Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Gen 28
Schemi cristallizzati di Alice Banfi

di nicola pasa

Schemi cristallizzati di Alice Banfi

Ripubblico un testo di Alice Banfi che avevo postato tempo fa e che poi deve essersi perduto quando ho cancellato in un recente attacco autodistruttivo tutti i miei post dal sito, lo ripubblico perché è un articolo che ritengo molto utile a molti, me compreso.

Nicola

In molti mi hanno chiesto come ero riuscita a risolvere gran parte della mia malattia –disturbo borderline della personalità-. Dopo anni di ospedalizzazione e due anni e ½ di comunità psichiatrica riabilitativa, sono andata a vivere al mare dove ho cominciato una psicoterapia che dura tuttora. In tutti questi anni ho sempre letto libri riguardanti il mio disturbo, sia quando mi trovavo in reparto sia in comunità ed infine ancora di più quando mi sono trovata “fuori”, a dover affrontare la realtà trovandomi ancora inesorabilmente impreparata nel comprenderla e dare una “risposta”. Da tempo ormai avevo compreso che se volevo capire me stessa il mio malessere e come curarmi la via più facile, sembrerà assurdo, era quella di rispondere da sola alle mie domande perché nessuno mai mi aveva dato un indicazione ne una risposta concreta. Vorrei fare un inciso prima di continuare. Una cosa importante che ho capito dalle mie letture è che ritenere/chiamare un disturbo di personalità “disturbo” è errato. Semplicemente perché non si tratta di personalità normali che ad un certo punto vengono e diventano disturbate ma personalità che si formano -per determinati fattori di causa- in un certo modo, con certe caratteristiche e strutture, dalla prima infanzia fino all’età adulta così come si forma una personalità detta “normale”. Quindi è di un “modello o uno stile di personalità” che si parla ed è corretto chiamarlo così. es. “modello di personalità antisociale” Ad esempio: “Perché mi taglio di continuo?” e “Come devo fare per smettere?” Tra i numerosi libri che avevo letto l’ultimo di Kernberg, Clarkin e Yeomans: “Psicoterapia selle personalità bordarline” Sicuramente mi aveva aiutato a comprendere profondamente me stessa. Poi mi misi a leggere “i disturbi di personalità, le principali teorie” A cura di Mark F. Lenzenweger e John F. Clarkin. Da un lato mi sembrava di aver avuto un illuminazione, dall’altro mi domandavo perché mai nessuno mi avesse spiegato queste cose e soprattutto perché nessun terapeuta cognitivo comportamentale fosse mai stato in grado di spiegarmi semplicemente cosa fare nel concreto, di fronte ad una difficoltà. Mi parve tutto così chiaro che cominciai ad applicare quello che avevo appreso. Sapevo bene che le mie aree; cognitivo, emotivo e comportamentale non “funzionavano correttamente” ed ognuna era strettamente legata all’altra secondo un particolare ordine gerarchico. Mi rendevo conto che molto spesso la realtà che mi si presentava veniva filtrata dalla mia emotività e deformata totalmente. Quindi l’area cognitiva e quella emotiva erano non solo strettamente legate l’una all’altra ma quasi sovrapposte, come a costituire un’unica area. Quando la “realtà” colpiva questa area, inevitabilmente come una spia luminosa si attivava l’area comportamentale e nulla poteva fermare l’impulso che ne derivava. es. Ero al tavolo con una coppia di amici in un locale. I miei amici cominciarono a litigare fra loro ed io cercavo di far finta di niente e non intromettermi. Il fidanzato della mia amica dopo un po’ si girò verso di me e mi disse severamente: “Cosa stai qui ad ascoltare?! Fatti i cazzi tuoi”. Io gli risposi che non stavo ascoltando e me n’andai offesa. Il messaggio che mi arrivò in quel momento non fu ad es. “Stiamo litigando, sono arrabbiato, vogliamo stare soli”. Ma “vattene, sei di troppo non ti vogliamo bene, dai fastidio” Mi sentii abbandonata, rifiutata e tremendamente sola. Andai a casa e mi tagliai gravemente le braccia e ne seguì ricovero in s.p.d.c. La mia risposta precisa al dolore di un abbandono, che inoltre era immaginario, era per me l’unica risposta possibile. Questo perché quando avevo cinque anni cominciai a rispondere sempre e solo in modo disadattivo, memorizzando e cristallizzando questo schema sempre di più “come un danno neurologico”. Scoprii, proprio leggendo, che potevo modificare questo schema, e “forzare” delle risposte adattive, impegnarmi cioè a scartare le solite risposte e cercarne delle altre che fossero adattive. E capii che per farlo dovevo imparare a vedere la realtà, verificarla, visto che il 90% dei miei agiti erano conseguenza di abbandoni immaginari, che solo dopo aver “agito” riconoscevo, con conseguenti sensi di colpa a caratteri cubitali. Si presentò subito l’occasione. Dovevo uscire a pescare con degli amici. Arrivai all’appuntamento e non trovai nessuno, mi guardai in torno e non c’era nemmeno più la barca con cui saremmo dovuti uscire. -mi fermai, andai nel bar più vicino e continuando a fissare il porto mi sedetti a bere un caffè. -cominciai a pensare quali potevano essere le motivazioni: perché i miei amici erano partiti senza di me. Cominciai scartando l’idea che mi avessero deliberatamente abbandonato (che era chiaramente la prima cosa che pensai). Misi insieme tutte le motivazioni possibili come ad es. “sono stati avvertiti che c’era pesce e sono corsi via di fretta o sono andati a fare carburante o semplicemente si sono dimenticati che oggi uscivo anche io con loro…può succedere” E poi aggiunsi anche “potrebbero davvero avermi abbandonato” Questa ultima ipotesi era importante, perché volevo poter dare una risposta adattiva anche nel caso di un reale abbandono. -Quindi cominciai a pensare a cosa fare… “non vado in barca, posso affittare una canoa e passare una bella giornata al mare, posso provare a chiamare un amica, posso andare a dipingere e posso mettermi a piangere, visto che sto soffrendo”. -come ultima cosa feci quella che doveva essere la prima cosa da fare! Verificare la realtà. Telefonai ai miei amici, che mi risposero che si erano spostati dall’altra parte del porto per montare le reti e mi stavano aspettando. Mi si aprii il cuore e feci un respiro di sollievo ma mi sentii anche profondamente stupida, era mezzora che stavo seduta a pensare in preda all’angoscia, perché non avevo seguito “l’ordine” delle cose da fare in questi casi, avevo tenuto per ultima la verifica della realtà. Da quel giorno ogni volta (accade spesso) che una parola di un amico mi ferisce o una situazione mi mette in difficoltà, mi siedo e penso: verifico la realtà e qualunque essa sia scarto velocemente le risposte disadattive cercando la risposta più adatta, che per diversi mesi è stata semplicemente quella di scoppiare in lacrime. Ora automaticamente faccio questa “operazione”, quando mi sento abbandonata o ferita, con la consapevolezza che ogni ricaduta mi riporterebbe a rafforzare il vecchio schema cristallizzato, e tender a dare nuovamente risposte disadattive. Diversamente se continuo a dare risposte adattive formo un nuovo schema e con il passare del tempo si fissa nella mia memoria diventando un automatismo. Il limite degli autori del libro ora come ora, penso sia stato credere che al posto delle risposte disadattive si potessero sostituire quelle adattive e che quest’ultime venissero dal soggetto così spontanee come le precedenti. Diversamente penso che solo dopo anni di “esercizio” senza ricadute forse non dovrò più sedermi e metterci come minimo 20 minuti a dare una giusta risposta, forse uscirà da sola come a tutti gli altri accade.

