Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Gen 25
La depressione secondo Dorothy Parker

di nicola pasa

La depressione secondo Doroty Parker
Dorothy Parker è una scrittrice che dovreste conoscere. Io l’ho conosciuta tanti anni fa per vie traverse, attraverso altre conoscenze, come spesso succede anche nella vita, leggendo Hemingway e Scott Fitzgerald che furono suoi amici. Dorothy appartiene alla cosiddetta generazione perduta, quella straordinaria generazione di scrittori e intellettuali americani che negli anni trenta incendiarono il mondo con la loro vivacità stilistica e con le loro smodate e disperate passioni.
Per entrare nel mondo di Dorothy basta che vi incollo qui la poesia che dà il titolo al libro che recensisco, edito dalla Tartaruga, e che raccoglie racconti, poesie e articoli:

I rasoi fanno male,
I fiumi sono freddi,
L’acido lascia tracce,
Le droghe sono illegali,
I cappi cedono,
Il gas è nauseabondo…
Tanto vale vivere.

Le poesie sono in-commentabili, questa poesia di Dorothy in particolare non avrebbe alcun bisogno di commenti, l’unico commento possibile è che in questi versi c’è tutta la vita, le opere e lo spirito di Dorothy Parker, una scrittrice (ed una donna) eccezionale.
Il racconto su cui mi soffermo è La donna della lampada. Si tratta di un monologo. Una donna va a trovare una sua amica malata, pare di esaurimento nervoso o depressione o semplicemente un po’ in crisi. Va a trovare l’amica nel momento del bisogno e riesce grazie ad una malafede ad una malagrazia e ad una forma mentis corrotta beghina e borghese a peggiorare le sue condizioni psichiche fino a portarla ad un attacco di nervi.
La grandezza di uno scrittore si misura dallo stile, spiace dirlo, potete raccontare una storia meravigliosa edificante sentimentale romantica con tutti gli ingredienti giusti per commuovere divertire ed eccitare forse anche per riflettere ma se lo stile in cui è scritta non funziona la storia diventa banale fiacca trascurabile noiosa piatta prevedibile insulsa. La differenza in letteratura la fa lo stile non il contenuto. E’ per questo che non ci si inventa scrittori, che non si è scrittori per censo, cultura, titoli accademici e biografie. Si diventa scrittori nella costante e faticosa e inesausta e frustrante (spesso) ricerca stilistica. Non per fare casi personali, ma io a diciotto anni scrivevo come Gadda, se voglio se volessi se ne avessi la necessità potrei scrivere in un linguaggio ricercato oscuro lirico, potrei imitare scrittori defunti e in vita, ma tempus fugit.
Non importa cosa dovete raccontare importa come lo raccontate amen.
In questo racconto Dorothy fa precise scelte di stile: intanto sceglie un monologo, non ci sono cioè descrizioni di alcun tipo, solo la voce di un personaggio, questa donna meschina, falsa, invidiosa, così intrisa di cattivi sentimenti e di idee e mezzi così volgari che quasi quasi si finisce per averne pietà come si ha pietà degli scarafaggi. Un’altra scelta è quella di non riportare altre voci nel testo, così la voce della donna malata non la sentiamo. Ultima scelta stilistica, decisiva, è quella di inferire la voce dell’altra, della malata da quello che dice la donna che parla.
Così dalla voce della donna monologante scopriamo i motivi per cui la donna malata sta male e non esce di casa da giorni, inizialmente la monologante colpevolizza la donna malata per non averla più cercata e di non averla avvertita che stava così male facendola così sentire in colpa. Il meccanismo che scatena Dorothy qui è il tipico senso di colpa della persona anaffettiva e volgare che si trasforma in colpevolizzazione degli altri e in malvagità e malafede. La scelta stilistica di non fare sentire la voce della malata non è fine a se stessa, non è un puro artificio retorico, la donna che parla in realtà non dialoga mai, il suo è un costante monologo, poco importa chi vi sia dall’altra parte, la donna monologante non ha orecchie per le parole degli altri e non comprende e non può comprendere il dolore la passione la caduta degli altri poiché le fa difetto la sua coscienza e la sua intelligenza.
La donna malata è invece, come si inferisce dalle cattiverie e dagli attacchi della persona monologante venuta a portare conforto, una donna sensibile e bella, molto fragile, preda di un sentimento devastante per un uomo crudele che la fa stare male e a cui non riesce a rinunciare. Improbabile che la donna venuta per recare conforto possa comprendere che si può stare male così male per amore, lei infatti si è sposata, ha un figlio, insomma una famiglia, che se ne fa dell’amore? La sua vita è la ricerca di qualcosa di solido e onesto che possa essere una robusta cornice attorno al suo vuoto interiore, qualcosa di tangibile e di ben radicato che le impedisca di farsi del male, di cadere.
In poche pagine Dorothy grazie a precise scelte stilistiche e all’ironia meravigliosa di cui è dotata mette in scena un conflitto tra due mondi opposti e inconciliabili, due mondi in cui chi sta bene in realtà è quello che dovrebbe stare male e chi sta male sta così male perché è stato fatto troppo bene.
Normalità e follia. La donna monologante è la normalità. Tenetevi la vostra normalità e a me lasciatemi Dorothy Parker, una scrittrice eccezionale, una donna coraggiosa, sensibile, intelligente, onesta e... depressa.
Presto vi parlerò ancora di lei, intanto procuratevi e leggete Tanto vale vivere, edizioni La Tartaruga.
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Gen 23
La salute mentale a La Spezia I parte

