Giu
24
Buongiorno mi chiamo LSF e sono borderline
di nicola pasa
26 aprile 2006 alkmaar (de nederlands)
un anno e mezzo di Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) per osservare e studiare su me stessa cos'è il Disordine di personalità Borderline(BPD).
Ho pazientemente e meticolosamente, all’olandese,cercato di capirne le perdite di controllo, di identità e di senso che ne costituiscono il nucleo e ne causano la sofferenza.
Ed eccomi ancora qui, più cosciente eppure ancora così fragile!
13 giugno 2009 s.stefano magra (la spezia)
buongiorno mi chiamo LSF e sono borderline da quando mi ricordo.
La prima volta che per me fu usata la parola *caratteriale (arcaico di BPD) fu tra i 13 e i 14 anni quando , senza cause apparenti, ingurgitai una bottiglia di jonnhi walker e tutte le pillole che potei trovare in casa.
Dopo la lavanda gastrica forse qualcuno si chiese cosa mi fosse successo fuorché mia madre che ha sempre sistematicamente rimosso ogni accenno ad una mia eventuale patologia.
Correva l'anno di grazia 1969, l autunno caldo e i figli dei fiori, tra una manifestazione e l altra mi facevo manciate di acidi. Svariati , più o meno goffi tentativi di suicidio, spesso con overdose di ogni droga reperibile. Vita di strada e svariati ricoveri. Nella mia simpatica famiglia, agiata e colta, si continuava a far finta di nulla......E io alzavo il tiro......Ormai le anfetamine erano il mio pane quotidiano, 50 metedrine in vena, due tubetti, per il fisico minuto di una ragazzina pelle e ossa! Amavo il delirio indotto dalle anfetamine e vedevo cospirazioni ovunque. Una notte spaccai la vetrata di una grossa ditta americana di computer, scienza allora agli albori, la Burroughs. Il messaggio ricevuto era di colpirli e smascherarli al più presto, prima che potessero dominare il pensiero umano. Mi sentivo teleguidata.....Cominciai a distruggere macchine,mettendo insieme le prove della loro disgustosa congiura ai danni dell’umanità. Dopo aver seminato il caos nei tre piani di uffici della ditta, stringendo in mano scritti e documenti chiave, stanca per il grosso sforzo e in una specie di trance, sono stata trovato dalla polizia in assetto antisommossa, sorpresa di trovarsi davanti una marmocchia...io felice di vederli e fiera del successo della mia missione....dopo un breve soggiorno in questura fui portata al Paolo Pini l allora ospedale psichiatrico di Milano.Fu durante quel soggiorno che vidi atterrare nel cortile le forze extraterrestri alleate,alla testa una madonna scintillante ed in mano una spada dorata.
Sempre di quel periodo è un altro evento che dovrà cambiarmi la vita,ancora una volta è una droga il tramite: i semi di un fiorellino azzurro, il liseron bleu di Rimbaud, ben noto a Maya ed Aztechi, che contiene LSD naturale oltre a varie altre sostanze poco conosciute. Mio padre era abbonato a una rivista “Atlante” di geografia ed antropologia, su uno di questi giornali lessi il resoconto di una spedizione nella giungla messicana alla ricerca degli sciamani che ancora si tramandano antiche tradizioni. Essi raccontavano l esperienza di questa droga rituale, spiegando anche il procedimento e le dosi da usare....ancora una volta mi sentivo teleguidata. Il seme si trovava allora presso i grandi rivenditori di sementi e a Milano, Ingenioli era il meglio.
