Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Mar 09
Mobbing ai danni di un medico

di nicola pasa


Pubblico questo articolo per gentile concessione dell'Aipsimed perché lo ritengo interessante e perché sono sempre stato, diciamo così, affascinato oltre che disgustato, dal divorzio da ciò che si predica e da ciò che si pratica, in questo i preti e i clericali in genere sono maestri, e anche certi psichiatri basagliani, a quanto pare, buona lettura.

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"La mia convinzione è che queste persone hanno perfettamente ragione: tutto è rimasto e rimarrà uguale per i pazienti, io ho già pagato e continuerò a pagare. Tanto paga l’ASL CE2, si può dare qualche incarico ad avvocati esterni all’ASL e si continuano a curare i propri interessi".

Rispondo a quanti hanno fatto attenzione al mio caso, per ringraziarli e per chiarire la domanda della lettera del 03.02.09: “Mi chiedo come sia possibile che una vicenda del genere sia potuta maturare nel mentre alla Asl Caserta 2 era direttore generale il signor Franco Rotelli che viene celebrato in Italia come uno dei padri della psichiatria umanistica basagliana.”.


Il dott. Franco Rotelli, prese servizio ad Aversa l’01.02.01, lo stesso giorno in cui mi fu verbalizzata la diagnosi “Mobbing Syndrom”. A tal proposito, all’udienza del 19.06.07, Franco Rotelli ha dichiarato: «… Quindi trovai queste affermazioni del dottor Di Cicco interessanti perché qualcuno che denunciava chiaramente le situazioni mi incuriosiva. Questi furono i primi momenti di conoscenza mia indiretta del dottor Di Cicco. ...trassi come idea, che il dott. De Cicco avesse perfettamente ragione nel denunciare lo stato dell’ospedale di Aversa perché le condizioni di quell’ospedale erano veramente da terzo Mondo e non c’era discussione possibile su quello; trassi un po' l'idea che il dottore Di Cicco facesse una campagna personale contro lo stato dell'arte di quella struttura destinata alla sconfitta, perché è piuttosto difficile che una persona sola possa modificare un sistema che ha tante cause…bisogna dire penso nel 2001 il pronto soccorso dell’ospedale di Aversa si presentava con immondizia da tutte le parti, con infermieri senza il camice, con le porte rotte, con i servizi igienici rotti, con le persone che arrivavano con le ambulanze, venivano reimmesse su altre ambulanze per essere trasferiti alle cliniche private, o al Cardarelli, queste erano le funzioni del pronto soccorso dell’ospedale all’epoca. La sala operatoria di ortopedia era al di sotto di qualunque standard di sicurezza, non esisteva una tac, non esisteva una risonanza magnetica, quindi non so un ortopedico che non può fare una tac, non può fare una risonanza magnetica. …».

Nel 2003, dopo l’emissione del provvedimento d’urgenza giudice del Lavoro, circa i provvedimenti del dott. Rotelli che mi avevano costretto all’inoperosità, il dott. Franco Rotelli mi ha fatto visitare da una psichiatra “umanistica basagliana” («ho lavorato col dottor Franco Rotelli per molti anni presso il dipartimento di salute mentale di Trieste», poi trasferitasi ad Aversa e a Cagliari), che ha certificato il “disturbo di personalità con spunti interpretativi, attualmente in fase di compenso”, in forza del quale è continuato il mobbing, la dottoressa Angela Ruggiero (dopo la puntata di “Mi Manda RAI 3”) mi ha sospeso lo stipendio e la dottoressa Antonietta Costantini (attuale direttrice generale dell’ASL CE2) mi ha licenziato. Sempre senza mai rispondere alla domanda: “che tipo di disturbo di personalità mi è stato riscontrato il 4 febbraio 2003 e che sintomi sono stati riscontrati?”.

In giudizio la psichiatra “basagliana” ha illustrato il suo metodo scientifico «La dottoressa ha visitato il dott. Di Cicco in 4 incontri di circa un’ora nei mesi di gennaio e febbraio 2003. Il dott. Di Cicco ha inoltre spontaneamente consegnato una cospicua documentazione autografa sulla sua vita. Non sono stati ritenuti necessari tests né ulteriori approfondimenti diagnostici ma è stato sentito telefonicamente il dott. “X” psichiatra che ha avuto in cura il dr. Di Cicco.».

Il 09.01.08, il dott. “X”, escusso dal P.M.: «Conosco la dottoressa in quanto collega che lavorava presso un’ASL vicino alla mia. La conoscenza è assolutamente superficiale ed escludo di aver mai parlato con la predetta della patologia di cui soffre il dott. Di Cicco, né tanto meno ho mai parlato in generale del dottore. Escludo categoricamente tale circostanza in quanto sarebbe deontologicamente scorretto. Ritengo che non sia assolutamente esatta la diagnosi di disturbo della personalità per il dottore Di Cicco».

La psichiatra “basagliana”, in udienza ha testimoniato, il 22.05.07: «Non ho ritenuto nella mia qualità di consulente psichiatra del medico competente necessario analizzare con attenzione la documentazione autografa consegnata dal dott. Di Cicco». Tale documentazione comprende varie consulenze psichiatriche, tutte escludono un disturbo di personalità (ad es. “Assenza di elementi che depongano per meccanismi dell’area psicotica. Personalità integra attualmente negativamente influenzata dalla perdita dello status professionale.”, dott. Renato Gilioli, Milano 19.06.2001), e denuncia la condizione di mobbing voluta dal dott. Franco Rotelli; la psichiatra “basagliana” non l’ha neppure consegnata al medico competente (come dallo stesso scritto il 28.09.07), benché facesse parte integrante della consulenza psichiatrica.

La mia convinzione è che queste persone hanno perfettamente ragione: tutto è rimasto e rimarrà uguale per i pazienti, io ho già pagato e continuerò a pagare. Tanto paga l’ASL CE2, si può dare qualche incarico ad avvocati esterni all’ASL e si continuano a curare i propri interessi.

Nazario Di Cicco

Fonte: www.aipsimed.org




Feb 27
A proposito dell'auto aiuto

di federico migone


Sono Federico, vi mando uno scritto di Emilia Vento.
A proposito dell’auto-aiuto
Mi chiamo Emilia Vento e sono diversi anni che conosco e pratico l’auto mutuo aiuto.
Ho partecipato a diversi incontri in contesti differenti, da quando, convinta che “ci si aiuta aiutandocisi” ritenni che l’auto- aiuto fosse uno strumento fondamentale nell’approccio al disagio psichico. Frequentai inoltre corsi di formazione sulla figura del “facilitatore” nei gruppi di self help.
Sono cominciate successivamente le esperienze pratiche ed in quelle specifiche sedi, nel corso degli anni, ho dovuto rinnovare e rivedere il mio iniziale bagaglio formativo e modificare le impostazioni teoriche alla luce di quanto accadeva nei vari gruppi a cui ho partecipato.
Nel 1° gruppo venni investita o mi appropriai (ancora non so, ma sono propensa a credere che le due cose crebbero insieme) di un’autorità che non mi spettava e che vanificava il gruppo stesso (ne ebbi la conferma quando deliberatamente mancai a qualche incontro ed il gruppo saltò sino a dissolversi)
Limitandomi a brevi considerazioni sottolineo che:
A) il gruppo era centrato su di me (venni spesso confusa e/o creduta una terapeuta, orrore!)
B) che questo probabilmente accadde perché il gruppo e l’idea del gruppo vennero calate dall’alto ed indipendentemente dalle buone intenzioni di chi propose l’iniziativa, la propose in uno spazio fisico e in uno spazio relazionale poverissimi dei substrati necessari nonostante lo spazio fisico fosse una comunità terapeutica.
Fui spaventata dalle possibili ripercussioni e mi ritirai in me stessa. Poiché sono bisognosa di relazioni intense e vitali (come tutti gli umani consapevoli o no) soffrii in solitudine a lungo sino a ricadere in una profonda depressione con una pesante deriva di alcol dipendenza.
Andai in una comunità e lì, tra i molti gruppi terapeutici e colloqui individuali, ricordo come “proficuo” il gruppo di auto aiuto di sole donne al quale partecipava una psicologa il cui compito si limitava all’osservazione od al più ad una mediazione direttiva, tenendosi al di fuori da ogni coinvolgimento personale, privandoci e privandosi, nel non mettersi in gioco come persona, di possibili sviluppi che non so immaginare. Ho sempre pensato che il gruppo sarebbe stato più “libero” se avessimo scavalcato questa barriera di ruoli.
Attualmente sto partecipando ad un nuovo e diverso gruppo di auto aiuto che si differenzia profondamente da quelli sin ora descritti, ma prima di parlarne, per dovere di cronaca, devo soffermarmi brevemente su altre due esperienze alle quali ho partecipato.
La prima si riferisce alla frequentazione di un gruppo donne nato all’interno di un’associazione che si occupa del disagio mentale e svolge molte attività in una sua sede territoriale, dove paradossalmente non si teneva però il gruppo di auto aiuto. Non mi sto arrampicando sugli specchi: il gruppo si riuniva all’interno della salute mentale quasi a sottolineare il dominio dell’impianto terapeutico su quest’iniziativa, svalutando, contemporaneamente, le persone riducendole al ruolo di pazienti nel senso più passivo del termine. Non avevamo neppure una stanza adibita all’uso; ho avuto a volte l’impressione sgradevole e frustrante che venissimo riconosciute come un gruppetto di vicine di casa sedute a chiacchierare del più e del meno. (ne fui allontanata, dall’alto, senza nessuna motivazione esplicita, su questo aspetto non ci sono commenti che mi senta di esprimere)
La seconda si riferisce ai C.A.T.( club alcolisti in trattamento) nati come gruppi di auto aiuto ai quali partecipano alcolisti e familiari, ex alcolisti ed il “servitore-insegnante” che altri non è se non guida, facilitatore e “giudice” della situazione. Il “servitore-insegnante” (definizione da brividi, non trovate?) ottiene la “qualifica” dopo diversi corsi di formazione ed è così dominante sul gruppo da non essere tenuto a parlare del proprio rapporto con l’alcol qual esso sia e della propria sobrietà. ( il servitore-insegnante può essere anche un ex alcolista). Quando manca il servitore-insegnante un “anziano”del gruppo lo sostituisce. E’ facile immaginare che alcuni C.A.T. possano funzionare ed altri no (si può vincere alla lotteria, ma in genere non succede). Personalmente ho lasciato i C.A.T. poiché ne uscivo con molta più voglia di bere di quanta ne avessi avuta entrando.
Inoltre penso che appartenere ad un’unica “categoria” possa sviluppare comportamenti imitativi e/o agonistici i cui effetti sono ovviamente negativi, immaginate cosa può succedere quando ci sono i “buoni” ed i “cattivi” e quando le “vittime” sono in parte “carnefici” e viceversa.
Dopo questo percorso lungo e travagliato ho finalmente trovato un auto aiuto efficace, in un contesto costruttivo.
Il ritorno,la serietà, la disciplina come forma di rispetto verso se stessi e gli altri (puntualità, avviso della mancata presenza, considerazione dell’altro, attenzione al non sovrapporsi verbalmente all’altro) e soprattutto la mancanza di una figura dominante (passi pure questa con l’eufemistica quanto ambigua denominazione di “facilitatore”) ed ancora l’ascolto, lo scambio e lo spogliarsi del proprio ruolo ( né pazienti, né operatori) sono fattori chiave per perseguire l’obbiettivo dell’auto aiuto; strumento, non dimentichiamolo, atto a costruire e ricostruire, a riappropriarsi della propria esistenza.
Noi persone, sedute in cerchio, senza oggetti interposti tra noi, scegliamo di affrontare un tema già emerso o proponiamo altro sorto da una più immediata esigenza e ne parliamo attraverso il nostro individuale vissuto.
Non ci sono magie, ma concretezza e presenza, non ci sono confidenze e/o segreti, ma il desiderio di migliorare la nostra qualità della vita nella libertà di dire e/o di tacere. Non ci sono smancerie, non ci vogliamo né bene né male, ma ci rispettiamo nelle nostre unicità.
Personalmente esco dal gruppo di auto aiuto in questione con qualche risorsa in più e spesso la notte successiva al gruppo i miei sogni sono significativi e mi offrono ulteriori spunti di riflessione.
Dopo il gruppo (che ha una sua sede fissa-la casa dell’auto aiuto) consumiamo insieme il pasto; un bel modo utile per passare gradualmente da una esperienza intensa alle relative quanto differenti quotidianità: il pasto sancisce il termine definitivo del gruppo senza interrompere le relazioni in modo definitivo.
L’esperienza di cui sto parlando e che sto vivendo ha una lunga storia, essendo l’associazione Prato onlus presente con varie iniziative già da anni sul territorio urbano; la mia aggregazione è abbastanza recente, ma la spinta a continuare in questa direzione si rafforza di volta in volta incoraggiata dalle frequenti conferme e ancor di più dalla trasparenza e dalla chiarezza che sono elementi portanti dell’associazione stessa ed offrono a me personalmente la sicurezza di non venir gestita dall’alto e di non sentirmi oppressa da terrificanti sensi di colpa.
 


