Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Ago 27
Secondo Coordinamento utenti liguri

di nicola pasa

Coordinamento utenti liguri

12 aprile 2008


Chiara
apre il convegno presentando gli obiettivi 23 febbraio (intervento scritto e letto da Chiara)

Nicola
Presenta il manifesto UNASAM (intervento scritto e letto da Nicola)

Andrea
Presentazione dei gruppi di lavoro:

1. AUTO-AIUTO :Fernanda, Thomas, Donatella, Nanni

2. RESIDENZIALITA’, STRUTTURE PSICHIATRICHE : Alice, Silvia, Federico, Antonio, Gianni, Fosco

3. AUTONOMIA ECONOMICA, LAVORO : Carmine, Barbara, Gabriele, Agnese, Giuseppe, Paolo, Gianluca, Antonietta

4. LEGGE 180, MANICOMI : Nicola, Roberto, Roberto, Francesco, Pepi, Armando, Aldo

5. SOLITUDINE, STIGMA : Tiziano, Chiara, Annamaria, Emilia, Gabriella, Claudio

(relazioni dei gruppi)

Gruppo sull’Auto-Aiuto del 12 aprile 2008

I partecipanti sono la dott.sa psicologa Donatella del Mondo di Holden, il dott. Nanni Tria del gruppo Auto-Aiuto di Struppa - Salute Mentale, Thomas presidente Associazione di Altare, Andrea Vacava facilitatore Associazione Prato, Fernanda Ferrari Associazione Prato.

Dopo esserci presentati ognuno è intervenuto sull’Auto-Aiuto in generale in base alla propria esperienza.

Donatella : quando il gruppo è aumentato quantitativamente è avvenuta la divisione che è stata pesante, sono nati 2 gruppi di 6 / 7 persone ognuno. Oltre a parlare di problemi contingenti di ordine quotidiano, si tratta di temi affrontati in un ordine di sistema introspettivo. Al di là delle riunioni si è sviluppata una condizione di interessi e di amicizia. Ci si incontra per feste di compleanno.

Andrea : lavora da 6 anni nella Comunità Redancia su problemi psichici e tossicodipendenze.
L’Auto-Aiuto si svolge sul sapere delle esperienze. All’inizio gli utenti erano irrequieti, si è partiti con fatica, poi ora è un punto di dialogo ( il rapporto con i genitori, le proprie esperienze ecc..) Queste riunioni sono una scoperta di esperienze diverse dove si vuole definire una propria identità.

Nanni : dieci anni fa si è avvicinato all’Auto-Aiuto perché la guarigione sia un obbiettivo. Ha fatto il corso di facilitatore a Trento e si è promosso nella diffusione degli auto-aiuti.
Prima lavorava con un gruppo di donne “Raggio Verde” che affrontava la depressione, poi il gruppo si è sciolto. Ora lavora in un gruppo di familiari. Spiega : una mammana portato Davide, il figlio, con problemi psichici ed ora questo ragazzo si è avvicinato agli operatori. Il dubbio è se ampliare ai”soggetti malati” o mantenere il dialogo solo con i famigliari.

Thomas : ha costruito una rete affettiva. Ha visto la morte 3 volte, le sue esperienze sono tragiche. Prima era con l’Azione Cattolica, poi ha formato il gruppo di Auto-Aiuto che con il tempo è diventato Associazione di cui lui è presidente da 5 anni. Avvicina persone con disturbi psichici e altri problemi, si occupano di tutte le loro problematiche.

Fernanda : L’Auto-Aiuto è una riunione tra membri che hanno avuto disturbi psichici e lì, nel gruppo, sono pari e senza ruoli. Abbiamo rafforzato l’identità con l’affrontamento di temi in un ottica di introspezione oggettiva e sulla base dell’esperienza personale. È una riflessione ed elaborazione di dati che ognuno compie su di sé. La figura del facilitatore non c’è. Ci si è regolarizzati secondo schemi di responsabilità personale e appoggiando le proprie tesi. È una scoperta di analogie e diversità. Tutti i membri sono diversi non solo per esperienza, ma anche per affinità ai propri interessi.