Alice Banfi.

commenta non ci sono commenti


Gen 28
triangolo rosa

di roberta


Oggi ricordano lo sterminio degli ebrei e dei tanti diversi o politici oppositori crepati in modo atroce nei campi di sterminio. Il messaggio predominante è sul genocidio degli ebrei. Ma voglio ricordare gli omosessuali (maschi perchè le donne non avevano neppure il diritto di potersi qualificare tali) con qualche osservazione. Sembra non esistere una repressione dell'omosessualità in Italia. Non così in altre realtà. Ora pur ritenendo assolutamente prioritaria la lotta per una depenalizzazione dell'omosessualità laddove è perseguita, la conquista di diritti legittimi come il riconoscimento della coppia (se muoio dopo 33 anni di convivenza non posso lasciare la reversibilità della pensione alla mia compagna nè la mia e sua figlia ha alcun diritto di pretendere qualcosa, eppure ho versato contributi perfino per i figli dei medici per decenni) voglio fare qualche altra osservazione proprio in questo sito . Avere un orientamento sessuale fuori dalla norma espone a tutti i livelli ad un aumento di discriminazione. Da parte di tutti. Ho per questo militato e partecipato al movimento gay ma mi sono allontanata proprio per la limitatezza degli orizzonti proposti, la fondamentale chiusura nel proprio mondo in posizione difensiva, la dipendenza politica, l'incapacità a sviluppare un discorso centrato sulla libertà in genere della persona di essere come è e non solo il rivendicare diritti e denunciare discriminazioni (e peggio) per la propria categoria. Poi altro..mi sentivo diversa anche da loro. Ora voglio raccontare come avviene la discriminazione quotidiana, vi ci ritroverete: incontro io 63enne un insigne amico colto intelligente e psicoanalista che mi conosce da 40 anni e parlandoci simpaticamente mi dice in tutta sincerità - non capisco proprio come tu riesca ad essere felice..- io ci rimango male, forse non sono mai stata felice, forse non lo sono ma che diritto ha uno di esprimere la sentenza che io in quanto omosessuale non potrò mai godere come un altra, che la mia vita è storpia, mancante. Penso alle mille sfumature della mia vita sessuale sbagliata, non sono certo qui a sostenere un primato della stessa, appunto non sono la gay che dice che è bello essere gay e fare figli con donne nel mio ghetto accogliente, e imporre il mio modo ma patisco che non mi venga riconosciuta una possibilità di felicità come gli altri, insomma che debba sentirmi oltre che particolare (e mi arrangio da sola con i miei problemi di persona particolare) anche inevitabilmente inferiore preclusa alla felicità . E quindi che avrei dovuto essere corretta o.. Questa è la sentenza che comunque continua a pesare sugli incompleti, sui diversi, sui portatori di una ricchezza e di una creatività differente, la sentenza che fanno i predominanti, gli specialisti psichiatri o i politici o i dittatori, insomma siamo e saremo sempre in pericolo. Giudizio e sterminio continuano. Quando ero ragazza e percepivo con non poca sofferenza la mia diversità e che mi sarebbe stato infinitamente difficile condividere con altri/e i miei pensieri e fantasie sessuali, che dovevo scappare dai confessionali non per una coscienza precoce e una scelta laica ma perchè cacciata con disgusto, e non avevo il supporto di simili a me, (tra parentesi non c'è mai l'identico, e va bene così, per fortuna non siamo cloni, smetteremmo di pensare) e mi dibattevo per uscire con tutti i mezzi a mia disposizione ho trovato comunque una mia diversa forza di crescere e una mia sensibilità che ritengo del tutto mia e non possibile se non attraverso la mia esperienza e a cui non so dare il nome di normalità . E non voglio nemmeno. Sono io , non mi riconosco in nessuna categoria se non il mio essere in questo modo. E sono aperta agli altri tutti, anche se faccio veramente un po' di fatica colle persone più normali e bla bla. Non sono una persona che imita i normali ma sono in piedi e ho vissuto e vivo una vita che a volte vorrei cancellare a volte mi fa sentire orgogliosa. Ma è la mia e non permetto intrusioni di giudizio di valore. Perchè lo scrivo in questo sito: vorrei che vivessimo appunto l'orgoglio e il rispetto della nostra situazione, sia di diversità sia di disagio sia tutto insieme senza diventare i fans della pazzia (gli antipsichiatri) ma sicuramente portatori di qualcosa che altri non hanno e che serve a tutti. Solo in questo senso riconosco l'orgoglio che mi è utile che ci è utile. Che ci muove. Che ci fa esistere malgrado la sconcertante stupidità dei più.