Attesi le vacanze ,nella grande casa di campagna avrei avuto le mani più libere. Così una notte che i miei non c'erano, le mie sorelline dormivano la tata pure, mi preparai la mistura, schifosa da ingoiare, ma la mandai giù tutta. Lì per lì non succedeva nulla poi apparve il gatto e dal suo miao mi accorsi che stavo cambiando dimensione. Ero seduta a gambe incrociate sul letto quando sentii mani invisibili afferrarmi e stringermi il collo, li senso di soffocamento era tremendo. Una voce dentro mi disse che resistere era inutile e quindi mi lasciai andare. Il mondo esterno scomparve e mi trovai in un mondo sconosciuto eppure molto familiare dove tutto era tutto: io, come entità separata avevo cessato di esistere. La bellezza, l'armonia e la saggezza di quella sfera era infinita,il senso di meraviglia indicibile. Ad un certo momento appare una voce/pensiero che esprime questo: se prosegui oltre non potrai fare ritorno al mondo da cui provieni.....contemporaneamente una forma di identità personale insieme alla visione fugace del mio corpo privo di vita su un lettino in una stanza del pianeta terra avevo coscienza di poter anche scegliere di tornare. Quando optai per il ritorno la stessa voce/pensiero mi informò che avrei potuto ricontattare la sfera con lo sforzo di una vita ,che avrei dovuto dedicare tutto alla conoscenza infinita che avevo avuto il privilegio di sperimentare. In quel preciso istante gli occhi mi si sono riaperti:ero sul lettino nella stessa posizione della notte e la luce del giorno entrava dalla finestra,io mi sentivo come se mi fossi semplicemente svegliata, nessun postumo, nessuna traccia di una serie di eventi così spettacolari. Ma da allora l'idea di dio cominciò ad ossessionarmi,cominciai a cercare disperatamente in gruppi di cattolici marginali, nel panorama allora fiorente delle sette e dei culti esotici.....poi in india l'india,madre India che ti da tutto dalla morfina all'illuminazione... e tutto con una sovrabbondanza travolgente,la terra più ricca di paradossi,dove l’impossibile è di casa e l’Apocalisse è già arrivata ameno un paio di volte a memoria d uomo. Va beh, questa introduzione dura parecchio, ma dovevo farvi sapere qualcosa dei miei esordi.
A 19 anni, nel 1974, con sulle spalle il suicidio di mio padre e a ruota un overdose di eroina e dopo ben tre viaggi in india nel più puro stile hippie, incontrai il maestro di meditazione e di vita Bhagwan Shree Rajneesh,il chiacchieratissimo guru degli arancioni, del sesso e delle 75 rolls royce, noto oggi con maggior rispetto come Osho. Con lui mi ritrovai ancora una volta nella sfera, nella conoscenza senza oggetto, senza ricorrere a nessuna alterazione ed ebbi la conferma dell’esistenza di quel Dio che poteva placare la mia smania. Ed ecco che capivo cosa cercavo in tutti quegli eccessi, in tutte quelle esperienze di confine … Ma anche lì, come mi aveva già a suo tempo ammonito la sfera, né una droga né un’altra persona potevano darmi ciò che cercavo....la meta continuava ad allontanarsi.....dopo più di sei anni passati all’ombra del maestro,facendo relativamente pochi casini,ero di nuovo a briglia sciolta. Stiamo arrivando per grandi linee a tempi più recenti.
Pace nella mia vita non c’è n’è mai stata:un demone mi si arrovella sempre dentro, un demone che ogni tanto si gonfia a dismisura, e travolgendo le mie fragili difese, stravolge qualsiasi mio tentativo di stabilità, di continuità, di identità. Questo demone ci ho messo 54 anni a identificarlo e a chiamarlo col suo nome: disturbo borderline di personalità. Un’efficiente operatrice sociale incontrata in olanda definisce le vite borderline come sicuramente non noiose.
Secondo le ultime, o penultime scoperte fondamentali in questo campo esiste una specie di termostato psichico che regola l intensità delle emozioni all’interno di una soglia di pericolosità, nelle persone con BPD il termostato non funziona:ogni emozione intensa ed improvvisa si gonfia, esplode ed erutta portando via ogni traccia di volontà e di identità stessa, in negativo per lo più, ma mi è capitato anche che un intensa gioia mi provocasse mi provocasse un impulso suicida.
