Ago
13
Passi sPiegati
di mariasole

Passi Spiegati
Aprile piove dal basso, oggi, ed io ne ascolto i suoni come gli ubriachi ad occhi chiusi bevono i passi del mondo e le strade conosciute. Una voce calda incalza la sua prigione: è una donna dalla o grande a cui la grata aperta è stata concessa solo per un bacio, una lettera sporca di fondi di caffè, arrotolata tra il ventre e le mani costrette. E’ Claire.
“L’orario delle visite è già oltrepassato. Faremo un’eccezione solo per calmare il suo sangue. So che voleva vederla, parlava di soli e di mari. E’ confusa. L’ha pregata di qualcosa? Richieste invadenti? Lei è una parente?”
“No, solo una voce. Mi apra pure le tasche, mi spogli presto, comandante: è tutto quel che ho. Una voce e un’immagine liscia”
“Aspetti qui, allora.Ricordi bene però:l’ora è scaduta, saranno quindi solo cinque minuti senza se e senza ma”
Cinque minuti sono una mano, Claire. E la mia mano sarà la tua spalla
L’uomo entra nella prima stanza, aggiusta gli occhiali sugli occhi che non ha, spolvera la divisa come se quella veste fosse il preparativo al delineare le differenze tra il condannato che mi porterà e la Norma a cui stare. Abbassa lo sguardo ai piedi a controllarne la decisione, la ripetizione ossessiva della linea di confine fra Loro e Lei. Esce dalla prima, s’incammina verso la fine del corridoio alla seconda sezione.
E in quell'aspetto, il viaggio appena passato scorre ancora alle vene- il tragitto fermo delle gallerie che nel buio riflettono gli interni e i vetri sporchi di Firenze, la linea lenta presa e persa solo per un movimento istantaneo e contrario: scatto la foto con l’occhio del retro e come i volti bianchi che si fermano sulla piazza per una moneta ed un sorriso, ne ricreo la gravità e la rigiro tra le dita: ma chère, quando uscirai dalla stanza ti darò anche questo, la sporgenza di un racconto senza parole.
Tu raccoglimi come hai fatto al colle, al bancone della prima conoscenza, quando alle spalle sei giunta con un succo d’arancia , un caffè e un’atopia: “Posso? -hai detto- Non prendermi per pazza.Anzi, prendimi per pazza,ma dimmi il tuo nome e poi me ne vado”. Io sorrido, cerco una sigaretta e cadono tutte.
“Lo sapevo, io ti conosco”
“Lo sapevo anch’io”.
Due anni fermati nella distanza si contano come i secondi: si cancella la vista negata e il trascorrere ch’è stato solo scritto, lasciato sulle buche di casa dei quando-non-si-è, allunga la distanza ma dilata il restare:
”Fatele varcare la soglia, Signori, portatela all’abbraccio, snodatele l’intreccio e ogni chiusura.”
E la donna dalla o grande avanza il passo piano, si apre una porta grigia con una finestra ad altezza di gigante – per evitare di vedere la clausura, evitare di annusare l’orrore,per evitare di vedersi nell’errore-
Poi il passo accellera come un battito amplificato. Resta però nella leggerezza, la lievità sovversiva di un’acqua che le cammina ai piedi e non l’opposto come un cristo.Ecco dunque, nella naturalezza dell’apparizione che elude dall’apparire,la brevità della follia:
“Marisol, sei qui!”
“Come potevo non esserci,piccola dOnna?”
“Sai, se vedi le cose girare non aver timore: è la mia testa”
“No. Se senti o sentirò il vortice al capo,credimi claire, quello sarà il circo delle cose. Credimi, ti ripeto,rovescia la testa: questo posto ha il peso di un codice già decifrato.”
“Sei bella, petite. Eran due anni ormai.E dio? Io sono bella, oggi?”
“Bellissima. I tuoi occhi bucano.”
“Tu, marisol marimar,hai fessure come occhi. Ho scritto una lettera per te,per la tua voce di poco fa, nell’attesa.Per te e per il Signor G. Aspettami qui, promettimi di restare”
Si volta, fugge al corridoio che è già crepuscolo e corre verso la cella. Il vincolo della prigione odora di merda e di perché ma non c’è alcun perché di senso: solo melma , costrizione e contraddizione.
“Ehi, un secondo solo, donna dalla o grande!”
“Dimmi, sola”
“Torna qui , ho una cosa per te”
Lei apre la mano, tendo la mia per il dono smisurato dell’invisibilie, estraggo l’immagine senza corpo dalla tasca, e sul palmo nudo il mio pensiero senza filtro.
“Questa è magia bianca, marimar!Ed è meglio della prima sigaretta dopo l’ultima. Un istante e torno: contaMi.”
“Ti conterò. Anzi, già ti conto.”
Dopo la corsa a ritroso, d’improvviso noto le sue vesti gialle e la sciarpa porpora, un corpo pieno che contagia il linguaggio e che tra qualche rintocco chiuderanno di nuovo alla torre.
