Scritto ieri:
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Gen
20
Peppe Dell'Acqua racconta la storia di Darina (e Eva)
di nicola pasa

Come molti sanno il 9 gennaio scorso, a firma dell’inviata Cristiana Lodi “Libero” pubblicava un ampio e integralmente menzognero servizio sulla storia di una madre e di una figlia, Darina ed Eva, malate da quasi vent’anni e da altrettanti in cura presso i servizi di salute mentale triestini.
Mentre l’Azienda Sanitaria locale consultava i propri legali finendo per sporgere denuncia contro “Libero”, ho risposto tempestivamente con una lettera inviata allo stesso. Qualche giorno dopo mi risponde la giornalista Lodi con l’invito esplicito ad argomentare quanto da me, e noi contestato e smentito. Quasi a insinuare che la scelta di non entrare nel merito della delicatissima e intricata vicenda delle sue donne, già esposta e strumentalizzata oltre ogni misura, sia la “prova lampante” che quanto riportato nel servizio corrisponda al vero.
Decido dunque di stilare e inviare un resoconto sulla base dei fatti che conosco bene, smontando benché in maniera inevitabilmente sintetica e non esaustiva punto per punto la versione data da “Libero”. Ecco dunque il resoconto. Aggiungo che praticamente in contemporanea, nella puntata del 18 gennaio di “Sabato e domenica” per Uno Mattina il giornalista Rai Franco Di Mare portava in trasmissione la collega Lodi che ribadiva quanto già scritto. Dopo averlo io contattato al telefono e spiegato come stanno i fatti, Di Mare ha prontamente organizzato una troupe che sarà a Trieste già questa settimana con l’intento di costruire un’informazione finalmente attendibile e veritiera intorno a questa vicenda.
Finora ho scelto di non entrare nel merito della drammatica vicenda umana di cui l’articolo di Libero parla, per rispetto delle persone che ne sono protagoniste, la signora Darina Tarcic e la figlia Eva e che il Dipartimento di Salute Mentale da me diretto ha in cura da 20 anni. Persone che ho ritenuto mio dovere, professionale e umano, proteggere da ogni ulteriore esposizione e strumentalizzazione da parte di chi che sia. Persone di cui si parla sempre e soltanto da un unico punto di vista, senza dare la benché minima possibilità alle persone stesse e a chi le conosce e con serietà e competenza affianca da tempo di mostrare e, se serve, documentare una ben diversa verità dei fatti.
Quello che segue è necessariamente una sintesi.
Darina è una donna con un disturbo mentale severo, fragilissima, molto condizionata da un prete “esorcista”, Don Giurissi, più volte richiamato dal vescovo di Trieste, e di alcuni componenti estremisti di Forza Nuova.
Darina, la madre di Eva, che è stata maestra elementare, è vedova da 22 anni. È di lingua e cultura slovena e vive in un piccolo paese alla periferia di Trieste a ridosso di quello che era il confine con la ex Jugoslavia. La figlia Eva nella tarda adolescenza ha manifestato problemi a scuola, comportamenti incomprensibili, fughe improvvise, chiusure ostinate. Un esordio psicotico. Ora ha 34 anni e un disturbo schizofrenico conclamato.
Un altro figlio di Darina più giovane ha avuti problemi. Si è riusciti ad aiutarlo e appena ha potuto è “scappato” via da casa e ora vive e lavora con soddisfazione.
Fin dall’inizio della storia, circa 18 anni fa, Darina ha vissuto la malattia della figlia come un suo fallimento di madre e ha fatto di tutto per negarla. Fin da allora il prete, che aveva stabilito un rapporto di fiducia e di protezione, ha ritenuto di poter sostenere le due donne anche attraverso sedute di preghiere e ha così sconsigliato il rapporto con i curanti e ostacolato le cure di Eva e rendendo il nostro intervento sempre più difficile.
Abbiamo dovuto scegliere di curare Eva, benché la stessa madre fosse molto bisognosa di attenzioni terapeutiche, e non certo soltanto di preghiere o di altre improbabili persone che si offrivano di aiutarla.
Ma curare Eva restava sempre molto difficile. Bisognava entrare in casa, superare le resistenze ostinate della madre, convincere Eva, che in tale situazione si disponeva ancora più di mala voglia alle nostre cure. Come accade in queste situazioni, che abbiamo altre volte dovuto affrontare, non frequentissime per fortuna, all’ostinato rifiuto Darina faceva seguire richieste drammatiche di aiuto e di un nostro urgente intervento. La relazione diventava in quei momenti insopportabile e Darina, sconfitta, accettava la malattia della figlia anche a difesa dalla malattia che sentiva incombere su se stessa. Passavano pochi giorni e Darina tornava alla carica: portava via sua figlia e la nascondeva, chiedeva protezione alle persone più improbabili. Così con alti e bassi siamo andati avanti per più di 10 anni.
Intanto Darina è stata avvicinata dai familiari delle associazioni di Trieste, ha frequentato i nostri corsi per i familiari ed è stata inserita nei gruppi di auto aiuto, è stata accolta da me oltre che dagli operatori del Centro di Salute Mentale (CSM) tutte le volte che ha manifestato il suo dolore e la sua disperazione. Abbiamo letto e discusso insieme, la signora e io, pagine del mio libro, un manuale per le famiglie che vivono queste esperienze, passando ore insieme. Siamo riusciti a coinvolgere uno dei ben undici fratelli di Darina che ha cercato fin quando ha potuto di aiutare la sorella ad accettare le cure e il nostro e suo aiuto. Dopo un anno si è allontanato esausto. Degli altri fratelli sappiamo che da tempo hanno interrotto ogni rapporti con Darina e sono pressoché irrintracciabili.
Eva quando si riusciva, veniva ospitata al CSM del suo rione che a Trieste è aperto 24 ore e accoglie le persone anche di notte. Con Eva avviavamo programmi, vacanze, formazione, ospitalità in comunità che naturalmente dovevano considerare un distanziamento tra madre e figlia. Per due volte Darina ha accettato, anzi ha richiesto con insistenza, che Eva entrasse in una comunità gestita da un bravissimo sacerdote, nostro compagno di strada da sempre, e per ben due volte con uno stratagemma ha portato via la figlia rimettendo in atto gli stessi comportamenti. Sempre sostenuti dai consigli dell’esorcista che riteneva di dover essere lui il “curatore”.