Ne parlo e ne scrivo ora per capire meglio io stessa il percorso per uscire o almeno per convivere con un fenomeno psichico che mi ha portato a distruggere ciclicamente tutto quello che via via creavo e che mi ha portato ripetutamente al limite della sopravvivenza stessa. Ogni tanto incontro qualcuno come me ma spesso restio a dare di se una definizione arida come è una diagnosi psichiatrica. La psichiatria stessa malvolentieri accoglie questo tipo di pazienti,di per sé sfuggenti ed ostici, difficili da definire e troppo diffusi nelle loro differenti gravità. Io sono stata presa in carico dal servizio sanitario in Italia solo quando mi è stato chiaramente diagnosticato un disturbo bipolare cronicizzatosi con gli anni e con le sregolatezze.
Eppure è il disturbo borderline con le sue tremende asperità che mi ha rovinato la vita più volte e chiunque mi abbia visto in uno dei miei attacchi, quelli in cui perdo il controllo, non mi vuole più vedere acuendo così il dolore con l’isolamento. In tutti i miei travagli ho fatto anche due figli ed è tanto per loro che ho cercato aiuto psicologico e psichiatrico, per coinvolgerli il meno possibile nei miei alti e bassi. Nel mio caso una terapia farmacologica azzeccata mi ha regolato i picchi di esaltazione e le brusche sterzate nella depressione più nera, ma sono ancora soggetta a quelle repentine perdite di controllo in cui non vedo più nulla davanti, un velo è calato sui miei occhi e mi vedo dall’esterno che urlo come un’aquila o mi butto a terra contorcendomi dall’angoscia o divento così manesca che con i miei 40 kg e 149 cm due uomini ben piazzati fanno fatica a tenermi e mi sono vista anche a volte spaccare vetri col braccio e tagliarmi a bella posta senza provare alcun dolore come se fossi diventata un fantoccio, una bambola spaccata, lacerata, devastata.
Ed è questa sensazione che è intollerabile: di vuoto doloroso, di alienazione totale, di essere uscita dal consesso umano, di avere una mostruosa emorragia emotiva e nessuno a soccorrerti, intorno soltanto sguardi di riprovazione.....come sei cattiva....cerca di darti una regolata....porca malvagia.....malvagia cattiva ribelle....devo morire per convincervi che volevo solo essere rassicurata, accolta, curata e invece il risultato puntuale è di essere trattata come un cane rognoso, come un traditore schifoso dei sacri valori che regolano la vita degli umani. Io sono esclusa, scacciata, ripudiata, mi tengo la pancia che scoppia dall’angoscia la gola chiusa l’anima in fiamme. E sono sola....sul confine....aiuto....aiuto....aiuto....ma nessuno mi sente......sono qui....sono qui.....sono qui....ma nessuno mi vede....l’indifferenza mi uccide....ma non gliene frega niente a nessuno. Terrore puro. Il panico scatena la crisi e la crisi scatena il panico, senza via d uscita e,intorno,quegli odiosi sguardi di condiscendenza: dai su smettila,sono solo modi malsani di chiedere attenzione, non farla tanto tragica, vattene o ti gonfio di botte e un giorno una mi ha gonfiato davvero di botte, per fortuna quando sono in quello stato fisicamente non sento più nulla ma l umiliazione mi ha ferito tantissimo, per mesi avrei voluto solo morire da tanto che stavo male e non avevo più voglia di nulla come se dentro mi si fosse spenta la luce. Ricominciare sempre da capo , cambiare cttà, lavoro, amici, fino alla prossima crisi e poi d’accapo.
Le crisi hanno scandito la mia vita, determinando quello zig zag per il mondo, quella ghirlanda di situazioni strambe, di incontri inusuali, di paesaggi esotici che molti mi invidiano: altro paradosso della mia ingombrante personalità. Se qualcuno si riconosce nelle mie peripezie, vi invito a contattarmi sul sito del Mondo di Holden.
