Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Apr 27
Il G 8 volò sul nido dell'Aquila. di Zico Perani

di Maïté

Il G 8 volò sul nido dell'Aquila. di Zico Perani

Foto: Saleem Khawar

Il G 8 volò sul nido dell'Aquila.
Il modo non era fatto a schermi  e scale: ma oggi c'è  chi si specchiava in un mare di  televisioni e chi tagliandolo si spegne  per  fame.
Si racconta che a maturazione di campi, la falce mossa da mano franca radesse a terra  erba, fuscelli  e grano cresciuto nei lotti di terra inclini al Sole.
 Per questo  filari e dune, nel  lembo di terra a fatica arato, fibre cresciute e poi  crollate sotto il filo dell'attrezzo  appena  affilato in quel solco  colmato a reggere il colpo 'eventuale,  non cadeva in vano lo spoglio, dal più piccolo seme della Terra e tra le tante creature ogni bocca sollevava.
 Era tempo di spiga matura e mai di sfiga, azzardo, forfait,  lotto pubblicizzato per un giro imbarcato nella fortuna .
 Attimo per  attimo il rigore depositato  per  terra col sudore, mai si scambiava con  paglia il  fermento  rigoglioso di grano e non  grana secca come succede  adesso nelle ore di  lunghe attese, code  in super  strutture piene di fast-food, scaff-ali con prezzi impenna-ti al volo della vita!
Di tutti i colmi da tagliare è questo apice ....................congestione......collasso......... pacchi, e stra fritti...
Assuefatti, lottomatizzati e consumatori  installati in  tutto il mondo in una congestione:  grattatevi............... o  disintossicatevi!
Eppure presso picchi dove per  pendii  la maturazione d' erbe si flette  e anche i muschi  di rovescio  al sole  spuntano al quanto morbidi   con la rugiada  in gocce  per  resistere ad ogni sete  ventilata malgrado la  tramontana; reggono prima di tutto il passo del bisogno che  fonda per un tratto la visita  incline a quel sito garbato per l'esigenza  quotidiana di saziare un corpo rimasto  comunque lì in piedi ad esortare  ogni bagliore  quello spirito essenziale che sa accontentarsi, lasciando sempre dritto  in fiore ad altri: qualcosa in
bocca.
Pascolare non è come in greppia buscare fieno e con quattro stomaci  ruminare.
 Il  giusto fiuto serve al gusto, che ovunque si trovavi con  due labbra,  prega  il suo stato brado: perché  desidera il seme in fiore, poiché il  germoglio chiama ogni lingua a ciò che la  freschezza è sempre prima o poi soddisfazione tenue, esile e delicata fioritura da
avvicinare ad ogni bocca indistintamente   da saziare.
Di contro appaiono mucchi d'umanità  stipata in arsi solchi, pieni di furenti tagli,  paradossalmente  abitanti curvi e ripiegati  come schiavi, spiantati in uno spirito esausto per  ore amare  al colmo di privazioni, arsure,  sempre più delle secche del  tempo di  paglia e piaga di molte travi che non reggono fino al tetto di una  nuova e vecchia scala.
A chi giova  in quel lotto di terra il  taglio?
Quale installazione avrà il colmo  pieno non solo di mucchi di gravame?
 Lotto- di fortuna repentina da sognare  per ogni lembo di terra?
 Meglio tornare indiani, pellerossa selvaggio, a cavallo naturalmente di uno spirito pazzo per monti e  prateria, che far girare Giganti ad uno schermo solo, colmo di plastica e cristalli fusi a specchi  in finestre  cieche per schegge d' onde a colpire molte pelli in  secca.
Volumi e scale, televisione e pubblicità, motoseghe e travi, quanta  economia su e giù per le strade del mondo e le contrade.
Ma all'orizzonte la terra vuole le sue tende,  una danza primordiale di una comunità stretta intorno al focus, che  follia......... perdere tutto per ricominciare ad accampare umanità essenziale ad ogni
territorio ospitale che sappia danzare  e cantare per  battere di nuovo ali senza paure  di code di paglia! Uniti da un tremendo mucchio di macerie e  per l'appunto molte scale; che dire ai piccoli e anziani confusi se ogni ritornello e il solito di-ri-n-don-dello.......
 Aùgg, amen o alleluia, affinché venga ancora un Signore vero mai avaro o vestito all’ultima moda, ma generoso nel suo cuore follemente grande perché non ha un cavallo, né in sella cavalieri, ma un passo 
leggero in cammino come l'ultimo dei moicani dritto verso la sua Terra e se cade sotto la fatica per non mollare, semplicemente per amore si rialza comunque in piedi!
I bimbi sanno e non devono dimenticare che ogni spaventapasseri non ha solo le mani di paglia ma anche la testa cinta di stoppa, come la televisione ha da far pagare il vuoto all'anima, sola e seduta per troppo assisa ad ascoltare tutte le pubblicità passate per un mare pieno di bene e presto comunque totalmente un fico secco da scartare.   
Impareremo a camminare?
Moltiplicare la nostra voce!
Respirerò l'odore dei granai, pace per chi ci sarà e per i fornai... (canta F. Degregori - in Diamante.)
Un saluto sempre fresco e disteso per tutti i campi che ad Aprile si svegliano in fiore anche per ogni nido di pazzero che sa  resistere all’inverno cip... ciip...
Comunità d'accoglienza don L. Milani (BG) Zico Perani.