Per ben 10 anni abbiamo tenuto questo gioco per evitare di segnare Darina con una esplicita diagnosi psichiatrica che avrebbe ulteriormente indebolito il nucleo familiare. Contando comunque di poter gestire la situazione e sperando in un cambiamento che a volte sembrava vicino. Infatti quando per periodi, purtroppo brevi, riuscivamo a ottenere la partecipazione della madre le cose andavano. Assistevamo a una buona ripresa di Eva a una sua timida partecipazione ai programmi. Appena Eva cominciava a stare meglio peggiorava purtroppo la sofferenza psichica di Darina, sopraffatta da una insostenibile angoscia persecutoria che rendeva evidente anche per lei il bisogno di accedere finalmente a un percorso di cura.
A fronte del suo ostinato rifiuto in quell’occasione è stato necessario attivare il primo TSO per Darina. Il TSO ha dato inizio a un percorso di cura e a una discreta partecipazione. Sembrava che avesse colto il senso di quel passaggio e si disponesse a un percorso di ripresa.
Così non fu e dopo altri circa 5 anni di alti e bassi si rese non più rinviabile la decisione di curare senza più interruzioni madre e figlia. Anche spinti da continue segnalazioni che venivano dai paesani che vivevano e vedevano la quotidiana sofferenza di Darina.
Di qui un secondo TSO per Darina. In quella circostanza abbiamo ancora una volta avvertito la Curia vescovile, parlato prima col giudice tutelare, intrattenuto un proficuo rapporto con la sindaco del suo paese che conosce bene Darina fin dai tempi dell’infanzia e che più volte insieme ad altri paesani ci aveva segnalato la condizione di triste isolamento delle due donne.
Questo secondo TSO dura circa 4 settimane. La madre e la figlia vengono ospitate in due CSM diversi. Da qui Eva andrà a vivere in una piccola comunità con altre 5 persone con un programma terapeutico intensivo dove tuttora risiede da quasi 2 anni.
Partecipa a gruppi terapeutici con altre donne, ha ripreso a suonare il pianoforte prendendo lezioni 2 volte a settimana, esce con il gruppo quasi ogni sabato e domenica, ha partecipato sempre col gruppo delle donne a lunghi periodi di vacanze al mare a Parenzo. È possibile parlare più a lungo con lei, è meno tormentata dalle allucinazioni e non chiede di tornare a casa. Ovviamente dobbiamo regolamentare con attenzione le visite della madre.
Questo progetto, che chiamiamo terapeutico-riabilitativo individuale, coinvolge operatori, cooperative, volontari e costa al nostro Dipartimento mediamente 4000 € al mese.
La madre intanto resta ospite al CSM e accetta una terapia farmacologica, interrompe il rapporto col sacerdote, dichiara amicizia e gratitudine nei nostri confronti e comincia a frequentare il CSM con l’intenzione di aiutarci, quasi fare volontariato. Diventa buona amica di alcune infermiere. E tutto va bene finché prende un po’ di neurolettici, accetta le nostre visite a casa e con noi si prende cura della casa stessa che nei periodi di malattia mostra segni evidenti di abbandono e confusione.
Di nuovo interrompe il programma e di nuovo riavvia il conflitto sempre con la protezione del prete esorcista e questa volta di altre persone come un consigliere comunale di destra che sfrutta l’ordinanza di TSO del sindaco per fare opposizione in Consiglio comunale, un non meglio definito signore che si definisce familiare e, stavolta, elementi di Forza Nuova che nel frattempo conducono una violenta campagna di diffamazione dei servizi triestini e degli operatori che vi lavorano.
Passa ancora quasi un anno. I reiterati e dannosi tentativi di portare via la figlia dalla comunità, contemporaneamente a una smisurata serie di incontri e contrattazioni con Darina, dove emerge sempre una dolorosa sintomatologia psicotica con deliri e cali preoccupanti di umore fino a far temere soluzioni finali, portano al terzo TSO. Tutto va bene, Darina si riprende fino a che abbandona le cure e di nuovo ricomincia la storia.
Con il prete esorcista ricorre in tribunale contro il TSO. Il giudice conferma il nostro operato dopo aver sottoposto Darina a perizia psichiatrica e sentito il parere di uno psichiatra padovano che conferma le nostre diagnosi. Al che Darina paga due sconosciuti specialisti che si prestano a redigere certificati di buona salute.
Siamo arrivati a oggi.
Eva continua il suo percorso e di questo siamo felici. Dobbiamo salvaguardarla dalle incursioni non solo della madre ma anche dal sacerdote, e, come di recente, dalla visita della giornalista di Libero e del milanese signor Dal Buono presidente dell’Associazione vittime della 180.
Questi sono i fatti.
Se sarà il caso ma in altre sedi potrò mostrare documenti, fotografie e video di Eva e delle sue vacanze e di molti altri momenti del nostro percorso terapeutico, con il suo consenso naturalmente, e non come ha fatto Libero che ha pubblicato di Eva anche una foto con tanto di didascalia “schizofrenica” e senza il consenso di Eva stessa, approfittando della fragilità e della confusione di Darina.
Aggiungo infine che la Legge 180 in questa storia non c’entra se non per garantire attenzione, cure e diritti. Fino alle estreme conseguenze si direbbe, come questa storia dimostra.
Ma prima ancora c’entrano i servizi che lavorano, si assumono responsabilità e mettono in campo professionalità, risorse e profonde motivazioni etiche.
Peppe Dell’Acqua
Gen
18
Primi incontri nel reparto psichiatrico di Sampierdarena
di nicola pasa
Pubblico i primi verbali sugli incontri che il Coordinamento Ligure Utenti ha iniziato lo scorso autunno nell'spdc dell'ospedale di Sampierdarena a Genova, due membri del CLU entreranno ogni lunedì nel reparto e parleranno in una specie di gruppo di auto aiuto con gli utenti ospiti.
verbale riunione SPDC 16 dic. 2008
La riunione inizia alle 15.30 sono presenti 13 ospiti (alcuni vengono più tardi) 4 infermieri il primario e una psichiatra.
Apre la discussione il primario spiegando i motivi della riunione stessa: migliorare le condizioni del ricovero in reparto e favorire la comunicazione tra pazienti e curanti, presenta i membri del coordinamento ligure utenti (CLU) che hanno vissuto esperienze di ricovero e di cura e che si impegnano per dare voce ai bisogni degli utenti. La loro presenza sar‡ costante nel tempo.
Dopo le presentazioni reciproche si apre la discussione.
Una infermiera chiede agli ospiti cosa vorrebbero cambiato nel reparto, come lo vorrebbero e come migliorare .
