Scritto ieri:
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
Articoli sul mondo del Disagio Psichico
Ott
16
Il ritorno di Holden
di nicola pasa
L'ultimo direttivo dell'associazione Il Mondo di Holden mi ha incaricato nuovamente di assumere il ruolo di presidente dell'associazione.
Ho accettato volentieri e ora vi spiego quali saranno i progetti che seguirò personalmente nei prossimi tre anni.
Prima però una piccola nota:
per circa tre anni abbiamo avuto la possibilità di fare due gruppi di auto aiuto a La Spezia presso una sede distaccata dell'Arci di via Sardegna, una stanzetta, in un garage delle case popolari vicine, che un tempo ospitava un'associazione che si occupava di infanzia russa abbandonata.
I gruppi erano frequentati da persone con vari disagi (non specifico quali) che in quei gruppi hanno quantomeno trovato amicizia, conforto, solidarietà, persone che condividevano il loro vissuto.
Per tre anni ogni mese chi frequentava i gruppi versava un obolo che giravamo all'Arci di via Sardegna, il cui presidente è tutt'ora il signor Pistorello, per le utenze varie. In questi tre anni non si sono registrati episodi spiacevoli, sia da parte nostra che da parte del "democratico" ospite.
Qualche settimana fa è accaduto che una delle signore del direttivo abbia perduto le chiavi della stanzetta.
Mortificati siamo corsi all'Arci dicendoci dispiaciuti e offrendo di pagare a nostre spese il cambio di serratura e la creazione di nuove chiavi.
Ebbene, sulle prime i signori dell'Arci ci hanno detto che non ci avrebbero dato più le chiavi e che ogni volta sarebbero venuti loro ad aprire e chiudere.
Poi il giorno in cui doveva esserci un gruppo abbiamo avuto la spiacevole sorpresa di una signorina dell'arci che ci ha rifiutato le chiavi.
E' stato chiamato il presidente dell'Arci, il signor Pistorello, il quale a giustificazione del cambio di iniziativa ci ha qualificati come matti, persone che dovrebbero curarsi (sic). Con ciò, impedendo all'interlocutrice di replicare, ha concluso che i rapporti tra l'Arci di via Sardegna e l'associazione Il Mondo di Holden erano chiusi.
Grati al signor Pistorello per averci ospitato per tre anni nella SUA stanzetta e grati anche per il generoso epiteto di pazzi o gente da curare, vorrei solo rimproverargli il fatto di essersi accorto solo dopo tre anni che noi eravamo matti.
Ciò manifesta una carenza di spirito di osservazione o quantomeno una volubilità nelle relazioni interpersonali o intersociali.
Non prendo nemmeno in considerazione l'ipotesi che il signor Pistorello abbia colto la palla al balzo per sbattere fuori finalmente noi matti e dare la stanza in modo permanente al circolo del Partito democratico così impegnato in queste primarie alle cui sorti tutto il paese è aggrappato, no non sono così maligno.
Detto questo ecco i progetti a cui di dedicherà l'associazione:
1) facilitatore sociale - fase tre :
dopo la fase 1 che consisteva nel presentare il progetto alla provincia, farlo approvare e costruire il corso, e la fase 2 del corso di facilitatore sociale che dovrebbe concludersi a Novembre, partirà una fase in cui cercheremo di costruire insieme agli attori che hanno condiviso questo progetto, l'ASL prima di tutto, un percorso che porti i corsisti alla qualifica e poi ad un lavoro vero e proprio. I terreni su cui agire sono molteplici, uno riguarda Genova, bisogna agire sull'assessorato competente in modo che la qualifica sia approvata in tempi stretti, un altro terreno riguarda quello sociale, bisogna costruire dei progetti assieme all'asl e ai distretti sociosanitari della provincia della Spezia in modo da inserire gradualmente nel mondo del lavoro sociale i facilitatori sociali, un altro terreno riguarda l'aspetto lavorativo, bisogna costruire una cooperativa sociale che possa dare lavoro a queste persone. Inutili dire che abbiamo bisogno di aiuto da parte di istituzioni, associazioni e famiglie.
2) -reclutamento:
vogliamo mettere in luce forse anche in un piccolo convegno quanto sia importante e decisivo ai fini riabilitativi lavorare in un'associazione come la nostra, cercheremo di pubblicizzare maggiormente i nostri valori e quello che andiamo via via costruendo con fatica e passione.
3) -casa auto aiuto:
non abbandoniamo il progetto della casa dell'auto aiuto, riprenderemo le fila del progetto assieme ai distretti sociosanitari, all'ASL e alla Fondazione Carispe.
4) -lavoro:
è un mio pallino, dobbiamo costruire dei progetti lavorativi seri che possano reincludere nel mondo del lavoro le persone con disagio psichico che l'hanno perduto o che faticano a mantenerlo e rischiano così di perderlo, il lavoro è fondamentale per ritrovare un equilibrio, trascorrere le giornate a ingoiare pillole e a frequentare centri diurni o fare decoupage non è sufficiente per molti.
5) -legge 180:
è necessario riempire la legge quadro, che è una legge vuota, di contenuti, di articoli di legge precisi che definiscano strutture e metodi di terapia e riabilitazione, che stabiliscano tetti di spesa seri e non ridicoli come ora e che prevedano programmi di prevenzione nelle scuole e nel mondo del lavoro.
Ringrazio le mie compagne per la fiducia rinnovata, presto verrà convocata un'assemblea straordinaria dei soci che eleggerà il nuovo direttivo, grazie.
Nicola Pasa
Lug
15
Concetti utili sulla recovery
di angelo arecco
Le tappe fondamentali verso la guarigione
RON COLEMAN
Ogni viaggio ha un punto di partenza, e per me questo ha significato incontrare Lindsay Cooke, la mia operatrice di riferimento. Fu lei ad incoraggiarmi a partecipare al gruppo d’auto aiuto per uditori di voci di Manchester, all’inizio del 1991. Fu lei, e non io, a credere fermamente che tale frequentazione avrebbe solo potuto giovarmi. Fu lei ad essere in grado di volgere lo sguardo senza tener conto della mia pazzia di allora e scoprire le mie potenzialità latenti. Fu la sua fede in me che diede una sorta di “calcio di inizio” alla mia guarigione. E’ pertanto verso di lei che sento di aver un debito enorme. Ci sono altri ingredienti essenziali per la buona riuscita di un viaggio come quello che ho intrapreso io; uno di questi risiede nella capacità di navigare verso la destinazione che si desidera raggiungere. In questo sono stato fortunato, poiché non ho potuto contare su un solo “navigatore”, bensì su molti. In questa parte del mio articolo ne menzionerò solo cinque. La prima persona è Anne Walton, anche lei come me un’uditrice di voci che sin dal primissimo mio incontro con il gruppo di cui lei faceva parte mi chiese se sentivo le voci, e quando le ho risposto di sì, fu lei a dirmi che erano reali. Può sembrare una cosa banale, ma quella singola frase è stata come una bussola per me, che mi ha indicato la direzione. Avevo necessità di intraprendere un viaggio e di stabilire delle solide basi per il mio processo di guarigione. La seconda persona è un uomo, Mike Grierson. Mike fu la persona che navigò insieme a me attraverso il mio primo contatto, sia con le voci che con la società e il mondo esterno. Mi incoraggiò ad uscire e socializzare con persone completamente al di fuori del mondo psichiatrico. Mi portò anche fisicamente in posti come ad esempio un cinema o un concerto di musica classica che risvegliò in me la passione per le arti. Mike non è stato solo il mio “navigatore sociale”, ma anche una delle persone che mi hanno aiutato a focalizzarmi sulle mie voci in una maniera che mi ha permesso di analizzare la mia esperienza personale. La terza e la quarta persona sono rispettivamente Terry McLaughlin e Julie Downs. Loro due insieme furono i miei navigatori verso il ritorno alla normalità, hanno rinfocolato il mio