Apr 13
Cronache di una strana pasquetta

di nicola pasa


Oggi ho trascorso una giornata vuota. Questa mattina a casa della mia compagna ho scritto poco mentre lei cucinava un dolce alle nocciole per la sorella, dalla finestra filtrava un bel sole caldo, nel parco al di là del canale pochi bambini e una ragazza che faceva footing attorno con l'ipod nelle orecchie. Ho smesso di scrivere, mentre lei infornava il dolce e un piccolo dolcetto per me, e ho aperto il romanzo di Shirley Jackson che da qualche giorno è mia abitudine aprire, "Abbiamo sempre vissuto nel castello", un romanzo che parla di una ragazza che forse ha avvelenato tutta la sua famiglia a parte zio e sorella, lo fa, come nello stile di Shirley Jackson, in  modo leggero ed elegante come se si trattasse di una vicenda amabile, e in effetti lo sembra, c'è un'atmosfera da romanzo inglese, con suntuose merende e té e conversazioni ricche di dettagli crudeli e maliziosi, mi piacciono molto questi personaggi, sono malsani ma senza essere disturbanti come in certi film dell'orrore che pure non mi dispiacciono. La vecchia Shirley non ha mai avuto bisogno del sangue e della violenza per raccontare l'orrore.  Da tempo faccio fatica a leggere, scrivere un po' meno ma anche qui non posso ritenermi soddisfatto, sto ritrovando il rapporto continuo e quotidiano con il romanzo che prima o poi dovrò concludere ma ci sono giorni che passano senza che io non scriva nulla (benché uno scrittore scriva sempre anche quando non scrive). In questi giorni di festa non sono stato tanto bene, la nera signora si è decisa dopo tanto tempo e mi ha rifatto visita, ha lasciato la sua gelida dimora per venire da me credendo avessi bisogno di lei. Non sapevo cosa dire alla mia dolce compagna, mi vedeva un po' triste e si faceva delle domande e io non sapevo che cosa rispondere se non che non era colpa sua e che anzi lei era il mio raggio di sole appena alzato, quello che ti accoglie dopo una notte di tempesta appena scosti la tendina e ti aspetti di vedere un cielo grigio e ancora pioggia e invece ti colpisce il verde e la luce abbagliante, così lei è per me e lo sarà sempre. E questa mattina sentivo un gran peso sul cuore con le mie dita che non sapevano cosa scrivere alla tastiera mentre lei impastava la farina il burro e le nocciole tritate, guardavo fuori dalla finestra e sospiravo, non volevo che lei mi vedesse così, non sapevo cosa dire quando lei mi chiedeva se andava tutto bene con quella sua voce dolce da ragazzina. L'impossibilità di esprimere il dolore che senti, la fatica di capire da dove viene questa angoscia che ti colpisce in un momento in cui tutto sembra così luminoso e sereno... poi senti che qualcosa nel futuro è incerto che ci sono cose che non puoi sapere del tutto su di te sulla tua vita e sugli altri attorno a te, che non puoi avere il senso appieno di cosa ti sta succedendo, se il lavoro continuerà e se sta andando bene come pensi o ti stai solo illudendo perché magari ci sono cose che non sai e che in futuro produrranno conseguenze nefaste, se fra un mese ti potrai ancora raccontare felice o dovrai piangere e disperarti, che tutto in fondo è così instabile e precario, come le case nell'Abruzzo che la terra ha voluto per imperscrutabili motivi scuotersi di dosso, e che quello che semini oggi un domani può essere distrutto in poche ore da una grandine o altre catastrofi e ti domandi se abbia un senso ricominciare tutto di nuovo e ti domandi anche se abbia un senso porsi la questione dal momento che non potrai fare altro che questo, rialzarti e ricominciare. Come quando il mare distruggeva i nostri castelli di sabbia, che noi il giorno dopo ricominciavamo a erigere dimenticando la fatica del giorno prima e dei giorni andati e perduti. Così questa mattina il profumo di quel dolce alla nocciola che entrava nelle mie narici e la lettura di qualche pagina di un buon libro e la dolcezza di lei che mi preparava un caffè ho sentito che era giusto e che non poteva che essere così, e che domani avrei ricominciato la mia settimana di lavoro e che avrei ripreso a scrivere e a leggere e ad amare e che la nera signora sarebbe tornata alla sua gelida dimora e che in Abruzzo avrebbero ricominciato a rimettere su le case e questo è il mio modo di essere vicino alle persone nelle tende e il mio modo di incoraggiarli a riprendere la costruzione del loro castello di sabbia dimenticando la fatica dei giorni perduti e del tanto dolore che il loro sangue ricorderà loro malgrado per quanto essi si adoperino per continuare a sperare e a lottare.