LSF
Giu
21
Stigma e lavoro in Inghilterra
di angelo arecco
Articolo da “The Guardian” del 21/06/2009
La malattia mentale fa male al tuo curriculum
La richiesta di rimborso senza precedenti di un milione di sterline avanzata dal comune di Cheltenham contro Christine Laird, descritta da qualcuno come “vendicativa” e dall’assessore comunale alle finanze del comune, John Rawson, come “priva di cervello”, lascia entrambe le parti in causa a contare i danni subiti. Ora il comune è stato costretto a risarcire spese legali per 750.000 sterline di denaro pubblico, mentre la Laird è rimasta sconvolta dopo che suo marito ha letto la dichiarazione di lei dinanzi alla Corte d’Assise.
La salute della donna è stata “spezzata” dalla lunga battaglia legale e comunque le resta ancora da pagare un notevole 35 per cento a suo carico. La Laird era arrivata a un tale punto di disperazione durante lo svolgimento della causa fino a pensare di togliersi la vita.
Christine Laird ha solo detto la verità che molti di noi hanno dovuto celare. Non aveva una “disabilità” nel senso stretto del termine legale e il questionario presentatole prima di venire assunta era mal concepito. Ma il segretario comunale Andrew North non ha cambiato idea neppure dopo la lettura della sentenza, secondo la quale “Se il comune fosse stato al corrente della storia clinica della signora, allora molto probabilmente non l’avrebbe neppure assunta”.
Quello che sostiene North è probabilmente vero: la domanda della Laird sarebbe stata semplicemente cestinata, la discriminazione non sarebbe venuta alla luce e lo stesso dicasi per il procedimento legale. Ma davvero è una cosa giusta lasciare che persone vulnerabili vengano lasciate a combattere battaglie legali costose solo per provare per illazione che la procedura in base alla quale hanno ottenuto un lavoro era scorretta?
Le statistiche della Task Force sull’Esclusione Sociale parlano chiaro: otto datori di lavoro su dieci sostengono che gli aspiranti devono rivelare le loro condizioni prima di essere assunte, tuttavia meno di quattro datori di lavoro su dieci dichiarano di essere disposti a considerare l’assunzione di una persona con una storia di problemi di salute mentale.
Un datore di lavoro certamente assume un rischio quando assume un lavoratore o una lavoratrice: la gravità e la durata della malattia non predicono in modo affidabile se una persona sarà in grado di svolgere il suo lavoro. Dovrebbe essere vietato ai datori di lavoro di basarsi su questo pregiudizio. E’ venuto il momento di liberare le persone sofferenti di malattie mentali dalla paura di essere discriminate. Non siamo inadatti al lavoro a causa della storia clinica della nostra malattia mentale, non più di una persona con una storia familiare di predisposizione all’infarto.
E i datori di lavoro non dovrebbero peraltro essere “costretti” ad assumere persone che sotto ogni aspetto sono incapaci di svolgere una determinata mansione, anche con le modifiche previste per legge. Ma proibire di sottoporre la compilazione di un questionario almeno fino a dopo la formulazione di un’offerta di lavoro agevolerebbe sicuramente l’identificazione di pratiche discriminatorie dirette.
Nel redigere la nuova proposta di legge di Harriet Harman sulla eguaglianza dei singoli, c’è una perfetta occasione per assicurarsi che le persone con malattie mentali siano pienamente salvaguardate e protette. Fra tutti i gruppi che compongono la nostra società, la malattia mentale ha la più alta connotazione di stigma e il più elevato tasso di disoccupazione. I rapporti tra datori di lavoro e dipendenti dovrebbero essere ispirati ad apertura, onestà e flessibilità, ma fino ad allora molte persone saranno convinte di dover nascondere la loro malattia.