Seguono vari interventi
ospiti
1- vorrebbe mangiare meglio e di più, ricorda i pasti di anni prima 2. - introduce il problema della gestione delle sigarette, gli infermieri sono caricati della gestione e spesso aspetta per poter fumare, il chiuso soffoca . 3. sottolinea che il fumo va regolato quando ad esempio si è anziani 4. chiede rispetto per l'anziano 5. ribadisce la necessità di una gestione controllata. 6. introduce il problema della noia 7. introduce la necessità della porta aperta. 8. fa rilevare che ci sono pochi spazi 9. dice che mancano sufficenti infermieri 9 . esprime la necessità di fare qualcosa per non rimanere fermi, aiutare nelle pulizie, aiutare altri. 10 . di nuovo sulla noia, propone DVD da vedere 11. oltre che per essere seguiti meglio gli infermieri servono per maggiore sicurezza. 12. Parla della sicurezza interna minacciata da chi sta male ed anche dell'insicurezza esterna quando si viene dimessi 13. come ricoverati abbiamo un marchio (stigma)14. ci si vergogna ad esporsi e parlare dei propri problemi mentre è necessario buttere fuori le proprie cose 15 ed altri. dicono di trovarsi bene solo la noia è presente.
16. chiede più comprensione e avvicinamento degli infermieri, più ascolto.
infermieri
1. cercare di creare un ambiente diverso che implica un coinvolgimento maggiore da parte dei colleghi ospiti e psichiatri, bisogna cambiare dentro e ci vuole tempo 2. elenca la mancanza di una libertà personale per chi è ricoverato, l'ambiente è angoscioso, non ci dovrebbero essere gli SPDC, lamenta un carico eccessivo che porta a non essere a volte disponibili 3. SPDC come carcere, maggiori spazi per l'intrattenimento. 4. Spdc deve essere più flessibile, non irrigidirsi, proporre attività ricreative, e partecipazione alle attività di reparto (pulizia ecc.) 5. riferisce che è arduo farsi capire con chi ha una cultura e tradizioni diverse, facile per lui non sentirsi compreso.
Primario
parla della sicurezza non solo nel reparto ma fuori, problema sociale che porta a chiudersi nel reparto e non affrontare l'esterno, perchè senza risorse sufficenti. Riferisce la sua paura che attività ricreative interne siano ancora più in contrasto con l'uscire dal reparto, che non desidera che l'SPDC viva per sempre, lo vorrebbe idealmente abolito
CLU
1. la discussione evidenzia sopratutto tre aree: la noia, la voglia di una maggiore libertà, porta aperta, e la sicurezza in reparto e fuori 2. riferendosi alla possibilità di tenere aperte le porte del reparto dice che uno che riceve fiducia più facilmente risponde positivamente a nuove libertà riferendosi anche all'esempio di una ospite. 3. la necessità di una mappatura delle risorse esterne, delle associazioni, dei centri di incontro, delle iniziative 4. si parla della possibilità di un auto aiuto all'interno in cui le persone espongano i loro problemi, sentano i problemi degli altri, si sentano meno soli. 5. si sottolinea l'importanza di ritrovarsi, avviene nel CLU in cui si condividono non solo iniziative ma anche momenti di scambio di vicinanza riuscendo ad essere meno soli .
Alcuni ospiti intervengono parlando della loro solitudine e sofferenza. Altri ribadiscono la necessità della porta aperta . La porta è stata aperta un pomeriggio e non è successo niente ed è stato gradevole per tutti ma sia il primario che alcuni ospiti introducono il problema dell'abuso alcolico possibile mentre una persona del Clu sottolinea anche l'abuso di caffè possibile. Il problema resta sospeso e da ridiscutere. Il problema della noia può trovare risposte nell'iniziative degli stessi ospiti che si possono organizzare puntando sulla propria iniziativa e se ne discuterà ancora. Oggi non si sono annoiati. Un ospite parla della contenzione necessaria per chi è aggressivo si rimanda l'argomento molto importante. Viene ribadito l'auto aiuto in reparto.
Alle 16.30 finisce la riunione dandosi un appuntamento per la settimana prossima e garantendo un verbale della stessa.
Verbale SPDC del 22-12-08
(2° incontro in reparto)
Presenti: 15 pazienti, 2 infermieri, 2 medici, 2 rappresentanti del CLU.
Cipresso espone il verbale dell’incontro precedente, letto il quale invita Emilia e Federico (CLU) a presentarsi. Dopo una breve esposizione in cui si parla tra l’altro di reti sociali e di attività varie affrontate dal CLU, inizia l’assemblea.
L’inf. Antonella propone come tema di discussione il rapporto fra i vari pazienti e i rispettivi servizi territoriali.
Gerardo dice di essere stato seguito dal Ser.T , di essere al suo primo ricovero ospedaliero e di sentirsi pessimista riguardo al futuro dati i pregressi rapporti col servizio stesso.
Luciano sposta l’attenzione su un proprio problema personale (la sparizione delle scarpe) e racconta di essere stato contenzionato perché voleva fumare una sigaretta.
Alessio ribatte che la cosa, successa per altro anni fa, è poco credibile e sostiene che probabilmente Luciano fosse agitato e gridasse. Rientrando in argomento parlando di sé racconta di essere stato seguito anche domiciliarmente, ma in modo meccanicistico, quindi senza risultati sino a rifiutare le visite.
Mauro si sente seguito sufficientemente bene dal servizio di S.M. di Sampierdarena , ma in SPDC soffre l’ambiente chiuso.
Ansar (?) chiede che fumare sia lecito più spesso, racconta di essere seguito dal S.M. di Sampierdarena, di non partecipare alle attività, ma di essere stato indirizzato ad una comunità della Redancia, dove dovrebbe entrare tra pochi giorni.
Giov.Battista espone 2 problemi: il primo è che all’interno dell’SPDC la sala mensa è troppo stretta (altre persone si lamentano anche della scarsità del cibo) il secondo riguarda il tema posto. Racconta di vedere lo psichiatra ogni 6 mesi solo per i farmaci e denuncia che presso il suo servizio, S.M. Bolzaneto non c’è incoraggiamento a parlare.
Gerardo interviene dicendo che è deluso al punto di non frequentare più né S.M. né Ser.T perché il rapporto era così carente di attenzione che assunse un farmaco per ben 6 mesi senza conoscerne la funzione e tantomeno gli effetti collaterali, sentendosi disumanizzato.
Calogera si ritrova scoperta perché, assente il suo medico manca il sostituto, per mancanza di questo appoggio si ritrova nuovamente ricoverata in SPDC.
Silvia racconta della propria storia in cui viene sballottata dimessa e nuovamente ricoverata presso vari ospedali di Genova sentendosi più un pacco postale che un essere umano sofferente quale è. Sola anche in famiglia chiede con forza un sostegno costante al servizio di appartenenza.
Franco racconta che presto entrerà a Villa Cristina grazie all’interessamento della sua ass.soc. che gli procurerà successivamente all’interno di una struttura residenziale un posto dove intende vivere per sempre. Riconosce di non sapere fare a meno dell’alcol e di essere responsabile della propria dipendenza. Aggiunge che, all’interno dell’SPDC forse perché il senso di sorveglianza varca la porta esterna, questa potrebbe rimanere qualche volta aperta.