Apr 10
Immagini della mente

di nicola pasa

Immagini della mente


PROGRAMMA
21 Aprile 2009 Il vento fa il suo giro
di G. Diritti


Gli uomini liberi fanno paura, quelli che vanno dritti per la loro strada, che non si preoccupano di quel che dice la gente, che non si adagiano sulla noiosa, tranquillizzante routine. Il Vento fa il suo giro è una piccola grande lezione di cinema e di morale.

" Metafora non solo del nostro vivere quotidiano e contemporaneo, ma anche del nostro esistere come esseri umani, 'Il Vento fa il suo giro' è un film semplicemente perfetto, raccontato con una misura sublime, in cui non esiste scena, movimento, inquadratura anche di pochi istanti che non sia essenziale. Descritto con una fotografia plastica e limpida, che mostra a tutto tondo corpi e sentimenti, senza mai idealizzare"

Giuliano Corà

ORE 14.30 21 APRILE

Multisala Moderno – Sarzana
Ingresso Gratuito


Sono in programmazione altri 3 incontri per l’autunno

Le date verranno comunicate appena possibile



ASSOCIAZIONE ACCHIAPPASOGNI ONLUS

Via Agostino Paci 1 Sarzana
Tel. 0187- 613255

www.acchiappasognionlus.com

 