interesse verso cose come la politica e mi hanno accolto nella loro famiglia senza alcuna riserva. E’ stato con Terry che ho potuto sviluppare le prime basi del mio nuovo modo di pensare riguardo alla formazione e alla salute mentale. Adesso, con Julie come collaboratrice, sto continuando lo sviluppo di pacchetti formativi, che noi usiamo per analizzare il mondo complesso della salute mentale in generale. La mia quinta persona è Paul Baker, un altro dei miei navigatori sulla strada verso la guarigione. Paul, il quale ha portato la rete di uditori di voci nel Regno Unito, mi ha spinto ad impegnarmi in prima persona nel coordinamento della rete; poi, quando le cose sono maturate, ha affidato proprio a me il compito di svilupparla ulteriormente. A tutti i miei navigatori, Anne, Mike, Terry, Julie e Paul, io sono debitore del mio benessere e sanità mentale. Ai navigatori tuttavia è necessaria una mappa o un progetto dai quali iniziare a viaggiare, e sono anche stato fortunato di avere degli ottimi “tracciatori di mappe”: Patsy Hage, Marius Romme e Sandra Escher. Non credo sinceramente che queste tre persone capiranno mai fino in fondo quello che hanno fatto. Che poteva saperne, ad esempio, Patsy Hage, un’uditrice di voce olandese, dopo aver letto il libro di Julian Jaynes, che le domande indotte in lei da questa lettura potevano un giorno riguardare tante persone? In effetti, è proprio grazie alle domande che si era posta Patsy che la rete di uditori di voci e altre reti in tutto il mondo, oltre che nella sola Olanda e Regno Unito oggi possono esistere. Sia che lo abbia voluto o no, ha un posto di primo piano nella storia del movimento degli uditori di voci. Sandra Escher indubbiamente è la persona che ha fatto in modo che la gente comune potesse comprendere le mappe che stavano per essere tracciate. La sua capacità di fare arrivare il messaggio in un linguaggio accessibile a tutti, ha significato che il lavoro di tutto il gruppo non è rimasto confinato nel mondo accademico ma è stato utilizzato dagli uditori di voci sin dall’inizio. Sia Sandra che Patsy hanno giocato un ruolo importantissimo nella mia guarigione. L’ultimo cosiddetto tracciatore di mappe è Marius Romme. Marius, come egli stesso ammette, è uno psichiatra tradizionale, ma è senza ombra di dubbio uno dei maggiori tracciatori di mappe che ho avuto la fortuna di conoscere. Quando ascoltò la sua paziente di allora, Patsy Hage, e iniziò ad analizzare ciò che lei gli diceva, ebbene, fu allora, secondo me, che smise di essere uno psichiatra tradizionale. Quando asserì pubblicamente per la prima volta che sentire le voci è da considerarsi un’esperienza normale e che non se ne doveva avere paura, allora ha smesso definitivamente di essere uno psichiatra tradizionale. Quando proseguì il suo lavoro, nonostante i suoi stessi colleghi si prendevano gioco di lui e lo criticassero, smise di essere uno psichiatra tradizionale per diventare un eccellente psichiatra. A Patsy, Sandra, e Marius devo una sola cosa: la mia stessa vita. Fino a qui ho indicato i nomi di nove persone che in un modo o nell’altro hanno partecipato al mio viaggio verso la guarigione ed ecco il primo trampolino di lancio per le persone che vogliono guarire. Se dovessi nominare tutte le persone che hanno avuto una parte nella mia guarigione, l’elenco sarebbe infinito. L’altra cosa che mi preme dire a proposito di questo elenco di persone è che la maggioranza di queste non sono professionisti e/o operatori della salute mentale. Uno dei miei principi fondamentali sulla guarigione consiste nella premessa che essa non matura e non può svilupparsi in un contesto di isolamento. Né può comparire se tutte le nostre relazioni sono esclusivamente basate su un rapporto di interazione utente/professionista. La guarigione, per definizione, significa interezza e nessuno può essere completo se è isolato dalla società in cui vive e lavora. Per molti anni ho sostenuto l’idea che non c’è nulla come la malattia mentale che mi ha aiutato a partecipare ad alcune interessanti discussioni con gli altri negli ultimi anni. Uno di questi ha avuto luogo con Marius Romme. Durante questo dibattito è risultato chiaro che Marius non sosteneva la teoria della malattia di origine biologica. Quello che in realtà diceva era che la malattia poteva esprimersi come l’incapacità della persona a funzionare in ambito sociale. Questo io lo accetto, dato che significa che la guarigione non è più un regalo dei medici ma una responsabilità di noi tutti. Questo fatto solleva la domanda se la società è pronta o meno ad assumersi qualsiasi tipo di responsabilità per la guarigione delle persone con problemi di salute mentale. La mia opinione è che le cose non stanno così, poiché nella nostra cultura sofisticata anche noi abbiamo portato la nozione di una spiegazione biologica della salute mentale. Suppongo che ciò che mi aspetto dalla società possa sembrare troppo per molti, ma ciò deve essere considerato nel contesto di quelle società che effettivamente accettano la responsabilità verso i propri membri che impazziscono. Ad esempio, nella Cultura Aborigena dell’Australia quando qualcuno impazzisce l’intera tribù si raduna per discutere cosa abbia fatto la stessa tribù per portare quella persona alla follia. Riuscite a immaginare che una cosa del genere possa accadere in un contesto culturale come quello delle nostre società? Io penso di no. Quando qualcuno impazzisce, nella nostra cultura, viene rinchiuso in un ospedale. Non è una riunione della comunità locale a decidere cosa ci sia di sbagliato nella comunità medesima. E’ un giro di medici fatto di cosiddetti esperti che si riunisce spesso senza che l’interessato sia presente che decide cosa c’è che non va con quel paziente e come dovrà essere curato. Questo scenario, ahimè sin troppo diffuso, non prevede molte possibilità che il paziente in questione guarisca. E’ un modo di rapportarsi al problema impersonale anziché focalizzato sulla persona. All’interno di questo scenario, la guarigione è oggettiva e non più soggettiva, e la persona non è più un fattore reale nel contesto del processo. Se le persone sono i mattoni con cui è costruita la guarigione, allora la pietra angolare deve essere il sé. Io credo, e senza alcuna riserva, che il maggior ostacolo che fronteggiamo nel nostro viaggio verso la guarigione siamo proprio noi stessi. La guarigione richiede autofiducia, autostima, autoconsapevolezza ed autoaccettazione; in mancanza di queste basi non solo la guarigione diventa impossibile, ma perde qualsiasi valore. Dobbiamo cominciare con l’aver fiducia nelle nostre personali capacità di cambiare la nostra vita; dobbiamo smetterla di aspettare che gli altri facciano di tutto per noi. Abbiamo bisogno di cominciare a fare le cose noi stessi. Dobbiamo avere la fiducia di smettere di essere malati, per poter pensare di iniziare a guarire. Dobbiamo impegnarci ad alzare il livello della nostra autostima diventando cittadini all’interno delle nostre comunità, e nonostante le comunità, se necessario. Siamo membri degni della società, stimati, e dobbiamo riconoscere il nostro valore. Dobbiamo anche riconoscere saper riconoscere le nostre colpe. Il sistema, infatti, può aver creato la nostra diagnosi, ma spesso siamo noi a rafforzare questa convinzione. Dobbiamo essere consapevoli del nostro comportamento acquisito, e questo dovrebbe entrare a far parte della nostra vita passata. E’ necessario cambiare quei tipi di comportamento che ci tengono intrappolati nel nostro ruolo di pazienti. Occorre saper accettare ed essere fieri di chi e cosa siamo. Io posso sinceramente dire di chiamarmi Ron Coleman, e di