“Eccomi, ci sono parole anche per D. Abbraccialo, digli che mia madre ha un collo di bottiglia ormai, che m’ha rubato ogni cosa, la lingua, il ventre, la strada. Diglielo, che v’amo tutti e due, prendilo per mano, bacialo nella luce”
“Una madre forse può rubare lingua e gola, Claire, ma non può rubare nè il Verbo nè il Vero”
Lei porta il pugno serrato al petto e dice piano: “Già, il vero ancora è qui. Forsè la denuncierò,sai, che i fratelli veri hanno la consistenza della polvere e lei ormai è affogata nel bicchiere. Ma non ho un soldo, nè facoltà , nè tetto. Io comunque da qui me ne vado”
Poi la paralisi obbligata: arrivano in due , abiti bianchi com’è solito a quei luoghi e disinfettante sulle dita:
“ Scaduto il tempo, signorine. Salutatevi”
Salvatevi, avrei preferito sentire.
Ma non serve più alcuna voce, ora: porto l’indice, il medio e il ventre al labbro per un bacio che fingo e poi invero:
Ti accanto, sorella–dico senza suono.
Ti accanto, marisol, marimar, dice la sua lacrima senz’acqua.
Poi la prendono per un braccio, spingono me all’ascensore, mi premo evitando la domanda e ogni risposta di categoria e buco forte il bottone a cancellarmi sino al piano terra -una terra che non è più terra, il grado zero della volontà che rischia e non può rischiarare.
“Oscurare questa oscurità,
ecco la porta di tutte le meraviglie”
Così il pollice all’accendino diventa grilletto ad un fuoco sparato, la cenere della parole che ancora stringo sulla tasca dell’uscita si spegne in un grido: ti porteremo via di qui, claire.Poi, con l’ultimo tabacco, leggo nel cammino:
“Well my dear, i’m writing. Marisol, amore mio, amore nel profondo,nell’Edema della Gioia e in quello del Dolore, nel Midollo Spinale, nell’Essenza, nel cruccio dell’alimento, nella tormenta, nell’Incanto e nella lacrima che non scende.
All’imrpovviso non sono più sole. Non m’interessa quel che i medici di questo stramaledetto posto pensano di me. Al momento, non ho affatto bisogno del loro sozzo aiuto. Un giorno porterò io i megafoni qui dentro e urlerò quieta il loro squallore, le loro stramaledette etichette, scriverò una canzone ironica sugli psicofarmaci dati a casaccio. Un giorno lontano-credimi-forse mi faranno un T.S.O. Bhe, che facciano pure: a questo punto sono loro a toccare il fondi e a subirne le conseguenze. Saranno vie legali. E la verità è sempre la stesssa, Marisol: spero che stasera mia madre si anneghi in 2500 spritz.
Mi spiace aver vesti logore e disordinate. Mai spiace d’essere triste, ma so che ti sorriderò ampia e ti abbraccerò timida. E so anche che mi porgerai benessere, lirismo, ironia, tenerezza, con un solo rintocco d’occhi, Marimar.
Sai, non vomito più gli affetti: le persone veramente care mi entrano nel DNA, mi scorrono nel sangue, mi palpitanto nel ventre e si incastonano nel Plesso Solare.
Amo molto le libertà altrui. Epperò amo molto anche le mie.
Sono serena ,in fin dei conti.
Triste, ma serena.
Sarà forte e Fonte vederti. Ma – te ne prego- cerca di renderlo lieve. Perché da tempo privilegio le emozioni soffici, detesto le relazioni che bruciano e amo tutto ciò che invece accoglie e dona calore.
Mi manca molto la mia chitarra, sai?
Sono diventata davvero brava e scrivo testi molto diversi dai deliri controllati villamargheritensi. Ricerco la semplicità in tutto – e la trovo molto spesso.
Tra poco mi laureo, sai?
Sono preoccupata per D. Ora è solo. E ho paura dei suoi Demoni: proteggilo. Digli che lo amo, che vi amo, che lo sento, che lo cullo, che gli bacio la fronte che non sono più mantide e che me la cavo piuttosto bene, nonostante tutti i nonostante, Digli che talvolta dio è davvero insufficiente. Digli che ho smesso di pregare. Digli che mi son stufata persino del panteismo. E che sono agnostica.
Ho sete dei tuoi occhi.
P.s. comunque sia, adesso sono proprio serena:l’unica cosa che mi manca è la musica. La mia e quella altrui. In realtà mi manca anche un buon libro, la letteratura che rischiava di sparire dalla mia vita e che però è tornata.
C’è il Sole. Così, te lo volevo solo dire: c’è il Sole. Mari-Sol, sai una cosa? Io sono diventata Discepolo dell’Attesa. E del respiro. E della Solitudine. E del Silenzio. E dell’Ironia.
Ora vado. Un caffè.”
C.
Perchè l’attesa dell’incantesimo- sorella non più mantide- e l’incantesimo dell’attesa - amico amante fratello- ci appartengono come la notte di piaga agli appestati: Essere la Frase del mondo, sia questa la forma che scova il buio del buio
e ne annulla l’infermità.