Feb 16
Alice nella città di Pulcinella...

di alice banfi


Napoli tra chiari, scuri e la sua follia

Napoli - Foto di Selenia MorgilloParto da Cagliari dove ho appena presentato il libro, un’ora e mezza di volo ed atterro a Napoli. Esco dall’aeroporto e mi siedo su un vaso a fumare la tanto attesa sigaretta. Poi trascinandomi dietro le valige prendo un taxi. Ormai ho capito che i taxisti sono “la voce del popolo” quindi ci parlo e li ascolto. Mi siedo davanti, partiamo, ho un po’ di mal di testa e mi massaggio le tempie. “Signorina lei pensa troppo”.
“No, veramente ho solo mal di testa”.
“Cosa fa qui a Napoli? È per lavoro?”
“Sì, presento un libro… Il libro che ho scritto”.
“Ah! È scrittrice! Ecco perché pensa troppo”.
“Ma non penso troppo, ho mal di testa”.
“E che libro ha scritto? Mica un libro come quello là… di quello… come si chiama… Saviano?”.
“Be’, no…”
“Bisogna parlare bene della propria città, dire tutte le cose belle che ci sono”.
“Ma io parlo di Milano… Circa… Insomma della psichiatria di Milano e sì ne parlo male…”
“Come? Guardi che poi i milanesi non la vogliono più”.
“Ma io parlo male della psichiatria, magari gli psichiatri non mi vorranno più… Magari!”
“Non va bene. Perché voi scrittori non raccontate delle cose belle?”
“Perché la psichiatria di Milano fa schifo, poi non me ne frega un cazzo se i milanesi non mi vogliono ma non credo accada, non sono così importante”.
“E perché parla di psichiatria? Ci ha lavorato?”
“No, veramente ci sono stata… Ricoverata intendo”.
“E perché? Sei matta?”
“Così dicevano gli psichiatri”.