Gruppo sulla legge 180

La legge 180 per noi utenti è stata una legge positiva. Ha chiuso i manicomi che erano un’istituzione violenta, figlia di una psichiatria repressiva. Gli utenti ora possono curarsi.
Siamo per la riabilitazione e contro la violenza repressiva del manicomio e della sua logica.
La pericolosità sociale è un falso mito.
Per i delinquenti si prevede la riabilitazione, per noi utenti c’è repressione e stigma.
Non vogliamo essere trattati come persone pericolose.
Queste persone alla ribalta per omicidi efferati sono fino al giorno prima persone “normali”.
C’è un clima che ci stigmatizza come persone violente e pericolose.
I raptus esistono ma possono essere prevenuti.
Il raptus è dovuto a un malfunzionamento della rete sociale.
Il manicomio costringeva a rimanere la gente nell’abbandono più assoluto.
Non permetteva l’uscita dalla struttura, chi guariva diveniva residente.
Nei manicomi non si credeva nella guarigione e nella riabilitazione.
La legge 180 non nega la malattia, semplicemente riconosce che i malati sono persone in possesso di diritti e vanno curati con amore.
Più centri diurni, più centri di sm aperti sulle 24 h sette giorni su sette con posti letto, più attenzione alla dignità delle persone. Non mettere gli utenti contro le famiglie.
Più operatori, psicologi, reparti aperti.
La 180 non ha funzionato completamente. Bisogna potenziare la 180, terminare il percorso. In questo senso la legge 180 è qualcosa di incompiuto, bisogna migliorarla nella direzione da noi auspicata.
Questi onorevoli vogliono solo speculare, costruire manicomi privati, fare business sulla nostra pelle.

Relatori:
Nicola Pasa
Armando Misuri (sopravissuto manicomio di Quarto)
Francesco Fantini (Un club x amico di Savona)
Giuseppe Ferrari (Un club x amico di Savona)
Aldo Zappoli (Genova)
Roberto Terenzani Redancia II(Savona)
Olivero Roberto (Un club x amico di Savona)

Gruppo sull'abitare-t.s.o.

Presenti:Silvia,Fosco,Antonio,Gianni ,Alice,Federico.

