amava dire che un pazzo è caduto diciamo per caso fuori dal livello ordinario di consapevolezza mentre un mistico è saltato fuori di sua spontanea volontà, sfidando con ciò le regole della cosiddetta realtà,liberandosi dei condizionamenti sociali senza perdere il contatto con la propria unità corpo e mente anzi rafforzandola....cosa che una persona caduta fuori dal comodo nido delle convenzioni, isolata ed osteggiata non può certo facilmente riuscire a fare.... Una persona psichicamente disturbata può avere grandi visioni e forti intuizioni ma ben difficilmente riesce ad esprimerle chiaramente e ancor più difficilmente riesce a renderne partecipi gli altri. mentre un essere realizzato può parlare di temi piuttosto astrusi ma l’ ascoltatore vi scopre una familiarità che attiva il suo interesse. Un altro punto di differenza è che ,citando A.Maslow, dopo un esperienza di picco di tipo superiore, senza senso morale, l individuo si sente ricaricato e riconfermato nella sua vacanza positiva mentre dopo un episodio psicotico o maniacale si verificano prevalentemente stati di confusione depressione caduta della capacità di responsabilità con conseguente disistima e negatività .La mia ipotesi, ancora fumosa, è che l’ impulso alla base di una radicale ricerca esistenziale sia biologicamente simile ad un crollo psicotico ma che sia l’intervento di una metodologia cosciente che previene nel primo caso quella serie di conseguenze che nel secondo caso rotolano verso il caos. Tutte le religioni parlano della notte buia dell’anima e delle rivelazioni degli archetipi ma per una mente immatura dove l‘io è frammentato e debole una simile incursione nell’ inconscio è semplicemente devastante, mentre in un contesto adeguato può evolversi in un fattore positivo anzi altamente apprezzabile. In Oriente ,dove la scienza dell’illuminazione è ben più avanzata che da noi, i matti vengono trattati come incoscienti inviati di dio mentre da noi i mistici sono dileggiati e trattati da matti.
Io penso che una maggior conoscenza della relazione tra illuminazione e stati alterati di coscienza potrebbe portare interessanti sviluppi.
Posso riassumere questo seminario dicendo che l’illuminazione è un flusso ininterrotto dell’ essere dall’anima al corpo con un funzionamento pertinente delle emozioni in cui la mente svolge armonicamente le sue funzioni cognitive e coordinatrici. La nevrosi cioè lo stato in cui vive per la maggior parte della propria vita la stragrande maggioranza del genere umano è uno stato in cui l’ esistenza dell’ anima diventa un fatto oscuro e discutibile il puro flusso dell’essere si interrompe e la mente prende il controllo diventando una specie di poliziotto ottuso la psicosi o il disturbo mentale grave avviene secondo la mia per niente autorevole teoria ma suffragata dalla mia esperienza personale,quando la mente non riesce più ad arginare stimoli contradditori ed il legame emotivo tra corpo e mente è scisso.
La personalità borderline si colloca in qualche modo sul punto di rottura: c’è un grande potenziale non riconosciuto nella consapevolezza e nella familiarità con quei territori di confine in cui la mente tesa come una corda di violino percepisce l assoluto e l attrazione morbosa per la morte che caratterizza questo disturbo ha una grande componente mistica. Io penso infine che in questi tempi un cui tutto scricchiola e la grande impalcatura della società occidentale comincia a rivelarsi una conchiglia vuota, nuovi modi di vivere devono essere inventati e la via per trovare delle risposte valide ai grandi quesiti esistenziali che siamo tutti chiamati a fronteggiare passi molto vicino a quel confine dove ho vissuto tutti questi anni sentendomi una specie di solitario cavaliere dell’ apocalisse per di più donna e madre in no man land.