di nicola pasa


Lo stato della SM a La Spezia


Pubblico una serie di informazioni utili sui servizi di Salute Mentale nella provincia di La Spezia, come si evolveranno o involveranno, come funzionano, se funzionano, e altri utili cazzeggiamenti. Gli ospiti spezzini del sito sono invitati a commentare, integrare, confutare ecc.

Dipartimento
Dir. Oliviero Valerio

Centri di igiene mentale

Caratteri generali:
non sono aperti sulle 24 ore, hanno problemi di organico, ci sono un sacco di psichiatri, pochissimi psicologi, tantissimi informatori scientifici che affollano la sala ricevimenti e che rendono ostico per chi ha necessità di essere assistito l’accesso allo psichiatra di turno, sono quasi tutti provvisori o in corso di trasferimento

A La Spezia:
in Via Zara, sede in corso di trasferimento, a quanto pare il luogo designato è il complesso Salesiano in centro città dove sorgerà anche un secondo centro diurno, sostitutivo di quello previsto al Limone (?).
in Via Sarzana, sede un po’ traballante anche se più volte il dipartimento e l’asl stessa ha assicurato che sarà meno malferma, forse la sistemeranno con qualche mastice, nel frattempo per parecchio tempo il centro è rimasto isolato telefonicamente, cosa abbastanza sconcertante per una struttura sanitaria, siamo certi che il CSM di via Sarzana resterà aperto, non dubitiamo delle parole date dai dirigenti del dipartimento, che hanno molto a cuore le esigenze dei cittadini spezzini che in quel CSM trovano un punto di riferimento.
A Sarzana:
in Via della Croce, anche questo centro è in corso di trasferimento, infatti il nuovo CSM dovrebbe sorgere di fronte all’Ospedale San Bartolomeo in Santa Caterina, così ci hanno detto e ne prendiamo atto, non sappiamo se il nuovo CSM sarà aperto sulle 24 ore, sappiamo che entro il 2009 e non oltre dovrà essere trasferito. Il CSM di Sarzana ha questa caratteristica storica, di trasferirsi, cambiare sede, ma per quanto si adoperi tutti prima o poi lo ritrovano, persino i dipendenti, per questa sua particolarità è definito il CSM Rom.

Reparto di diagnosi e cura o SPDC
L’attuale sede è all’Ospedale Felettino, ma verrà trasferito presto prestissimo all’Ospedale Sant’Andrea, nel padiglione Paita sotto l’attuale Neurologia, dove sarà attivo anche un servizio di day hospital. Si spera che il reparto possa essere decisamente migliorato rispetto a quello che noi utenti abbiamo conosciuto nella vecchia e attuale sede, che venga attrezzato per limitare i danni derivati dalla contenzione ancora praticata, che sia più ospitale, che si prenda in considerazione l’ipotesi di lavorare con noi per un progetto Porte Aperte No restrains. Nota a margine: i soldi per il trasferimento del reparto e per la costruzione del CSM a Sarzana sono quelli dell’intesa regione-famiglie, sono circa un milione e mezzo di euro.