comincia Federico facendo una traccia approssimativa del percorso (esperienza personale) ideale di ingresso ed uscita dalla psichiatria.
Attraverso il ricovero coatto (s.p.d.c.),proseguendo dalle comunità,poi ritorno in famiglia,quindi in una casa propria sostenuta da una rete sociale(nel caso mio la Prato ONLUS).Quindi da una situazioe coatta e interdetta,via via verso una maggiore scopertura (minor protezione), fino ad arrivare ad una soluzione sempre più ottimale (uscita da comunità,alloggio,famiglia, ecc..).tenendo conto che più si avanza in questa scala maggiori sono le responsabilità,ma anche le libertà e l'autonomia.
Fosco parla della comunità ideale: una comunità "agricola" autogestita(quindi non "manicomietti" ) basata sulla solidarietà, socialità e rispetto della privacy ,una comunità soprattutto "aperta" dove il paziente non venga isolato e lasciato a se stesso (più amore assistenziale,più socialità ).
Di contro sta la realtà di strutture manicomiali, dove le persone rinchiuse straimbottite di farmaci costretti a stare tipo in 40 dentro uno spazio soffocante, (come delle cavie) e in un clima dove viene a mancare anche la privacy (situazione insostenibile).
Alice parla (esperienza diretta) dell'abuso subito (soprattutto nei ricoveri coatti, ma anche nelle A.S.L. o comunità) di una quantità di farmaci (bombardamento) esagerata e disumana che spesso può portare ad intossicazione o a danni non solo psichici ma anche fisici gravi ed in alcuni casi pericolosi come ad es. rischio d'infarto.
Fosco parla di tecniche "positive" di aiuto terapeutico dove la persona in cura sia più a contatto con la natura (ad es. coltivazione di un orto o altri lavori utili per la persona singola e la comunità).
Si è poi parlato brevemente di stigma, difficoltà di trovare lavoro,e di pensioni.e quindi della difficoltà di automantenersi per "rifarsi" una vita normale (costruirsi una famiglia,altre cose) -intervento di giovanni-
un altro problema rilevante, venuto fuori è quello che non esistono, nella magior parte dei casi, dei reali programmi di uscita dalle istituzioni nel senso che quando vieni dimesso da una comunità o struttura protetta che sia nessuno più se ne interessa "torni a star male? sono cazzi tuoi".quindi spesso la persona torna ad isolarsi,di qui l'importanza delle reti sociali.
Antonio parla di esperienza personale in famiglia dicendo che se anche c'è una qualche difficoltà nei rapporti, c'è comunque un buon appoggio o c'è anche la possibilità di trovare un buon medico che aiuti concretamente, ma c'è sempre la difficoltà di un progetto residenziale proprio, la burocrazia e l'iter per trovare lavoro o casa e un percorso lungo e coraggiante.
Conviene forse il volontariato? Oppure il classico "passa parola"? come si fa ad ottenere un pò di liberta? Il servizio pubblico offre case alloggio o centri diurni.
Alice torna sull'abuso della psicofarmacologia nel senso che ancora adesso vengono utilizzati farmaci obsoleti (tipo l'haldol, talofen,ecc..) usati in passato nei vecchi manicomi, farmaci i quali ti riducono la persona ad essere supersedata quindi rendendola in uno stato quasi vegetativo, in più vengono somministrate, a volte (varie testimonianze) terapie di farmaci di diverso tipo (anche più di 10 tipi) anche là dove non ce n'è bisogno.
Senza contare gli effetti collaterali spesso molto dannosi.
Gianni vuole spiegare come ci si ammala e viene fuori il grosso problema dell'isolamento : l'isolamento oltre che una piaga sociale è un grosso danno per chi soffre psichicamente e si ritrova ad es. in una casa senza nessun contatto o in condizione di incomunicabilità. Si ritorna quindi a parlare di quanto siano importanti le "reti sociali". Inoltre , altra cosa importante, è la continuità di assistenza dopo che un paziente viene dimesso.
Alice dice di quanto sia importante l'affetto , l'amore da parte di chi fa assistenza, sia un operatore, infermiere, famigliare ecc.. il fatto di sentirsi accettati è importante, basilare per il benessere, quando senti che qualcuno pensa a te,si cura della tua persona allora si migliora. Di contro se c'è indifferenza e disinteresse la persona viene danneggiata, non trova appoggi e si chiude isolandosi. Bisogna dare di più in termini affettivi perchè siamo tutti persone in fondo sensibili.
Giovanni dice che la solitudine è una scelta sbagliata, bisogna lottare per un reinserimento sociale, chi può farsi una famiglia, prendere decisioni "insieme". A stare da soli si rischia di parlare solo con se stessi. (udire voci?).
Interviene Silvia dicendo (per esperienza) che è meglio convivere con una persona,che vivere da soli , di avere più rapporti con l'esterno , come lei dice"farsi una vita fuori", magari lontano dai parenti , che ogni tanto si vanno a visitare. Forse la lontananza avvicina la famiglia. Qui esce però un altro problema che spesso gli stessi parenti ti stigmatizzano trattandoti da "persona malata".
Federico e Alice poi parlano di "violenza obbligata". Nelle strutture di ricovero, come fanno 20 persone rinchiuse (es.) in s.p.d.c. a sfogare i loro istinti dove ogni tensione ha effetto boomerang, costretti a convivere come cavie in gabbia, chi riesce a starsene "buono"? Alice per esperienza dice che ci si trova in condizioni dove vige la legge del più forte.
Fosco interviene dicendo che il problema è di origine sociale, il mondo non va perchè la lotta per il potere rovina i rapporti fra le persone. Basterebbe poco: fare i comuni interessi, avere più calore ed affetto, accontentarsi, aiutarci fra di noi per i bisogni essenziali. Il potere rovina la società.
Ritorna il problema della mancanza d'amore. A volte, usciti dalle strutture, bisogna ricostruirsi quegli affetti che si erano interrotti, oppure costruirsene di nuovi per tornare ad essere"vivi". Certo non è un compito facile. Forse qualcuno ci reputa ancora "pericolosi".