Gerardo espone lo stesso concetto con più chiarezza giungendo a denominare questa sorveglianza psicologica come “guinzaglio” . Con l’allontanamento dalla struttura si perdono i legami e di conseguenza le difese.(anche qui si avverte una richiesta di sostegno e di protezione).
Maria Rosa racconta di 2 tentati suicidi a distanza di anni uno dall’altro e di essere stata liquidata dopo le cure effettuate dopo la prima depressione (è necessario un monitoraggio sui pazienti anche dopo lunghi trascorsi?)
Maria Grazia è sufficientemente soddisfatta dei suoi rapporti col servizio e tenta un approccio positivo con la vita frequentando una palestra e gestendo la propria casa.
Silvana ha come sostegno figli e nipotini che la amano e la seguono, ha finalmente trovato uno psichiatra con il quale parlare e dal quale essere ascoltata ed ha creato con alcune pazienti conosciute in reparto un piccolo gruppo che allievi la comune e precedente solitudine.
Rita porta con difficoltà all’interno del gruppo molta sofferenza e dolore, ma si è fermata a parlare e a raccontarsi a differenza di quanto aveva fatto nel primo incontro. Ci ha dato il suo numero telefonico perché è emerso in lei come negli altri il desiderio di continuità e di approfondimento di rapporti che ci facciano raggiungere stati di vita più soddisfacenti e dignitosi.
Tornando all’intervento di Gerardo sul “guinzaglio” Antonella prova a sostituire la parola “guida” a quella usata da Gerardo.
Emilia racconta che anche per lei il bere diventa un problema se la sua vita viene vissuta come insostenibile. Per meglio affrontarla si è creata una rete tecnico-terapeutica molto forte ma consapevole di quanto questo sia solo un aspetto della “cura” ha individuato nei rapporti sociali e soprattutto nell’auto aiuto la parte più vitale per migliorare la propria e le altrui esistenze. Cita un gruppo di self-help “donne in evoluzione” che si tiene presso la S.M. di Bolzaneto ogni martedì dalle 15 alle 16.
Federico che precedentemente era intervenuto chiarendo le finalità e le attività del CLU ha anche reso noto che parallelamente si è formato un gruppo denominato “reti sociali” composto anche da medici, operatori ed utenti allo scopo di sviluppare e condurre a buon fine, affrontandole, quelle tematiche- abitare, lavoro, auto aiuto- che permettono ad utenti ed ex di superare stigma e difficoltà che da soli sono di fatto insormontabili. Federico nota che questa assemblea è molto vicina ad un gruppo di auto aiuto nelle modalità e nei comportamenti rilevati.
Antonella esprime con chiarezza il desiderio e la necessità di quanto sostenuto dall’intera assemblea che ci siano cioè continuità e collaborazione tra gli operatori dell’SPDC e quelli operanti sul territorio.
Concludiamo invitando chiunque fosse interessato a partecipare alle riunioni del CLU per non disperderci ed interessarsi anche da dimessi alle rispettive storie che sono simili e tutte dello stesso valore (nessuno è il 2 di picche) e speriamo di ritrovarci ricchi di rinnovata energia la prossima settimana.
Verbale riunione del 29 dicembre 2008
Alla riunione sono presenti 13 ospiti ( Franco, Maria, Silvana, Gerardo, Patrizia, Luciano, Rita, GB, Mauro, Mirko, Silvia, Michelina, Andrea) Il primario e uno psichiatra del reparto, alcuni infermieri (Luigi, Mario, Mirella e altri) a rotazione, Chiara e Roberta del CLU.
Dopo l’introduzione sugli scopi dell’assemblea e osservato che la assemblea è conosciuta (molti hanno già partecipato) inizia la discussione .
Maria introduce l’argomento del cibo che si sviluppa con gli interventi successivi anche degli infermieri .
Scarsa la quantità e la qualità, la cucina è in appalto e non funziona come in altri ospedali come S.Martino. Gli infermieri sottolineano la quantità, assolutamente scarsa per persone non fisicamente malate, gli ospiti insistono anche sulla qualità che è variabile, a volte discreta a volte immangiabile, pasta scotta o troppo salata o insipida. Per alcuni è un problema secondario ma presente (Rita chiede più carne, Gerardo definisce non drammatica la situazione).
Scaturisce la proposta di fare un documento di protesta ad opera degli ospiti e da loro firmato da far pervenire all’Amministrazione.
Luciano ripropone il problema del fumo, le fasce orarie a volte non rispondono ai suoi bisogni. Silvia espone il diverso rapporto con infermieri diversi, migliore con alcuni, peggiore con altri. Rita parla del caos a volte presente per cui gli infermieri sono occupati e Silvia del numero minore di questi e conseguente minore disponibilità quando sono impegnati fuori.
L’argomento non viene approfondito.
Silvia introduce un problema personale, le crisi di panico di cui soffre.
Maria prossima alla dimissione esprime il timore di non trovarsi come prima in difficoltà. Tanto da aver fatto un tentativo di suicidio. Racconta come è arrivata al gesto inconsulto. Rita dice di capirla, di conoscere quei momenti. Gerardo dice che alla prima avvisaglia di un malessere bisogna chiedere aiuto. Questo argomento, la necessità di avere un aiuto tempestivo, di non restare soli, di chiamare amici o curanti continua nella discussione. Un’infermiera (Mirella) dice che in reparto risponde sempre alle telefonate di chi sta male, telefonate in ricerca di aiuto, Gerardo dice che non conosceva questa possibilità. Il problema della solitudine, della necessità di trovare qualcuno che si occupi di te prima di essere in una spirale che ti butta in un buco nero, di avere un amico vero, a cui chiedere anche alle 5 di mattina, viene condiviso in tutti gli interventi. La richiesta è di avere un punto di riferimento nel momento del bisogno. Alessio telefona di notte agli ospedali, Galliera, S.Martino, dice di trovare risposte. Mirko ringrazia il primario per la disponibilità avuta da lui, l’ha accompagnato a casa due volte. E’ stato di aiuto a differenza di altri primari.
Silvia esprime la difficoltà a chiedere aiuto, la vergogna di sentirsi diversi dagli altri Roberta chiede se parlano tra loro così come oggi in reparto, Gerardo dice che non si fa, che si dormicchia nel letto, che si parla col vicino di stanza, molti concordano. Gerardo dice che si ha bisogno di un sogno da realizzare, un obbiettivo, per poter mettere da parte i problemi.
Si parla del sogno di ciascuno: avere un figlio, avere un lavoro, stare meglio, che questo gruppo funzioni, non avere crisi di panico.