Strutture intermedie
Resp. Pier Marco Passani

Centri diurni
La Gabbianella

Il centro diurno La Gabbianella è situato in via Vittorio Veneto nell’edificio donato alla Curia dalle sorelle Massà, è privato e convenzionato, fa capo al Consorzio Campo del Vescovo di Don Martini, è dotato di una palestra, una sala computer, una cucina, stanze per laboratori.
Sarzana
Il centro diurno di Sarzana è attualmente presso l’ospedale vecchio sopra il CUP. E’ un centro diurno dell’asl, la direttrice è la dottoressa Amelia Gaetti, è dotato di alcune stanze per attività laboratoriali come il teatro.

Case alloggio

Gli appartamenti protetti, detti anche caup sono attualmente dislocati a Brugnato e La Spezia. A Sarzana sono anni che devono essere aperti un paio di appartamenti ma la cittadinanza ha sempre protestato perché non ha piacere che vicino alle loro case possano essere ospitati dei “pericolosi malati di mente”, ogni volta che si individua un possibile appartamento nasce il comitato di quartiere apposito che impedisce l’insediamento di un appartamento protetto, che vorrei ricordare è semplicemente una struttura in cui dei pazienti possono trovare rifugio dal loro malessere senza per questo essere tagliati fuori dalla società, un meccanismo insomma di inclusione che a quanto pare non piace ai “bravi e onesti” cittadini della “civile” Sarzana.

(continua)



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Gen 23
Il falso mito della pericolosità sociale

di nicola pasa

Il falso mito della pericolosità sociale
Seminario sul disagio psichico e sullo stigma: una visione umanistica

Apro questa meditazione sul concetto di disagio psichico e sulla pericolosità sociale reale o presunta del malato psichico con alcune citazioni doverose di medici, giuristi e intellettuali che si sono occupati di questo tema.
Le questioni della natura del disagio psichico e dello stigma sono intimamente legate, come si evincerà dalla lettura di questi passi, in seguito dirò con parole mie, le parole di uno scrittore, di un umanista e di un portatore di disagio psichico e non di uno scienziato o di un tecnico del diritto, quel che penso e perché ritengo che sia necessario affrontare in un seminario queste due questioni.


“…In tutti i processi ci sono sempre pareri opposti sullo stesso imputato e sul medesimo reato. Come è logico, per lo più il pubblico ministero sostiene che l'imputato è sano di mente per ottenere la condanna giuridica mentre il difensore chiede il riconoscimento di infermità di mente anche se il manicomio giudiziario per l'imputato è una sorte più tragica del carcere. Le perizie però sono in ogni caso senza fondamento. Infatti non ci sono il furto di radio o l'omicidio frutto una volta di saggezza e l'altra di pazzia,ma soltanto scelte motivate da diversi punti di vista e da differenti concezioni del mondo. Che poi un reato sia giudicato piu' o meno grave a secondo le circostanze, le intenzioni, l'esecuzione, la premeditazione, le passioni, il grado maggiore, o minore di lucidita' del momento o nell'intera storia con possibili attenuanti e aggravanti e conseguenti variazioni di pena e' un puro fatto giuridico e processuale che puo' essere indipendente ed estraneo a ogni pregiudiziale psichiatrica e a ogni intervento specialistico….”
Da Il giudice e lo psichiatra di Giorgio Antonucci
“Dato che la malattia mentale nega i nostri presupposti di razionalità non riteniamo responsabili i malati di mente. Non tanto perché li scagioniamo da una situazione che, a prima vista, è di responsabilità quanto, piuttosto, perché, trovandoci nell'impossibilítà di considerarli esseri completamente razionali, non possiamo affermare la condizione essenziale per incominciare a considerarli anzitutto come agenti morali. In questo i malati di mente raggiungono, in modo decrescente, il livello dei bambini, delle bestie selvatiche, delle piante e delle pietre, nessuno dei quali è responsabile a causa dell'assenza di qualsiasi presupposto di razionalità”
Michael Moore, docente di diritto penale dell'università del Kansas
“Costruita su uno stereotipo che non ha nulla a che vedere con i risultati della moderna ricerca scientifica, l'idea del paziente psichiatrico proposta ogni giorno dai media è un'idea insieme fuorviante e pericolosa […] la moderna deformazione giornalistica del paziente psichiatrico non deve essere considerata una invenzione pura e semplice di giornalisti poco informati. Essa corrisponde, infatti, allo sviluppo di una corrente di pensiero psichiatrico, potentemente sostenuta dal denaro dell'industria farmaceutica, che sta portando la psichiatria in un vero e proprio vicolo cieco. Il torto del giornalista poco o parzialmente informato sta, a questo punto, nella collusione che il suo modo di presentare o di titolare le notizie produce fra la teoria sbagliata e le emozioni del lettore. Costruendo consenso intorno a quella che si rivela, ad un'analisi attenta, come una grande, ridicola bugia.”