essere uno psicotico ed esserne orgoglioso. Questa non è un’affermazione insolente, è uno stato di fatto. Sono convinto che quando acquisiamo fiducia su chi e cosa siamo, allora possiamo nutrirla anche su chi e cosa possiamo diventare. Per me queste quattro “auto”: autofiducia, autostima, autoconsapevolezza e autoaccettazione sono il secondo trampolino di lancio verso la guarigione. Il terzo passo è strettamente correlato al secondo ed è radicato nel nostro modo di essere. Credo che noi stessi abbiamo un mucchio di cose da dire al riguardo. Possiamo scegliere se rimanere vittime del sistema, continuando ad autocompiangerci, restando il povero piccolo malato che ha bisogno di assistenza dei suoi operatori 24 ore su 24. Oppure possiamo scegliere una direzione diversa, smettendo di essere vittime e diventare vincitori, scegliere di smettere di compiangerci e ricominciare a vivere, scegliere di smettere di essere la povera persona malata e iniziare il nostro viaggio verso la guarigione. Questa secondo me è il terzo trampolino di lancio. Quando ci consideravamo dei malati era facile lasciare le nostre scelte agli altri. Il cammino verso la guarigione però richiede non soltanto di fare le nostre scelte da soli, ma anche assumerci la nostra responsabilità di tali scelte, giuste o sbagliate che siano. Scegliendo di fare una cosa o un’altra, faremo inevitabilmente degli sbagli e magari avere una ricaduta. Perché è l’opzione più facile pensare di tornare di corsa verso il sistema psichiatrico, dopo aver commesso un errore. Anziché fare i conti con le nostre debolezze, cadiamo nella trappola di dar la colpa alla nostra storia biologica anziché alla nostra fallacità umana. Se le persone sono i blocchi di mattoni della guarigione e il sé è la pietra angolare, allora la scelta diventa la calce che tiene uniti i blocchi. C’è ancora un trampolino di lancio nel processo della guarigione ed è il concetto di possesso. Il possesso è la chiave per guarire, dobbiamo imparare ad appropriarci della nostra esperienza, qualunque essa sia. I medici non possono possedere la nostra esperienza, gli psicologi nemmeno, e nemmeno gli educatori, operatori, terapeuti occupazionali, psicoterapeuti, persone che ci curano e amici. Neppure il nostro compagno o compagna non può possedere la nostra esperienza. Siamo noi i titolari. Poiché è solo attraverso il possesso dell’esperienza di pazzia che possiamo possedere il bene della guarigione. Il viaggio attraverso la pazzia è essenzialmente di carattere individuale, possiamo solo condividerne una parte con altri, la maggior parte di questo viaggio è nostro e solo nostro. E’ dentro noi stessi che troveremo gli strumenti, la forza e le capacità che ci servono per completare il viaggio poiché è dentro noi stessi che il viaggio stesso si svolge. La guarigione è diventata un concetto alieno, tuttavia nulla di cui ho parlato finora ha a che vedere con l’astronautica, ma piuttosto si basa sul senso comune, non c’è proprio nulla di nuovo. E’ semplicemente una sottolineatura di una visione olistica della vita. Dobbiamo capire che noi, talvolta, tutti noi rendiamo le cose più difficili di come sono in realtà. E’ come se avessimo bisogno di considerare la vita una questione estremamente complicata, come appunto la scienza dei razzi. Sembra che passiamo un sacco di tempo a rendere ancora più complesse le complessità della vita, attraverso l’applicazione dell’oggettività scientifica anziché l’analisi pura della nostra vita grazie al semplice meccanismo della soggettività personale. E’ giunto il momento di un incontro ravvicinato con un concetto alieno: la guarigione, per l’appunto. La guarigione è all’ordine del giorno, non la guarigione clinica o sociale, ma quella personale. La responsabilità di guarire ricade su ognuno di noi, professionisti, utenti e persone curanti, possiamo raggiungerla solo lavorando all’unisono, parlandoci e ascoltandoci a vicenda. Possiamo ottenerla solo spostando il paradigma dal riduzionismo biologico allo sviluppo societario e personale. Il lavoro di Romme ed Escher ha iniziato questo spostamento paradigmatico, ora tocca a noi proseguire la loro opera fino a quando lo spostamento non sarà totale. Fino al momento del nostro successo le persone continueranno ad essere allontanate e segregate dalla società o perché sentono delle voci o hanno visioni o diversi convincimenti. Fino ad allora le persone continueranno ad essere curate anche contro la loro volontà e la società continuerà a temere la pazzia. La civiltà rimarrà incivile fino a quel giorno. La guarigione è il nostro comune obiettivo, è ottenibile da subito, non perdiamo nemmeno un attimo e lavoriamo insieme affinché la guarigione avvenga.
(liberamente tradotto dal sito www.scottishrecovery.net/)
Lug
14
Borderline: la differenza tra illuminazione e psicosi
di nicola pasa
08 07 09
s stefano magra sp
mi introduco :
LSF buongiorno e sono sempre borderline, visto che il mio primo articolo non sembra aver sortito l’effetto desiderato, cioè aprire una discussione su cos’è realmente il cosiddetto disturbo borderline di personalità – (molti sembrano pensare che sia solo un altro modo per rompere le scatole al prossimo)-pubblico ora la traduzione di un seminario da me scritto e discusso in un istituto sperimentale in Olanda. Questo lavoro nasce nella mia maturità e sulla mia maturità, quando cioè avevo acquisito l’”insight” sul mio disturbo e cominciato attivamente a cercare delle stategie di auto aiuto e auto contenimento della mia debordante personalità. Seminario del terzo anno del Humaniversity Therapist Training anno 2003 egmond aan zee De Nederlands. Titolo assegnatomi dai trainers:
BORDERLINE: LA DIFFERENZA TRA ILLUMINAZIONE E PSICOSI
Secondo il DSM IV più del 2% della popolazione mondiale potrebbe essere diagnosticata come borderline, questa definizione si riferisce ad un disturbo di personalità caratterizzato da tre o più delle seguenti caratteristiche: -relazioni affettive difficili e turbolente aggravate da un terrore costante, giustificato o no, di essere abbandonati -forti e repentini cambiamenti di umore che portano ad una permanente instabilità -difficoltà a contenere la rabbia e altre forti emozioni che porta a esplosioni irrazionali
-abuso di sostanze come droghe alcool e cibo spesso in contesti suicidali autolesivi ed automutilanti -comportamenti trasgressivi e rischiosi come guidare pericolosamente, sesso casuale, infrangere le regole e le leggi o più genericamente "stare sopra le righe"
-senso dell’io fragile e frammentario, identità labile -possibilità di sperimentare stati pre-psicotici o decisamente psicotici per brevi periodi quando sotto stress, come senso di irrealtà e spersonalizzazione deformazioni visive uditive cinestetiche.
Io sono stata diagnosticata come "borderline" più volte nella mia vita a partire dall’ età di quattordici anni. In quel lontano periodo amavo soggiornare nelle istituzioni psichiatriche, a volte calcavo pure la mano per essere ricoverata nei reparti dei più gravi,dove mi sono fatta una considerevole esperienza in fatto di stati alterati di coscienza....o di incoscienza ......Sapevo che cercavo qualcosa ma non sapevo cosa..... All’età di diciannove anni, completamente confusa, nel corso del mio terzo viaggio in india, nel 1974, ho incontrato Bhagwan Shree Rajneesh. Per la prima volta la mia mente si è fermata, si è arrestato il suo frenetico questionare e un senso sconosciuto di pace ha riempito la mia anima; finalmente certa di possederla un’anima e di appartenere all’universo intero. Questa era l’emanazione di un essere seduto davanti a me che respirava parlava e mi sorrideva amabilmente.....