Il taxista si volta un attimo verso di me.
“Devo ritornare indietro?”
“Perché?”
Rallenta l’auto e si volta di nuovo verso di me, sgrana gli occhi e accende la luce per vedermi meglio. Anch’io mi volto e lo guardo fisso.
“Le sembro matta?”
“No, la vedo bene!”
Spegne la luce e si volta.
Penso… “Grazie per la diagnosi positiva!” e mi viene da ridere, ma mi trattengo.
Arriviamo nei pressi dell’hotel. “Signorina non siamo in una bella zona, se vuole andare a mangiare di là c’è Michele, fanno la pizza più buona di Napoli, di là non vada che è pericoloso, di là nemmeno… Insomma stia attenta”.
“La ringrazio, quanto le devo?”
“Sono 10 euro, più il bagaglio più il supplemento aeroporto 18 euro”,
“Cazz… va bene”.
Penso che mi abbia fregato. Forse no, non voglio avere pregiudizi… Ma forse sì, insomma 18 euro invece che 10! Va be’, entro in albergo, dietro il bancone della reception un uomo fuma, davanti a lui un posacenere stracolmo di cicche (ottimo, così posso fumare anche io!), si alza e mi accompagna alla camera. Sono stanchissima, mi rinfresco velocemente ed esco in cerca di una pizzeria. Cammino, mi guardo attorno.
“Scusi sa dov’è la pizzeria da Michele?”
Si volta quella che pensavo una signorina da strada, in parte lo è, ma in versione più mascolina.
“Che vuoi? No, no, non so niente”.
Mi gracchia in faccia. Alle sue spalle un uomo la spintona via “ma stai zitta!” e a me “mi scusi, signorina! deve andare per quella via lì”.
Ha la faccia da pappone, forse è un pappone. Lo ringrazio e proseguo per la via indicatami.
È buio. Non c’è nessuno ed è buio. Ho paura. Anzi me la sto facendo addosso.
Dio, tra quanto arrivo? Ho il cuore in gola. Ma è possibile una via così grossa tutta buia?! Cazzo, cazzo, cazzo.
Finalmente arrivo ad una pizzeria ed entro. Ho le sopracciglia aggrottate, è la finta faccia da criminale che faccio sempre quando mi sento in pericolo… Non so se gli altri la vedono, ma io me la sento, mi fa sentire più forte e sicura.
Mi siedo al tavolo ed ordino una margherita. Finalmente un po’ di tranquillità. Mangio, bevo, fumo… Sì, sto decisamente meglio, ma devo ripercorrere la strada buia verso l’hotel.
Telefono a un’amica. “Fammi compagnia, ho una paura tremenda, raccontami qualche cosa”.
“Perché non chiami la polizia, i carabinieri?”
“Ma che dici? Ho bisogno solo di fare questa strada, ancora un attimo ed è finita”.
Mi parla, mi fa ridere e non pensare. Arrivo alla piazza. “Ok, ora sono salva, eh! Grazie davvero, sono quasi all’albergo”. Salgo in stanza e mi butto sul letto… Ma dove diavolo sono finita? Chiamo il fidanzato di mia sorella che è napoletano. “Ciao Ugo, sono in piazza….. Sai dirmi niente?”
“Sì, è una delle zone più pericolose di Napoli, ma la mattina c’è un mercato pazzesco… pericolosissimo, ma bello”.
“Sh! Ok, grazie”.
Cerco di distrarmi e accendo la TV. Sull’uno niente, sul due niente, sul cinque… Matrix, ospite Roberto Saviano. Lo guardo e mi commuovo nel vedere questo ragazzo che soffre in modo evidente mentre gli mostrano una serie di interviste a suoi concittadini e scritte sui muri di Napoli: “Saviano tossico”. Non credo si aspettasse tutto questo quando ha scritto Gomorra.
Non mi piace sentirmi una pecora, non mi piace leggere i libri che vanno per la maggiore. Non ho letto “Va’ dove ti porta il cuore”, non so nemmeno di cosa parli e ne vado fiera, be’ non ho letto nemmeno “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, ci ho provato anni fa ma non ce l’ho proprio fatta e di Gomorra ne ho letto solo piccole parti saltando qua e là. Dei punti sono noiosi al di là dell’importante contenuto, altri passaggi sono veramente geniali, una scrittura bellissima, da invidia, da farmi venire i nervi, e un coraggio che mi fa sprofondare e sentire veramente piccola.
L’invidia è un sentimento che non mi piace, che ho sentito davvero poche volte nella vita e mi schifo da sola quando lo provo, mi vergogno di me stessa. Quando ero in prima liceo artistico avevo un compagno che disegnava davvero bene, meglio di me. Tutti si alzavano a guardare i disegni degli altri durante la lezione, talvolta qualcuno veniva a dirmi “hai visto il disegno di Paolo? È bellissimo”. Io non alzavo nemmeno la testa, sapevo che era bello e mi rifiutavo di andarlo a vedere, mi veniva il nervoso. Non sopportavo di sentirmi così. Ora, forse per giustificare questo sentimento, penso che la mia invidia verso qualcuno sia la massima ammirazione, riesco a superare questo stato e apprezzare in modo sincero le opere degli altri.
Tutto questo per dire cosa? Che probabilmente non ho continuato a leggere Gomorra per difendermi da questo sentimento, per far passare un po’ di tempo, ridimensionarmi e capire cosa realmente provo nel leggere di questo scrittore. Direi che è servito o non mi ritroverei in lacrime leggendo la lettera di Saviano pubblicata da Repubblica.
Beh, mi addormento guardando Matrix. Poi un rumore infernale mi sveglia, mi alzo e mi affaccio alla finestra. Ci sono la bellezza di otto cassonetti tutti in fila e un camion della nettezza urbana che li svuota. Mi chiedo se gli spazzini di Napoli hanno lo stesso stipendio degli spazzini di Milano. Torno a dormire ma dopo poche ore ancora casino… Mi rialzo, guardo fuori, è un altro camion che ritira la spazzatura. C’è un prefabbricato di fronte a me, sul tetto altra spazzatura ma non credo arriverà un elicottero a ritirarla. Dormo ancora un po’. Sono le nove e mi decido ad alzarmi definitivamente. Sistemo le valigie, penso a un posto dove mettere i soldi… Nella valigia infilati dentro ai calzini. È un luogo banale ma da qualche parte li devo pur mettere e non voglio portarmeli dietro. Bene, pago la camera d’albergo, appoggio le valigie e chiedo informazioni al gestore dell’hotel. “Sa dirmi dov’è questa via? Devo andare in questo albergo qui”.
“Sì, non è lontana, ma non ci sono alberghi”.
“Ci deve essere!”
Insomma, me l’ha prenotato la cooperativa Dedus, mi hanno invitata loro per la presentazione.
“No, signorina, non c’è”.
“Provi a guardare su internet”
“Niente hotel né b&b né agriturismi”.
Ma cazzo! Chiamo la ragazza che si è occupata dell’organizzazione e mi riconferma che l’albergo è lì. Vado a fare colazione nel bar accanto, c’è il mercato fuori, ma non mi interessa. Bevo un caffè… Non è vero, bevo una coca cola e mi alzo per tornare in hotel. Ma no! Faccio due passi così capisco in che via devo andare. E faccio veramente due passi, tutta attenta alla mia borsa a tracolla… Toh! il gioco delle tre tavolette! Non l’ho mai visto fare e quindi mi fermo solo e solamente per guardare. Mi si affianca un ragazzone. “L’hai mai visto?”.
“No, mai”.
“Io l’ho visto fare a Roma. Sono velocissimi, prima te la fanno vedere e poi la tirano via in un attimo”. Osservo l’uomo che sposta tre campanelle di metallo con sotto una pallina nera. La pallina va di qua, le campanelle di là… Non mi sembra tanto veloce! Un vecchietto punta cento euro e li perde, altri due li vincono.
“Gioca, signorina”.
“No, no, non gioco”.
Ricomincia a far girare campanelle e pallina. Un uomo punta duecento euro. Ma dove li punta? La pallina è là! Il mazziere, il campanaro o come si chiama mi guarda.
“Segna dove l’hai vista”.
“Ma no, non gioco”.
“Ma l’hai vista?”
“Sì, ma non ho puntato”.
“Va be’, l’hai vista o no?”.
“Sì, sì”.
“Sllora segna solo dove l’hai vista e se vinci ti pago”.
Tocco la campanella alla mia destra.
“Tienici su la mano! È questa?”
“Sì”
“Sicura?”
“… Sì, sì”.
Il ragazzo accanto a me punta sulla campanella che ho indicato duecento euro.
“Allora, sicura?”
“Cazzo! Sì”.
Mi sento ribollire il cervello, ho il cuore a mille. Alza la campanella di sinistra, niente e sfila i soldi a uno, guarda me e il ragazzo. “Allora, sicuri?” E noi due “sì, sì” quasi urlando. Alza la campanella e la pallina è lì. Paga il ragazzo poi mi guarda “i soldi li hai?”
“No, non li ho. Non qui”.
“Io ti pago, ma se hai i soldi”.
“Ce li ho”
“Fammi solo vedere i soldi e ti pago questa più il premio”.
“Ti basta vederli e mi paghi?”.
“Ce li hai?”
“Sììì!”
“Allora portali e ti pago”.
Non capisco più un cazzo, mi volto verso il ragazzo che mi fa di sì con la testa, “sto qua io, portali che ti paga”. Boh. Torno all’hotel, entro, il ragazzino dietro al bancone mi guarda mentre frugo nella borsa. “Signorina. non compri nulla fuori, sigarette, stereo, niente, non si fermi nemmeno a guardare”.
“No, no. Non sto… Non compro niente”.
Ecco duecento contate, le arrotolo e le tengo strette in una mano. Penso che forse me le ha fatte prendere per scipparmi, ma io le tengo strette, strette! Arrivo al banchetto. “Allora, i soldi?”
Glieli mostro tenendoli in mano.
“Hai vinto, ora segna la campanella”
“Ancora?”
“Vuoi che ti pago?”
“Ma avevi detto…”
“Il premio del 20 per cento”.
“Eh?”
“Insomma l’hai vista ora?”.
“Sì ma…”
“Tu segnala che ti pago”.
“Ma ho già vinto prima!”
“Appunto, segna e se vinci pago questa e prendi il premio”.
“Il premio?”
“Sì, dai, te l’ho detto prima!”
Non ho capito un cazzo, indico di nuovo la campanella alla mia destra.
“Sicura?”
“Sì”
“Se non vuoi puntare ti do solo il premio… Allora, sicura?”
“Sì… Sì”.
Poi guarda gli altri che hanno puntato a sinistra.
“Sicuri?”
E di nuovo a me. “Magari hai vinto… Non vuoi cambiare? Sicura che è qui?”
Oh, cazzo! “Sì!”
Alza la campanella a sinistra, niente! Mi guarda ancora, “Sììì, sono sicura!”. Alza la campanella di destra… È vuota! “Porca puttana di quella troia, merda di una merda!”
Alza quella centrale, la pallina è lì.
No, no non ci credo… Come cazzo è? E fino a qui “Alice sei cogliona come tanti altri…”
Ma io mi devo sempre distinguere! Ora che fa? Ormai ho il cervello spappolato e davvero non so come mi sfila altri duecento euro. Mi sento un’idiota integrale, mi viene da piangere ma mi sento troppo cogliona per piangere, mi devo trattenere. Non ho più un soldo… solo qualche moneta. Merda!
Torno verso l’albergo, vorrei sparire… Mi allontano guardando quel gruppo di persone mi si avvicina un uomo, “te l’avevo detto che era l’altra!”
“Ma che cazzo dici? Mi hai fatto di sì, sei d’accordo!”
“Ma figurati! Va be’, non giocare più, dai retta a me”.
“MA VAFFANCULO!”
“EHI!”
“Ehi un cazzo!”.
Finalmente mi si ricollegano i neuroni e capisco che l’unica demente a giocare ero io. Una truffa perfetta, sei persone tutte d’accordo al secondo. Come mi odio! Mi siedo all’ingresso dell’hotel con la testa tra le mani, mi viene da piangere ma mi sento troppo umiliata per farlo. Guardo di nuovo fuori… Tutti spariti in un attimo, c’è il vuoto. Non posso far altro che prendere le valigie e andare a piedi all’altro hotel. Tanto non ho più niente, al massimo mi rubano i vestiti. Esausta mi incammino…
Ogni dieci metri chiedo informazioni sulla strada, le valigie continuano a cadermi e sudo come un somaro. Finalmente arrivo a vico Bho n. 16, l’edificio è fatiscente. Mi guardo attorno, non c’è l’ombra di un hotel o b&b, né un citofono. Chiedo ad una signora. “Scusi, qui c’è il b&b Castel?”
“Aspetti… ora glielo dico”
Sparisce un attimo e poi torna. “Sì, è qui al secondo piano, salga pure”.
Salgo le scale, ad accogliermi una giovane donna.
“Salve, non mi hanno avvertito che veniva”.
“Ma ho chiamato ieri l’organizzazione per dire che arrivavo ora”.
“Aspetti, telefono a mio marito”.
Niente, né lei né il marito sanno del mio arrivo. Le mostro il foglietto con le indicazioni e il nome del b&b.
“Ah! Ma non è qui da noi, è al piano di sopra!”
“Come? Di sopra ce n’è un altro?”
“Sì, ma ora non c’è nessuno… Provo a chiamarli, sono amici miei”.
Aspetto impaziente e nessuno risponde al telefono.
“Guardi, io provo ancora, ma tra poco devo andare… Può aspettarli fuori”.
Ma porca di una porca… È possibile vada tutto storto? Aspetto mezz’ora e finalmente arriva la signora del b&b del piano di sopra. Mi mostra la camera e la casa, è tutto molto bello, mi sdraio solo un attimo… La signora mi lascia le chiavi ed esce. Sono incacchiata nera con quelli dell’organizzazione e penso… “maledetti terroni!”… Poi esco da me e mi guardo: “Ma Alice! Non si dice terroni!”, “Uffa! Lo so, lo so”.
Telefono di nuovo ad Ugo, gli chiedo aiuto, non ho soldi e non ho mangiato, mi dà il numero di suo cugino Roberto che a sua volta mi dà un appuntamento per prestarmi assistenza. Mi sento soffocare, sono agitatissima… decido di uscire, ma ho paura… apro un cassetto della cucina, prendo un coltello da bistecca e me lo infilo in borsa (ecco la famosa follia omicida).
Esco esausta e mi siedo in una piazzetta animata aspettando Roberto… scende un po’ la tensione quando…. BUUU! Quattro bambini con una maschera di halloween mi saltano alle spalle. Ah, che nervoso! Li truciderei, il cuore ha ricominciato a battermi all’impazzata, mi si avvicina una zingara e mi chiede dei soldi insistentemente. Alzo gli occhi e la guardo senza dire niente, probabilmente ho una faccia un po’ “tesa” e la signora se ne va immediatamente, ma ne arriva un’altra! Anche lei mi chiede dei soldi, non le rispondo ma lei continua, alzo gli occhi e le urlo “OH!”, mi guarda come se fossi una pazzoide… Eh, eh! Sono davvero esausta e mi sta venendo un freddo cane. Così decido di sedermi a un bar e ordinare un tè caldo, non ho soldi ma spero che Roberto arrivi presto in mio soccorso. Aspetto e aspetto e mi ordino un altro tè e fumo e aspetto… Non posso spostarmi, devo pagare il tè! Cazzo! Ne ordino un terzo sono piena di teina fin sopra i capelli! Mi telefona Roberto per dirmi che a causa del traffico e del bancomat chiuso tarderà un po’, poi mi chiama il padre di Ugo che si offre di venirmi a prendere e ospitarmi a casa sua, ma per timidezza (sembra incredibile) declino l’invito. Finalmente arriva Roberto con la sua fidanzata e con dei soldi salvavita per me, mi indica la strada più sicura per tornare al b&b, lo ringrazio e ci salutiamo. Mi avvio al b&b, le strade sono buie, ma davvero tanto buie e non mi sento affatto sicura. Tengo il coltello in una manica. Ma è possibile che mi sia esaurita tanto? Arrivo al b&b, non c’è anima viva, non c’è una televisione o una radio e mi sento davvero sola… Mi viene da vomitare, è l’ansia o forse è che sono incinta (mi ero dimenticata questo piccolo particolare). O forse entrambe le cose, mi richiama il papà di Ugo, Beppe e gli chiedo di venirmi a prendere. Scrivo un bigliettino di scuse ai proprietari del b&b ed esco ad aspettare Beppe con sua moglie.
Insieme andiamo a mangiare in pizzeria e quando esco il pizzaiolo e un cameriere mi fermano per sapere se sono proprio io, l’Alice che hanno visto intervistata al Tg, quella che ha scritto un libro. Sorrido, “sì sono io”. Con la pancia piena e l’ego accarezzato. Mi sento meglio. Arriviamo a casa di Beppe e sua moglie Anna, sono molto premurosi e li abbraccerei! Mi sdraio sul letto, l’ansia è svanita e in un secondo mi addormento.
Il mattino dopo, visto lo shock, Beppe mi porta a fare un giro turistico, vuole mostrarmi la sua Napoli, quella che ama, legata ai suoi ricordi, è così premuroso verso di me, verso la sua città che me la fa amare in un secondo. Torniamo a casa, pranziamo e io scelgo di non presentare il libro, sono stanca, troppo stanca e anche se mi sento un po’ in colpa ho deciso. Così mi faccio coccolare dalle gentilezze di Beppe e Anna e poi riparto per casa.
Se fossi rimasta e sopravvissuta una settimana forse avrei scritto un libro, Napoli è più pazza di me!