Ringrazio la Human university per l opportunità che questo seminario mi ha dato di mettere in parole il mio pensiero e per avermi offerto uno spazio protetto dove esplorare me stessa. LSF
Lug
12
Sunto della re-unione del CLU dell'11 Luglio 2009
di nicola pasa

In quel di Voltri, un sabato di Luglio caldo ma accarezzato e temperato da un lieve vento che rendeva tutto molto più
agréable, si sono ritrovati, nella sede della Prato Onlus, i seguenti soggetti:
Andrea, Chiara, Roberta, Roberto, Silvia, Cinzia, Nicola, Gianni, Thomas, Federico, Gabriele, Emilia, Maité, Antonietta (uditrice anzi udente), Giovanna (in qualità di verbalizzatrice) e Gianluca detto
“What’s american boy”.
La discussione animata ha girato e si è soffermata sui seguenti due argomenti:
-che fare dell’esperienza delle assemblee nell’SPDC di Sampierdarena
-che fare prossimamente per rilanciare il CLU
Sul primo argomento dopo che Roberta ha riferito del desiderio del Dottor Cipresso, il primario dell’SPDC del Sampierdarena, di attendere un suo segno prima di decidere passi ulteriori in attesa che la situazione si stabilizzasse dopo la ristrutturazione aziendale che ha visto l’SPDC passare sotto un altro primario, tale dottoressa Boidi, si è deciso dopo alcuni dubbi sulle modalità e sul dubbio che fosse prematuro o meno, di procedere a una pubblicazione di un lavoro sui verbali delle assemblee integrato da scritti e riflessioni dei partecipanti del CLU alle assemblee, e di mettere al corrente il dottor Cipresso nell'auspicio di continuare il lavoro con lui all'interno del reparto. Quindi i partecipanti alle assemblee hanno ricevuto l’incarico di scrivere una loro riflessione entro la fine di Luglio e di rivedersi poi il 6 Agosto nella sede della Prato per mettere insieme le idee e continuare il lavoro sulla pubblicazione. Pubblicazione che sarà cartacea oltre che online e che dovrebbe essere presentata in un apposito spazio in un seminario sull’auto aiuto che il CLU intende organizzare nel mese di Ottobre a Genova, seminario che è oggetto del secondo punto di questo sunto.
Il seminario si terrà a Genova e sarà strutturato in tavole rotonde con temi sull’auto aiuto, ogni tavola rotonda vedrà la partecipazione di utenti, membri del CLU, e persone di diversa ispirazione, orientamento e provenienza, si darà spazio a tutte le idee dell’auto aiuto in un confronto democratico e libero. In plenaria poi verranno presentate le relazioni sulle tavole rotonde da parte dei moderatori “laici” che cercheranno di stimolare il dibattito. L’idea è di allontanarsi dal solito convegno passerella e puntare su una giornata di studio e riflessione sull’auto aiuto come strumento tra i principali di guarigione e di difesa sociale. Al più presto verrà stabilita una prima data per lavorare all’organizzazione del seminario.
Conclusione
I soggetti riunitisi alla Prato Onlus in un sabato di metà Luglio caldo ma temperato da una leggera brezza, hanno deciso di continuare l’esperienza del coordinamento ligure utenti partendo da due lavori concreti, l’organizzazione di un seminario sull’auto aiuto e una pubblicazione dell’esperienza di un’assemblea permanente in un reparto di diagnosi e cura genovese, due iniziative che da un lato accentuano la visibilità del CLU rispetto all’utenza che detta organizzazione libera e democratica intende coinvolgere e stimolare e dall’altra mira a cementare la coesione dei membri storici del CLU.
Lug
02
Il dottore matto ovvero la voce della non ragione - Dr Rufus May
di angelo arecco
NdT: Questo articolo è tratto dal "The Independent on Sunday" - numero speciale sulla salute mentale e presto sarà anche disponibile sul sito di prossima apertura www.parlaconlevoci.it dedicato a uditori di voci e loro facilitatori.
"Il dottore matto" ovvero
La voce della non ragione
Quando aveva 18 anni, a Rufus May venne diagnosticata una forma di schizofrenia incurabile e fu internato in un ospedale psichiatrico. Oggi è uno psicologo rispettato e conduce iniziative appassionate sui problemi della salute mentale. E’ anche il curatore occasionale di questa edizione speciale. Qui racconta la sua storia straordinaria.