Le mie domande stavano trovando una risposta, non ero più solo a sbattere contro i muri....Una pura intelligenza era lì davanti a me perfettamente a suo agio nel suo corpo ,in perfetta unità con la sua lucidissima mente, trasmettendo un senso di armonia con se stesso che non escludeva nulla . Io ero eccitatissima perché avevo finalmente la prova vivente che è possibile, naturale e salutare includere tutte le parti del sé senza naufragare negli stati di dolore e angoscia che io avevo tanto spesso sperimentato. Il caro prezzo della "conoscenza" estorta valicando i limiti della mente ordinaria negli stati alterati indotti dalle psicosi e dalle droghe è pagato in gran parte dal corpo fisico che viene abusato, negletto e a volte addirittura torturato:è comune nei disordini mentali l associazione con problemi alimentari, percezioni distorte del proprio corpo, malattie psicosomatiche e vite altamente traumatiche o prematuramente interrotte. Lo scopo di questo seminario è di puntualizzare la differenza tra uno stato di luminosa realizzazione di sè ed uno stato di esaltazione psicotica o maniacale .Questo implica che ci siano anche delle somiglianze... Il mistico Osho amava dire che un pazzo è caduto diciamo per caso fuori dal livello ordinario di consapevolezza mentre un mistico è saltato fuori di sua spontanea volontà, sfidando con ciò le regole della cosiddetta realtà,liberandosi dei condizionamenti sociali senza perdere il contatto con la propria unità corpo e mente anzi rafforzandola....cosa che una persona caduta fuori dal comodo nido delle convenzioni, isolata ed osteggiata non può certo facilmente riuscire a fare.... Una persona psichicamente disturbata può avere grandi visioni e forti intuizioni ma ben difficilmente riesce ad esprimerle chiaramente e ancor più difficilmente riesce a renderne partecipi gli altri. mentre un essere realizzato può parlare di temi piuttosto astrusi ma l’ ascoltatore vi scopre una familiarità che attiva il suo interesse. Un altro punto di differenza è che ,citando A.Maslow, dopo un esperienza di picco di tipo superiore, senza senso morale, l individuo si sente ricaricato e riconfermato nella sua vacanza positiva mentre dopo un episodio psicotico o maniacale si verificano prevalentemente stati di confusione depressione caduta della capacità di responsabilità con conseguente disistima e negatività .La mia ipotesi, ancora fumosa, è che l’ impulso alla base di una radicale ricerca esistenziale sia biologicamente simile ad un crollo psicotico ma che sia l’intervento di una metodologia cosciente che previene nel primo caso quella serie di conseguenze che nel secondo caso rotolano verso il caos. Tutte le religioni parlano della notte buia dell’anima e delle rivelazioni degli archetipi ma per una mente immatura dove l‘io è frammentato e debole una simile incursione nell’ inconscio è semplicemente devastante, mentre in un contesto adeguato può evolversi in un fattore positivo anzi altamente apprezzabile. In Oriente ,dove la scienza dell’illuminazione è ben più avanzata che da noi, i matti vengono trattati come incoscienti inviati di dio mentre da noi i mistici sono dileggiati e trattati da matti.
Io penso che una maggior conoscenza della relazione tra illuminazione e stati alterati di coscienza potrebbe portare interessanti sviluppi.
Posso riassumere questo seminario dicendo che l’illuminazione è un flusso ininterrotto dell’ essere dall’anima al corpo con un funzionamento pertinente delle emozioni in cui la mente svolge armonicamente le sue funzioni cognitive e coordinatrici. La nevrosi cioè lo stato in cui vive per la maggior parte della propria vita la stragrande maggioranza del genere umano è uno stato in cui l’ esistenza dell’ anima diventa un fatto oscuro e discutibile il puro flusso dell’essere si interrompe e la mente prende il controllo diventando una specie di poliziotto ottuso la psicosi o il disturbo mentale grave avviene secondo la mia per niente autorevole teoria ma suffragata dalla mia esperienza personale,quando la mente non riesce più ad arginare stimoli contradditori ed il legame emotivo tra corpo e mente è scisso.
La personalità borderline si colloca in qualche modo sul punto di rottura: c’è un grande potenziale non riconosciuto nella consapevolezza e nella familiarità con quei territori di confine in cui la mente tesa come una corda di violino percepisce l assoluto e l attrazione morbosa per la morte che caratterizza questo disturbo ha una grande componente mistica. Io penso infine che in questi tempi un cui tutto scricchiola e la grande impalcatura della società occidentale comincia a rivelarsi una conchiglia vuota, nuovi modi di vivere devono essere inventati e la via per trovare delle risposte valide ai grandi quesiti esistenziali che siamo tutti chiamati a fronteggiare passi molto vicino a quel confine dove ho vissuto tutti questi anni sentendomi una specie di solitario cavaliere dell’ apocalisse per di più donna e madre in no man land.
Ringrazio la Human university per l opportunità che questo seminario mi ha dato di mettere in parole il mio pensiero e per avermi offerto uno spazio protetto dove esplorare me stessa. LSF
Lug
02
Il dottore matto ovvero la voce della non ragione - Dr Rufus May
di angelo arecco
NdT: Questo articolo è tratto dal "The Independent on Sunday" - numero speciale sulla salute mentale e presto sarà anche disponibile sul sito di prossima apertura www.parlaconlevoci.it dedicato a uditori di voci e loro facilitatori.
"Il dottore matto" ovvero
La voce della non ragione
Quando aveva 18 anni, a Rufus May venne diagnosticata una forma di schizofrenia incurabile e fu internato in un ospedale psichiatrico. Oggi è uno psicologo rispettato e conduce iniziative appassionate sui problemi della salute mentale. E’ anche il curatore occasionale di questa edizione speciale. Qui racconta la sua storia straordinaria.
Quando avevo 18 anni, sono stato testimone in prima persona di come l’approccio della società verso la salute mentale era fallimentare. Venni ricoverato all’ospedale di Hackney (un ospedale psichiatrico) e fui informato del fatto che non avrei potuto uscirne. Sulla soglia dell’età adulta e sentendomi abbandonato dopo che la mia ragazza mi aveva lasciato, mi ero impegnato in una ricerca spirituale alla ricerca di una linea di condotta. I messaggi che avevo tratto dalla Bibbia mi convinsero di avere una missione da svolgere. Cercando di scoprire in cosa consisteva questa missione, lentamente giunsi a dedurre che era abbastanza possibile che io fossi un’apprendista spia per conto del servizio segreto britannico. Alla fine venni ricoverato in ospedale dopo essermi convinto che qualcuno mi avesse installato nel petto un dispositivo la cui funzione era quella di controllare le mie azioni.
L’ospedale psichiatrico era un mondo completamente a sé stante. Le code in attesa del carrello delle terapie scandivano la noia e il senso generale di impotenza. Qualsiasi forma di resistenza al regime veniva schiacciata per mezzo di costrizioni forzate e potenti iniezioni. Molti dei miei amici avevano paura di venirmi a trovare.
Quell’esperienza, unita al fatto di essere stato diagnosticato schizofrenico mi faceva sentire una scoria della società. Quando dissero ai miei genitori che probabilmente la mia condizione era geneticamente ereditaria, il dado sembrava irrevocabilmente tratto. I giri dei medici mi sembravano riti religiosi elaborati, diretti dal primario con un uditorio di studenti di medicina e infermiere tirocinanti che si limitavano ad osservare, mentre la mia pazzia veniva confermata e con ciò la profezia di una cura farmacologica protratta nel tempo. Mi resi conto che i farmaci che assumevo mi davano un senso di vuoto e mi privava dei miei sentimenti. Non riuscivo a pensare al di là dei miei bisogni primari. Le medicine mi rendevano fisicamente più debole e avevano un effetto sul piano ormonale, al punto di rendermi impotente sessualmente.
Questa cosa mi preoccupava. Tuttavia, per il mondo esterno, a causa degli effetti dei farmaci che mi intorpidivano la mente, ora ero meno concentrato sui miei convincimenti di essere una spia e sull’aspetto spirituale. I medici proclamarono che stavo reagendo bene ai farmaci. Io ero deciso a smettere di assumere pastiglie e iniezioni non appena avessi trovato altri modi di restare calmo e centrato.
La maggioranza dei miei compagni di reparto erano pazienti che uscivano e tornavano di frequente. Anche a me venne detto che una volta dimesso sarei tornato ancora. Era vero. Venni ricoverato altre due volte prima che riuscissi a svincolarmi dal ruolo del consumatore regolare e mentalmente infermo. Ma sono stato più fortunato di molti altri: oltre ai miei genitori, che venivano a trovarmi ogni giorno, una mia intima amica rientrò dalla sua attività di venditrice di stoviglie ai soldati statunitensi di base in Germania e iniziò anche lei a venire a farmi visita quotidianamente. Iniziai a lasciarmi persuadere dal convincimento di questa mia amica che questo mio esaurimento, o qualunque cosa mi fosse capitato, era qualcosa che io ero in grado di superare.