Gruppo Autonomia economica e lavoro


1. Formazione del lavoro attraverso corsi di formazione (mirati tramite cooperative sociali)
2. Aiuti per inserimenti lavorativi
3. Stage di gruppo (dopo due o tre anni si cade nel vuoto, anche perché la legge 68 non funziona, perché non viene applicata e rispettata)
4. Al massimo si ottengono dei lavori precari che cadono dopo 3 mesi
5. Si va avanti con l’aiuto delle famiglie e magre pensioni. Invece avremmo bisogno di autonomia personale per vivere una vita dignitosa.
6. I corsi di formazione vanno bene per crescere e accedere al mondo del lavoro però dopo bisogna colmare quel vuoto che c’è dopo e questo è fondamentale per la propria vita.

Relatori:
Antonietta Petrazzuoli
Giuseppe Ziabbi (Centro diurno di via Peschiera GE)
Agnese Greguoldo (Associazione Mondo di Holden)
Gianluca Sgambado (Struttura Olmarello di Castelnuovo Magra)
Carmine Iacovino (Centro diurno Sestri Ponente)
Paolo Parodi (Associazione Meglio Insieme)
Gabriele Magnani (Prato Onlus)
Barbara Fravego (Caup di via fea)

Uditore: Dottor Nanni Tria di Imperia

ORE 14 DISCUSSIONE IN PLENARIA

Giuseppe :legge 180 conservarla e migliorarla (comunica come rintracciarla)

Roberto : intervento scritto su:presentazione struttura Redancia e estratto di una relazione del prof. Folgheraiter di Trento ( Articolo già sul sito amici in rete)

Silvia : espone la sua esperienza di volontariato, sul problema solitudine a suo parere è positivo parlare liberamente con il medico di riferimento, non vivere la cura farmacologia e l’iter ospedaliero in negativo ma come pratica da seguire con spirito positivo

Giovanni :ripropone la dicotomia tra problemi personali e politica delle istituzioni ( leggi, iter riabilitativo, psicofarmacologia ecc.). Affrontare la salute mentale personale con la psicoanalisi per affrontare e risolvere il trauma scatenante (0-5 / 5-15 anni di età) , controllo personale sulle cure farmacologiche affinché non diventino cure a vita
Non condivide i gruppi di Auto Aiuto in quanto pilotati da un facilitatore / operatore sano che gerarchicamente si pone al di sopra e non può avere vissuto di malattia

Armando: parla di pregiudizio e di preconcetto, noi siamo tutti sottoposti a giudizi sta a noi uscire dal pregiudizio. Parla di solitudine e isolamento, la solitudine può essere positiva se non c’e isolamento ( l’isolamento è negativo va evitato)

Antonio: ha parlato di una sua esperienza nelle scuole dove il medico presentava la legge 180 e i manicomi e lui come utente parlava della sua esperienza di disagio mentale e di iter di cura. ne è uscito arricchito dai ragazzi che hanno raccontato del loro uso di sostanze, alcool, comportamenti a rischio che rappresentavano bene loro il disagio giovanile.

Federico: affronta il problema della psicofarmacologia, assunzione di farmaci senza avere le conoscenze sugli effetti positivi e negativi. Nasce l’ esigenza di una accurata informazione da parte di un farmacologo. Raramente si affronta il problema di fine cura farmacologia. Per quanto riguarda i gruppi di Auto Aiuto: non tutti sono uguali,non in tutti c’è il facilitatore, sicuramente non ci vuole un facilitatore o operatore sano perché non conosce il disagio psichico non avendolo vissuto.

Gianluca: in cura farmacologia afferma di non poter smettere le terapie perché ha bisogno di cure

Nicola: ha concluso la cura farmacologia. È stato difficile convincere il medico curante a intraprendere ciò. Terminata la cura riferisce miglioramento fisico e dei valori ematici.
Afferma che un utente diventa “ex” nel momento in cui smette la cura farmacologia

Francesco: riferisce di essere stato molto male quando ha smesso la terapia farmacologia, ora sta meglio con una cura farmacologia ridotta e più appropriata

Thomas : ci sono malattie per le quali sei costretto a prendere farmaci, Ho 32 anni, sono riuscito a ridurre per poco tempo poi ho dovuto riprenderli. I farmaci sicuramente hanno effetti collaterali

Giuseppe : afferma la sua necessità di prendere i farmaci, ritiene che siano necessari per lui, “ se non li prendo vado in pappa”