Luigi Cancrini, Recensione al libro “Il nostro folle quotidiano”


“La percezione pubblica, sostenuta dai media che la malattia mentale sia strettamente correlata alla violenza non è convalidata da alcuna evidenza scientifica. È invece purtroppo vero che chi soffre di gravi disturbi è più facilmente oggetto e non soggetto di crimini”.

Associazione Mondiale di Psichiatria
“E’ in atto, ma e’ destinato a crescere esponenzialmente in tempi rapidi, un enorme sviluppo:
(i) della genetica, in particolare sul genoma umano, che ha ed avra’ sempre maggiori riferimenti non solo a malattie ma ad aspetti comportamentali (e psicologici) ed in particolare a capacita’ e condotte fuori della norma, in qualche senso devianti (specie socialmente);
(ii) delle neuroscienze ed in particolare della mappatura cerebrale delle funzioni cognitivo-affettivo-comportamentali; i diversi tipi e tecnologie di “brain imaging” e affini, in prepotente sviluppo e sotto l’eccitato interesse di tutti (dai media agli studiosi);
(iii) della psicobiologia e biochimica cerebrale e neuro psicofarmacologia...”

Cristiano Castelfranchi ISTC CNR



Ci rendiamo sempre più conto di un clima di paura generalizzata legata al concetto di diversità, paura che nasce in primo luogo dalla non conoscenza della realtà, e in secondo luogo dalla radicata convinzione che i diversi siano sempre gli altri da noi e che essendo altri da noi non possano che essere una minaccia. Mentre la realtà è che ciascuno è diverso anche a se stesso, così come l’identità è una chimera. Ci sono persone che cercano tutta la vita di capire chi sono, altri pensano di saperlo senza aver mai cercato e credono di conoscerlo in relazione all’identità altrui che sembra loro afferrabilissima, a patto che non ci si avvicini troppo. L’illusione di carpire l’identità altrui e in base a una presunta diversità trovare la propria di identità è costata già parecchio anche in termini di vite umane nel 900, non si sente la necessità di ripetere errori del passato.
In questo contesto chi è affetto da disagio psichico non fa che andare ad arricchire il repertorio di fantasmi minacciosi dell’uomo perbene:
il tossico, il barbone, lo zingaro, lo straniero, il matto.
Isolate queste maschere della diversità l’uomo perbene si sente più sicuro tra le sue mura, sempre più alte e cosparse di cocci di vetro, e tuttavia non è tranquillo, in un barlume di coscienza si rende conto a volte che anche in lui può affiorare un tratto che egli ha creduto di identificare nei cinque personaggi, è molto spaventato da questo e allora la sua rabbia si scatena ancora di più nei confronti di quei diversi a volte troppo troppo uguali. Così come l’omofobia rivela un lato della propria personalità da tenere ben nascosta alla famiglia e agli amici, così la fobia per tutto ciò che non si comprende o che va al di là della nostra comprensione rivela la paura della propria follia, o della propria depravazione.
Il riduzionismo biologico, definizione felice del professor Castelfranchi non è altro che il lato scientifico o pseudoscientifico della questione:
“Ogni forma di “devianza” umana verra’ ridotta ai suoi ‘meccanismi’ biologici e medicalizzata come visione e come intervento.
Gli aspetti di relativita’ e di valori e componenti culturali, gli aspetti relazionali, istituzionali, e quelli psicologici in senso classico verranno ignorati come determinanti della condotta, modelli causali, spiegazioni scientifiche..”