Quando avevo 12 anni, fui testimone del fatto che mia madre riuscì energicamente a guarire da una grave e disabilitante emorragia cerebrale, così istintivamente sapevo di poter cambiare la mia vita con il tipo di sostegno adatto. Quindi decisi di non credere più ciecamente nella saggezza dei medici e cominciai a pensare di trovarmi un lavoro non appena avessi lasciato l’ospedale. Mentre ero ancora ricoverato, iniziai a frequentare la chiesa e i centri ricreativi, offrendomi come volontario. Sebbene dovessi sembrare un po’ strano, trovai molte persone gentili disposte ad affidarmi incarichi e lentamente iniziai a ricostruire alcune capacità di socializzazione.
Quando una mia amica compagna di reparto, Celine, si tolse la vita dopo essere stata bombardata di farmaci, questo fu un punto di svolta della mia storia. Il suo funerale fu in puro stile caraibico e vi parteciparono centinaia di persone. Era un fortissimo contrasto con l’assenza di sostegno che Celine aveva subito da viva e sentiva voci offensive che appartenevano al suo passato.
Fu allora che mi accorsi di aver trovato una causa da sostenere senza alcuna esitazione. Come lei, anch’io ero passato attraverso l’esperienza di persone che parlavano di me come se io non fossi presente, di professionisti che cercavano di sopprimere il mio comportamento strano e deviante con farmaci senza nemmeno cercare di capire perché agivo così. A nessuno sembrava importasse o fosse disposto a pensare come si sarebbe sentito nei miei panni.
Noi, come società, rendevamo le persone ancora più matte e forse io potevo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose. Cosa sarebbe successo se fossi tornato ancora nel reparto psichiatrico sotto ben altra veste, magari come professionista della salute mentale? Forse allora, come un cavallo di Troia, avrei potuto contribuire a smantellare i miti della gerarchia psichiatrica. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che avrei dovuto celare ad ogni costo la mia identità precedente di paziente psichiatrico.
Quando uno psicologo appena laureato casualmente mise in discussione la mia diagnosi di schizofrenia, suggerendomi che avrei potuto avere un episodio psichiatrico temporaneo, ciò mi fece pensare che forse la psicologia era un possibile modo di fare le cose in maniera diversa. Così la mia missione si andava chiarendo: avrei studiato psicologia. Sapevo di dovermi dare un bel po’ da fare prima di intraprendere questo cammino.
Il mio primo lavoro, non appena dimesso dall’ospedale, consisteva nel fare il guardiano notturno al cimitero di Highgate, a nord di Londra. Adesso penso che pattugliare di notte il terreno boscoso attorno al cimitero sia stata un’attività molto terapeutica per me. Senza avere il tempo per sognare ad occhi aperti, dovevo essere sempre cosciente e affrontare la mia paura del buio e dell’ignoto. Penso anche che solo il fatto di passeggiare tra la natura mi fu di grande aiuto per la mia guarigione.
Fu durante questo periodo della mia vita che riuscii a smettere di assumere psicofarmaci, contro il parere dei medici. Poi passai molti anni cambiando molti lavori e imparando modi creativi per esprimermi, usando la danza e il teatro. Quello che feci fu di spostare la mia concentrazione dal pensare a me stesso al cercare di aiutare gli altri, nel frattempo assicurandomi di aver cura della mia mente e del mio corpo. Utilizzai la palestra all’aperto di Parliament Hill, facendo sport ed esercizi di respirazione come metodi naturali per gestire al meglio il mio umore. Prestai attenzione ad evitare di fare amicizia con persone non affidabili o offensive e rafforzare i legami con quelle persone che mi erano rimaste accanto. Studiare sociologia mi aiutò a capire le ampie strutture della società, demistificando cose come il sistema delle classi e i rapporti di potere tra uomini e donne.
Ritornò alla mia mente il pregiudizio contro il concetto di malattia mentale quando un centro rieducativi molto all’avanguardia rifiutò di sostenere me e un gruppo di studenti dilettanti teatrali che volevamo mettere in scena una commedia sull’esaurimento nervoso. Ciononostante, dai corsi da me seguiti sulla drammaturgia, avevo imparato l’arte di reinventarsi attraverso l’improvvisazione. Mi ricorderò sempre del modo in cui uno dei miei insegnanti di teatro ci trasmise il messaggio che “questa vita non è una prova generale”. La mia esperienza di attore doveva diventare utile nei 10 anni successivi di studio dell’assistenza sociale e della psicologia, quando scelsi di non menzionare mai il mio precedente ruolo di paziente psichiatrico, per evitare ogni possibilità di discriminazione.
Per me, la linea di demarcazione tra i malati di mente e le persone sane era più una faccenda di comportamento sociale, piuttosto che di situazione reale. Avevo trovato alcune persone davvero matte in ospedale e mi ero reso conto di quanto mi avevano aiutato, e alcune delle cosiddette infermiere “normali” piuttosto prepotenti e ostili, ciò mi fece capire che in un certo senso la pazzia stava negli occhi della persona che osserva. Sapevo anche che la mia forma di pazzia era stata piena di significato; ad esempio, le mie fantasie a proposito di credere di essere una spia avevano fornito significato alla mia vita e la ricerca di una missione spionistica era la metafora di uno scopo significativo di cosa avrei dovuto cercare di fare nella mia vita.
I miei studi di psicologia, agli inizi degli anni Novanta, coincisero con un periodo nel quale la psicologia intesa come professione si stava interessando al tentativo di comprendere e lavorare con la follia, un campo che solitamente era dominato dalla professione della psichiatria, più medica e basata sulla prescrizione di farmaci. Durante gli ultimi 10 anni ho esercitato la professione di psicologo, occupandomi di una vasta gamma di problemi di salute mentale. So che per aiutare davvero qualcuno che soffre profondamente o si sente molto confuso, occorre essere molto creativi e saper offrire un ampio ventaglio di risorse.
A Bradford ci sono gruppi di auto aiuto dove le persone sono incoraggiate ad aiutarsi a vicenda, oltre ad aiutare sé stesse. Inoltre creiamo spazi dove ad esempio l’arte, la spiritualità e il rilassamento fisico possono essere esplorate in molti modi diversi. Abbiamo corsi di Tai Chi, di danza e di arte africana, insieme a gruppi di discussione politico-culturali. Se le persone odono voci che le mettono a disagio, voglio capire questi esseri che le tormentano. Talvolta comunico direttamente con le voci e cerco di facilitare un processo di pace tra le voci e la persona che le sente.
Io devo essere la prova vivente che le persone possono resistere alle cosiddette allucinazioni che impartiscono dei comandi, perché inizialmente molte voci si sentono minacciate da me e dicono alla persona che le sente di aggredirmi. Finora sono rimasto incolume, il che è una valida testimonianza del fatto che le persone che odono voci possono imparare a resistere a quelle più prepotenti, insistenti ed aggressive. Quindi anziché spingere le persone a sopprimere le proprie esperienze, il che secondo me peggiora soltanto le cose, io cerco di assistere le persone a fronteggiare i loro demoni secondo i tempi di ciascuno.
La società è forse più folle di 20 anni fa, quando io mi trovavo in ospedale? Mi sembra che alcune cose stiano peggiorando, e altre migliorando. Le persone si sentono più preparate a parlare delle proprie esperienze di disturbo e follia. Questo è un vero sollievo: lo status quo, nel quale i professionisti benintenzionati e i responsabili degli enti assistenziali privati comincia a subire una sfida. La Gran Bretagna è una luce guida in questo elevarsi della consapevolezza, dove le persone vengono sempre più allo scoperto con le loro storie di disturbi emotivi. Di conseguenza, si presta maggiore ascolto e attenzione a un più ampio spettro di idee e approcci diversi in merito a cosa è più utile per curare le menti disturbate.
Contemporaneamente, il potere dell’industria farmaceutica è ora più forte che mai, le case farmaceutiche promuovono senza alcun ritegno la teoria semplicistica e fuorviante dello “squilibrio chimico” alla base del disturbo mentale, traendo il loro guadagno dal trattamento dello sconforto in termini di malattie mentali diagnosticabili. Negli USA hanno avuto molto successo: all’incirca il 10% della popolazione femminile assume antidepressivi e uno sbalorditivo 10% di bambini vengono curati dalla ADHD con il Ritalin, derivato dalle anfetamine. In questo Paese, il tasso di ricette mediche per psicofarmaci aumenta di anno in anno.