Gen 26
quinta riunione plenaria del CLU

di nicola pasa


QUINTA RIUNIONE DEL COORDINAMENTOI LIGURE UTENTI


Genova 14 FEBBRAIO 2009


StarHotel Genova Brignole
(sala indicata all'ingresso)

10 iscrizione

10,15 Introduzione e bilancio del 2008

10,45 Relazioni dei gruppi di lavoro

11,00 presentazione seminario pericolosità sociale
-Proposte di partecipazione del CLU al seminario

12,30 pausa

13,20 Proposte per un convegno sull’auto aiuto e dibattito

15,00 Conclusione e ulteriori proposte di incontri



Per informazioni e iscrizioni rivolgersi alla Prato Onlus (segreteria organizzativa del CLU)
Tel.010-8599895- 3356141098 associazione.prato@fastwebnet.it

Ricordiamo che possono intervenire solo utenti od ex utenti liguri (iscrizione obbligatoria)
commenta non ci sono commenti


Gen 26
Non siamo un'associazione antipsichiatrica

di emanuela


"Il mondo di Holden" non è un'associazione  antipschiatrica"
Alcuni miei conoscenti hanno interpretato in maniera errata, forse per disinformazione sulla cultura dell'auto-aiuto, il nostro operato. Vorrei precisare, per evitare equivoci, quanto segue:
- disapproviamo l'utilizzo esclusivo ed improprio degli psicofarmaci che ne fanno alcuni psichiatri ma siamo noi stessi ad invitare le persone che richiedono il nostro aiuto a farsi seguire da psichiatri e/o psicologi quando ci rendiamo conto che hanno bisogno del loro sostegno.
- non condividiamo la contenzione
- non condividiamo procedimenti che non favoriscano l'inclusione sociale.
Personalmente, dal sapere e dall'esperienza acquisita, quale persona sofferente psichica, che inizialmente rifiutava i farmaci, mi sento di poter affermare che la somministrazione di questi è fondamentale per risalire la china, ma il loro utilizzo senza un adeguato supporto psicoterapeutico ed un confacente ambiente abitativo e sociale è riduttivo e non risolve certo il disagio nella sua complessità.
La partecipazione attiva a gruppi, attività, corsi, laboratori, eventi vari è proficua per migliorare la qualità della vita di ogni persona, e lo è ancora di più per chi ha una patologia di carattere psichico perchè fovorisce incontri e relazioni sociali.
Ovviamente non tutte le persone sofferenti hanno lo stesso problema e molte devono essere stimolate ed aiutate in modo adeguato ad uscire dal proprio guscio. Ho trovato a me congneniale l'attività teatrale, ho scoperto dentro di me delle abilità che non immaginavo, ho partecipato al corso per attori organizzato dall'associazione acchiappasogni e faccio parte della compagnia degli Ipertesi del centro diurno di Sarzana. Sia con il laboratorio che con gli spettacoli mi sono sentita valorizzata ed ho potuto assaporare il calore di un gruppo affiatato e dinamico diretto da validi registi.
La decisione di costituire, insieme agli altri, "il mondo di Holden" è, per quel che mi riguarda, scaturita da questo clima amicale e dal desiderio di ascoltare chi soffre ed essere ascoltata. E' con l'ascolto, è prestando attenzione all'altro che si aiuta anche noi stessi ad uscire dall'isolamento interiore, a comprendere il senso della vita, a migliorarci, e questo è molto importante per poter star meglio.
Sono passati più di tre anni dalla costituzione della nostra associazione ed i risultati ottenuti sono superiori alle aspettative iniziali, ci auguriamo di poter sensibilizzare altre persone a questo impegno sociale che fa sentire utili e fiduciosi del futuro.