La conclusione è su come è difficile stare fuori da soli.
Verbale riunione SPDC 12 gennaio
Sono presenti Luisella, Mirco, Rita, Fulvio, Savina,Silvia, Mauro, Mariangela, Paolo (ospiti del reparto)
Andrea Federico del CLU
Marta (psicologa) e il primario.
Milena (infermiera) ed una allieva
Dopo la presentazione Andrea parla dell’esperienza di auto-aiuto all’associazione a cui appartiene. Vengono richiesti chiarimenti da parte di Savina e Paolo.
Il primario propone di fare un giro di argomenti che interessano i presenti.
Inizia una discussione sulla propria situazione. Mauro parla di un episodio di aggressività imprevista in Comunità. Mirco esprime le sue perplessità sull’efficacia dell’auto.aiuto, il suo unico rifugio è l’ospedale, crolla all’esterno. Non riesce a continuare la terapia farmacologica. Luisella pur trovandosi bene sta meglio a casa. Rita è sempre entrata con T.S.O., si sente costretta e preferisce la casa. Lamenta il vitto non buono. Fulvio riferisce invece un ambientamento buono ed una terapia che se discussa e chiarita nei suoi effetti con lo psichiatra va bene. Savina espone i suoi problemi insorti dopo il parto e il lutto del marito ed i suoi abusi alcolici. Parla della solitudine. Chiede sia chiarimenti sull’alcolismo sia sulla possibile partecipazione alla associazione di Andrea e Federico. Il primario consiglia di parlarne semai al curante del C.S.M mentre dice quanto sia comune il problema della solitudine,così come si potrebbe parlare ancora delle sostanze di abuso. Mauro esprime la preferenza di un altro ospedale a Pontedecimo. Seguono interventi di Silvia (non interviene perché sta fisicamente male) di Mauro (vive a san Marcellino) Mariangela (importante parlare di sé) . Federico ed Andrea chiedono se parlano tra loro dei loro problemi. Rita dice di aver fatto qualche amicizia. Paolo esprime problemi di relazione e il desiderio di andare in Comunità. La porta è rimasta aperta con un addetto alla porta. Questo espone al rischio di abusi alcolici al bar ma il primario sottolinea come la fiducia data provochi più responsabilità. Viene riproposto il problema della noia in reparto (Paolo) della solitudine (Luisella) del lavoro che manca. O che non si riesce più a sostenere.
Viene introdotto il problema della guarigione: Mirco chiede quanto ci si deve curare per guarire . Risponde il primario dicendo che dipende sia dalle diverse situazioni personali (maggiore minore gravità) sia dalle risorse esterne. Marta esprime la sua idea sulla guarigione, significa volerlo, non demoralizzarsi dicendosi che si può guarire , si può avere un equilibrio anche se si è ancora in parte malati, guarire è non arrendersi. Luisella sottolinea la necessità di un aiuto morale oltre all’intervento dei farmaci. Mirco è perplesso sulla guarigione per tutti, ha dei dubbi sulla sua diagnosi . Rita Fulvio e Savina sono d’accordo sull’importanza del contesto. Mauro dice di stare un po’ in mezzo, di non pretendere di stare troppo bene, l’importante è avere equilibrio e risolvere i problemi uno alla volta. Paolo dice di convivere con la malattia, anche se non si riesce a guarire. Il primario propone di scegliere un argomento da discutere nella prossima assemblea e chiede il parere degli infermieri sull’importanza delle cure nella guarigione: prendere le cure vuol dire guarire? Milena dice che i farmaci sono necessari ma che è importante convivere con il proprio malessere per stare meglio. Michela conferma. Luisella dice che le medicine servono poco. L’allieva dice che è fondamentale porsi degli obiettivi e sapersi gestire la vita. Accordo generale per la scelta di un argomento per la discussione nella prossima assemblea.
(spero che Alice mi autorizzi ad usare un suo bellissimo quadro a corredo di questo articolo)
Gen
12
La vicenda di Eva Zafran
di nicola pasa
TRIESTE. STORDITA CON I FARMACI, MA E' SANA DI MENTE
SOTTOPOSTA A 3 TSO, ANCHE SE PER GLI SPECIALISTI INDIPENDENTI NON E' PAZZA
(Da Libero del 09/01/09, allegato) Eva Zafran ha 34 anni e quando scappa dal manicomio va ad abitare dalla madre in una casetta di proprietà a San Giuseppe della Chiusa, frazione di San Dorligo della Valle (Trieste). È un villino modesto, ma con un giardino molto curato nonostante sia inverno. Il piccolo salotto è occupato da un antico pianoforte verticale con i tasti d’avorio che però sono muti da un po’. Eva si è diplomata al liceo scientifico e ha studiato nove anni al conservatorio della sua città. Adorava comporre ed era un fenomeno nel combinare le linee melodiche e inventare opere musicali. Poi è miseramente impazzita. Ha cominciato a delirare e faceva lunghe prediche ai morti ogni volta che uno di loro le parlava, magari alzando la voce. Eva è una dissociata e i primi segni di questo stato ha cominciato a darli nel 1991, quando il Servizio dell’Età Educativa Sloveno ha tracciato la diagnosi incontrovertibile: «Psicosi schizofrenica caratterizzata da ideazioni deliranti a sfondo mistico, allucinazioni uditive e grave ritiro psico-sociale».
LA PERIZIA
Nella perizia pubblicata qui sopra lo psichiatra Daniele Ramacciotti di Padova scrive che la maestra in pensione sottoposta a tre ricoveri coatti e altrettanti Tso, è sana. «le sue capacità intellettive risultano appropriate e il pensiero privo di alterazioni nella forma e nel contenuto». Stessa cosa ribadisce il perito del Tribunale Anna Maria Monti: «Non si rilevano disturbi dell'ideazione, è esente da deliri e non manifesta intenzioni autolesive»). A questo punto ci si chiede: per quale ragione gli psichiatri di Trieste hanno ricoverato la donna in clinica psichiatrica per tre volte? E ancora: perché nel chiedere al sindaco di firmare i Tso affermano che la donna ha sviluppato una "follia a due" in coppia con la figlia schizofrenica?