Feb 02
La persona depressa

di nicola pasa


La persona depressa

di David Foster Wallace


“La persona depressa viveva un terribile e incessante dolore emotivo, e l’impossibilità di esternare o tradurre in parole quel dolore era già una componente del dolore e un fattore che contribuiva al suo orrore di fondo.”

Così inizia uno dei racconti più importanti degli ultimi quarant’anni di letteratura americana, uno dei più crudeli, corrosivi, impietosi, veri e divertenti racconti che abbia mai letto. La persona depressa è contenuto nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”, una raccolta di mostri, quasi una versione letteraria e alta del celebre film a episodi “I mostri” uno dei pilastri della commedia all’italiana. La protagonista di questo racconto è una giovane donna, senza nome, il suo nome è la persona depressa e Wallace, l’autore di questo capolavoro, si riferirà a lei ossessivamente in questo modo per tutto il racconto. Il racconto è scritto in terza persona, tutta la realtà descritta viene filtrata dal pensiero ossessivo, patetico, vittimistico e crudele della donna depressa.
Gli altri personaggi del racconto, che sono le vittime di questo mostro, sono il Sistema di sostegno, un gruppo non fisso di ragazze, amiche o conoscenti in cui la persona depressa si è imbattuta durante la sua infanzia e adolescenza di donna depressa, la sua terapeuta, i suoi genitori. Con questi tre soggetti la persona depressa stabilisce le sue relazioni.
I genitori della persona depressa ovviamente si sono separati quando lei era adolescente e ovviamente questo evento traumatico non poteva che condizionare la vita della persona depressa ed è a questo evento e ai consequenziali conflitti tra i genitori e la disputa intorno a chi dovesse assumersi l’onere delle spese odontoiatriche della persona depressa che la persona depressa incoraggiata dalla terapeuta fa risalire le sue condizioni attuali di persona depressa, l’origine della sua depressione e dell’angoscia inesprimibile che la pervade. Va detto che le spese odontoiatriche sono state pagate e che la persona depressa ha avuto sempre quel che ha voluto dai genitori.
Le amiche che la persona depressa ha scelto come sistema di sostegno incoraggiata dalla terapeuta abitano tutte fuori città e per chiamarle la persona depressa deve fare delle interurbane, le chiama sempre in orari impossibili:

“Era umiliante; la persona depressa si sentiva umiliata. Diceva che era umiliante fare un’interurbana a tarda ora a un’amica d’infanzia che chiaramente aveva altro da fare e una vita da condurre e un rapporto di coppia vibrante, sano, intimo, coinvolgente; era umiliante e patetico stare sempre a scusarti perché secchi qualcuno o sentire che devi profonderti in ringraziamenti per il semplice fatto che una ti è amica.”

Osservate che la persona depressa riferisce ogni cosa sempre a se stessa, e il dolore che prova nel disturbare le sue amiche nel cuore della notte costringendole con ricatti manipolatori a restare alla cornetta ad ascoltare le sue pippe autocommiserative e patetiche non è riferito al fastidio provocato nelle amiche ma al suo dolore nell’essere percepita come una persona che disturba nel cuore della notte costringendo con ricatti e manipolazioni ad ascoltare quelle che lei sa è consapevole che sono delle pippe autocommiserative e patetiche.
Questo meccanismo sadico percorre tutte le pagine del racconto e illumina tutti i rapporti interpersonali che la persona depressa affronta nella sua vita di persona depressa.
E quando alla fine la terapeuta si uccide la persona depressa non si dà pace perché soffre nell’essere consapevole che il suo senso di essere stata abbandonata dalla terapeuta è ingiusto e crudele nei confronti della terapeuta e questa cosa l’angoscia e non fa che aumentare la sua depressione.

Per raccontare le contorsioni mentali di questo mostro Wallace utilizza la figura retorica della ripetizione. La scelta di questa figura retorica è essenziale per descrivere la natura ossessiva di questi pensieri, ancora una volta si comprende come una scelta stilistica faccia la differenza in un racconto.
La persona depressa è un racconto comico fondamentalmente, la ripetizione è una figura retorica classica del registro comico, pensate alle barzellette che sono quasi tutte costruite usando la ripetizione. Ovviamente qui non siamo di fronte ad una barzelletta. Ma ad un racconto comico di tipo kafkiano. Cosa c’entra Kafka con Wallace? Faccio finta di non aver sentito la domanda.
Tipico di Wallace è l’utilizzo delle note a piè di pagina, che in genere sono presenti in testi di consultazione, e che in genere si saltano o si consultano con pigrizia. Le note a piè di pagina però nei racconti e nei romanzi di Wallace sono parte integrante del racconto e trascurarle comporta il restare all’oscuro di molte facezie e di gran parte del divertimento.

Wallace come sapete era una persona depressa, lo scorso settembre si è suicidato. Conosceva molto bene le meccaniche psicologiche di chi vive un disagio psichico come conosceva bene le dinamiche relazionali che si stabiliscono tra la persona sofferente e gli altri, che siano i terapeuti o i familiari.
Perché allora si accanisce così tanto con questo individuo da renderlo grottesco e mostruoso nella sua crudeltà e nel suo solipsismo? Perché come tutti i grandi artisti ha colto una verità, l’ha illuminata bene. Quale verità? Che la persona sofferente fa fatica a sentire gli altri. Ovviamente non tutte le persone depresse sono così insensibili e crudeli. E non tutte attuano questo genere di manipolazioni, e probabilmente vi sono persone così che non sono nemmeno depresse. Il dubbio poi che la persona depressa si sia inventata questa depressione per compensare il vuoto interiore angosciante che la pervade serpeggia in tutto il racconto.

Il primo passo avanti nella guarigione lo si fa quando finalmente si comprende l’altro da te come un essere altrettanto fragile e bisognoso di cure. La paranoia che spesso diventa autocommiserazione si nutre di questa insensibilità al dolore altrui. Una persona si sente sola e abbandonata, e incolpa gli altri di questa sua solitudine e di questo abbandono. Non pensando minimamente che forse anche gli altri si sentono abbandonati e soli, magari da questa stessa persona. Se io non ricevo una mail o una telefonata da qualcuno penso subito di essere messo da parte, ma forse sono io che non telefono e non scrivo mai una mail. Provate voi che siete depressi o paranoici a iniziare la giornata chiedendo agli altri “come stai?”, magari a un vostro familiare o al vostro terapeuta, forse vi guarderà stupefatto all’inizio ma credo che la cosa farà piacere.
Concludo con una cosa scritta da Alice Banfi:

Da quel giorno ogni volta (accade spesso) che una parola di un amico mi ferisce o una situazione mi mette in difficoltà, mi siedo e penso: verifico la realtà e qualunque essa sia scarto velocemente le risposte disadattive cercando la risposta più adatta, che per diversi mesi è stata semplicemente quella di scoppiare in lacrime. Ora automaticamente faccio questa “operazione”, quando mi sento abbandonata o ferita, con la consapevolezza che ogni ricaduta mi riporterebbe a rafforzare il vecchio schema cristallizzato, e tender a dare nuovamente risposte disadattive. Diversamente se continuo a dare risposte adattive formo un nuovo schema e con il passare del tempo si fissa nella mia memoria diventando un automatismo. Il limite degli autori del libro ora come ora, penso sia stato credere che al posto delle risposte disadattive si potessero sostituire quelle adattive e che quest’ultime venissero dal soggetto così spontanee come le precedenti. Diversamente penso che solo dopo anni di “esercizio” senza ricadute forse non dovrò più sedermi e metterci come minimo 20 minuti a dare una giusta risposta, forse uscirà da sola come a tutti gli altri accade.


Gen 29
Sorelle

di nicola pasa

Sorelle

Pubblico un racconto che ho scritto lo scorso autunno e che avevo pubblicato sul mio sito, è un racconto che parla fra le altre cose di anoressia, una cosa che ho vissuto e da cui mi sto lentamente separando.

 

Alla fine di questo racconto c’è la morte. Tanto vale che ve lo dica subito. Non ha importanza sapere chi morirà o cosa morirà. Sappiate solo che questo vi attende.
Le sorelle le conobbi un’estate di tanti anni fa.
Venivano da un’altra città, più grande, lontanissima dalla mia. In seguito ho scoperto che non distava la grande città che una decina di chilometri. Le distanze mi sembravano superiori, a misura della mia bici, dilatate quanto il tempo, che a volte sembrava fermarsi, incantarsi come quella vecchia pendola che stava nel salotto di casa. Spesso si bloccava. Mio padre si doveva alzare, interrompendo le sue occupazioni, e sbuffando di impazienza e imprecando al padre da cui l’aveva ereditata, gli doveva assestare una pedata, e quella riprendeva a pendolare. Non so perché mio padre lo facesse. In fondo quella pendola non serviva a niente. Mio padre poteva infischiarsene altamente del suo movimento oscillatorio. Ma probabilmente mio padre aveva paura che il tempo potesse fermarsi con lei.
Ripensandoci mi sembra che non solo io avessi l’ansia che il tempo corresse più veloce. Tutti in famiglia sembravamo terrorizzati da quell’idea, come se restare fermi significasse essere morti, e correre in fretta verso la morte significasse essere vivi. Il fatto è che io odiavo la vita.
Se non avessero preso la casa accanto alla nostra probabilmente non le avrei mai conosciute, voglio dire, se fossero andate a stare solo cinquanta metri più in là non avremmo avuto occasione, io non avrei avuto il coraggio di avvicinarle e loro non mi avrebbero mai notato.
Avevano la mia stessa età ed erano gemelle omozigote. Erano identiche. Solo che quando le vedevi insieme una sembrava in bianco e nero, l’altra sembrava splendere come se fosse ricoperta interamente d’oro e brillanti.
La sorella in bianco e nero si chiamava Emma.
La sorella luccicante si chiamava Sara.
Emma e Sara.
Avevano la pelle molto bianca, capelli lunghi e sottili, biondissimi, quasi bianchi. Avevano occhi chiari, ma quelli di Emma erano di un colore più smorto, sul celeste, mentre quelli di Sara erano azzurri e luccicavano come lei.
Non tutti facevano caso alle differenze tra le due sorelle ma io le avevo notate subito. Tra le due spiccava sempre Sara. Emma sembrava sempre un po’ eclissata.