Ora torniamo un attimo indietro, bé forse un attimo è un intervallo di tempo troppo breve e anche indefinibile, tutto sommato, torniamo ai primi dell’ottocento, e precisamente intorno al 1807 in un luogo dove è nata la psichiatria così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, un luogo e un tempo divenuti cardini dell’agiografia medica, Bicetre, l’asilo dove in quegli anni uno dei fondatori della psichiatria, Pinel, stabilì la sua dimora e diffuse il suo mito.
La storia è conosciuta, conosciuta è anche la confutazione che sia accaduta davvero, ma qui poco ci importa, il mito come tutti sanno o quasi, non trae la sua forza e la sua verità morale dal fatto che sia vero o meno ma da ciò che alla storia e all’umanità serve di quel mito per sostanziare pratiche, leggi, morali, rivoluzioni ecc. Mi riferisco alla leggenda della visita di Couthon a Bicetre. Couthon era un membro illustre della Convenzione, un paralitico dalla fama sinistra, uno spietato taglia teste, egli portato a braccia a Bicetre per indagare se all’interno di quell’asilo vi fossero dei sospetti che si nascondessero sotto le mentite spoglie di folli, di fronte a quell’umanità liberata da Pinel indietreggiò disgustato, li qualificò come “animali” e rinunciò ad indagare se tra quelle “bestie” vi fossero dei simulatori.
Da questo “mito” Pinel trae la sua forza riformatrice. Egli procede alla liberazione dei folli dalle catene, folli che di colpo ritrovano la ragione. Ora, il mito di Couthon serve a Pinel per dimostrare che la follia è vizio, corruzione, violenza, e solo nella gerarchia, nella stabilizzazione sociale e morale l’individuo folle trova la sua guarigione. Pinel dunque contrappone alla società folle della rivoluzione una società basata sulla conformità ai tipi, nella liberazione nell’internamento egli concepisce una società virtuosa, regolata o dominata dalle forme tradizionali morali e sociali. Couthon rappresentava per Pinel la cattiva libertà, quella della furia rivoluzionaria, del rovesciamento dei valori e dei principi che avevano retto l’Ancien Regime, mentre egli rappresenta la buona libertà, quella che doma i più violenti e insensati degli uomini introducendoli in un mondo in cui le passioni sono temperate dalle virtù e dal ruolo sociale.

Perché sono tornato così indietro? Perché è da Pinel in poi che la psichiatria assume la sua ambigua veste: da un lato è una branca della medicina o almeno cerca di esserlo, dall’altra assume un ruolo da vigilante sociale. Questa doppia veste è tristemente riassunta nelle prime righe della legge del 1904:

DEBBONO ESSERE CUSTODITE E CURATE NEI MANICOMI LE PERSONE AFFETTE PER QUALUNQUE CAUSA DA ALIENAZIONE MENTALE, QUANDO SIANO PERICOLOSE A SE' O AGLI ALTRI E RIESCANO DI PUBBLICO SCANDALO E NON SIANO E NON POSSANO ESSERE CONVENIENTEMENTE CUSTODITE E CURATE FUORCHE' NEI MANICOMI.

Ciclicamente quando esce qualche notizia di un crimine commesso da un “malato di mente” spuntano su giornali e siti vari riflessioni (così vengono definite) che si interrogano sulla pericolosità sociale, che per carità la legge 180 è sacra però un ritocchino sarebbe opportuno ecc.
In realtà nella maggior parte dei casi non si tratta di riflessioni ma di emozioni, a essere buono, conati, a essere cattivo. La confusione mentale di questi pensatori è tale che riescono a contraddirsi nello spazio di una paginetta. Giova ricordare a questi dilettanti della riflessione che per riflettere bisogna per prima cosa attaccare il cervello, seconda cosa essere distaccati e non farsi catturare dall’emotività di un evento, terza cosa bisogna avere strumenti culturali.
Il tema della pericolosità sociale è troppo importante per lasciarlo discutere a filosofi improvvisati o cazzeggiatori di professione, per non parlare dei giornalisti che per loro costituzione e formazione risultano pesci fuor d’acqua quando si avventurano nelle acque insidiose del pensiero, pensino a raccontare bene i fatti, piuttosto, di questo ci sarebbe bisogno e invece non sanno fare nemmeno questo, tanto che per farsi un’idea di un fatto bisogna leggerne cento di giornali e alla fine si rimane confusi e storditi.

Prima di tutto un assioma:
Lo psichiatra è un medico, non si deve occupare dell’ordine pubblico, ma della salute mentale, se ci riesce, di un paziente.