Gen 25
Omaggio a David Foster Wallace, uno di noi

di nicola pasa

Omaggio a David Foster Wallace, uno di noi
Questo è il primo libro che ho letto di DFW, è il libro che mi ha aperto le porte del suo mondo, mondo che continuo a frequentare ben felice di averlo conosciuto. DFW si è impiccato lo scorso settembre, di lui ci resta molto, moltissimo, perché per fortuna ha scritto molto ed era molto precoce, che riposi in pace.
La ragazza dai capelli strani è un libro di racconti, quello che mi è piaciuto di più si intitola Piccoli animali senza espressione ed è il racconto su cui concentrerò la mia attenzione.
I formalisti russi hanno individuato due elementi fondamentali del racconto: fabula e intreccio. La fabula è il contenuto, la storia. L’intreccio è la rappresentazione del contenuto, il discorso.
La storia in questo racconto di Wallace è così riassunta: una ragazza, Julie Smith, e il fratello minore autistico, vengono abbandonati da piccoli sull’autostrada dalla madre, su richiesta del suo amante dell’epoca. Julie viene adottata e il fratello autistico viene ospitato in una clinica psichiatrica di Tucson, Arizona. A vent’anni Julie Smith diventa supercampionessa di Jeopardy, un quiz televisivo in cui invece delle risposte bisogna indovinare le domande. Julie che nel frattempo intreccia una relazione con Faye, una giovane donna che lavora nella produzione del programma, perde il titolo, dopo una serie infinita di vittorie che l’hanno resa una star, contro il fratello, prelevato dall’ospedale di Tucson e portato alla ribalta televisiva solo per il colpo di scena: la caduta dell’imbattibile Julie Smith a opera del fratello autistico.
Questa è la storia contenuta in questo meraviglioso racconto.
Una storia indubbiamente interessante, promettente, ricca, generosa. Ma questa storia va scritta, cioè bisogna dare una forma ad essa attraverso lo stile, e la forma è l’intreccio o il discorso.
Come scrive dunque questa storia il grande compianto Wallace?
Altri farebbero una premessa sulla collocazione di Wallace nell’ambito di qualche corrente letteraria americana, postmoderno, carveriano ecc. A me interessa poco inquadrare Wallace da questo punto di vista, mi interessa esplorare il suo personale stile che certamente è debitore di quelli che l’hanno preceduto, come tutti gli scrittori del resto se sono scrittori veri e hanno quindi avuto buone frequentazioni.
Il tempo del racconto è il presente. L’utilizzo del tempo presente unito a frasi brevi e secche induce a pensare ad una sorta di puzzle che a poco a poco si compone davanti ai nostri occhi. E’ importante pensare ad un puzzle quando si legge un racconto, finché non si è letta l’ultima parola la forma non può dirsi conclusa e l’immagine non può essere analizzata e compresa e goduta nella sua interezza, anche se la forma comincia a delinearsi magari dopo poche righe o poche pagine o quando a poche righe dalla conclusione pensiamo di avere tutti gli elementi dell’immagine anche se manca l’ultimo tassello; come tutti i puzzle una volta terminato viene distrutto, l’immagine si perde anche se resta impressa nella memoria per molto tempo, un’immagine che diventerà sempre meno nitida come certe facce di persone che non vediamo da anni. Per riavere quell’immagine dobbiamo rimetterci a ricostruire il puzzle, rileggere. Il tempo confonde le idee e le impressioni che avevamo ricavato dalla prima lettura vengono superate dalle nuove, il racconto e l’immagine acquistano un nuovo senso, non perché sia cambiato il racconto o la storia, ma perché siamo cambiati noi.
All’inizio di ogni paragrafo c’è un disegno. Sono linee oblique unite. E sempre all’inizio di ogni paragrafo c’è il riferimento temporale, l’anno, a volte anche il giorno e il mese. Il tempo del racconto non procede linearmente. La prima acronia è già nella prima pagina. Dopo l’incipit in cui viene mostrato l’abbandono sull’autostrada di Julie e suo fratello da parte della madre e del suo uomo c’è un episodio del passato, sei anni prima, Julie piccolina è al cinema con la madre, un uomo tocca i capelli della madre.