Quando avevo 18 anni, sono stato testimone in prima persona di come l’approccio della società verso la salute mentale era fallimentare. Venni ricoverato all’ospedale di Hackney (un ospedale psichiatrico) e fui informato del fatto che non avrei potuto uscirne. Sulla soglia dell’età adulta e sentendomi abbandonato dopo che la mia ragazza mi aveva lasciato, mi ero impegnato in una ricerca spirituale alla ricerca di una linea di condotta. I messaggi che avevo tratto dalla Bibbia mi convinsero di avere una missione da svolgere. Cercando di scoprire in cosa consisteva questa missione, lentamente giunsi a dedurre che era abbastanza possibile che io fossi un’apprendista spia per conto del servizio segreto britannico. Alla fine venni ricoverato in ospedale dopo essermi convinto che qualcuno mi avesse installato nel petto un dispositivo la cui funzione era quella di controllare le mie azioni.
L’ospedale psichiatrico era un mondo completamente a sé stante. Le code in attesa del carrello delle terapie scandivano la noia e il senso generale di impotenza. Qualsiasi forma di resistenza al regime veniva schiacciata per mezzo di costrizioni forzate e potenti iniezioni. Molti dei miei amici avevano paura di venirmi a trovare.
Quell’esperienza, unita al fatto di essere stato diagnosticato schizofrenico mi faceva sentire una scoria della società. Quando dissero ai miei genitori che probabilmente la mia condizione era geneticamente ereditaria, il dado sembrava irrevocabilmente tratto. I giri dei medici mi sembravano riti religiosi elaborati, diretti dal primario con un uditorio di studenti di medicina e infermiere tirocinanti che si limitavano ad osservare, mentre la mia pazzia veniva confermata e con ciò la profezia di una cura farmacologica protratta nel tempo. Mi resi conto che i farmaci che assumevo mi davano un senso di vuoto e mi privava dei miei sentimenti. Non riuscivo a pensare al di là dei miei bisogni primari. Le medicine mi rendevano fisicamente più debole e avevano un effetto sul piano ormonale, al punto di rendermi impotente sessualmente.
Questa cosa mi preoccupava. Tuttavia, per il mondo esterno, a causa degli effetti dei farmaci che mi intorpidivano la mente, ora ero meno concentrato sui miei convincimenti di essere una spia e sull’aspetto spirituale. I medici proclamarono che stavo reagendo bene ai farmaci. Io ero deciso a smettere di assumere pastiglie e iniezioni non appena avessi trovato altri modi di restare calmo e centrato.
La maggioranza dei miei compagni di reparto erano pazienti che uscivano e tornavano di frequente. Anche a me venne detto che una volta dimesso sarei tornato ancora. Era vero. Venni ricoverato altre due volte prima che riuscissi a svincolarmi dal ruolo del consumatore regolare e mentalmente infermo. Ma sono stato più fortunato di molti altri: oltre ai miei genitori, che venivano a trovarmi ogni giorno, una mia intima amica rientrò dalla sua attività di venditrice di stoviglie ai soldati statunitensi di base in Germania e iniziò anche lei a venire a farmi visita quotidianamente. Iniziai a lasciarmi persuadere dal convincimento di questa mia amica che questo mio esaurimento, o qualunque cosa mi fosse capitato, era qualcosa che io ero in grado di superare.
Quando avevo 12 anni, fui testimone del fatto che mia madre riuscì energicamente a guarire da una grave e disabilitante emorragia cerebrale, così istintivamente sapevo di poter cambiare la mia vita con il tipo di sostegno adatto. Quindi decisi di non credere più ciecamente nella saggezza dei medici e cominciai a pensare di trovarmi un lavoro non appena avessi lasciato l’ospedale. Mentre ero ancora ricoverato, iniziai a frequentare la chiesa e i centri ricreativi, offrendomi come volontario. Sebbene dovessi sembrare un po’ strano, trovai molte persone gentili disposte ad affidarmi incarichi e lentamente iniziai a ricostruire alcune capacità di socializzazione.