E se un paziente è pericoloso? Non sfuggo all’insidiosa domanda. Intanto per la legge italiana una persona è considerata pericolosa in base ai precedenti penali. Ciò però non implica necessariamente che quella persona sia messa sotto controllo. Anche perché se la polizia o i carabinieri dovessero passare il tempo a controllare le persone che hanno precedenti penali non resterebbe nessuno a vigilare sull’ordine pubblico (paradosso del controllo totale). Mettiamo il caso dunque che un paziente abbia precedenti penali. E che sia stato considerato incapace di intendere e volere. In genere per lui il destino è un OPG. L’OPG è un manicomio criminale. In teoria chi entra in un OPG dovrebbe essere curato o comunque assistito in modo tale che la sua incapacità di intendere e volere non possa essere a danno della collettività. L’OPG però si è rivelata in tutto e per tutto una struttura carceraria molto più dura delle carceri dove sono rinchiusi i criminali capaci di intendere e di volere, inoltre tutte le garanzie di cui godono i carcerati sani di mente non valgono nell’OPG, struttura che a livello simbolico rappresenta la perfezione della contraddizione interna al ruolo dello psichiatra. Nell’OPG si entra infatti per un reato e per una diagnosi o perizia. Ci sono due livelli di custodia: l’una fa riferimento al codice penale e cessa quando la pena è estinta, l’altra fa riferimento alla cura e cessa o dovrebbe cessare quando la cura ha avuto la sua efficacia.
Come tutti sanno chi entra in cura psichiatrica raramente ne esce, se non per un atto volontario. La maggior parte degli ex-utenti sono divenuti ex rompendo in silenzio l’alleanza terapeutica che con il tempo può diventare un’alleanza scomoda.
Ma quali sono i tipi di reato per cui si può finire in un OPG?
Qualcuno rimarrà sorpreso ma nella maggior parte dei casi non si tratta di reati contro le persone, quindi non ci sono solo stupratori e/o assassini, tantomeno serial killer i quali non essendo “malati di mente” vengono affidati per loro fortuna alle carceri dei sani, ma ladruncoli, scassinatori, disturbatori della pubblica quiete ecc. Reati molto comuni e che non implicano necessariamente una grande sanità mentale. Ma si sa se un ricco ruba non è un ladro, c’è una patologia nata apposta per evitare che un ricco con il vizio di rubare finisca in carcere, la cleptomania. Ovvio che il cleptomane non finisce all’OPG ma nello studio di un qualche psichiatra illustre. Se invece chi ruba è un poveraccio e infermo di mente la sua destinazione è l’OPG dove verrà curato ed educato.
Personalmente considero da libertario il carcere come una cosa dura ma necessaria, non credo in alcun modo nel carattere rieducativo della pena, non credo che in un carcere si possa crescere come persona e diventare uomini diversi da prima, credo che ciascun individuo possa trarre dal carcere una lezione diversa, taluni possono persino affinare tecniche criminali. Ritengo dunque che il malato di mente che ruba un autoradio debba essere condotto in un carcere normale e che possa uscire dal carcere dove riceverà una cura psichiatrica tale e quale a quella ricevuta nell’OPG alla fine della pena e non alla fine della cura.
Per chi commette un delitto di sangue il destino dovrebbe essere il medesimo, e non credo che ci possano essere dubbi di sorta. Dal momento che l’OPG è un carcere più duro e che in un carcere ordinario si può ricevere una cura quanto nel manicomio criminale.
Abolire gli OPG mi sembra a questo punto una pura formalità.
Ma veniamo al dunque. Finora abbiamo parlato di pericolosità sociale relativa ai precedenti penali.
Affrontiamo ora la questione della prevedibilità di un reato. Prendiamo il caso di un reato passionale. Quante volte abbiamo letto notizie di mariti che uccidono la moglie e l’amante colti in flagrante adulterio? In genere l’uxoricida non ha precedenti penali, né si è mai distinto nella sua vita in atteggiamenti violenti o aggressivi. In fase processuale la pena ha come attenuante la passionalità del gesto, che in quanto passionale non è premeditato. Era prevedibile che un uomo mite, conosciuto per la sua tranquillità, vedendo la propria moglie fornicare con il miglior amico, diventasse un assassino spietato? No, non era prevedibile. Fine della questione.
Ma mettiamo il caso di un ragazzo, con qualche problema di depressione, anch’egli conosciuto per la sua mitezza, che magari all’ennesima angheria di un prepotente reagisca con violenza e uccida il prepotente. Ebbene credete che per questo ragazzo non possa valere l’attenuante della passionalità del gesto? Era prevedibile che questo ragazzo uccidesse il suo persecutore? Dite di sì? E in base a quale assunto? Perché è un malato di mente? Siete così certi? E cosa bisognerebbe fare di questo ragazzo? Rinchiuderlo in un OPG a vita? Chiuderlo in qualche struttura più umana e pietosa? E perché mai un malato di mente dovrebbe, in quanto non in grado di intendere e di volere (lo stato in cui uccide di solito colui che è preda della passione, che sia sano di mente o no), e quindi impossibilitato a distinguere tra il bene e il male, godere di un trattamento più feroce di un assassino in grado di intendere e di volere, e quindi capace di distinguere tra il bene e il male?