Demonio e scuola
Come tutti gli schizofrenici, nel pieno della malattia e col montare delle crisi, si esprimeva in modo incomprensibile. Anche se riusciva a cantare perfettamente. Nelle sue “insalate di parole” la sedicenne infilava con ossesso i termini “classe”, “compagni”, “complotto”, “demonio”, “lavagna”, “cancellino”. Sua madre Darina Tercic all’inizio non capiva, nonostante avesse passato la vita a tu per tu con scolari e adolescenti, essendo stata lei insegnante per 35 anni a San Dorligo. Data la malattia e la conseguente fragilità, Eva era stata presa di mira dai coetanei, finendo nella trappola del “bullismo scolastico”. Era derisa, isolata e indifesa. Ovviamente il suo modo errato di cogliere la realtà l’aveva spinta a sospettare che tutti volessero ammazzarla. Un pensiero persecutorio martellante e pericoloso. Mamma Darina è una signora di 65 anni, minuta e dal fare delicato. Ha il volto segnato dal tempo, il parlare colto e il coraggio dei timidi. Da 18 anni chiede aiuto agli psichiatri del Dipartimento di salute mentale (Dsm) della zona e a quelli del Centro di salute mentale (Csm), ma come risposta ha ottenuto tre ricoveri coatti in clinica psichiatrica e altrettanti Trattamenti sanitari obbligatori (Tso). Tutto questo nonostante la folle sia la figlia e non lei, come dimostrato nelle relazioni compilate da due periti psichiatrici (dopo una denuncia presentata al magistrato) e comprovanti che la donna è sana di mente. Il suo calvario ha inizio una mattina di primavera quando Eva ha 17 anni e di colpo comincia a dare di matto: «Protestava perché a scuola quando suonava la campanella entrava il diavolo, travestito da cancellino si metteva a inseguirla per ucciderla». La donna disorientata e disperata si è rivolta al medico di base che le ha messo in mano una ricetta e prescritto serenase in compresse. Sotto l’effetto del farmaco la malata si era calmata, ma dopo qualche tempo Darina si accorse che la creatività della figlia si era spenta al punto di imbrigliarne anche l’espressività artistica. Non solo, racconta la maestra in pensione: «Anche se i deliri sembravano sopiti, comunque avevo difficoltà a comunicare verbalmente con lei, perché non si capiva una parola di quello che diceva». E aggiunge mentre sfoglia le decine di cartelle cliniche e le fotocopie degli ordini di ricovero coatto in clinica: «Dopo la morte di mio marito ero la sola persona che Eva accettava di guardare in faccia, ma solo per pochi istanti. Se vedeva qualunque altra persona scappava terrorizzata. Si chiudeva in camera e restava immobile nel letto; completamente irrigidita e nella posizione più scomoda. Magari con una gamba alzata. Passavano giorni e notti prima che si muovesse. Qualche volta, superata la crisi, andavamo a camminare nel bosco (a lei piaceva tanto), il guaio è che raccoglieva di tutto. Sassi e ferri vecchi, foglie secche e piccioni morti. Sempre con lo sguardo fisso a terra, le mani nelle tasche e le tasche piene di cose. "Servono per disintegrare il demonio e i suoi complici", diceva. Non sapevo cosa fare. Eravamo sole e senza assistenza. Leggevo tutto ciò che riguarda la malattia mentale. E la sola cosa a me chiara era che non dovevo fare l'errore di non accettare la follia di mia figlia.
VIAGGIO ALLUCINANTE
Cosi è cominciato il viaggio allucinante di Darina Tercic prima al Dipartimento e poi al Centro di salute mentale. Trieste è la patria indiscussa di Franco Basaglia: l'eroe debole della psichiatria diventato però un mito, l'uomo che con la legge 180 del 1978 portò alla definitiva chiusura dei manicomi. Basaglia fu anche il Grande Contestatore che contestando i luoghi della follia arrivò a contestare la follia stessa. Negandola e lasciando cosi i matti abbandonati a loro stessi.
VITTlME DELLA 180
“A Trieste ancora oggi chi osa ribellarsi a un basagliano o tenta di portare via un malato da uno dei loro manicomietti fatiscenti, per curarlo altrove, rischia di fare la fine di Darina Tercic: rinchiuso in clinica psichiatrica e sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio anche se sano”, protesta Lucio Dal Buono presidente dell'Associazione Vittime della 180. “Eva era una malata grave e bisognava aggredire la patologia agli esordi”, continua sua madre, “ma nel personale medico e paramedico dei vari Csm ho incontrato solo pressapochismo, insofferenza e prepotenza davanti alle mie insistenti richieste di cura. Lei aveva subito una degenerazione cerebrale: "Mia figlia ha qualcosa di rotto nella testa", ripetevo loro. Sapevo bene che se uno è matto rimane matto per sempre e c'è poco da guarire, ma la prima cosa a cui dovevo pensare era Difendere la mia bambina dalla pericolosità che i deliri procuravano a lei stessa e agli altri”. Darina, finite le lezioni e i consigli di classe, partecipava ai seminari e agli incontri culturali sulla malattia mentale organizzati dal Comprensorio sanitario di San Giovanni, voleva capire meglio e aiutare con maggiore saggezza la figlia. Faceva domande insistenti sull'argomento, ribadiva la necessità di ricoverare in clinica Eva, perché era diventata ingestibile. Rompeva le scatole la maestrina. E l'oratore s'infastidiva anche perché lei, se non veniva ascoltata, il giorno seguente cominciava a bussare a martello alle porte di tutta la sanità pubblica del Comprensorio, per avere un sostegno.
PUZZA E PROMISCUITÀ’
Ma non finisce qui: quando la figlia veniva finalmente rinchiusa, Darina si lamentava ancora. Non le andava bene che al Csm di Domio la ragazza vivesse in un ambiente nel quale, spiega lei: «Regnava la promiscuità, il gabinetto veniva usato indifferentemente da uomini di ogni età e ragazzine. Gli ambienti erano fatiscenti, irrespirabili per il fumo e la puzza di tabacco dappertutto». Non solo, aggiunge Darina: «Eva era regolarmente stordita dai farmaci e le rare volte in cui rinsaviva dava fuori di matto, allora le mettevano la camicia di forza oppure la legavano nel letto. Allucinazioni e i disturbi non facevano che aumentare. Era peggiorata drasticamente. A dicembre 200l rimase aletto un mese intero.
RICOVERO COATTO
Cosi il giorno 27 di quel mese andai di persona (e incavolatissima) dal responsabile del Csm. Lui mi diede appuntamento per 1'8 gennaio (dopo 13 giorni!) e siccome ho protestato mi ha spinta fuori dall'ufficio in malo modo. Piangendo pensai di rivolgermi al Tribunale del Malato. Non lo avessi mai fatto: i vertici del Csm lo vennero a sapere in tempo reale. Mi convocarono e una volta arrivata nel loro ufficio uno di loro mi trascinò per i capelli dentro uno sgabuzzino, e mi sottoposero al Trattamento sanitario obbligatorio per due settimane. Asserivano che ero affetta da sindrome paranoidea, avevo istinti suicidiari e non intendevo superare il legame simbiotico con mia figlia. Mentre spiegavo loro che uccidermi era l'ultimo dei miei pensieri, aggiunsero che io e Eva avevamo instaurato una follia a due»). Don Giorgio Giurissi, parroco del vicino Borgo San Sergio che conosce Darina e la sua famiglia da vent'anni, ha denunciato ilfatto ai carabinieri. Oggi è con lei a mostrarci le carte e racconta che «questa povera mamma è stata sottoposta dal 2001 a ben tre Tso. E ogni volta con tanto di firma del sindaco di turno che nel suo ruolo di ufficiale sanitario dovrebbe avere il compito di esaminare la richiesta. Invece il primo cittadino firmava alla cieca, senza nemmeno avere mai incontrato Darina. Lei oltretutto non ha mai avuto una cartella clinica».