Quando una mia amica compagna di reparto, Celine, si tolse la vita dopo essere stata bombardata di farmaci, questo fu un punto di svolta della mia storia. Il suo funerale fu in puro stile caraibico e vi parteciparono centinaia di persone. Era un fortissimo contrasto con l’assenza di sostegno che Celine aveva subito da viva e sentiva voci offensive che appartenevano al suo passato.
Fu allora che mi accorsi di aver trovato una causa da sostenere senza alcuna esitazione. Come lei, anch’io ero passato attraverso l’esperienza di persone che parlavano di me come se io non fossi presente, di professionisti che cercavano di sopprimere il mio comportamento strano e deviante con farmaci senza nemmeno cercare di capire perché agivo così. A nessuno sembrava importasse o fosse disposto a pensare come si sarebbe sentito nei miei panni.
Noi, come società, rendevamo le persone ancora più matte e forse io potevo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose. Cosa sarebbe successo se fossi tornato ancora nel reparto psichiatrico sotto ben altra veste, magari come professionista della salute mentale? Forse allora, come un cavallo di Troia, avrei potuto contribuire a smantellare i miti della gerarchia psichiatrica. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che avrei dovuto celare ad ogni costo la mia identità precedente di paziente psichiatrico.
Quando uno psicologo appena laureato casualmente mise in discussione la mia diagnosi di schizofrenia, suggerendomi che avrei potuto avere un episodio psichiatrico temporaneo, ciò mi fece pensare che forse la psicologia era un possibile modo di fare le cose in maniera diversa. Così la mia missione si andava chiarendo: avrei studiato psicologia. Sapevo di dovermi dare un bel po’ da fare prima di intraprendere questo cammino.
Il mio primo lavoro, non appena dimesso dall’ospedale, consisteva nel fare il guardiano notturno al cimitero di Highgate, a nord di Londra. Adesso penso che pattugliare di notte il terreno boscoso attorno al cimitero sia stata un’attività molto terapeutica per me. Senza avere il tempo per sognare ad occhi aperti, dovevo essere sempre cosciente e affrontare la mia paura del buio e dell’ignoto. Penso anche che solo il fatto di passeggiare tra la natura mi fu di grande aiuto per la mia guarigione.
Fu durante questo periodo della mia vita che riuscii a smettere di assumere psicofarmaci, contro il parere dei medici. Poi passai molti anni cambiando molti lavori e imparando modi creativi per esprimermi, usando la danza e il teatro. Quello che feci fu di spostare la mia concentrazione dal pensare a me stesso al cercare di aiutare gli altri, nel frattempo assicurandomi di aver cura della mia mente e del mio corpo. Utilizzai la palestra all’aperto di Parliament Hill, facendo sport ed esercizi di respirazione come metodi naturali per gestire al meglio il mio umore. Prestai attenzione ad evitare di fare amicizia con persone non affidabili o offensive e rafforzare i legami con quelle persone che mi erano rimaste accanto. Studiare sociologia mi aiutò a capire le ampie strutture della società, demistificando cose come il sistema delle classi e i rapporti di potere tra uomini e donne.
Ritornò alla mia mente il pregiudizio contro il concetto di malattia mentale quando un centro rieducativi molto all’avanguardia rifiutò di sostenere me e un gruppo di studenti dilettanti teatrali che volevamo mettere in scena una commedia sull’esaurimento nervoso. Ciononostante, dai corsi da me seguiti sulla drammaturgia, avevo imparato l’arte di reinventarsi attraverso l’improvvisazione. Mi ricorderò sempre del modo in cui uno dei miei insegnanti di teatro ci trasmise il messaggio che “questa vita non è una prova generale”. La mia esperienza di attore doveva diventare utile nei 10 anni successivi di studio dell’assistenza sociale e della psicologia, quando scelsi di non menzionare mai il mio precedente ruolo di paziente psichiatrico, per evitare ogni possibilità di discriminazione.