Il primo giorno che le vidi Sara era nel giardino e saltava, sembrava sprizzare di salute e di gioia di vivere. Il mio cane, Lupone, un pastore tedesco enorme ma tenero come un cucciolo le saltava attorno. Io lo chiamai e lei così mi vide.
Mi chiese come si chiamava. Glielo dissi. Non volle sapere il mio nome. Si mise a far carezze al mio cane che sembrava essersi innamorato all’istante di lei. Le chiesi il suo nome. Lei mi rispose dopo un po’, quasi formale, ma sforzandosi di essere amabile. Solo allora vidi la sorella. Era seduta sotto il portico, si teneva la testa tra le mani e mi guardava. Non riuscii a comprendere l’intenzione di quello sguardo attento. Non traspariva nessuna emozione e nessuna particolare espressione nel suo viso. E’ così che mi apparvero la prima volta.
‘Ah quella è mia sorella Emma’, disse senza nemmeno voltarsi a indicarmela. Doveva aver intuito che mi ero accorto di lei anche se non mi guardava per niente e sembrava solo dedita al mio cane.
‘Io sono Alberto’, le urlai.
Lei rimase impassibile anche se poi smise di guardarmi.
‘Cos’ha tua sorella?’, chiesi a Sara.
‘Niente. Adesso devo andare. Ciao Lupone’.
Corse su per gli scalini e prese Emma per un braccio trascinandola in casa.
‘Hai fatto conquiste’, dissi al mio cane stupito quanto me dell’improvvisa fuga della ragazza.

Raccontai a mia madre delle nuove vicine e lei disse che aveva conosciuto già i loro genitori e che li aveva invitati a cena per l’indomani. Disse che erano persone molto simpatiche e colte.
Andai a letto con una strana eccitazione addosso. Dalla mia finestra vedevo la casa dei vicini. La finestra illuminata delle due sorelle mostrava una stanza simmetrica: due letti identici, i comodini opposti, così come gli armadi: sembrava una stanza allo specchio. Quando entrarono nella stanza da due porte opposte smisi di guardare e richiusi la finestra.

Rivedo la scena al rallentatore, i due genitori, alti, sani e sorridenti, e dietro loro due, Emma e Sara, bellissime a loro modo entrambe, il sole e la luna, la luce e il buio, ero innamorato ma non sapevo se di una in particolare o di entrambe, soprattutto mi chiedevo se non fossi stregato dalla loro inscindibilità.

A tavola parlarono solo i nostri genitori. Sara ed Emma erano sedute di fronte a me. Stavano in silenzio. Sara mangiava con appetito, Emma con fatica. Sara sorrideva sempre. Emma era cupa.
Sara non mi guardava mai. Emma ogni tanto mi guardava. Non sentivo il calore del suo sguardo, i suoi occhi erano così tristi.

Dopo il dolce i nostri genitori andarono nel salotto a parlare, noi tre uscimmo nella veranda.
‘Che cosa ti piace fare che ti piace fare veramente?’. Mi chiese Sara.
‘Niente. A parte leggere e scrivere’. Dissi, mi sembrò una risposta originale. Le due sorelle si erano sedute ai due lati rispetto a me. Sara parlava senza guardarmi. Emma sembrava impassibile ma sentivo un affanno in lei.
‘Sei uno scrittore? A me non piacciono gli artisti’.
‘A me sì’, disse Emma.
‘Emma non dire cazzate, quando mai ti sono piaciuti gli artisti?’.
Emma mi sfiorò impercettibilmente la mano, il cuore fece un balzo pazzesco. Pensai che se ne fossero accorte.
Sara fece una smorfia di disgusto e si sfregò la mano.
‘Non sono un artista, scrivo’.
‘Cosa scrivi?’, chiese Emma.
‘Racconti dell’orrore’. Ricambiai lo sfioramento della mano. Ero eccitato.
‘Non mi piacciono i racconti dell’orrore’, disse Sara. Mi sfiorò anche lei, mi alitò sul collo, profumo di limone.
‘A me piacciono molto’. Emma mi strinse la mano.
‘Se vuoi te ne leggo uno’.
‘Sì ti prego’. Si voltò verso di me e mi fissò negli occhi.
‘Vieni su con me allora, li tengo in un quaderno’.
‘Sì’.
‘Blah’, fece Sara. E se ne andò via lasciandoci da soli.

Salimmo io ed Emma in camera mia senza farci sentire dai nostri genitori che parlavano allegri e bevevano drink.
Emma si sedette sul mio letto. Io presi il quaderno dove scrivevo le mie storie. Non riuscii nemmeno ad aprirlo. Ci baciammo sul letto. Prima da seduti. Poi ci sdraiammo insieme e facemmo una cosa simile all’amore però con i vestiti addosso. Ci baciavamo con passione, con la lingua voglio dire e ci dicevamo delle cose tenere. Io esploravo il suo corpo con le mani. Mi concentravo sui seni. Non avevo mai toccato i seni di una ragazza. Erano piccoli e morbidi. Dopo un po’ ci alzammo e ci mettemmo a parlare. La finestra della loro camera era accesa, dentro si vedeva Sara che ci guardava dal suo letto. Noi eravamo al buio. Accendemmo una lampada e ci mettemmo sotto le coperte.
‘Tua sorella è strana’.
‘Pensavo di essere io quella strana’.
‘Anche tu sei un po’ strana’.
‘Forse volevi dire che lei è un po’ stronza’.
‘Non vuoi bene a tua sorella?’.
‘Perché? Dovrei volerle bene?’.
‘Io se avessi una sorella o un fratello ci vorrei bene’.
‘Lo dici perché non ne hai’.
‘Sei strana’.
‘Anche tu’.
‘No, io non sono strano, sono una nullità’.
‘Chi te l’ha detto?’.
‘Nessuno, è un mio pensiero’.
‘Balle’.
‘Sul serio?’.
‘Hai amici?’.
‘No, non ne ho’.
‘Neanch’io ho degli amici, ho solo mia sorella’.
‘Voi siete gemelle, vero?’.
‘Certo, omozigote, perché non si vede?’.
‘Sì. Però siete diverse’.
‘Certo che siamo diverse. Lei è una stronza. Io sono strana’.
Mi fece ridere.
‘Sei molto divertente, sei sempre così seria’.
‘Non sono seria, sono come il sole quando è coperto da una nuvola’.
‘Tutto il cielo lo prende tua sorella, vero?’.
‘Sì, si prende tutto lei, e si prenderà anche te’.
‘No, che non mi prenderà’.
‘Sì che lo farà’.
‘Perché sei così sicura?’.
‘Lei si prende sempre tutto, a me non rimane mai nulla’.
‘A me piaci tu’.
‘Lo dici solo perché sono stata la prima a venire con te’.
‘Non è vero’.
‘Sì che è vero, tu avresti preferito lei’.
In realtà avrei voluto entrambe ma come fare a dirle una cosa del genere.
‘Vuoi fare l’amore?’, mi disse di colpo.
‘Non lo so, non l’ho mai fatto, sì, penso di sì’.
‘Lo facciamo domani, stasera non mi va, mi va di baciarci’.
E così riprendemmo a baciarci finché non sentimmo le voci dei nostri genitori che ci chiamavano.
Emma uscì dalla stanza sistemandosi il vestito che si era tutto stropicciato. Io mi avvicinai alla finestra e guardai Sara. Era seduta nel letto e mi guardava fissa. Poi disse qualcosa ma non capii, non so leggere le labbra. Mi mandò un bacio e poi spense la luce. Restai a guardarla nel buio. Una falena fece un giro attorno al lampione. Nel cielo brillava una mezza luna. Nuvoloni scuri si preparavano a invadere il cielo da Est. Domani ci sarebbe stata pioggia. E io avrei fatto l’amore.

Lo facemmo nel loro garage, sui sedili posteriori della macchina della mamma di Emma. I suoi genitori erano andati in città con Sara. Emma aveva detto che non aveva voglia di andare con loro. Sara l’aveva presa un po’ in giro. I genitori non avevano fatto una piega. Erano abituati all’indolenza di Emma.
Sulle prime avevamo pensato di andare nella camera di Emma e farlo nel suo letto oppure in quello di Sara, ma Emma aveva pensato che la prima volta doveva essere un po’ selvaggia, che per il letto e le comodità c’era tempo, così lei aveva preso un plaid da un armadio della camera dei suoi genitori e ci eravamo infilati nella macchina di sua mamma. Fuori pioveva. Sentivamo la pioggia battere sulla porta di lamiera del garage. Lei si tolse il vestito e restò in mutandine e reggiseno. La guardai con attenzione. La sua pelle era pallida e tenera. Lei mi guardò storta. Allora mi spogliai anch’io. Tenni solo le mutande. Lei soffocò una risatina quando vide il mio cazzo duro gonfiare le mutande.
‘Sembra una tenda da circo’, disse e diventò rossa. Il primo colore che vidi sul suo volto.
Ci baciammo con tenerezza. E poi lei si tolse il resto. Io mi tolsi le mutande e le montai addosso.
Mi sussurrò di non preoccuparsi se lei si lamentava del dolore. Inizialmente sentii resistenza poi scivolai dentro senza fatica. Mi piaceva un sacco. Sentivo un fuoco partire dal pube e invadermi tutto. Lo facemmo per un po’ ansimando sotto il plaid finché io non venni dentro di lei. Ci baciammo con passione e poi ci rimettemmo qualcosa, non tutto.
Sotto il plaid parlammo un po’.
‘Non devi preoccuparti’.
‘Ti aiuterò a pulire’.
‘Non parlo della macchina. Non posso avere ancora bambini’.
‘Che cosa?’.
‘Non sai come si fanno i bambini?’.
‘Certo che lo so, però bisogna essere grandi per farli, me lo ha detto la mamma’.
‘Beata ingenuità. Io non posso avere bambini perché non ho ancora le mie cose’.
‘Le tue cose?’.
‘Non sai proprio niente. Io l’ho letto nell’enciclopedia. Se un ragazzo mette il seme nella fica della sua ragazza la ragazza resta incinta e dopo nove mesi partorisce un bambino. Ma solo se la ragazza è diventata donna. Per diventare donne bisogna avere le mestruazioni’.
‘Io ti ho messo dentro qualcosa…’.
‘Non ti sei accorto? Guardati il cazzo’.
Lo guardai, la cappella era sporca di un fluido biancastro, simile a quello che mi veniva di notte, però più denso.
‘Ho sentito un gran piacere ma non mi sono accorto di averti messo dentro qualcosa’.
‘Mi hai messo dentro lo sperma, ma forse tu lo chiami sborra’.
‘Questa è la famosa sborra allora? Ne ho sentito parlare’.
‘Sei proprio un pivello’.
‘Ma tu l’hai già fatto altre volte?’.
‘No, era la prima volta, il sangue che vedi esce solo la prima volta’.
‘Mi ha fatto impressione’.
‘Non ti piace il sangue? Eppure se scrivi racconti dell’orrore…’.
‘Ha un odore brutto. Ma ora ti verranno le tue cose?’.
‘No, le mie cose vengono quando devono venire, non lo sa nessuno quando vengono, solo a te perché ti esce del sangue’.
‘A tua sorella sono venute le sue cose?’.
‘No, ci verranno lo stesso giorno’.
Silenzio.