Jonathan Naess
Giu
20
Notizie da Milano
di angelo arecco
Ricevo e volentieri diffondo alcune interessanti riflessioni del Dr Bepi Tissi, uno psichiatra responsabile di un servizio di salute mentale milanese, che ne autorizza la pubblicazione:
Mele Melinda, legge 180, paura dei matti e convegno al Mario Negri del 22 Maggio 2009
Qual è la differenza tra la psichiatria e le mele Melinda?
Una regola fondamentale del marketing è che un prodotto, per essere commerciabile, deve essere riconoscibile da parte del pubblico, e per essere riconoscibile deve essere uniforme e costante. È per questa ragione che le mele Melinda sono tutte uguali.
Prendiamo in esame la visibilità della psichiatria presso il pubblico. Che cosa vede il pubblico? Si dice spesso che ha un’immagine distorta negativamente dei servizi di salute mentale. Si dice anche che ciò accade perché i media riferiscono solo i fattacci di cronaca, i fallimenti e non i successi. Ma è tutta colpa dei media, o c’è dell’altro?
Cominciamo dalla figura del medico psichiatra. Confrontiamola con quella del cardiologo. I protocolli di intervento sull’infarto del miocardio sono più o meno gli stessi a Milano, a Los Angeles e a Tokio. E gli interventi sulla Schizofrenia? A parte una certa uniformità nell’uso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri si presentano come una categoria frammentata e disomogenea, divisa spesso in partiti che sembrano quasi religioni e che dissentono tra loro non solo sui mezzi ma perfino sui fini che si propongono. Vengono fuori interventi molto diversi. Questo fatto in sè può anche essere un bene –è assai poco desiderabile una psichiatria come le mele Melinda- ma per quanto riguarda la riconoscibilità certamente contribuisce a rendere instabile l’immagine dello psichiatra.
E i servizi di Salute Mentale italiani? Sono distribuiti, come si sa, a pelle di leopardo. Qui ci sono, lì no. E anche dove ci sono, qui sono dotati di personale sufficiente e formato, sono oggetto di interesse da parte delle amministrazioni, lì sono ridotti all’osso quantitativamente e/o qualitativamente e trascurati; qui sono organizzati secondo finalità terapeutiche, lì (Calabria) riproducono l’entropia manicomiale.
Mettete insieme questi tre ingredienti (media, psichiatri, servizi italiani): può il pubblico farsi un’idea accettabilmente stabile di quello che succede ad una persona che presenta disturbi mentali?
Evidentemente no. Quindi la psichiatria è un oggetto pochissimo riconoscibile, che si presta alle supposizioni e fantasie più strane. In tutto il mondo, e da noi più che mai.
Infatti da noi c’è qualcos’altro che confonde le idee.
La 180, una legge zoppa
(con una gamba sola si può camminare bene?)
Servizi a pelle di leopardo: come si è creata questa situazione? È pur vero che la qualità di tutta la sanità italiana è disomogenea, ma per la psichiatria ci sono cause specifiche. La legge di riforma 180/78 ha stabilito in modo perentorio l’obbligo di chiudere i manicomi: ma ha speso poche, vaghe parole sull’apertura dei servizi, demandata agli enti locali e lasciata di fatto al caso, cioè alla buona volontà degli amministratori e degli operatori. Non di rado questi ultimi si sono trovati di fronte ad amministratori che sembravano concedere con benigna e paternalistica grazia l’apertura di servizi, cui non si sentivano obbligati. In altri casi non c’è stata alcuna volontà, da entrambe le parti, di farli funzionare bene. Di fatto nessun amministratore, a quanto mi risulta, è mai stato condannato per non avere aperto i servizi.
Come mai questa gamba mancante nella legge? Si è trattato di una svista, di cose rimaste nella penna del legislatore?
Per rispondere ritorniamo al 1978 e agli anni precedenti. Giravano nel movimento riformatore anti-psichiatrico parole d’ordine di questo tenore: l’esclusione manicomiale sottrae alla società le sue contraddizioni; i manicomi vanno chiusi per rimandare le contraddizioni nella società; fatto questo, non c’è nient’altro da fare; gli psichiatri dovranno cambiare mestiere.