Per me, la linea di demarcazione tra i malati di mente e le persone sane era più una faccenda di comportamento sociale, piuttosto che di situazione reale. Avevo trovato alcune persone davvero matte in ospedale e mi ero reso conto di quanto mi avevano aiutato, e alcune delle cosiddette infermiere “normali” piuttosto prepotenti e ostili, ciò mi fece capire che in un certo senso la pazzia stava negli occhi della persona che osserva. Sapevo anche che la mia forma di pazzia era stata piena di significato; ad esempio, le mie fantasie a proposito di credere di essere una spia avevano fornito significato alla mia vita e la ricerca di una missione spionistica era la metafora di uno scopo significativo di cosa avrei dovuto cercare di fare nella mia vita.
I miei studi di psicologia, agli inizi degli anni Novanta, coincisero con un periodo nel quale la psicologia intesa come professione si stava interessando al tentativo di comprendere e lavorare con la follia, un campo che solitamente era dominato dalla professione della psichiatria, più medica e basata sulla prescrizione di farmaci. Durante gli ultimi 10 anni ho esercitato la professione di psicologo, occupandomi di una vasta gamma di problemi di salute mentale. So che per aiutare davvero qualcuno che soffre profondamente o si sente molto confuso, occorre essere molto creativi e saper offrire un ampio ventaglio di risorse.
A Bradford ci sono gruppi di auto aiuto dove le persone sono incoraggiate ad aiutarsi a vicenda, oltre ad aiutare sé stesse. Inoltre creiamo spazi dove ad esempio l’arte, la spiritualità e il rilassamento fisico possono essere esplorate in molti modi diversi. Abbiamo corsi di Tai Chi, di danza e di arte africana, insieme a gruppi di discussione politico-culturali. Se le persone odono voci che le mettono a disagio, voglio capire questi esseri che le tormentano. Talvolta comunico direttamente con le voci e cerco di facilitare un processo di pace tra le voci e la persona che le sente.
Io devo essere la prova vivente che le persone possono resistere alle cosiddette allucinazioni che impartiscono dei comandi, perché inizialmente molte voci si sentono minacciate da me e dicono alla persona che le sente di aggredirmi. Finora sono rimasto incolume, il che è una valida testimonianza del fatto che le persone che odono voci possono imparare a resistere a quelle più prepotenti, insistenti ed aggressive. Quindi anziché spingere le persone a sopprimere le proprie esperienze, il che secondo me peggiora soltanto le cose, io cerco di assistere le persone a fronteggiare i loro demoni secondo i tempi di ciascuno.
La società è forse più folle di 20 anni fa, quando io mi trovavo in ospedale? Mi sembra che alcune cose stiano peggiorando, e altre migliorando. Le persone si sentono più preparate a parlare delle proprie esperienze di disturbo e follia. Questo è un vero sollievo: lo status quo, nel quale i professionisti benintenzionati e i responsabili degli enti assistenziali privati comincia a subire una sfida. La Gran Bretagna è una luce guida in questo elevarsi della consapevolezza, dove le persone vengono sempre più allo scoperto con le loro storie di disturbi emotivi. Di conseguenza, si presta maggiore ascolto e attenzione a un più ampio spettro di idee e approcci diversi in merito a cosa è più utile per curare le menti disturbate.
Contemporaneamente, il potere dell’industria farmaceutica è ora più forte che mai, le case farmaceutiche promuovono senza alcun ritegno la teoria semplicistica e fuorviante dello “squilibrio chimico” alla base del disturbo mentale, traendo il loro guadagno dal trattamento dello sconforto in termini di malattie mentali diagnosticabili. Negli USA hanno avuto molto successo: all’incirca il 10% della popolazione femminile assume antidepressivi e uno sbalorditivo 10% di bambini vengono curati dalla ADHD con il Ritalin, derivato dalle anfetamine. In questo Paese, il tasso di ricette mediche per psicofarmaci aumenta di anno in anno.