Mentre io non sono contrario a tutti gli usi di farmaci che alterano la mente, questa tendenza mi preoccupa. Io penso che quando sembra che i farmaci funzionino, l’effetto principale è quello di mascherare i problemi del paziente, ma quando vengono aboliti i problemi ritornano alla ribalta, spesso con un po’ più di grinta dovuta al fatto che sono stati artificialmente soppressi per un certo tempo. Una persona ha bisogno di dosi ancora più massicce del farmaco che assume per ottenere lo stesso effetto, perché il cervello tende ad opporre una resistenza naturale alle sostanze che alterano l’umore. A questo punto è molto probabile assistere agli effetti più negativi del farmaco e sviluppare una dipendenza.
Quindi i farmaci sono limitati nella loro utilità e forse sarebbe meglio usarli come ultima risorsa e per un breve periodo di tempo. Queste argomentazioni non saranno certamente bene accette nelle sale dei consigli di amministrazione della Grande Farmaceutica, il Grande Fratello della salute mentale. Ma se intendiamo fare passi avanti nella direzione di un tessuto sociale più sano, dobbiamo essere pronti a porre limiti all’influenza dell’industria farmaceutica sul modo di comprendere la nostra mente e avvicinarci al processo che porta alla guarigione.
Giu
28
Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri di Ylenia Di Matteo
di Maïté
Malati di mente, stranieri, vagabondi : i diversi sono gli altri
di Ylenia Di Matteo
“Genova, scandalo al San Martino, aiuola – ghetto per i malati di mente” (la Repubblica, 04.06.09).
“Napoli, morte in diretta e nessuno interviene” (la Repubblica, 17.06.09).
“Addio Evio, uomo dalla mille vite e dalla vita mite, vissuta sotto i ponti” (Liberazione, 04.06.09).
Esiste un unico filo conduttore di queste tristi e squallide vicende, che, come lampi, guizzano agli occhi di un lettore oramai assuefatto dalle vicende “gossippare” degli ultimi tempi.
Si chiama indifferenza.
O apatia, o mancanza di pietà e sentimento, verso diseguaglianze umane oltre sociali, come fosse scontata l’esistenza di una razza a più livelli.
Scarso l’interesse di chi avrebbe mezzi e facoltà per porre la dovuta attenzione verso il controsenso del III millennio. Una società che da una parte si affanna a creare le condizioni di progresso sociale, economico, tecnologico, dall’altra è inadeguata a garantire a tutti gli uomini condizioni minime di decenza.
Di certo vende meglio il reportage sullo “sbarco” di Vip in Sardegna, piuttosto che la denuncia della creazione del “recinto” o “gabbia” o “zoo”, come parco esterno per i ricoverati della clinica psichiatrica del San Martino di Genova (Art. 32 Cost. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”).
Nella cosiddetta civiltà del progresso l’uomo torna ad essere prepotente, selvaggio, indifferente, violento, privo di compassione. Caratteristiche dell’uomo primitivo che, sentendosi inferiore al proprio simile, si esalta disprezzando il più debole, indicandolo come la causa della sua sconfitta.
Un uomo viene ucciso sotto i colpi della camorra, in stazione, alle 19.47 di un giorno di maggio? Era un musicista rumeno, non è scandaloso quindi che alcuni viaggiatori abbiano proseguito senza scomporsi, cercando addirittura di obliterare il biglietto. Una vita ingiustamente spezzata giaceva lì. Alla biglietteria di una stazione. La preoccupazione era di non perdere la coincidenza del treno successivo.
A volte è anche difficile entrare in stazione. “Emergenza barbone all’ingresso”, direbbe qualcuno.
Ogni storia è diversa, il futuro di ognuno di noi è un intreccio tra volontà, destino, fortuna. Certo è che i diritti fondamentali dell’uomo non si riconoscono e garantiscono allontanando ulteriormente chi è già stato emarginato dalla vita. (Art. 3 Cost.“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…Senza distinzione di condizioni personali e sociali”).
Nel “Diario degli errori”, Ennio Flaiano scrive: “Ma il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona”.
In Italia, per noia, gli danno fuoco.
http://www.articolo21.info/5470/editoriale/malati-di-mente-stranieri-vagabondi--i-diversi.html
Giu
21
Stigma e lavoro in Inghilterra
di angelo arecco
Articolo da “The Guardian” del 21/06/2009
La malattia mentale fa male al tuo curriculum
La richiesta di rimborso senza precedenti di un milione di sterline avanzata dal comune di Cheltenham contro Christine Laird, descritta da qualcuno come “vendicativa” e dall’assessore comunale alle finanze del comune, John Rawson, come “priva di cervello”, lascia entrambe le parti in causa a contare i danni subiti. Ora il comune è stato costretto a risarcire spese legali per 750.000 sterline di denaro pubblico, mentre la Laird è rimasta sconvolta dopo che suo marito ha letto la dichiarazione di lei dinanzi alla Corte d’Assise.
La salute della donna è stata “spezzata” dalla lunga battaglia legale e comunque le resta ancora da pagare un notevole 35 per cento a suo carico. La Laird era arrivata a un tale punto di disperazione durante lo svolgimento della causa fino a pensare di togliersi la vita.
Christine Laird ha solo detto la verità che molti di noi hanno dovuto celare. Non aveva una “disabilità” nel senso stretto del termine legale e il questionario presentatole prima di venire assunta era mal concepito. Ma il segretario comunale Andrew North non ha cambiato idea neppure dopo la lettura della sentenza, secondo la quale “Se il comune fosse stato al corrente della storia clinica della signora, allora molto probabilmente non l’avrebbe neppure assunta”.
Quello che sostiene North è probabilmente vero: la domanda della Laird sarebbe stata semplicemente cestinata, la discriminazione non sarebbe venuta alla luce e lo stesso dicasi per il procedimento legale. Ma davvero è una cosa giusta lasciare che persone vulnerabili vengano lasciate a combattere battaglie legali costose solo per provare per illazione che la procedura in base alla quale hanno ottenuto un lavoro era scorretta?
Le statistiche della Task Force sull’Esclusione Sociale parlano chiaro: otto datori di lavoro su dieci sostengono che gli aspiranti devono rivelare le loro condizioni prima di essere assunte, tuttavia meno di quattro datori di lavoro su dieci dichiarano di essere disposti a considerare l’assunzione di una persona con una storia di problemi di salute mentale.
Un datore di lavoro certamente assume un rischio quando assume un lavoratore o una lavoratrice: la gravità e la durata della malattia non predicono in modo affidabile se una persona sarà in grado di svolgere il suo lavoro. Dovrebbe essere vietato ai datori di lavoro di basarsi su questo pregiudizio. E’ venuto il momento di liberare le persone sofferenti di malattie mentali dalla paura di essere discriminate. Non siamo inadatti al lavoro a causa della storia clinica della nostra malattia mentale, non più di una persona con una storia familiare di predisposizione all’infarto.
E i datori di lavoro non dovrebbero peraltro essere “costretti” ad assumere persone che sotto ogni aspetto sono incapaci di svolgere una determinata mansione, anche con le modifiche previste per legge. Ma proibire di sottoporre la compilazione di un questionario almeno fino a dopo la formulazione di un’offerta di lavoro agevolerebbe sicuramente l’identificazione di pratiche discriminatorie dirette.
Nel redigere la nuova proposta di legge di Harriet Harman sulla eguaglianza dei singoli, c’è una perfetta occasione per assicurarsi che le persone con malattie mentali siano pienamente salvaguardate e protette. Fra tutti i gruppi che compongono la nostra società, la malattia mentale ha la più alta connotazione di stigma e il più elevato tasso di disoccupazione. I rapporti tra datori di lavoro e dipendenti dovrebbero essere ispirati ad apertura, onestà e flessibilità, ma fino ad allora molte persone saranno convinte di dover nascondere la loro malattia.
Jonathan Naess
Giu
20
Notizie da Milano
di angelo arecco
Ricevo e volentieri diffondo alcune interessanti riflessioni del Dr Bepi Tissi, uno psichiatra responsabile di un servizio di salute mentale milanese, che ne autorizza la pubblicazione:
Mele Melinda, legge 180, paura dei matti e convegno al Mario Negri del 22 Maggio 2009
Qual è la differenza tra la psichiatria e le mele Melinda?