La parola cura suonava sospetta: perché curare ciò che malattia non è? Di servizi territoriali non si doveva parlare: avrebbero portato alla manicomializzazione del territorio.
Naturalmente il movimento di allora era variegato, non tutti erano su queste posizioni: cionondimeno venivano sostenute con forza e si facevano sentire.
Quale migliore occasione, per politici messi alle strette dal referendum radicale ma anche assillati da problemi di spesa pubblica, per cogliere al volo una proposta di miglioramento con riduzione della spesa? La 180 sembrò la quadratura del cerchio.
Con questa base, la povera legge zoppa ha fatto molto di più di quanto avesse la forza di fare: l’entusiasmo di molti operatori, che hanno raccolto la sfida della chiusura dei manicomi, ha fatto sì che venisse fuori una pelle di leopardo e non un deserto. Ma l’entusiasmo può durare in eterno?
Perché articoli di giornale, servizi TV, proposte di legge, convergono in una sorta di Vandea becera?
Bisognerebbe istituire un premio annuale, il “Bruno Vespa d’Oro” per la disinformazione in psichiatria, aperto a giornalisti e politici: la concorrenza sarebbe serrata (in una puntata di Porta a Porta di qualche anno fa si insinuava che persino il delitto di Cogne fosse effetto della 180).
Ma come mai per 31 anni non hanno fatto che susseguirsi servizi TV, articoli di giornale, progetti di riforma della 180 sgangherati, disinformati, dilettanteschi, trucidi? A volte privi di senso logico? Memorabile un passo del progetto di legge Burani Procaccini: “Il TSO può essere di due tipi: TSO d’urgenza e TSO”. Che è come dire: i piedi sono due, uno si chiama piede destro e l’altro si chiama piede. Ma cos’ha nella testa questa gente? E quelli attualmente in esame sono una fiera di assurdità.
Come mai chiunque, senza sapere niente, può sentirsi autorizzato a pontificare in materia di psichiatria? Nessuno ha il monopolio della salute mentale, ma nessuno ha neppure ha il diritto di sostituire il pensiero con i riflessi condizionati. Che cos’è questo coro di cani di Pavlov? Questo materiale putrefatto che viene fuori?
È la gamba amputata della legge. Che il movimento riformatore non aveva le parole –e il pensiero- per dire. Rinnegata, sepolta sottoterra per tanti anni, è andata in putrefazione. Poco per volta è risalita alla superficie - a volte ritornano - ma non è più la stessa, già, è cambiata, e anche piuttosto ripugnante a dire il vero. Ma cosa dovevamo aspettarci? Che restasse fresca e rosea?
Conclusione: la tesi del convegno del 22 Maggio 2009 al Mario Negri “Salute Mentale e Società della paura” è sufficiente?
Il filo conduttore del convegno è stata la tesi che la paura del paziente psichiatrico è semplicemente un caso particolare di un fenomeno più generale: la paura universale del diverso, per es. dell’immigrato, ecc.
Questa spiegazione da sola è sufficiente? Lo è in generale? Lo è nel caso italiano?
Bepi Tissi
19/06/2009
Giu
19
MORTI IMPROVVISE DI BAMBINI IN USA PER PSICOFARMACI: C'E' CORRELAZIONE
di Maïté
Foto: Katerina Lomonosov
Pubblicati i risultati di un nuovo studio in USA finanziato dalla FDA: c’è correlazione tra l’uso di psicofarmaci per i bambini iperattivi (usati anche in Italia) e morti “improvvise ed inspiegabili”. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Nulla di inspiegabile, questi psicofarmaci sono metanfetamine, ovvero droghe: quindi in caso di assunzione prolungata uccidono”.