Nicola precisa che il suo intervento sui farmaci non era intenzionato a condizionare gli altri sulla cura farmacologia

Giovanni: il farmaco è obbligatorio in alcune malattie ( diabete/insulina), nella malattia mentale è necessario in fase acuta poi meglio la psicanalisi per risolvere il problema del “ trauma” che è un problema “soggettivo” il farmaco è “ oggettivo”

Gianluca :ribadisce la sua necessità di seguire un iter di cura

Alice : non concorda il termine “ utente e ex utente “

Chiara : sostiene di non potersi permettere di sospendere la terapia farmacologica per paura di una ricaduta, anche l’esperienza di altri insegna: “ ho visto amici stare molto male per aver smesso la terapia”. L’ auto-aiuto è anche una forza per imporsi in campo sociale

Carmine: sostiene che le medicine vanno non enfatizzate ma prese al bisogno, è molto importante poi avere delle attività proprie di interessi, hobby, attività motorie. A suo parere il fatto di non avere interessi e attività porta a guardare e criticare l’altro.

Agnese: per esperienza personale ( parente con disagio psichico) le strutture psichiatriche vanno migliorate quindi la legge 180 va rivista e applicata nella sua interezza e integrità. “Vorrei che il mio parente un giorno potesse usufruire di una struttura più umana e adeguata ai suoi bisogni”

Silvia: sostiene l’ importanza di non sottovalutare la persona con problemi e di non tenerla isolata per vergogna,questo atteggiamento porta a peggiorare il disagio e rendere la persona più esposta a crisi di rabbia e violenza. È bene intervenire subito, parlare con il medico, famigliari in modo che sia possibile iniziare la cura. Quando si sta meglio è bene attivarsi: il lavoro, le attività, il contatto con gli altri aiutano a migliorare

Gabriella: il terapeuta ti mette davanti la realtà: “ se stai male prendi la cura”. In prima persona decido di prendere i farmaci per placare ansia, depressione, paure, ecc…
Spiega la sua affermazione “ lo stigma mi fortifica” : è importante conoscere e riconoscere il proprio disagio, le persone puntano il dito verso chi è a disagio, questo deve dare la forza di reagire lavorando su se stessi per affrontare lo stigma, per me questo diventa un punto di forza per andare avanti giorno dopo giorno. “se sei soggetto al giudizio degli altri non vivi più”

Armando: “ noi siamo persone: non siamo né utenti né non utenti”

Nicola: non concorda sull’affermazione “lo stigma fortifica”. Nella sua esperienza in un dibattito gli é capitato di alzare la voce e perdere le staffe come una qualsiasi persona; ma è subito stato giudicato “matto”. All’inizio di un dibattito successivo è stato allertato di stare tranquillo. “io ero stato stigmatizzato”

Alice :sostiene che lo stigma è molto pesante, “non ti danno lavoro perché sei matto”. La tv inoltre nei fatti di cronaca ( violenza, omicidi ecc..) parla sempre delle persone responsabili del fatto come malate di mente.

Carmine: le medicine sono importanti ma si dovrebbe avere un approccio globale (medicina orientale) verso la propria persona. Avere molta coscienza di se, spendere bene il proprio tempo e soldi a seconda dei propri interessi.

Francesco : i mass-media fanno una pubblicità negativa sul problema della malattia mentale. La persona malata può varcare una soglia e diventare pericolosa per se e per gli altri. Quando succede un evento grave si tende a dire che “era una brava persona, tranquilla,ecc.” I sintomi ci sono sempre ma con l’indifferenza non ci si accorge che una persona è isolata, sola, chiusa in se stessa ecc. e quindi con disagio.

Giovanni: contesta la diagnosi perché è in se stigmatizzante.

Alice: sottolinea che anche lo stigma “il matto è pericoloso” è dato dalla diagnosi psichiatrica

Nicola : afferma che non c’è una legge che sancisce la pericolosità del malato mentale ma è un pregiudizio radicato nella società.

Andrea: sottolinea che il malato mentale se sta male si comporta in maniera “strana” e quindi la società tende a giudicarlo per il suo comportamento “insano”
Impegnarsi per stare bene è molto dura, anche se siamo guariti si deve fare i conti con le difficoltà che la malattia ti lascia.







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