Mar 24
Il vampiro

di nicola pasa

Il vampiro
Valeria apre la tenda e un raggio di sole sporco di pulviscolo la colpisce in faccia come uno schiaffone,
nel riflesso del vetro un’immagine vaga, la luce è crudele, la pelle appassita bianco smorto, il buio nasconde le cose, Valeria preferisce la notte tutto sommato, papà la notte riesce a dormire e la tormenta meno… ma che pensa, papà non la tormenta affatto, povero papà… da quando è caduto a letto malato la sua vita è tutta dentro quella stanza, e la sua in quella casa spenta, povero papà, la sua vita confinata in una malattia, l’attesa della fine, e che arrivi lenta e meno dolorosa possibile… oppure che arrivi in fretta e non ci pensi più… ma povero papà, speriamo che guarisca, un miracolo è sempre possibile…
-Valeria! Dove sei Valeria!
Eccomi papà, arrivo subito, un attimo di pazienza,
Valeria appoggia la fronte al vetro freddo, è stanca, povero papà… da quando è caduto malato lei vive giorno e notte accanto a lui, in fondo è l’unica persona che ama, glielo dice sempre che lei è l’unica persona che ama più di se stesso, e non potrebbe vivere senza di lei,
-Valeria dov’eri piccola mia, ho la gola secca, senza di te tesoro come farei,
Lo so papà, senza di me non potresti vivere, eccoti l’acqua, no non berla così in fretta, oh si è versata sul letto, ora dovrò cambiarti le lenzuola,
-Non fa niente Valeria, sopravvivrò cosa vuoi che sia un po’ d’acqua fredda versata su questo corpo inerme,
Hai ragione papà è meglio che ti cambio subito le lenzuola o prenderai freddo, ecco devi sollevarti un pochino, scusami se ti faccio male ma se mi aiuti un po’ riesco meglio, oh hai ragione sei molto debole, ti avevo detto di bere piano,
tanto se poi sporchi ci sono io che pulisco tutto, e devo farlo perché altrimenti mi sentirei in colpa, perché tu mi fai sentire in colpa… ma che penso… povero papà, tu sei così malato e io penso cattiverie giorno e notte accanto a te,
Hai ragione papà, avevi tanta sete, colpa mia che non ti ho fatto bere abbastanza, mi dispiace,
-Non importa piccola, ah se non ci fossi tu io che farei, sei così buona e premurosa, non come tua madre, quella strega che mi ha abbandonato nel momento più duro, ma tu non lo farai tu sei buona, sei un angelo, il mio angelo,
Oh non dire così, io non sono un angelo, sono solo una ragazzina che vuole tanto bene al suo papà, ora riposati che ti vado a preparare la colazione,
Papà non mangia più cose solide, perché gli danno fastidio alla gola, anche se il dottore dice che potrebbe mangiarle, che è solo un fatto psicologico, che potrebbe deglutire benissimo, così deve fargli pappine, semolini e pasta in brodo piccola, anche se lui si lamenta che mangia cose da vecchio e che gli piacerebbe tanto mangiare un po’ di carne o un piatto di pasta, se lei solo avesse la pazienza di sminuzzarla e di imboccarlo e di aiutarlo a inghiottire ogni boccone idratandogli la bocca con uno spruzzino, solo che così il pasto sarebbe infinito e spossante e avrebbe poco tempo per badare alle altre cose, alle cose di papà perché per lei non c’è mai tempo, per questo Luca l’ha lasciata due mesi fa,
Ecco papà, ti ho fatto un po’ di pasta in brodo, e poi c’è del puré con una salsina speciale che ti ho preparato stamattina,
-Oh Valeria tu sei un angelo, ma mi fai sempre queste pappine, lo so sono noioso,
No, papà non dire così, hai ragione, dovrei cambiare un po’ il menu, se solo riuscissi ad inghiottire ti farei dei bei manicaretti,
-Già, lo so, guarda come sono ridotto, non riesco nemmeno a inghiottire, sono come un vecchio rincoglionito,
No, ma che dici, non volevo dire questo papà, tu sei forte e ancora giovane,
-Il brodo mi sembra troppo caldo, lasciamolo un po’ freddare, raccontami qualcosa Valeria,
Cosa posso raccontarti papà,
-Come vanno i tuoi studi?
Eh, insomma, faccio un po’ fatica, non riesco mai a trovare il tempo,
perché appena mi metto a studiare tu mi chiami, mi implori, e io devo lasciare tutto perché sembra che stai per morire e invece…
-Oh ma che disgrazia che sono diventato per tutti e due, come vorrei tanto andarmene al creatore e lasciarti in pace una volta per tutte, questo mio corpo disgraziato,
No, papà non fare così, non sei tu che mi impedisci di studiare, sono io che non sono tanto diligente e ordinata,
-Sei sempre stata così brava, forse è quel tipo là che ti distrae, come si chiama?
No, Luca non c’è più, mi ha lasciata,
-Meglio così piccola, quel Luca non mi sembrava un tipo a posto,
Forse hai ragione, papà,
Luca mi voleva bene, diceva che voleva portarmi via,
-Tu resterai con me, piccola mia, io e te siamo inseparabili, tu non sei come tua madre,
Mia madre, già, non dice mai mia moglie, specie quando deve parlare male di lei, povero papà, quanto ha sofferto,
Ora mangia il brodo, è tiepido, se diventa freddo non è buono,
-Tanto non è buono lo stesso,
Papà sugge il brodo come se fosse fatto con escrementi, invece è un ottimo brodo di gallina, Valeria è un’ottima cuoca e non trascura mai i dettagli quando cucina, non le importa se papà non apprezza il cibo che lei cucina con amore e dedizione, lui è troppo malato per accorgersi dei sapori e di quanto affetto passi nei sapori e negli odori dei suoi piatti, che invece Luca apprezzava molto,
Quando papà finisce di mangiare Valeria toglie i piatti, pulisce e poi gli porta il caffè decaffeinato, papà si lamenta che vorrebbe il caffè normale ma il dottore si è raccomandato di non darglielo, il suo fragile cuore non reggerebbe a dosi troppo alte di caffeina,
-Valeria mia, questo caffè è imbevibile,
Perdonami papà, ma il dottore si è raccomandato tanto di non farti il caffè normale,
-Lo so, ma uno solo, ogni tanto che male mi può fare,
E va bene papà più tardi ti farò un caffè normale, magari te lo allungo un po’,
-Sei un tesoro Valeria, un tesoro, ma ora vai di là? Non resti a farmi un po’ di compagnia?
Ma papà devo badare alla casa, ho lasciato un mucchio di cose arretrate,
-E’ perché non sai ottimizzare piccola, l’ottimizzazione è tutto, per questo in azienda sono diventato un leader, perché sapevo ottimizzare il tempo, non un secondo sprecato, mentre mi lavavo i denti ascoltavo la segretaria che mi recitava l’agenda ad esempio, e quando andavamo in giro la domenica, mentre tu e mamma mangiavate il gelato io scrivevo una relazione per l’indomani,
Lo so papà, so quanto eri bravo,
per questo mamma se n’è andata,
Imparerò ad ottimizzare papà, ma da domani, oggi non posso proprio,