I DUE AVVOCATI
E continua il prete: «La prima volta fu liberata dal reparto psichiatrico dove la tenevano sequestrata solo perché è riuscita a chiamare col cellulare la sua amica Gloria Bombonato. Lei ha avvertito il primario di una clinica privata di quanto stava accadendo a Darina. Furono così incaricati due avvocati e grazie al loro intervento il Csm fece revocare il tso dimettendo la donna». E Eva? Intanto la poveretta era stata rinchiusa nel Centro di Domio, poi in una comunità e quindi di nuovo rimandata a casa. Nel maggio 2006 ha avuto una grave ricaduta e non appena sua madre ha chiesto aiuto, come risposta è subito scattato il secondo tso. «Le hanno fatto ingoiare per due settimane il risperidal, una medicina per psicotici che su una persona sana provoca effetti collaterali negativi», aggiunge il presidente Dal Buono. Darina è stata rilasciata a seguito di una "sollevazione popolare" organizzata da amici, conoscenti e dalle tante madri che ai tempi dell'insegnamento le avevano affidato l'educazione dei loro figli. Una volta dimessa, la signora ha domandato di "riavere" la figlia. Dice Darina: «Era mia intenzione portarla in Slovenia, me lo aveva suggerito lo psichiatra di un ospedale privato che avevo contattato». Evidentemente, sottolinea Dal Buono, ,”la cosa ha offeso i medici di Trieste che si considerano i migliori del mondo, tant'è che il 25 luglio 2007 la donna fu prelevata da casa da 12 fra assistenti sociali, infermieri e vigilanti. Qnindi di nuovo rinchiusa e sottoposta al tso numero tre. Il più potente di tutti: è durato 40 giomi, sempre a base di risperidal e altri psicofarmaci. Eva intanto era stata ricoverata in un appartamento con altre cinque persone: alcolizzati, drogati, malati come lei. Ha perso 30 chili e soprattutto le impediscono di vedere la madre».
LIBERATE MIA FIGLIA
Adesso la malata è rinchiusa in un appartamento del centro di Trieste. Darina non può andare a farle visita e non si capisce la ragione di questo divieto, dato che Eva non è interdetta né ha commesso reato. Con il presidente Lucio Dal Buono abbiamo provato a presentarci alla porta di questo appartamentino dal quale usciva la musica altissima, ma la volontaria che fa da guardiana alla malata ha l'ordine tassativo di non mostrarla a nessuno. Ci ha impedito di superare l'ingresso. Così non è stato possibile consegnare a Eva la collana di perle di fiume che sua madre aveva infilato per lei. Piange adesso Darina: «Devo aspettare che scappi per l'ennesima volta? Fugge e si rifugia nel bosco fino alle dieci di sera. A quell'ora smettono di darle la caccia, allora lei si fa vedere e c'è sempre qualche buona anima che l'accompagna a casa. Ma alle sei del mattino sparisce di nuovo, per paura che la vengano a prendere. Si può andare avanti in questo modo? lo voglio solo strapparla dalle grinfie di questi psichiatri triestini che giudico assolutamente incapaci e farla curare altrove. Prima che muoia». CRISTIANA LODI cristiana.lodi@libero-news.it
LE PERIZIE A CONFRONTO
Darina Tercic al terzo ricovero coatto e dopo 40 giorni in Tso, si è sottoposta a due perizie psichiatriche. Entrambe asseriscono la sua assoluta normalità. Anche la Procura della Repubblica di Trieste, su richiesta de sostituto Maddalena Chergia, ha dato incarico a Giovanni Ciraso (dottore in criminologia) di periziare la donna. Il medico del Tribunale, spiega il presidente dell'Associazione Vittime della 180 Lucio Dal Buono, <<asserisce che non c'è un vero e proprio disturbo psicopatologico e accennando alle cartelle cliniche redatte dai medici che hanno sottoposto la donna ai Tso, afferma che lei ha presentato scompensi psicotici. Questo però stando agli psichiatri stessi che l'hanno sottoposta alle cure forzate». Se Darina oggi è sana, come provano le perizie, anche in passato doveva esserlo.«Dalla malattia mentale infatti non si guarisce», sottolinea il presidente. Leggiamo dunque stralci delle relazioni del dottor Daniele Ramacciotti, psichiatra di Padova e della collega Anna Maria Monti, perito del Tribunale di Busto Arsizio (Varese). La prima relazione (datata 23 marzo 2007), conclude che la perizianda è del tutto sana. Scrive infatti Ramacciotti: <<La signora è curata nella persona … l'abbigliamento modesto è comunque ordinato …. Accessibile, disponibile, sintonica e adeguata alla situazione. È’ lucida e orientata nello spazio; verso cose e persone. Non risultano compromesse memoria né attenzione (...). Capacità intellettive appropriate, pensiero ben strutturato e privo di alterazioni. L'umore, concordante ai vissuti affettivi, presenta una componente ansiosa>. Chi non lo sarebbe dopo avere subito da sano tre ricoveri coatti? A ribadire l'integrità mentale della mamma Eva, è la relazione di Monti (4 luglio 2008). Si legge: «Lamenta di essere oggetto da molto tempo di soprusi da arte di medici del Csm della sua zona. Manifesta corretto orientamento spazio-temporale sul sé. L'eloquio è scorrevole, i contenuti del pensiero Sono polarizzati sulla impossibilità di gestire la figlia di cui accetta la malattia mentale (...) l'umore è deflesso, l'emotività controllata. Non si rilevano disturbi dell'ideazione. È’ esente da deliri e non manifesta intenzioni autolesive. Lucida, ben orientata, attenta, non presenta alterazioni del pensiero e risponde in modo appropriato alle domande
Risposta di Peppe dell'Acqua
Sono Peppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste e scrivo in merito alle due pagine uscite su “Libero” di oggi, 9 gennaio, a firma di Cristiana Lodi, “Vittime della Legge Basaglia. Psichiatri da legare”.