Mentre io non sono contrario a tutti gli usi di farmaci che alterano la mente, questa tendenza mi preoccupa. Io penso che quando sembra che i farmaci funzionino, l’effetto principale è quello di mascherare i problemi del paziente, ma quando vengono aboliti i problemi ritornano alla ribalta, spesso con un po’ più di grinta dovuta al fatto che sono stati artificialmente soppressi per un certo tempo. Una persona ha bisogno di dosi ancora più massicce del farmaco che assume per ottenere lo stesso effetto, perché il cervello tende ad opporre una resistenza naturale alle sostanze che alterano l’umore. A questo punto è molto probabile assistere agli effetti più negativi del farmaco e sviluppare una dipendenza.
Quindi i farmaci sono limitati nella loro utilità e forse sarebbe meglio usarli come ultima risorsa e per un breve periodo di tempo. Queste argomentazioni non saranno certamente bene accette nelle sale dei consigli di amministrazione della Grande Farmaceutica, il Grande Fratello della salute mentale. Ma se intendiamo fare passi avanti nella direzione di un tessuto sociale più sano, dobbiamo essere pronti a porre limiti all’influenza dell’industria farmaceutica sul modo di comprendere la nostra mente e avvicinarci al processo che porta alla guarigione.
Giu
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Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri di Ylenia Di Matteo
di Maïté
Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri
di Ylenia Di Matteo
“Genova, scandalo al San Martino, aiuola – ghetto per i malati di mente” (la Repubblica, 04.06.09).
“Napoli, morte in diretta e nessuno interviene” (la Repubblica, 17.06.09).
“Addio Evio, uomo dalla mille vite e dalla vita mite, vissuta sotto i ponti” (Liberazione, 04.06.09).
Esiste un unico filo conduttore di queste tristi e squallide vicende, che, come lampi, guizzano agli occhi di un lettore oramai assuefatto dalle vicende “gossippare” degli ultimi tempi.
Si chiama indifferenza.
O apatia, o mancanza di pietà e sentimento, verso diseguaglianze umane oltre sociali, come fosse scontata l’esistenza di una razza a più livelli.
Scarso l’interesse di chi avrebbe mezzi e facoltà per porre la dovuta attenzione verso il controsenso del III millennio. Una società che da una parte si affanna a creare le condizioni di progresso sociale, economico, tecnologico, dall’altra è inadeguata a garantire a tutti gli uomini condizioni minime di decenza.
Di certo vende meglio il reportage sullo “sbarco” di Vip in Sardegna, piuttosto che la denuncia della creazione del “recinto” o “gabbia” o “zoo”, come parco esterno per i ricoverati della clinica psichiatrica del San Martino di Genova (Art. 32 Cost. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”).
Nella cosiddetta civiltà del progresso l’uomo torna ad essere prepotente, selvaggio, indifferente, violento, privo di compassione. Caratteristiche dell’uomo primitivo che, sentendosi inferiore al proprio simile, si esalta disprezzando il più debole, indicandolo come la causa della sua sconfitta.
Un uomo viene ucciso sotto i colpi della camorra, in stazione, alle 19.47 di un giorno di maggio? Era un musicista rumeno, non è scandaloso quindi che alcuni viaggiatori abbiano proseguito senza scomporsi, cercando addirittura di obliterare il biglietto. Una vita ingiustamente spezzata giaceva lì. Alla biglietteria di una stazione. La preoccupazione era di non perdere la coincidenza del treno successivo.
A volte è anche difficile entrare in stazione. “Emergenza barbone all’ingresso”, direbbe qualcuno.
Ogni storia è diversa, il futuro di ognuno di noi è un intreccio tra volontà, destino, fortuna. Certo è che i diritti fondamentali dell’uomo non si riconoscono e garantiscono allontanando ulteriormente chi è già stato emarginato dalla vita. (Art. 3 Cost.“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…Senza distinzione di condizioni personali e sociali”).
Nel “Diario degli errori”, Ennio Flaiano scrive: “Ma il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona”.
In Italia, per noia, gli danno fuoco.
http://www.articolo21.info/5470/editoriale/malati-di-mente-stranieri-vagabondi--i-diversi.html
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