Torino - La Food and Drug Administration (FDA) ed il National Institute of Mental Health hanno finanziato un nuovo studio sugli effetti avversi derivanti dalla somministrazione ai bambini degli psicofarmaci utilizzati per sedare l'iperattività. I risultati sono stati resi noti in questi giorni in America: la ricerca, coordinata da Madelyn Gould, Professore di epidemiologia e Psichiatria pediatrica alla Columbia University, ha analizzato 564 casi di decessi di minori trattati per l'ADHD nel decennio tra il 1985 e il 1996, e l'esito è quello di un possibile legame esistente tra l'assunzione di medicinali contro la Sindrome da Deficit dell'Attenzione e Iperattività (ADHD, ovvero bambini troppo agitati e distratti) ed il rischio di "morte improvvisa".
"Gli eventi rilevati sono ancora da approfondire e comunque rari”, ha dichiarato il coordinatore della ricerca, “meno di un bambino ogni 10.000”, e peraltro attualmente la Food and Drug Administration (l’FDA, il massimo organismo di controllo sanitario in USA) non prevede di modificare le linee guida sull'impiego di questi prodotti, autorizzati all’uso anche in Italia.
“Questo studio rileva una significativa associazione, o un segnale di correlazione, tra decessi improvvisi ed inspiegabili e l’assunzione di farmaci per l’ADHD - sottolineano gli autori della ricerca - in particolare per quanto riguarda la terapia a base di metilfenidato” (Ritalin® e prodotti simili). Ed aggiungono: “I risultati di questa ricerca invitano a puntare l'attenzione sui possibili rischi per bambini e adolescenti derivanti dall’assunzione di medicinali stimolanti”. L'invito degli specialisti ai genitori preoccupati è di discutere delle eventuali perplessità con il medico, evitando di sospendere di propria iniziativa la terapia ai loro figli, anche per evitare gli effetti avversi tipici della repentina interruzione dell'assunzione di queste droghe.
Luca Poma - giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini®, il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica - ha dichiarato: “È l'ennesimo campanello d'allarme sui pericoli derivanti dall'assunzione di questi psicofarmaci in tenera età. È sconcertante poi l'ipocrisia: qui di ‘inspiegabile’ non c'è proprio nulla, questi bambini muoiono in diretta relazione con l'assunzione di queste metanfetamine, ma i poteri forti influenzano l'FDA in USA, che trae sostentamento finanziario dalle multinazionali farmaceutiche che dovrebbe controllare, ed anche l'Agenzia del Farmaco e l'Istituto Superiore di Sanità, che seguono le ‘mode’ prescrittive americane: questi enti che dovrebbero vegliare sulla sicurezza dei nostri figli fanno come gli struzzi e nascondono la testa sotto la sabbia. D'altra parte, se ci sono gravi complicazioni solo per 1 bambino ogni 10.000 non c'è mica da preoccuparsi, dicono loro, perchè mai applicare restrizioni più prudenti?"
Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha dichiarato al riguardo: “Il problema è che gli psicofarmaci hanno pregi e difetti, ma perché esporre a pericolo di morte dei bambini che non avrebbero alcun bisogno di esporsi a questo rischio? Questi farmaci sono proprio necessari, dato che molti mettono addirittura in dubbio l’esistenza stessa della sindrome ‘ADHD’, che è considerata sempre più una ‘sindrome fantasma’, una moda prescrittiva del XX° secolo com’era all’epoca l’isteria femminile?”