Una regola fondamentale del marketing è che un prodotto, per essere commerciabile, deve essere riconoscibile da parte del pubblico, e per essere riconoscibile deve essere uniforme e costante. È per questa ragione che le mele Melinda sono tutte uguali.
Prendiamo in esame la visibilità della psichiatria presso il pubblico. Che cosa vede il pubblico? Si dice spesso che ha un’immagine distorta negativamente dei servizi di salute mentale. Si dice anche che ciò accade perché i media riferiscono solo i fattacci di cronaca, i fallimenti e non i successi. Ma è tutta colpa dei media, o c’è dell’altro?
Cominciamo dalla figura del medico psichiatra. Confrontiamola con quella del cardiologo. I protocolli di intervento sull’infarto del miocardio sono più o meno gli stessi a Milano, a Los Angeles e a Tokio. E gli interventi sulla Schizofrenia? A parte una certa uniformità nell’uso delle terapie farmacologiche, gli psichiatri si presentano come una categoria frammentata e disomogenea, divisa spesso in partiti che sembrano quasi religioni e che dissentono tra loro non solo sui mezzi ma perfino sui fini che si propongono. Vengono fuori interventi molto diversi. Questo fatto in sè può anche essere un bene –è assai poco desiderabile una psichiatria come le mele Melinda- ma per quanto riguarda la riconoscibilità certamente contribuisce a rendere instabile l’immagine dello psichiatra.
E i servizi di Salute Mentale italiani? Sono distribuiti, come si sa, a pelle di leopardo. Qui ci sono, lì no. E anche dove ci sono, qui sono dotati di personale sufficiente e formato, sono oggetto di interesse da parte delle amministrazioni, lì sono ridotti all’osso quantitativamente e/o qualitativamente e trascurati; qui sono organizzati secondo finalità terapeutiche, lì (Calabria) riproducono l’entropia manicomiale.
Mettete insieme questi tre ingredienti (media, psichiatri, servizi italiani): può il pubblico farsi un’idea accettabilmente stabile di quello che succede ad una persona che presenta disturbi mentali?
Evidentemente no. Quindi la psichiatria è un oggetto pochissimo riconoscibile, che si presta alle supposizioni e fantasie più strane. In tutto il mondo, e da noi più che mai.
Infatti da noi c’è qualcos’altro che confonde le idee.
La 180, una legge zoppa
(con una gamba sola si può camminare bene?)
Servizi a pelle di leopardo: come si è creata questa situazione? È pur vero che la qualità di tutta la sanità italiana è disomogenea, ma per la psichiatria ci sono cause specifiche. La legge di riforma 180/78 ha stabilito in modo perentorio l’obbligo di chiudere i manicomi: ma ha speso poche, vaghe parole sull’apertura dei servizi, demandata agli enti locali e lasciata di fatto al caso, cioè alla buona volontà degli amministratori e degli operatori. Non di rado questi ultimi si sono trovati di fronte ad amministratori che sembravano concedere con benigna e paternalistica grazia l’apertura di servizi, cui non si sentivano obbligati. In altri casi non c’è stata alcuna volontà, da entrambe le parti, di farli funzionare bene. Di fatto nessun amministratore, a quanto mi risulta, è mai stato condannato per non avere aperto i servizi.
Come mai questa gamba mancante nella legge? Si è trattato di una svista, di cose rimaste nella penna del legislatore?
Per rispondere ritorniamo al 1978 e agli anni precedenti. Giravano nel movimento riformatore anti-psichiatrico parole d’ordine di questo tenore: l’esclusione manicomiale sottrae alla società le sue contraddizioni; i manicomi vanno chiusi per rimandare le contraddizioni nella società; fatto questo, non c’è nient’altro da fare; gli psichiatri dovranno cambiare mestiere.
La parola cura suonava sospetta: perché curare ciò che malattia non è? Di servizi territoriali non si doveva parlare: avrebbero portato alla manicomializzazione del territorio.
Naturalmente il movimento di allora era variegato, non tutti erano su queste posizioni: cionondimeno venivano sostenute con forza e si facevano sentire.
Quale migliore occasione, per politici messi alle strette dal referendum radicale ma anche assillati da problemi di spesa pubblica, per cogliere al volo una proposta di miglioramento con riduzione della spesa? La 180 sembrò la quadratura del cerchio.
Con questa base, la povera legge zoppa ha fatto molto di più di quanto avesse la forza di fare: l’entusiasmo di molti operatori, che hanno raccolto la sfida della chiusura dei manicomi, ha fatto sì che venisse fuori una pelle di leopardo e non un deserto. Ma l’entusiasmo può durare in eterno?
Perché articoli di giornale, servizi TV, proposte di legge, convergono in una sorta di Vandea becera?
Bisognerebbe istituire un premio annuale, il “Bruno Vespa d’Oro” per la disinformazione in psichiatria, aperto a giornalisti e politici: la concorrenza sarebbe serrata (in una puntata di Porta a Porta di qualche anno fa si insinuava che persino il delitto di Cogne fosse effetto della 180).
Ma come mai per 31 anni non hanno fatto che susseguirsi servizi TV, articoli di giornale, progetti di riforma della 180 sgangherati, disinformati, dilettanteschi, trucidi? A volte privi di senso logico? Memorabile un passo del progetto di legge Burani Procaccini: “Il TSO può essere di due tipi: TSO d’urgenza e TSO”. Che è come dire: i piedi sono due, uno si chiama piede destro e l’altro si chiama piede. Ma cos’ha nella testa questa gente? E quelli attualmente in esame sono una fiera di assurdità.
Come mai chiunque, senza sapere niente, può sentirsi autorizzato a pontificare in materia di psichiatria? Nessuno ha il monopolio della salute mentale, ma nessuno ha neppure ha il diritto di sostituire il pensiero con i riflessi condizionati. Che cos’è questo coro di cani di Pavlov? Questo materiale putrefatto che viene fuori?
È la gamba amputata della legge. Che il movimento riformatore non aveva le parole –e il pensiero- per dire. Rinnegata, sepolta sottoterra per tanti anni, è andata in putrefazione. Poco per volta è risalita alla superficie - a volte ritornano - ma non è più la stessa, già, è cambiata, e anche piuttosto ripugnante a dire il vero. Ma cosa dovevamo aspettarci? Che restasse fresca e rosea?
Conclusione: la tesi del convegno del 22 Maggio 2009 al Mario Negri “Salute Mentale e Società della paura” è sufficiente?
Il filo conduttore del convegno è stata la tesi che la paura del paziente psichiatrico è semplicemente un caso particolare di un fenomeno più generale: la paura universale del diverso, per es. dell’immigrato, ecc.
Questa spiegazione da sola è sufficiente? Lo è in generale? Lo è nel caso italiano?
Bepi Tissi
19/06/2009
Giu
19
MORTI IMPROVVISE DI BAMBINI IN USA PER PSICOFARMACI: C'E' CORRELAZIONE
di Maïté
Foto: Katerina Lomonosov
Pubblicati i risultati di un nuovo studio in USA finanziato dalla FDA: c’è correlazione tra l’uso di psicofarmaci per i bambini iperattivi (usati anche in Italia) e morti “improvvise ed inspiegabili”. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Nulla di inspiegabile, questi psicofarmaci sono metanfetamine, ovvero droghe: quindi in caso di assunzione prolungata uccidono”.
Torino - La Food and Drug Administration (FDA) ed il National Institute of Mental Health hanno finanziato un nuovo studio sugli effetti avversi derivanti dalla somministrazione ai bambini degli psicofarmaci utilizzati per sedare l'iperattività. I risultati sono stati resi noti in questi giorni in America: la ricerca, coordinata da Madelyn Gould, Professore di epidemiologia e Psichiatria pediatrica alla Columbia University, ha analizzato 564 casi di decessi di minori trattati per l'ADHD nel decennio tra il 1985 e il 1996, e l'esito è quello di un possibile legame esistente tra l'assunzione di medicinali contro la Sindrome da Deficit dell'Attenzione e Iperattività (ADHD, ovvero bambini troppo agitati e distratti) ed il rischio di "morte improvvisa".