Non aveva torto Valeria quando diceva che aveva un mucchio da fare, forse ha anche minimizzato per non far sentire di peso papà, ci sono un sacco di cose da fare in una casa, solo chi non se ne cura non ne ha idea, e papà non se n’è mai dato cura, diceva che mamma non brillava come donna di casa, che non sapeva ottimizzare il tempo, solo che in una casa bisogna pulire, bisogna mettere a posto ogni cosa, perché le cose fuori posto si accumulano e se non governi presto ti ritrovi nel caos, ci sono i panni da lavare, quelli da asciugare e quelli da stirare, che poi vanno riposti, ci sono i piatti da governare, le pentole, bisogna fare da mangiare e andare a fare la spesa, e poi c’è la manutenzione, ed ogni piccolo capriccio del papà malato richiede impegno e dedizione, dietro un caffè ad esempio ci sono parecchie azioni da compiere: pulire la caffettiera, mettere su il caffè, attendere che il caffè venga su (si potrebbe ottimizzare l’attesa ma in questi casi si rischia che il caffè bruci e papà se il caffè è bruciato si lamenta anche se è per via dell’ottimizzazione che il caffè è bruciato), bisogna versarlo nella tazzina, versare lo zucchero e mescolarlo perché papà non è in forze per girarsi il caffè da solo, bisogna portarlo e attendere che si raffreddi un poco, ma non troppo perché il caffè freddo non è buono e papà è molto sensibile ai difetti delle cose e delle persone, e poi bisogna riportare la tazzina in cucina, lavarla, asciugarla e rimetterla a posto, e tutto questo ruba tempo, tempo per la casa e per papà perché per Valeria di tempo non ne avanza mai,
Valeria ha molte preoccupazioni che nasconde a papà, domande sul proprio futuro suo non del papà, perché un giorno il futuro di papà troverà finalmente il suo orizzonte e lei resterà sola con un orizzonte troppo lontano e vago, e non si parla di questo mai, se lei non ha modo di laurearsi perché incapace di ottimizzare il poco tempo che le resta alla sera quando è stanca morta e gli occhi sono troppo pesanti per restare aperti e vigili sui libri, che cosa farà Valeria quando papà sia pace all’anima sua andrà al padreterno, che cosa ne sarà di lei, avrebbe voluto tanto laurearsi in medicina, diventare una dottoressa ma se non riesce a concludere gli studi dovrà cercarsi un lavoro qualsiasi e così sia, in fondo ogni lavoro è dignitoso e tutto sommato a vent’anni si può rinunciare ad un sogno o ad una vocazione per amore di papà,