Subito dopo facciamo un balzo di dieci anni rispetto alla data dell’abbandono (che è il 1976) siamo nel 1986 ed entriamo nell’alcova di Julie e Faye che fanno l’amore nell’appartamento di vetro di Faye.
Poi saltiamo al 1988 e cioè alla fine della storia, la serata della caduta della supercampionessa.
La manipolazione del tempo del racconto è una scelta stilistica fondamentale. In genere gli scrittori procedono linearmente raccontando gli eventi in ordine cronologico e quando è il caso utilizzano la tecnica del flashback per tornare ad eventi passati vissuti dai personaggi. Le acronie non sono così frequenti. Racconti che spezzano completamente l’ordine cronologico per ricomporre la sequenza degli eventi in modo diverso. Wallace per non disorientare troppo mette la data all’inizio di ogni paragrafo. Perché Wallace sente la necessità di non raccontare gli eventi nel loro ordine cronologico? E’ una scelta consequenziale alla scelta del tempo del verbo e ancora è una scelta stilistica che esalta gli elementi di pathos e di dramma e di tragedia e di poesia della storia.
Lo scrittore è come Dio all’interno dei suoi libri, deve dare una nuova forma al suo mondo, mondo che lui ha creato e che non esiste al di fuori di quel libro. Deve creare le sue leggi, leggi morali, leggi fisiche, leggi chimiche. Il mondo creato dallo scrittore è un mondo parallelo dove bene e male non sono il bene e il male che conosciamo noi. Il tempo, le stagioni, la materia, lo spirito acquistano nuovo senso. Che cosa rende il nostro mondo conosciuto coerente e coeso? L’essere, dicono alcuni, altri pensano all’amore cosmico e altre cose del genere. Nel libro/racconto tutto è tenuto insieme dallo stile. Solo da questo.
Sovvertire l’ordine del tempo non è un’infrazione nel mondo creato dallo scrittore, dovrebbe essere anzi naturale e auspicato. Certo abbiamo bisogno di una bussola, di riferimenti per non perderci in questo mondo creato dallo scrittore. Un po’ come quando andiamo a visitare una città che avevamo visto tanti anni prima e che ora è un po’ cambiata, molto cambiata e quindi nell’aggirarci smarriti tra le case e le strade cerchiamo quel che avevamo visto e che possa darci qualche riferimento per capire dove siamo e se siamo capitati di nuovo qui o è un altrove che gli somiglia un po’. Il tempo modifica le cose, non possiamo dire di essere nello stesso posto nemmeno dopo un secondo, figuriamoci dopo anni. Pensare che il futuro sia una crescita è un po’ come auspicare che il passare del tempo ci renda più saggi e più onesti, il tempo ha l’unica funzione di corrompere le cose. Le città invecchiano e marciscono. Così come le nazioni e i popoli.
I disegni sopra i paragrafi rimandano ad una cosa raccontata da Julie a Faye sull’infanzia. I passatempi dei due ragazzi infatti, mentre la madre passa da un amante all’altro e da una sbronza all’altra, sono per Julie allineare righelli, per il fratellino imparare a memoria una guida.
I dialoghi. I dialoghi sono le cose più difficili da scrivere. Per una serie di ragioni. La principale, da cui discendono tutte le altre, è che dei brutti dialoghi rovinano tutto e che un dialogo per essere brutto deve suonare falso. La cosa interessante è che i dialoghi non devono essere realistici ma devono essere veri all’interno del mondo creato dallo scrittore. Un dialogo realistico, che imita perfettamente i veri discorsi che si sentono in giro, può suonare falso falsissimo all’interno di un racconto. Anche qui è sempre questione di stile. Lo stile discrimina nell’arte verità e menzogna, non ha alcun senso porre la questione nei termini realtà/finzione, siamo in un altro mondo, un mondo parallelo.
Ecco come dialogano i personaggi del racconto di DFW:

Faye fa uno sguardo assente, scuote la testa.
“La poesia, stavi dicendo della poesia”. Julie sorride, toccando la guancia di Faye.
Faye si accende una sigaretta nel vento. “E’ solo che non mi è mai piaciuta. E’ un modo di girare intorno alle cose. Anche quando mi piace, non è altro che una maniera molto obliqua di dire l’ovvio, almeno così mi pare”.
Julie sorride. Ha una fessura fra gli incisivi. “Olé”, dice. “Ma considera che pochi, pochissimi di noi sono in grado di affrontare l’ovvio”.

Ci sono dialoghi bellissimi in questo racconto, questo è uno dei miei preferiti, un dialogo si capisce se è fatto bene da alcuni dettagli, uno di questi è il fatto che possa sopravvivere anche fuori dal suo corpo. Questo frammento del racconto sembra un apologo zen.
Se dovessi rintracciare qualche antenato illustre di DFW penserei al mio amato Salinger, quello dei Nove racconti o Franny e Zoey.
I dialoghi spesso rivelano il talento di uno scrittore oppure ne rivelano la pochezza. Salinger era un grande scrittore di dialoghi. Lo era perché era un grande scrittore. Proprio come David Foster Wallace, che riposi in pace, io tornerò a parlarvi di lui, intanto vi consiglio di leggere La ragazza dai capelli strani, Minimum Fax.


Pagine totali: 26 [1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 ]