(18/06/2009 informazione.it - comunicati stampa) da Note di Informazione Libera
Mag
24
Piccola esperienza sull'abitare ed altro
di angelo arecco
Sono seguito dai servizi dal 1989 ma l’inizio della mia esperienza di coabitazione in AP risale all’aprile del 1999 in un centro dell’entroterra di Savona. Si tratta di una palazzina suddivisa in quattro piccoli alloggi da due posti letto in grado di ospitare quindi otto persone più un locale comune adibito a refettorio e alle riunioni con gli operatori. Inizialmente mi era stata proposta questa esperienza per problemi conflittuali con mia madre, con la quale ero andato ad abitare dopo il mio trasferimento in Liguria da Milano dove avevo perso il lavoro e mi ero separato da mia moglie. Col senno di poi e per come mi sento oggi, la permanenza che è durata circa sei anni, la giudico molto positiva, soprattutto per aver stabilito una distanza geografica oltre che psicologica da mia madre. Nel periodo in questione ritengo di aver fatto molte cose che mi hanno aiutato nel mio percorso di guarigione, come ad esempio il volontariato in una Pubblica Assistenza, che mi ha aiutato a trovare spazi alternativi a quello di semplice ospite/paziente e a confrontarmi e integrarmi con la comunità locale, la frequenza di un corso di formazione professionale che in seguito mi ha consentito di ottenere una borsa lavoro e la partecipazione ai primi anni di attività di un gruppo di auto aiuto della zona. Chiaramente secondo me è necessario che la persona acquisisca un minimo livello di autonomia e responsabilità, anche attraverso cose molto pratiche come la cucina, la cura dell’alloggio e le mansioni domestiche, ma è anche importante il rapporto che si instaura con chi condivide la sua collocazione abitativa e quello con gli altri ospiti. Quindi spirito di adattamento, rispetto reciproco e perché no anche una forma molto elementare di sostegno tra persone con problemi analoghi ai suoi. Oltre a questo è fondamentale che la persona si metta davvero in discussione e si impegni a migliorare facendo ricorso alle proprie risorse individuali magari trascurate a causa dello star male. Ad esempio, nel mio caso personale, una buona conoscenza acquisita sia a scuola che sul lavoro quando ancora stavo “bene” della lingua inglese, che mi ha dato l’opportunità di tradurre in italiano alcuni libri di Ron Coleman e in seguito fargli da interprete, oltre ad avere un rapporto d’amicizia ed empatia. Attualmente vivo in un appartamento di casa popolare con due posti letto, con affitto e utenze a carico dell’ASL. Infatti, all’inizio lo condividevo con un altro ospite, ma da molti mesi ci abito solo io e a lungo andare questo mi ha portato a sentire un po’ il peso della solitudine, il che non è necessariamente o meglio, non sempre, uno svantaggio e in parte lo affronto facendo ricorso alla rete sociale che mi sono creato in questi ultimi dieci anni. In un prossimo futuro il mio progetto è ritornare ad abitare nell’appartamento lasciato vacante da mia madre dopo il suo ricovero in casa di riposo poiché purtroppo nel frattempo ha contratto la malattia di Alzheimer e i nostri ruoli di paziente e familiare curante si sono invertiti. In base alla mia esperienza, secondo me non si deve mai cadere nell’errore di considerare il soggiorno in strutture residenziali di tipo istituzionale a tempo indefinito o peggio definitivo, ma aver sempre ben chiaro che ogni persona ha sia il diritto che il dovere di partecipare alla progettazione del proprio percorso terapeutico in vista del ritorno futuro al mondo esterno, compresa anche una definizione per quanto possibile certa dell’uscita da questa sistemazione che è temporanea. Con questo non voglio dire che si debbano per forza rispettare scadenze prefissate, in quanto si sa che ciascuno ha i suoi tempi e c’è sempre l’eventualità di una crisi che manda all’aria il progetto originale. Ovviamente non si può mandare la gente a vivere sotto un ponte ed è indispensabile che per ogni persona sia prevista, prima o poi, un’alternativa al suo abitare secondo le possibilità concrete di cui dispone e soprattutto mirata ai suoi bisogni, che possono anche mutare nel tempo e nelle modalità. Nel caso queste non esistano o siano insufficienti, allora i vari attori, sia dentro che fuori dalle istituzioni, dovrebbero attuare una sinergia per rendere fattibile questa possibilità. Magari qualcuno dirà che questa è una cosa fin troppo ovvia, ma a volte le cose ovvie sono le più difficili da mettere in pratica.