-Valeria! Valeria!
Il lamento del papà angosciato e angosciante irrompe nella grigia e monotona giornata di sempre di Valeria, Valeria lascia quel che sta facendo, un piatto che sta sgrassando con energia scivola nel lavello e si scheggia, non ha tempo per contemplare il disastro e neppure per biasimarsi deve accorrere al capezzale di papà che sta correndo un grave pericolo visto il tono drammatico del suo grido accentato di disperazione e di senso di abbandono e di perdute speranze e attese, povero papà, ha paura di morire e al tempo stesso vorrebbe tanto morire, che strana combinazione di opposti, certo finirebbe il suo tormento…
Valeria accorre preoccupata, forse il caffè aveva un eccesso di caffeina, forse non lo ha allungato abbastanza e non potrebbe perdonarsi mai di aver commesso una simile trascuratezza anche se altri potrebbero pensare che tutto sommato il papà andandosene avrebbe smesso di soffrire e di negare a lei di vivere la sua vita piena e serena, cose che poteva pensare l’ex fidanzato di Valeria o il dottore che le ha raccomandato di non esagerare con il caffè e lo ha fatto più volte, con insistenza come se volesse invitarla a… ma cosa sta pensando, Valeria smettila, cacciati dalla testa questa orribile idea…
Papà che c’è,
il padre sembra morto, ha un volto terreo, gli occhi chiusi, la fronte rivolta al nudo soffitto, sembra uno di quei moribondi dipinti in certe stampe del settecento,
-Valeria, Valeria mia…
La voce esce affannata eppure limpida, chiara,
-Ho creduto di andarmene, davvero, mi sono sentito mancare, e non volevo farlo senza vedere per l’ultima volta il tuo caro viso, Valeria mia adorata,
Ora stai bene però,
-Sì Valeria, sto bene, era un falso allarme, perdonami se ti ho strappato alle tue cose, quante cose più importanti hai da fare invece che badare tutto il giorno ad un povero vecchio malato,
Sollievo, lei prova sollievo e gioia, non può che provare questi sentimenti Valeria, eppure…
Sono contenta che stai bene papà, allora posso tornare alle mie cose, che poi sono le tue cose caro papà, io non faccio che occuparmi di te anche quando non mi vedi e se mi vedessi sempre qui accanto al tuo letto io non potrei davvero occuparmi di te come faccio incessantemente,