C’è un racconto di Philip K. Dick che mi sembra appropriato per chiudere questa riflessione, si intitola Rapporto di minoranza:

Il racconto descrive un ipotetico futuro in cui l'umanità ha completamente eliminato gli omicidi e la maggior parte delle azioni criminali grazie all'utilizzo dei precog, degli uomini che hanno subito alterazioni mentali tali che gli consentono di vedere il futuro e di comunicarlo tramite delle macchine alla precrimine, una divisione della polizia nata per arrestare i cittadini che stanno per commettere un crimine. Il protagonista del racconto è il direttore della precrimine, John Anderton. Nel racconto Anderton viene coinvolto in un complotto ordito dai militari volto all'eliminazione della precrimine dato che questa organizzazione ha progressivamente tolto loro potere e influenza nell'ordinamento statale. Alla fine del racconto Anderton riesce a sventare il piano dei militari anche se questo gli costerà l'esilio dalla Terra.

Ecco la soluzione amici riflettori, i precog. I precog nel racconto di Philip K. Dick sono uomini con alterazioni mentali, dei visionari, dei folli insomma… che strano destino, dunque per prevenire i crimini ci si deve affidare alla follia? Ma si sa che questo è solo un racconto di fantascienza, siamo persone troppo serie e razionali per spingerci su territori così fantastici, o no?

Stiamo organizzando noi del Mondo di Holden un seminario sul tema della pericolosità sociale, inviteremo a parlare di questo tema intellettuali e scrittori che pensano, e non sono semplicemente dei riflettori.
Segnatevi nell’agenda questa data: 13 Giugno 2009.
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Gen 23
I farmaci non guariscono nulla (di Domenico Fargnoli)

di nicola pasa

I farmaci non guariscono nulla (di Domenico Fargnoli)

Quando uno psichiatra, in base a una sua precisa e insindacabile valutazione, della quale comunque si assume piena responsabilità, decide di somministrare psicofarmaci a un paziente, dovrebbe avere bene in mente che essi agiscono a livello dei sintomi e della coscienza: nessuno che sia stato sottoposto a una terapia farmacologia è guarito, solo per effetto delle sostanze psicotrope, da una psicosi, da una nevrosi o da una psicopatia. Questo è un dato di fatto, una certezza a cui può giungere chiunque in base a un minimo di esperienza clinica o solo osservando la vita quotidiana della gente. Il farmaco in psichiatria, come del resto in tutta la medicina, agisce all’interno di una relazione, assumendo significati e conseguentemente efficacia diversa secondo i contesti. Di fronte a un’emergenza o all’impossibilità di intervenire altrimenti si può decidere di tentare di modificare farmacologicamente lo stato psichico di una persona in previsione di comportamenti che possano essere violenti per sé e per gli altri o posti di fronte a una condizione di sofferenza mentale che sembra al momento insostenibile.

Il terapeuta interviene sul comportamento attraverso la prescrizione medica cercando di impedire un agire distruttivo. Lo psicofarmaco è un rimedio estremo, un contenimento chimico provvisorio, che si è sostituito alla costrizione fisica di una volta, a cui si dovrebbe far ricorso con molta parsimonia. Accade invece che quello che è un intervento cui dovrebbe essere riconosciuto sempre il carattere d’eccezionalità diventa routine quotidiana, quello che è solo un espediente per cercare di attenuare l’aspetto distruttivo di una crisi particolarmente grave, diventa “la cura”. La parte prende il posto del tutto e il terapeuta si nasconde sistematicamente dietro una molecola evitando l’impatto con i problemi veri della persona: si consolida l’idea che la malattia sia la conseguenza di un processo organico e degenerativo, geneticamente determinato e come tale incurabile. La relazione medico paziente si cristallizza in un vissuto reciprocamente persecutorio che favorisce da una parte atteggiamenti autoritari e dall’altra un assoggettamento sacrificale. Inizia la spirale ingravescente della “porta girevole ”: a ogni aggravamento del sintomo corrisponde un aumento del numero e del dosaggio dei farmaci fino a arrivare all’“acting out” della terapia elettroconvulsivante laddove la lobotomia chimica non riesce. Si giunge allora a confondere l’amnesia da elettroshock e lo stato confusionale legato al trauma cerebrale e psichico con un risultato terapeutico. Il raggiungimento di una condizione organica d’incoscienza senza immagini, analoga a quella del coma, sarebbe il presupposto del “miglioramento”.
A partire dagli ultimi decenni del Novecento a oggi si è accumulata una vasta letteratura che dimostra l’effetto nocivo dei trattamenti psicofarmacologici a lungo termine capaci di indurre non solo assuefazione grave, coi relativi problemi di astinenza ma anche vere e proprie malattie neurologiche per l’alterazione della sostanza nervosa e dei relativi neurorecettori.