‘Io ti piaccio’, le chiesi dopo un po’.
‘Sì. Certo che mi piaci’.
‘Anche tu mi piaci’.
‘Grazie’.
‘Ti piacciono davvero gli artisti?’.
‘Sì, ma tu sei il primo che conosco’.
‘E allora come fai a sapere che ti piacciono’.
‘Tu mi piaci’.
‘Però non hai ancora letto nulla di quello che scrivo’.
‘Ho detto che mi piaci tu, non quello che scrivi’.
‘Vuoi leggere qualcosa?’.
‘No, raccontami tu una storia’.
‘Non sono bravo a raccontare’.
‘E allora perché scrivi?’.
‘No, volevo dire che non sono bravo a raccontare con la voce’.
‘Hai mai provato?’.
‘No’.
‘E allora come fai a sapere che non sei bravo?’.
‘Quando parlo nessuno mi ascolta’.
‘Io ti ascolto. Racconta’.
‘Sto scrivendo un racconto su un bambino che viene lasciato solo in casa di notte’.
‘Interessante, vai avanti’.
‘Mi piaci molto Emma’.
‘Fa parte del racconto?’.
‘No. Bé c’è questo bambino che viene lasciato da solo in casa di notte, perché i genitori sono andati ad una festa’.
‘Che genere di festa?’.
‘Ha importanza?’.
‘Sì, l’arte richiede precisione’.
‘Come lo sai?’.
‘Così’.
‘Va bene, vanno ad una festa di Halloween’.
‘Come mai non lo lasciano con una baby sitter?’.
‘Perché altrimenti non fa paura’.
‘Una storia deve essere credibile per fare paura’.
‘Ok, non lo lasciano con la baby sitter perché sono due genitori stronzi’.
‘Così mi piaci’.
‘Sono genitori che se ne strafregano del loro bambino, pensano solo a divertirsi, e non lo stanno mai a sentire, voglio dire se ha qualcosa che non va, se piange per un niente, se torna a casa da scuola triste, non si chiedono mai perché non ha uno straccio di amico, per loro è tutto a posto, va tutto bene, e quando lui si mette a piangere di notte loro chiudono la porta della camera per non sentirlo e lui soffoca le lacrime sotto le coperte’.
‘Ok, mi hai convinto, procedi’.
‘Così questo bambino quando i genitori sono usciti scende nella sala e accende la tv. Lo fa perché da solo nella sua stanza si sente più solo rispetto a quando è nella sala con la tv accesa. Poi per farsi compagnia prende del cibo dal frigo semivuoto, trova del pollo avanzato la sera prima e del formaggio spalmabile, prende del pane secco e torna in sala sul divano. Mangia e guarda la tv nel silenzio della casa e nella solitudine e nel buio. Però a un certo punto sente un rumore fuori, forse è il vento ma forse non lo è’.
‘Non fa paura’.
‘Non è mica finita’.
‘E quand’è che fa paura?’.
‘Non lo so’.
‘E’ più triste che paurosa. Continua, mi piace’.
‘Allora il bambino spegne la tv’.
‘Perché?’.
‘Perché così sente meglio il rumore e può capire se è un rumore di cui può aver paura o no’.
‘Io avrei alzato il volume e mi sarei messa a dormire’.
‘Io avrei fatto come lui, sono curioso. Comunque tende l’orecchio nel silenzio più assoluto. Si sente solo il rumore del vento e della pioggia che sferza i vetri. Il rumore strano non c’è più. Allora sta per riaccendere la tv quando si sente di nuovo quel rumore così strano. Ma tu stai tremando?’.
‘Ho freddo, abbracciami forte’. Così l’abbracciai e la strinsi forte a me.
‘Hai paura?’.
‘Un pochino ma se tu mi abbracci ho meno paura’.
‘Continuo la storia?’.
‘Sì vai avanti’.
Non aveva paura per niente, era una scusa per stare abbracciati. Anni dopo ho capito che non avevo la stoffa dello scrittore horror e mi sarei specializzato in storie deprimenti.
Comunque non andai avanti, volevo stare con lei, le mie storie mi facevano compagnia quando mi sentivo solo ma ora stavo con lei e mi sentivo così bene e felice.
‘Non possiamo stare qui ancora molto. I miei saranno di ritorno per pranzo, devo apparecchiare’.
‘Vuoi una mano?’.
‘No, aiutami solo a rivestirmi’.

Mentre rientravo in casa arrivò la macchina dei suoi genitori. Sara si precipitò giù dall’automobile e mi raggiunse prima che io fossi già dentro, al sicuro.
‘L’avete fatto’ mi disse con le gote accese.
‘Che cosa?’.
‘Non fare il finto tonto, so che l’avete fatto, l’ho sentito’.
Non mi diede il tempo di rispondere che si allontanò di corsa verso i suoi genitori che stavano scaricando la spesa dall’automobile. I suoi capelli dorati fluttuavano nell’aria. Sentivo un profumo di shampoo da discount. Mi piaceva.

Il pomeriggio Emma non uscì di casa. Io non avevo il coraggio di avvicinarmi. Guardai la loro finestra dalla mia camera ma era chiusa e non filtrava nessuna luce sotto le persiane.
La sera tornai alla finestra. La loro era aperta e la stanza era illuminata e vuota. Spensi la luce della mia stanza e restai nel buio a guardare. Entrarono tutte e due dalle due porte opposte. Se non fossero state così diverse ai miei occhi mi sarebbe sembrata una scena specchiata. Emma sembrava più spenta e più magra. Sara risplendeva. Si misero a letto e mi guardarono entrambe. Sara sorrideva soddisfatta. Emma era come se piangesse ma senza lacrime. Mi vedevano nel buio. Entrò la loro mamma e chiuse la finestra senza vedermi.

Il mattino dopo andai a suonare alla porta di casa. Mi aprì la mamma. Dissi che volevo parlare con Emma. Lei mi fece entrare, disse che era di sopra e che era molto stanca e che se volevo potevo giocare con Sara. Ma io non volevo Sara. Entrai nella camera e vidi Sara nel letto di Emma. Chiesi a Sara dove fosse Emma. Lei mi disse che era lei Emma e di non fare lo stupido. Ma io sapevo che lei era Sara, vedevo la sua pelle brillare, e i suoi occhi erano luminosi. Emma non era così.
‘Dov’è Emma?’, dissi.
‘Uffa, sei un cretino, che cosa ci trova Emma in un cretino come te…’.
‘Sono qui’. Era alle mie spalle. Mi voltai e la vidi. Com’ero felice di vederla. Anche se sembrava più triste di ieri e più smunta. La presi per mano e la portai fuori con me.
‘Ti va di andare in un posto?’, le dissi quando eravamo fuori di casa.
‘Dove mi porti? Sono un po’ stanca’.
‘E’ la biblioteca comunale, non è lontana, ti ci porto in bici, vedrai ti piacerà’.
Così la feci montare sul sellino della mia bici da cross mentre io pedalavo in piedi. Lei mi strinse per non cadere mentre pedalavo. Ero felice. Arrivammo nei pressi della biblioteca in pochi minuti. La biblioteca era dentro il Parco, vicino al ponte sul laghetto, un posto dove ci andavano sempre gli adolescenti innamorati. Mentre passavamo sul ponte immaginai noi due mentre ci tenevamo per mano lì in riva al laghetto e che davamo da mangiare alle anatre.
Quasi mi fece dispiacere quando lei allentò la presa sui miei fianchi e scese dalla bici, ma poi lei mi diede la mano. Senza che io gliela chiedessi, lo fece di sua iniziativa e questo mi fece battere il cuore e mi fece sentire anche un po’ stupido.

Mi sentii molto orgoglioso e più grande quando entrai con lei nella biblioteca. Salutai la signorina Marti che dietro i suoi occhiali spessi mi sorrise. La signorina Marti era una zitella. Era molto simpatica, non era acida come sono in genere le zitelle. Mia madre una volta aveva detto che una sua amica era una zitella acida. Io l’unica cosa acida che conoscevo era lo yougurt e così pensavo che essere zitella voleva dire sapere un po’ di yougurt ed era per questo che gli uomini non ti si filavano, perché lo yougurt è buono ma sapere di yougurt non tanto. Però la signorina Marti non sapeva di yougurt e quindi la teoria andava a farsi benedire.
Ci sedemmo io ed Emma a un tavolino dopo aver preso dei libroni pieni di illustrazioni di animali. Mentre li sfogliavamo stavamo vicini e ogni tanto io mi accostavo a lei e aspiravo il profumo dei suoi capelli. Aveva lo stesso profumo di shampoo della sorella, ma c’era anche l’odore del sudore. Mi piaceva.
‘Tu sai perché le zitelle sono acide?’, chiesi dopo un po’.
‘Perché non fanno sesso’.
‘Se non fai sesso diventi acido’.
‘Sì’.
‘Noi due abbiamo fatto sesso, giusto?’.
‘Sì’.
‘Non possiamo diventare acidi allora?’.
‘No’.
‘Tua sorella però sì’.
Lei mi sorrise.
‘Sì, mia sorella è un po’ acida ultimamente’. Mi diede un bacio e io per un istante la vidi brillare come Sara.
‘Sara puzza di yougurt?’.
Mi guardò.
‘Come sarebbe?’.
Rinunciai ad approfondire. Col tempo imparai a fare i conti con le metafore e a inventare le mie.

‘Tu passi il tuo tempo qua dentro?’.
‘Sì, qua non c’è nessuno che ti rompe d’estate’.
‘Portami via’.
‘Va bene, ti riporto a casa’.
Ma lei non voleva che la riportassi a casa. Mi rivolse uno sguardo implorante.
‘Dove vuoi andare?’.
‘Dove non c’è nessuno’.
‘Non conosco un posto dove non c’è nessuno’.
‘Se non mi porti via io morirò’.
‘No che non morirai’.
‘Sì che morirò’.
‘Non puoi morire. Sei troppo piccola’.
‘Tutti possono morire, non c’è un’età in cui si può morire e un’età in cui non si può morire’.
‘Sì che c’è, i bambini non possono morire’.
‘Tu non capisci’.
No, non capivo, e mi venne da piangere.