Valeria torna alle sue cose, torna ai piatti da lavare, ai panni da stirare, che sono sempre tanti perché papà odia sentire addosso gli stessi panni tutto il giorno e vuole essere cambiato due volte al giorno che altrimenti si sente uno squallido vecchio malato di quelli abbandonati negli ospedali da parenti affaccendati in altro che occuparsi di un loro vecchio, che irriconoscenza,
delusione, era delusione, non sollievo, è inutile che ti inganni…
E’ l’ora del caffè serale, Valeria è stanca, prepara la moka con la stessa dedizione con le stesse accortezze che il padre le ha insegnato, lava bene la macchinetta in tutti i suoi componenti, il filtro soprattutto va lavato per bene, bisogna che non vi sia più nessun sentore del precedente caffè, poi fa asciugare le parti superiori, aggiunge l’acqua nel serbatoio, appena tiepida e al giusto livello, non un millimetro di più o in meno, e poi dosa il caffè, di solito lo riempie a metà senza schiacciare, ma papà lo vuole un pochino più forte e allora aggiunge una puntina ma è molto stanca e ha gli occhi incerti nel semibuio della stanza e poi sente tanta amarezza in bocca e nella mente, le sfugge che il barattolo da cui preleva il caffè non è quello del decaffeinato e poi per una distrazione improvvisa un pensiero fugace ai bei momenti passati con Luca che le voleva tanto bene ed era un caro ragazzo di quelli rari ne sfugge ancora un po’ e lei non si rende conto che il caffè trabocca ormai dal serbatoio e che non è il solito caffè blando che il dottore le ha raccomandato di dare al padre, lo schiaccia ormai perduta nei dolci ricordi passati e perduti, e il caffè è tornato a riempire mezzo serbatoio, solo che ora è un caffè molto più forte e Valeria lo sa bene anche se in quel momento non ci pensa e non ci vuol pensare e procede come ha sempre proceduto, stringe bene la macchinetta, la mette sul gas, la fiamma azzurrina non deve superare i limiti della moka, le lingue di fuoco non devono mai lambire i fianchi della macchinetta, cinque minuti e il caffè è pronto, l’aroma si diffonde per tutto l’appartamento, le narici sensibili del padre hanno un fremito di gioia,
-Questo sì che è un buon caffè Valeria cara, mica quella brodaglia che mi propini di solito, grazie mio angelo,
Papà beve il caffè con soddisfazione, Valeria è contenta che sia finalmente soddisfatto di qualcosa che lei ha fatto con la stessa dedizione con cui fa sempre tutte le cose per lui, non pensa ad altro in quel momento che a quella felicità fugace del padre, la felicità del bambino che mangia un cioccolatino, una felicità breve e intensa, una piccola pausa dolce nell’amarezza continua della vita, sua e di papà, povero papà,
L’infarto arriva puntuale mezz’ora dopo, Valeria chiama il dottore che accorre prontamente, quando entra si guardano appena negli occhi, Valeria li china, il dottore procede ed entra nella stanza, fa un massaggio cardiaco e poi soddisfatto ma con un’ombra di delusione annuncia al paziente che avrà ancora tempo per lasciarci, e per tormentare ancora questa povera ragazza, pensa anche se non lo dice e dà una pacca sulle spalle del padre,
-La prego dottore non dia colpa a Valeria, lei voleva solo farmi felice facendomi un caffè più forte, non la biasimi, lei è sempre così premurosa e attenta, forse si è distratta un poco, succede a quell’età, si hanno un sacco di sciocchi pensieri, sua madre era ancora più distratta di lei, a volte penso che siano sorelle gemelle,
Valeria sente appena le parole di papà, è seduta in cucina e beve i rimasugli freddi di quel caffè, è sollevata e rassegnata,
Il dottore uscendo le passa accanto e le posa una mano sulla spalla senza dire niente come si fa come per consolare qualcuno di una perdita irreparabile, poi fugge da quella casa sbattendo la porta,
lasciando Valeria al suo destino, alla sua infelicità futura e presente, alla cura quotidiana e inesausta del suo povero padre malato, alla dedizione squallida e assoluta al vampiro che la depreda della sua vita e della sua speranza,

Valeria chiude la tenda e un raggio di sole smorto muore danzando nel pulviscolo della stanza, nel riflesso del vetro qualcosa che non ha più nulla da raccontare e può solo ormai tacere.
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Mar 23
L'esperienza all'SPDC di Sampierdarena