L’Organizzazione mondiale della sanità, in un suo rapporto, consiglia che l’assunzione di neurolettici non sia protratta per periodi superiori ad alcune settimane. Non hanno senso i trattamenti a tempo indeterminato; di fatto i neurolettici vengono spesso somministrati per anni col risultato di cronicizzare la patologia, a volte in maniera irreversibile. I neurolettici agiscono solo e non sempre sui sintomi ma non hanno efficacia sulla eziologia, inoltre quasi tutti possono provocare, come “effetto collaterale”, ciò contro cui sono somministrati (ad esempio, l’incremento di sintomi come le allucinazioni).
L’orientamento basato sull’uso esclusivo e continuativo degli psicofarmaci ha portato storicamente ad accomunare tutte le patologie psichiatriche in base ai sintomi come nel DSM IV annullando la ricerca e lo studio sulla psicopatologia e indirettamente negando l’identità dello psichiatra. Alla moltiplicazione delle molecole ha corrisposto una moltiplicazione delle sindromi.

Una domanda che frequentemente viene posta è se gli psicofarmaci possano contribuire alla realizzazione della cura. Il farmaco modifica lo stato di coscienza attraverso i recettori cerebrali. Ciò si lega a cambiamenti difficilmente prevedibili, data la variabilità soggettiva e la risposta organica, con riduzione della sensibilità e dell’affettività. La psicoterapia si rivolge al non cosciente e all’irrazionale, alle immagini interne e ai contenuti affettivi che si cerca in ogni modo di far emergere e di potenziare trasformandole. I due approcci sono chiaramente incompatibili per cui non ha senso parlare di una loro integrazione come si fa oggi molto frequentemente. Bisogna tenere conto del fatto che qualora sia necessaria una prescrizione farmacologica in situazioni di emergenza questa agisce ben oltre l’azione fisica del farmaco, comunque avendo in sé, anche se non esplicitata al momento, una valenza interpretativa: è questa che ha un’efficacia terapeutica. Attraverso la cura che si rivolge alla dimensione non cosciente e irrazionale, si attiva un pensiero creativo che può portare alla guarigione: ciò avviene nell’ambito di un rapporto tra esseri umani e non certo per l’interazione con una sostanza inanimata.

di Domenico Fargnoli, pischiatra e psicoterapeuta



Gen 20
Le parole di Eva

di nicola pasa


Eva Z., 32 anni, pianista
(da “Salute Mentale e organizzazione che cura” di L. Bicego, C. Brandolin, A. Cociani, A. Fascì, N. Semeria. Maggioli Editore, novembre 2008, pag. 137)

Io proprio non volevo venire, non so perché. E’ perché ho paura dell’auto, io pensavo che sarei stata senza medicine, me ne danno poco, ma io ne vorrei ancora meno. Lo psichiatra ha detto che quando torno mi toglie via le medicine. Però sono venuta!
Mi trovo bene: intanto perché siamo in vacanze in Croazia, mi piace anche mangiare insieme alle altre amiche anche se ancora non mangio carne e neanche verdura (non so perché) forse perché mia madre non mi ha dato da mangiare per due mesi perché era cattiva con me.
Io trovo tutte le donne del gruppo molto coccole e simpatiche, anche le infermiere sono per me come le altre persone.
Mi piace molto il mio bungalow, per me è la prima volta. Prendo il sole, mi fa star bene e anche il paesaggio mi rilassa.
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