La portai nel parco nel folto del bosco e facemmo l’amore. Poi tornammo a casa.
La sera guardai la loro finestra seduto sul letto nel buio. Loro erano sdraiate e mi guardavano. Sara sembrava splendere. Emma era rigida e tetra. Le mandai un bacio. Poi si spense la luce e io vidi i loro occhi brillare nel buio come quelli dei gatti.

I giorni successivi Emma non uscì di casa. Andai a chiamarla un sacco di volte ma sua madre mi disse che stava poco bene. La loro finestra era sempre chiusa. Non filtrava nessuna luce.

Feci anche delle telefonate. Una volta rispose Sara.
‘Lo so che sei tu’.
Io stavo in silenzio.
‘Emma non vuole più vederti’.
‘Non è vero’.
‘Sì che è vero, lei non ti ama’.
‘Fammi parlare con lei’.
‘Non vuole venire al telefono’.
‘Sei solo invidiosa e acida’.
Riattaccò.

Un pomeriggio vidi uscire di casa i loro genitori. Entrai in casa loro usando la porta del garage. La casa era immersa nel buio e nel silenzio. Salii verso la loro camera. Sentivo parlare Sara.
Entrai e vidi Sara davanti allo specchio. Parlava con se stessa. Lei fece finta di non vedermi. Non vedevo Emma.
‘Dov’è Emma?’.
Lei mi rispose da dentro lo specchio.
‘Ciao, sono qui, non mi vedi?’.
‘Tu sei Sara, non sei Emma’.
‘Come puoi dire che non sono Emma’.
‘Emma è diversa’.
‘Sei uno stupido’.
Presi un fermacarte dalla scrivania di Sara e lo lanciai contro lo specchio che andò in frantumi. Sara si mise ad urlare come impazzita. Allora sentii un debole lamento dal bagno.
Emma era curva sul cesso. Era grigia e molto più magra.
‘Che cazzo fai?’.
‘Vattene’.
Sara era alle mie spalle.
‘Sì vattene, non vedi che la fai stare male’.
‘Ma Emma io non ti ho fatto niente’.
Emma mi guardò, aveva la bocca sporca di vomito e gli occhi un po’ arrossati. Però si vedeva che mi voleva bene.
‘Esci ora, più tardi esco e parliamo’.
‘Va bene’. Mi venne voglia di darle un bacio. Sara fece un moto di disgusto. Non mi fregava niente del vomito, la baciai in bocca e poi me ne andai.

Aspettai sotto la veranda in compagnia di un libro di Stephen King. Non so se l’avete letto, si intitolava Ossessione. Parlava di un ragazzo che andava a scuola con una pistola e a un certo punto sbroccava e dopo aver ucciso una professoressa cominciava a fare una specie di gioco della verità con i suoi compagni di classe invitandoli a vomitare fuori tutto il marcio che avevano e tutti i loro risentimenti. Gran bel libro.
E mentre leggevo questo bel libro e nel mezzo del brano in cui la cicciona complessata litiga con la figa della classe arrivò Sara.
‘Stai sempre seduto a non fare un cazzo’.
‘Sto leggendo’.
‘Appunto. Sei noioso’.
‘Perché sei venuta qui se mi trovi noioso?’.
‘Perché mi piaci’.
‘Non è vero’.
Lei fece spallucce.
‘Mi annoio qui, dove stavamo prima avevo un sacco di amici’. Si sedette al mio fianco. Mentre parlava dondolava le gambe e masticava un capello.
‘Anche qui è pieno di ragazzini, basta che cammini lungo la strada e ne trovi quanti ne vuoi’.
‘Perché tu stai sempre solo?’.
‘Non mi piacciono i ragazzi che vivono qui’.
‘E che cosa non ti piace di loro?’.
Ci pensai su. Non avevo in realtà grossi argomenti in loro sfavore.
‘Non lo so, sono diversi’.
‘Sei tu che sei diverso. Sei strano e noioso. Fate proprio una bella coppia’.
Non replicai. Forse aveva ragione. Le dinamiche dell’attrazione sono complesse. Oppure molto semplici. Due persone si conoscono, sono entrambe noiose e insignificanti. Si mettono insieme e da due persone noiose e insignificanti nasce una coppia noiosa e insignificante.
Quando riemersi dalle mie confabulazioni che non erano per nulla quelle sopra riportate e che in qualche modo c’entravano con le gambe lisce di Sara chiesi:
‘Che cosa succede a Emma?’.
‘Non si sa. Non gli va mai di mangiare e quando mangia perché papà altrimenti le dice che la mena poi vomita in bagno. E’ stupida’.
‘Non ti dice perché fa così’.
‘No, non ne parliamo mai’.
‘Io ci parlo con lei. E’ simpatica’.
‘Ti è simpatica perché è venuta con te’.
‘Non è vero’.
‘Sì che è vero. Se fossi venuta io con te allora sarei io quella simpatica’.
‘Non mi saresti simpatica in nessun caso’.
‘Scommettiamo?’.
‘Che vuoi dire?’.

Andammo dietro la loro casa, in un piccolo ripostiglio dove il padre teneva gli attrezzi da giardinaggio e altre cose. Prima ci baciammo un po’. Poi lei mi slacciò i pantaloni e mi tirò fuori l’uccello. Me lo guardò e poi fece una cosa strana. Lo prese in bocca. Solo la punta perché il resto non ci stava.
Era una cosa strana. La sua lingua mi dava fastidio a volte ma la morbidezza delle labbra attorno alla cappella mi dava un grande piacere. Con la mano me lo accarezzò e io le sborrai quasi in faccia.
Lei si rimise in piedi e si pulì la faccia con un fazzoletto.
‘Ora ti sono simpatica, vero?’, c’era una specie di supplica nella sua voce e i suoi magnifici occhi per un istante mi sembrarono sinceri.
‘Un pochino’.
‘Emma te l’ha mai fatto?’.
‘No. Con lei ho fatto sesso’.
‘Cretino, anche questo è sesso, si chiama pompino’.
‘Ah è questo il pompino… e dove lo hai imparato?’.
‘Dove stavo prima c’era un ragazzo grande, un gran figo, mi ha insegnato a fargli le seghe e i pompini, lui invece mi faceva i ditalini’.
‘Non avete fatto l’amore?’.
‘Lui ci ha provato una volta ma non entrava il suo cazzo, era troppo grande’.
Improvvisamente mi vergognai di quel che avevamo fatto.
‘Non dire niente ad Emma’. La supplicai.
‘Non serve, Emma sa già tutto’.
‘Che vuoi dire?’.
‘Lei sente tutto quello che faccio e io sento tutto quello che fa lei’.
‘Cioè come dire che avete dei poteri?’.
‘Non so, sento delle cose che non stanno accadendo a me, tipo dolore o piacere o paura, e so che le sta vivendo lei’.
‘Tipo che quando facciamo l’amore tu hai sentito?’.
‘Sì, ho sentito’.
‘E lei cosa provava?’.
‘Piacere e paura’.
‘E’ innamorata di me?’.
‘Penso di sì. E’ una cretina, come te’.
‘Ti dà fastidio sentire?’.
‘A volte sì, a volte no’.
‘Puoi sentire cosa prova ora?’.
‘E’ giù di corda. Ma ce l’ha con me non con te’.
‘Mi fai paura Sara’.
‘Va da lei, cretino’.
Mi precipitai fuori dal capanno e quasi gli sbattei contro. Lei era lì fuori ad aspettare la fine di quella porcata.
‘Emma…’.
Mi fissava in silenzio con le lacrime agli occhi.
‘Mi dispiace Emma’.
Mi chiuse la bocca con un bacio e poi mi abbracciò forte e all’orecchio mi sussurrò:
‘Portami via subito’.
Così la caricai sulla bici e la portai in collina, dove non c’era quasi nessuno.

La collina che dominava la mia città. La città si estendeva sotto di noi. Noi eravamo seduti su un muretto a secco costruito su uno strapiombo. Una volta c’era una terrazza con degli ulivi. Poi c’è stata una frana e ora c’era solo un burrone. La città si perdeva lontano nell’azzurro del mare. Le case erano piccole. Le potevamo toccare con le dita.
Emma si dondolava proprio come la sorella. Le gambe sottili e bianche. La gonna si sollevava un po’ ad ogni oscillazione. Ogni tanto si fermavano e io speravo sempre ansiosamente che ricominciassero il dondolio. Il movimento mi aveva sempre colpito. Mio padre una volta mi aveva parlato dei paradossi contro il moto di Zenone. Quello della tartaruga e di Achille mi aveva fatto ridere. Mio padre si era un po’ risentito. Nemmeno Zenone fosse suo fratello. Penso che Zenone avesse ragione. Il moto non esiste in realtà. Noi siamo sempre fermi. E’ solo un’illusione ottica e mentale insieme che ci fa pensare di muoverci. Pensavo anche che il moto non fosse semplicemente una questione di movimento fisico ma a quell’età non ero ancora del tutto cosciente del moto interiore. C’erano delle cose che mi facevano venire dei dubbi ma non avevo strumenti per risolvere i dubbi e nemmeno di indagarli. E che te ne fai dei dubbi se non li puoi coltivare?
Mentre pensavo guardavo Emma. Emma parlava. Ogni tanto faceva delle pause e mi guardava per vedere se capivo poi guardava la città e riprendeva a parlare.
‘Non è così semplice’.

‘Una volta mi hanno portato da un dottore. Un medico della mente. Mi ha fatta sedere in una poltrona e mi ha sorriso, quel genere di sorriso che ti fanno gli adulti quando vogliono rifilarti qualche fregatura’.

‘Mi ha detto di mettermi a mio agio. Ma io non mi potevo sentire a mio agio. Se uno ti dice di metterti a tuo agio è chiaro che tu cominci a sentirti a disagio. Allora mi ha detto di parlargli un po’ di me. Mi ha fatto delle domande. Mi ha chiesto che cosa mi piace fare e se ho degli amici e poi è andato a bomba’.

‘Mi ha chiesto di mia sorella e poi di mia mamma e di mio papà e della relazione tra le tre figure e me. Poi mi ha chiesto che cosa provo quando mangio e poi dopo mangiato e poi quando sto per vomitare e mentre sto vomitando e subito dopo che ho finito di vomitare e cosa penso quando penso al cibo. Mentre io parlavo lui annotava tutto in una specie di cruciverba però senza caselle nere. Aveva un modo di guardare che non mi piaceva. Sorrideva e ogni tanto tamburellava con le dita sulla scrivania. Alla fine ha guardato l’orologio e ha detto che avevamo finito per oggi e che voleva parlare con mia mamma’.