di federico migone


 Sono ormai 3 mesi che come CLU è partita questa nuova iniziativa all’SPDC di Sampierdarena, occasione personale per un confronto diretto fra la realtà di vita in un ospedale psichiatrico e la propria esperienza (di vita stessa). Dopo circa 7-8 incontri vorrei tracciare a grandi linee che cosa ha significato per me questa forma di “volontariato”, oltre che di arricchimento personale. Per prima cosa vorrei dire che la semplicità e la conoscenza diretta del problema sono le 2 cose, a mio avviso, fondamentali per condurre queste riunioni. Ci si vede di settimana in settimana con queste persone, e: da una parte si cerca di proporre argomentazioni (la maggior parte delle quali vengono fuori quasi da se), e tematiche importanti delle quali parlerò dopo; dall’altra invece è come se si avesse una lente di ingrandimento rivolta verso se stessi per focalizzare quello che (nel mio caso) si pensava dimenticato ma che torna a galla quasi di riflesso dando una sensazione di arricchimento, cosa di cui avevo paura nel senso che pensavo di essere risucchiato (l’ultimo ricovero l’ho fatto 11 anni fa) dai fantasmi del passato;mentre invece ho scoperto, proprio grazie a questa esperienza che questi fantasmi se ne sono andati.
Ma torniamo un attimo al senso di queste riunioni. Anzitutto ogni volta che si inizia si fa una breve presentazione da parte nostra (CLU), spiegando chi siamo e cosa facciamo in questa vece. Mi è sempre capitato di notare molta attenzione da parte dei ricoverati; quando noi spieghiamo che siamo “ex utenti”, ossia che conosciamo il problema all’origine (la maggior parte di noi ha avuto più di un ricovero in vari SPDC). Il fatto di esserci passati ed esserne in qualche modo usciti offre già una speranza per queste persone; se non, si da l’opportunità di parlare alla pari, non con un tecnico od un terapeuta, ma con “uno di loro”. Questo è molto bello e confortante, mentre di bello invece c’è poco nella vita e condizioni di queste persone, spesso con problemi enormi a partire dalle condizioni famigliari disastrose, per non parlare della discontinuità ed inefficienza dei servizi che li seguono, dei problemi seri di abusi di alcool e sostanze, di terapie farmacologiche inadatte e destabilizzanti, per non parlare della mancanza di informazioni sui loro diritti (se credono di averli); e non solo, ingiustizie subite e via dicendo. Posso permettermi però di dire una cosa: più di una volta mi sento dire “Io non ho mai parlato di queste cose con altri”, oppure “l’ho sempre detto ma non mi davano ascolto”. In questo senso la funzione del verbalista,per me, è quella di mantenere il più possibile la fedeltà dei loro racconti, testimonianze, idee, proteste ecc..; cercando di non introdurre commenti personali, in modo che poi , alla lettura di questi (ogni settimana i verbali vengono appesi in bacheca all’interno del reparto) ognuno di loro si riconosca in quello che ha detto ed in quello che pensa.
Mi sento di dire che noi non siamo né giudici né salvatori, ma piuttosto dei filtri attraverso i quali defluiscono storie di esperienze psichiatriche e di vita.
Tornando alle riunioni, quello che mi colpisce di più è la semplicità con cui essi espongono problemi seri ed il modo elementare e sincero col quale affrontano tematiche importanti; ecco: “importanti”, è questo che vorrei trasmettere a queste persone : “importanza” (anche se ovviamente è importante tutto ciò che dicono e vivono); fargli capire che sono importanti, sono persone che hanno bisogno di “considerazione”. Ed è quello che spero cerchiamo di offrirgli; ognuno di loro è centrale nella propria vita (spesso ai margini) ed è tale che dovrebbe essere. Spesso invece li trovi depressi, spersi, spersonalizzati e con poche risorse e stimoli. Certo, i miracoli non si possono fare, ma offrire delle opportunità mi sembra giusto, opportunità come quelle di essere invitati alle nostre assemblee del CLU, o come più di una volta accade informarli e metterli in contatto con associazioni (C.A.T. , gruppi A.A. ecc…) in modo da essere inseriti in un complesso di reti di supporto. Mi rendo conto che è troppo presto comunque per dare un giudizio complessivo, ma sento che siamo su una strada buona. Vorrei ricordare che l’assemblea in SPDC non è ne un gruppo d’auto aiuto ne un gruppo terapeutico, ma solo un incontro dove c’è un po’ di tutto e di tutto un po’. Chi parteciperà (e qui vorrei che venisse coinvolta più gente) se ne renderà conto di persona.
Concludo con la speranza che in seguito si parli di più su queste cose e che più gente “non solo noi” se ne interessi da questo punto di vista. Insomma che si faccia qualcosa di più per migliorare la loro vita e di riflesso non solo la loro, e che in fondo questa "società" sorda (e soprattutto le istituzioni) si tolgano i tappi dalle orecchie ed il para occhi. E a dirla con una frase che spesso sento dire dagli infermieri, dottori e ricoverati di quel reparto "gli SPDC neanche dovrebbero esistere".

P.S. Vorrei mandare due particolari saluti: uno va ad Emilia che ha vissuto di recente un ricovero nello stesso reparto di Sampierdarena, essendo membro organizzatore del CLU e paziente allo stesso tempo. Un altro saluto va ad Alice che è stata l'ideatrice e promotrice, con l'aiuto di Roberta, di questo progetto, e che spero "presto" possa con nuovo vigore proseguire questa bella esperienza. Un saluto anche a tutti gli amici del CLU, i ricoverati ed il personale del reparto SPDC di Sampierdarena. Dimenticavo: grazie Cipresso!



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