Ho l’obbligo di segnalare ai lettori di questo giornale che quanto riportato su dette pagine oltre a denigrare palesemente il servizio pubblico che dirigo, gli operatori che vi lavorano e la stessa città di Trieste con accuse infondate e menzognere, dipinge un quadro che in alcun mondo non corrisponde alla realtà dei fatti. Fatti che conosco molto bene, così come conosco il modo di lavorare del nostro Dipartimento e i principi professionali, etici e umani su cui esso si fonda. Parlare oggi a Trieste (e per fortuna in moltissime altre parti d’Italia) di abbandono delle persone e delle loro famiglie, di porte sbarrate, di contenzione, di camice di forza, di violenza psicologica e fisica, in altre parole di persistenza del manicomio e delle sue pratiche disumane, è dichiarare il falso. Ed è tanto più grave se si usano, strumentalizzano le testimonianze di persone che vivono sofferenze talmente profonde e acute da renderle oltremodo vulnerabili, oggetto di fin troppo facili e meschine manipolazioni che mirano in realtà a colpire altrove. Non a caso chi firma il commento a margine dell’articolo, lo psicologo Luigi De Marchi, è coautore di una delle tante proposte di abrogazione della Legge 180. Legge che non ha fatto altro che restituire alle cittadine e ai cittadini sofferenti di disturbo mentale dignità e diritti inviolabili, garantiti dalla Costituzione di questo paese.
Conosco la signora Zafran e sua figlia Eva da più di 20 anni, un tempo davvero lungo, fatto di frequentazioni quasi quotidiane ancorché difficili, conflittuali, come sempre avviene in un rapporto di cura dove si desidera non meramente lenire o gestire il male, ma si scommette sull’impossibile di una rimonta, e non di rado della guarigione. Perché non è vero – come sostiene il presidente dell’Associazione delle Vittime della 180 Lucio Dal Buono, intervistato nell’articolo - che «dalla malattia mentale non si guarisce». Se di vittime proprio si vuole parlare, sono questi gli atteggiamenti che più vittime hanno fatto e continuano a fare.
E da questi atteggiamenti ancora una volta io mi trovo costretto a difendere le persone che noi curiamo. Invito perciò coloro che tutto questo hanno provocato - la giornalista Lodi, il signor Dal Buono, lo psicologo De Marchi, il parroco Giurissi e altri che lo volessero, di venirci a trovare per accertarsi di persona come stanno i fatti.
Peppe Dell’Acqua
Considerazioni mie
La vicenda raccontata da Libero di per sé è inquietante, il dubbio che ho è che Libero è un giornale che partorisce bufale in quantità industriale e quindi ha una credibilità risibile, spesso una notizia è credibile se il giornale che la pubblica è autorevole, Libero è un giornale fatto con i piedi, c'è poi tutta la strumentalizzazione politica che legittima sospetti.
Però però Peppe dell'Acqua non se la può cavare così, la vicenda è talmente angosciante e assurda che richiede chiarimenti ben fondati. Se vuole approfondire questo sito è a sua disposizione così com'è a disposizione di tutti, per commentare basta iscriversi e rispettare un minimo di civiltà, saluti,
Nicola Pasa
"Conoscere per deliberare"
Piero Calamandrei
Gen
05
esperienze di teatro
di federico migone
Si sente molto parlare di "teatro terapia", personalmente toglierei il secondo termine appunto "terapia", nel senso che: o si fa del teatro o si fanno delle grandissime minch....te. é giusto per chi inizia che ci sia un input di incoraggiamento; ma che sia un incoraggiamento serio e coinvolgente. Si deve diventare attori, comparse o quant'altro. Non esiste che si dica sempre "bravo, va bene, hai detto la tua poesia, tieni la tua caramellina." Stronzate! La persona deve essere coinvolta interamente, il protagonismo deve essere "vero", "sentito"! Per circa 8 o 9 mesi l'anno scorso ho condotto "training teatrale" all'interno della cooperativa di cui faccio parte ed ho visto persone con seri bisogni di autostima, gente che ce la metteva tutta anche se non riusciva a fare un esercizio bene. é vero che molti si tirano indietro o perchè non ce la fanno oppure non se la sentono, ma c'è anche chi vuole superare questa barriera trovando il coraggio di mettersi in gioco ed osare un pò di più; e queste cose, a me, danno gran soddisfazione.
Sono ormai 10 anni che faccio l'attore; non mi considero un gran professionista ma so il fatto mio. Da quando siamo partiti come compagnia teatrale nel'99 fino ad adesso "noi vecchi" abbiamo realizzato 5 spettacoli, abbiamo fatto più di 60 rappresentazioni, senza contare i video, le trasferte, le varie performance (quì ho perso il conto).
Con questo voglio dire a chi si avvicina al teatro "-Cercate di fare sul serio, non sottovalutatevi, se non ve la sentite proprio lasciate perdere (ci sono altre cose). Ma se volete diventare attori la strada da fare richiede impegno e dedizione e vedrete che le soddisfazioni non saranno poche.
Saluti da Federico
Gen
05
un momento di sfogo
di federico migone
Penso profondamente che sia il caso di cambiare aria, da tempo ormai rifletto su quello che potrebbe dirsi sull'importanza della "salute mentale" e sull'impegno e quant'altro. Che forse è più sano uscire da questo gioco e cercare di farsi una vita "fuori"! Dico fuori dalla "psichiatria" . Anche se poi mi trovo coinvolto quasi ogni giorno su queste cose, ossia il mio pane quotidiano. Su questo punto direi che il pane che raccolgo più di una volta diventa secco e più di una volta lo devo riciclare. Non ne ho più voglia! é tutto giusto? é tutto sbagliato? Non me lo chiedo più; faccio, faccio e basta! Ma quali alternative ho? Sì, O.K., nuovi stimoli, conoscere nuova gente..ecc.. . A me sembra che da 10 anni (da quando sono uscito dal circolo delle comunità) veda sempre le stesse facce, dico e sento dire sempre le stesse cose.
Vorrei vivere libero e folle senza dover rendere conto a nessuno. Vorrei non andare più dallo psichiatra, anzi vorrei che lui mi dicesse "-Caro Migone ora non ha più bisogno di cure, le scalerò i psicofarmaci...tanti saluti e arrivederci-". é così facile sognare ma quasi impossibile che accada. Sono in cerca della mia "dimensione" in tutti i sensi, ho bisogno di cambiare, sento che sto morendo dentro. Perchè cosa in fondo?
Ogni tanto bisogna tirare i remi in barca, d'accordo. Ma quando ti trovi in mezzo all'oceano se non remi "sono c...zi tuoi".
Non so a chi dedicare questo delirio, anzi lo dedici a me stesso, perchè in fondo i miei deliri con chi li condivido?
Ciao a tutti Federico
Pagine totali: 26
[
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 ]