‘Sono andato da questo medico per quasi sei mesi. Poi ho smesso. Mio papà disse che quel dottore così bravo non aveva cavato un ragno dal buco. Il ragno ero io’.

‘Non so perché non voglio mangiare. Se lo sapessi te lo direi. Non mi va e basta’.

‘Fai le stesse domande di quel dottore’.

Smisi di parlare e guardai la città sotto di noi. Lei mi strinse la mano forte.
‘Mi piacerebbe andare da qualche parte con te. Forse in un bel posto mi piacerebbe anche mangiare’.
‘Vuoi andare dove non c’è nessuno?’.
‘Almeno dove non c’è mia sorella’.
‘Tu la puoi sentire in ogni momento, vero?’.
‘Anche ora, non mi lascia mai’.
‘E’ così anche per lei’.
‘Lo so’.
‘Siamo troppo piccoli per andare via’.
‘So anche questo’.

La sera seduto nel mio letto guardai la finestra illuminata. Le due sorelle erano a letto e mi guardavano. Avevano la lampada del comodino accesa. Emma era seria. Sara aveva un sorrisetto. Mi mandarono un bacio con gli occhi e poi spensero la luce nello stesso istante con lo stesso identico gesto.

Giorni dopo uscimmo io ed Emma. Andammo al parco. Lei era sempre più magra e leggera. Pedalavo senza fatica. Seduti su una panchina amoreggiammo un po’.
‘Che cosa provi per me?’.
La domanda era secca ma il tono era pigro e rassegnato.
‘Penso che ti amo’.
‘Sei sicuro?’.
‘Come faccio ad essere sicuro? Penso di sì, ma non sono mai stato innamorato e non so cosa si prova esattamente’.
‘Devi ascoltare il tuo corpo. Quando sei innamorato lo capisci ascoltando il tuo corpo. Il cuore non dice nulla, sono palle, palle celesti’.
‘Quando ti penso sento delle cose strane nello stomaco. Poi mi prende una vampa alla faccia. E mi viene il coso duro’.
‘Non senti altro?’.
‘Mi sento bene però è come se non stessi bene, non so’.
‘Io non so se ti amo, però mi piaci’.
‘Tu cosa senti quando mi pensi?’.
‘Più o meno le stesse cose. A parte che a me non mi si rizza l’uccello’.
‘Mi piace quando lo chiami così’.
‘Anche a me piace, uccello è una bella parola, è sporca e tenera allo stesso tempo, fa eccitare ma è anche dolce’.
‘Sei una ragazza in gamba Emma, mi piaci un casino’.
‘Ti piacerei lo stesso anche se non ci fosse Sara?’.
‘Certo che mi piaceresti. Che cosa c’entra Sara?’.
‘Sara c’entra sempre, mi toglie l’aria, mi uccide’.
‘Che cosa dici? Perché Sara vorrebbe ucciderti?’.
‘Pensa che una di noi sia di troppo. Sara è completamente pazza. Ma la mamma e il papà non lo sanno’.
‘E perché non glielo dici?’.
‘Non sarebbe giusto nei confronti di Sara’.
‘Ma tu che cosa provi per lei?’.
‘La odio. Ma ho pietà di lei’.
‘Non capisco’.
‘Non sei il primo che dice questa cosa’.
Di colpo mi venne un’idea.
‘Perché non esci stasera? Possiamo prendere qualcosa da mangiare e andare su in collina e dormire lì’.
‘Che razza di idea…’.
‘Non ti va?’.
‘Certo che mi va’.

Dopo cena scesi nel giardino sotto la finestra di Emma e Sara. Emma si affacciò. Mosse la labbra per dirmi che scendeva subito.
Ci mise poco a scendere. Questo mi fece piacere. Ci baciammo e scappammo via. Lei aveva l’alito un po’ acido. Forse era il vomito.
Le dissi che avevo con me pane, formaggio e salame. Lei mi strinse le braccia attorno alla vita e mi incitò a pedalare forte.
Avevo il faretto con la dinamo. Dovevo pedalare forte per illuminare la strada. Una volta un bambino prepotente e ciccione mi ha preso in giro. Ha detto che lui aveva il faretto elettrico. Lì per lì me la sono presa. Ma poi ho pensato che ero fortunato a non essere ciccione come lui. E che forse la dinamo c’entrava qualcosa.
Siamo tornati in collina. La città illuminata era sotto di noi. La città fatta di puntini luminosi. Le nostre gambe erano sospese sulla città di luce e sul buio.
Mangiavamo pane e salame. Anche Emma mangiava. Io la guardavo. Quando si accorgeva che la guardavo smetteva di mangiare. Allora non la guardavo più. E lei ricominciava. Se uno ti guarda è chiaro che non riesci a fare niente. Non ho mai fatto sport per questo motivo. Pensavo che sarei stato un grande tennista se avessi giocato senza spettatori. I grandi campioni riescono a restare concentrati sui loro gesti sempre. Anche se uno del pubblico sghignazza. Non so se ci riescono perché si dimenticano del pubblico o ci riescono proprio perché sentono su di loro lo sguardo del pubblico. Il gesto dell’attore non esiste senza un pubblico. Il gesto dell’atleta nemmeno. L’atleta e l’attore forse sono la stessa cosa. L’attore esibisce un corpo che incarna un fantasma. L’atleta esibisce un corpo che incarna un desiderio. Il fantasma e il desiderio.
Mi concentrai su una domanda. Quando devi chiedere una cosa delicata devi pensare bene alla domanda. E devi anche immaginare la risposta in qualche modo, per migliorare la domanda prima di formularla. E’ difficile fare le domande. E’ difficile fare domande difficili a cui sia facile rispondere.
‘Voglio sapere una cosa ma devi pensarci bene prima di rispondere’.
Emma mandò giù un grosso boccone, le sue gambe dondolavano allegre.
‘Io penso sempre quando parlo, spara’.
‘Che cosa rappresenta il cibo per te?’.
‘La sopravvivenza’.
‘Tutto qui’.
‘Tutto qui’.
Che schifo di domanda.
‘Ti piace quello che stai mangiando ora?’.
‘Penso di sì’.
‘E perché ti piace?’.
‘Perché sono felice in questo momento. Quando sono felice mi va di mangiare’.
‘Mi prometti che non vomiti?’.
‘Ti posso promettere che non vomito finché sono con te’.
‘Ma poi a casa vai a vomitare?’.
Non rispose. Finì il panino e poi mi sussurrò all’orecchio che aveva voglia di fare l’amore.
Era l’ultima volta che facevamo l’amore. Io non lo sapevo. Lei forse sì. Lo faceva con molta passione e tenerezza e sembrava che non finisse mai.
Dopo ci rivestimmo e scendemmo giù.
Davanti a casa ci baciammo. Poi lei venne inghiottita dentro casa sua. Io corsi in camera mia per guardare Emma che rientrava nella sua stanza. La stanza era buia. Sara era in piedi però appoggiata al davanzale e mi guardava. Emma entrò e accese la luce. Poi urlò. Sara le aveva fatto qualcosa di brutto. Sara mi guardava e sorrideva. Io spensi la luce e restai a guardare.
Il padre entrò. Prese Emma per un braccio e la portò nel bagno. Sentivo le urla di Emma.
La mamma entrò nella stanza e andò ad abbracciare Sara. Sara fece una faccia addolorata e si strinse a sua mamma forte.

Il giorno dopo andai a suonare alla casa di Emma e Sara. Sua madre mi disse che Emma non poteva scendere.
Anche i giorni successivi mi dissero la stessa cosa. E la finestra della loro camera era sempre chiusa. Al telefono rispondeva quasi sempre Sara e io riattaccavo senza dire niente.
Un giorno finalmente mi decisi a entrare in quella casa a vedere come stava Emma. I suoi genitori erano usciti per fare spese. Io entrai dalla finestra della cucina.
In camera c’era Sara. Era seduta sul letto e fumava una sigaretta. Finse di non vedermi. Andai nel bagno e vidi Emma piegata sul cesso. Un rivolo di sangue le usciva dalla bocca. Era ancora più magra. La faccia era scavata e piena di lividi. Mi guardò con gli occhi tristi e mi implorò con una voce debole:
‘Portami via, amore, portami via da qui’.
La presi in braccio, era leggerissima.
‘Ti porto via Emma, ti porto via subito’.
Sara era sulla porta del bagno. Voleva impedirmi di passare.
‘Levati dalla porta’.
‘Lascia stare mia sorella’.
‘Se non ti togli ti farò del male’.
Ci lasciò passare.
‘Dirò tutto a papà e mamma’, ci urlò dietro.

L’avvolsi in un plaid e la portai nel mio garage. Le chiesi se ce la faceva a tenersi aggrappata a me sulla bici. Mi disse che mi avrebbe stretto forte forte e mi fece un debole sorriso.
Pedalai con tutte le mie forze e la portai dove non c’era nessuno, su in collina.
Ci sedemmo sull’erba e lei mi strinse e mi baciò.
‘Che cosa ti hanno fatto?’.
‘Non importa ora, importa solo che mi hai portata via di là’.
‘Emma tu stai male, devo portarti da un medico’.
Mi fissò con terrore.
‘Non riportarmi indietro, se mi ami tienimi qui con te fino alla fine’.
‘Non capisco Emma, non capisco’, le lacrime cominciarono a uscirmi senza freni.
‘Non manca molto amore mio, stringimi forte sono felice’.
Avevo capito tutto, ma non volevo capire fino in fondo. Non facevo che piangere e stringerla forte finché lei non se ne andò e mi lasciò solo.
‘Non puoi morire amore, non puoi morire’, continuai a dire, anche quando lei non rispose più e il suo respiro non mi solleticava più dolcemente il collo. La strinsi ancora più forte e piansi piansi piansi per ore disperato e solo.

Al suo funerale non partecipai. Guardai di nascosto i suoi genitori e Sara. Sara era ancora più bella e più luminosa, sembrava sbocciata in modo definitivo come se avesse completato una metamorfosi. Alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi. E io vidi nei suoi occhi la dolcezza cupa di Emma. Un brivido mi gelò le ossa. Scappai via da lì.
Il giorno stesso se ne andarono via. Li vidi traslocare. I miei genitori andarono a salutarli. Io restai dentro casa. Non vidi mai più Sara e ne fui felice.

Sono tornato anni dopo sulla tomba di Emma. Ho pianto come il giorno in cui era morta tra le mie braccia. La sua tomba era avvolta dai rampicanti e invasa dalle erbacce. Con un panno bagnato ho pulito la sua foto. Le ho messo dei fiori freschi e le ho mandato un bacio. Poi me ne sono andato via con la sua foto. Non ho più amato nessuno come ho amato lei.

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