"Gli eventi rilevati sono ancora da approfondire e comunque rari”, ha dichiarato il coordinatore della ricerca, “meno di un bambino ogni 10.000”, e peraltro attualmente la Food and Drug Administration (l’FDA, il massimo organismo di controllo sanitario in USA) non prevede di modificare le linee guida sull'impiego di questi prodotti, autorizzati all’uso anche in Italia.
“Questo studio rileva una significativa associazione, o un segnale di correlazione, tra decessi improvvisi ed inspiegabili e l’assunzione di farmaci per l’ADHD - sottolineano gli autori della ricerca - in particolare per quanto riguarda la terapia a base di metilfenidato” (Ritalin® e prodotti simili). Ed aggiungono: “I risultati di questa ricerca invitano a puntare l'attenzione sui possibili rischi per bambini e adolescenti derivanti dall’assunzione di medicinali stimolanti”. L'invito degli specialisti ai genitori preoccupati è di discutere delle eventuali perplessità con il medico, evitando di sospendere di propria iniziativa la terapia ai loro figli, anche per evitare gli effetti avversi tipici della repentina interruzione dell'assunzione di queste droghe.
Luca Poma - giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini®, il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica - ha dichiarato: “È l'ennesimo campanello d'allarme sui pericoli derivanti dall'assunzione di questi psicofarmaci in tenera età. È sconcertante poi l'ipocrisia: qui di ‘inspiegabile’ non c'è proprio nulla, questi bambini muoiono in diretta relazione con l'assunzione di queste metanfetamine, ma i poteri forti influenzano l'FDA in USA, che trae sostentamento finanziario dalle multinazionali farmaceutiche che dovrebbe controllare, ed anche l'Agenzia del Farmaco e l'Istituto Superiore di Sanità, che seguono le ‘mode’ prescrittive americane: questi enti che dovrebbero vegliare sulla sicurezza dei nostri figli fanno come gli struzzi e nascondono la testa sotto la sabbia. D'altra parte, se ci sono gravi complicazioni solo per 1 bambino ogni 10.000 non c'è mica da preoccuparsi, dicono loro, perchè mai applicare restrizioni più prudenti?"
Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha dichiarato al riguardo: “Il problema è che gli psicofarmaci hanno pregi e difetti, ma perché esporre a pericolo di morte dei bambini che non avrebbero alcun bisogno di esporsi a questo rischio? Questi farmaci sono proprio necessari, dato che molti mettono addirittura in dubbio l’esistenza stessa della sindrome ‘ADHD’, che è considerata sempre più una ‘sindrome fantasma’, una moda prescrittiva del XX° secolo com’era all’epoca l’isteria femminile?”
(18/06/2009 informazione.it - comunicati stampa) da Note di Informazione Libera
Apr
27
Il G 8 volò sul nido dell'Aquila. di Zico Perani
di Maïté
Foto: Saleem Khawar
Il G 8 volò sul nido dell'Aquila.
Il modo non era fatto a schermi e scale: ma oggi c'è chi si specchiava in un mare di televisioni e chi tagliandolo si spegne per fame.
Si racconta che a maturazione di campi, la falce mossa da mano franca radesse a terra erba, fuscelli e grano cresciuto nei lotti di terra inclini al Sole.
Per questo filari e dune, nel lembo di terra a fatica arato, fibre cresciute e poi crollate sotto il filo dell'attrezzo appena affilato in quel solco colmato a reggere il colpo 'eventuale, non cadeva in vano lo spoglio, dal più piccolo seme della Terra e tra le tante creature ogni bocca sollevava.
Era tempo di spiga matura e mai di sfiga, azzardo, forfait, lotto pubblicizzato per un giro imbarcato nella fortuna .
Attimo per attimo il rigore depositato per terra col sudore, mai si scambiava con paglia il fermento rigoglioso di grano e non grana secca come succede adesso nelle ore di lunghe attese, code in super strutture piene di fast-food, scaff-ali con prezzi impenna-ti al volo della vita!
Di tutti i colmi da tagliare è questo apice ....................congestione......collasso......... pacchi, e stra fritti...
Assuefatti, lottomatizzati e consumatori installati in tutto il mondo in una congestione: grattatevi............... o disintossicatevi!
Eppure presso picchi dove per pendii la maturazione d' erbe si flette e anche i muschi di rovescio al sole spuntano al quanto morbidi con la rugiada in gocce per resistere ad ogni sete ventilata malgrado la tramontana; reggono prima di tutto il passo del bisogno che fonda per un tratto la visita incline a quel sito garbato per l'esigenza quotidiana di saziare un corpo rimasto comunque lì in piedi ad esortare ogni bagliore quello spirito essenziale che sa accontentarsi, lasciando sempre dritto in fiore ad altri: qualcosa in
bocca.
Pascolare non è come in greppia buscare fieno e con quattro stomaci ruminare.
Il giusto fiuto serve al gusto, che ovunque si trovavi con due labbra, prega il suo stato brado: perché desidera il seme in fiore, poiché il germoglio chiama ogni lingua a ciò che la freschezza è sempre prima o poi soddisfazione tenue, esile e delicata fioritura da
avvicinare ad ogni bocca indistintamente da saziare.
Di contro appaiono mucchi d'umanità stipata in arsi solchi, pieni di furenti tagli, paradossalmente abitanti curvi e ripiegati come schiavi, spiantati in uno spirito esausto per ore amare al colmo di privazioni, arsure, sempre più delle secche del tempo di paglia e piaga di molte travi che non reggono fino al tetto di una nuova e vecchia scala.
A chi giova in quel lotto di terra il taglio?
Quale installazione avrà il colmo pieno non solo di mucchi di gravame?
Lotto- di fortuna repentina da sognare per ogni lembo di terra?
Meglio tornare indiani, pellerossa selvaggio, a cavallo naturalmente di uno spirito pazzo per monti e prateria, che far girare Giganti ad uno schermo solo, colmo di plastica e cristalli fusi a specchi in finestre cieche per schegge d' onde a colpire molte pelli in secca.
Volumi e scale, televisione e pubblicità, motoseghe e travi, quanta economia su e giù per le strade del mondo e le contrade.
Ma all'orizzonte la terra vuole le sue tende, una danza primordiale di una comunità stretta intorno al focus, che follia......... perdere tutto per ricominciare ad accampare umanità essenziale ad ogni
territorio ospitale che sappia danzare e cantare per battere di nuovo ali senza paure di code di paglia! Uniti da un tremendo mucchio di macerie e per l'appunto molte scale; che dire ai piccoli e anziani confusi se ogni ritornello e il solito di-ri-n-don-dello.......
Aùgg, amen o alleluia, affinché venga ancora un Signore vero mai avaro o vestito all’ultima moda, ma generoso nel suo cuore follemente grande perché non ha un cavallo, né in sella cavalieri, ma un passo
leggero in cammino come l'ultimo dei moicani dritto verso la sua Terra e se cade sotto la fatica per non mollare, semplicemente per amore si rialza comunque in piedi!
I bimbi sanno e non devono dimenticare che ogni spaventapasseri non ha solo le mani di paglia ma anche la testa cinta di stoppa, come la televisione ha da far pagare il vuoto all'anima, sola e seduta per troppo assisa ad ascoltare tutte le pubblicità passate per un mare pieno di bene e presto comunque totalmente un fico secco da scartare.
Impareremo a camminare?
Moltiplicare la nostra voce!
Respirerò l'odore dei granai, pace per chi ci sarà e per i fornai... (canta F. Degregori - in Diamante.)
Un saluto sempre fresco e disteso per tutti i campi che ad Aprile si svegliano in fiore anche per ogni nido di pazzero che sa resistere all’inverno cip... ciip...
Comunità d'accoglienza don L. Milani (BG) Zico Perani.
Mar
23
L'esperienza all'SPDC di Sampierdarena
di federico migone
Sono ormai 3 mesi che come CLU è partita questa nuova iniziativa all’SPDC di Sampierdarena, occasione personale per un confronto diretto fra la realtà di vita in un ospedale psichiatrico e la propria esperienza (di vita stessa). Dopo circa 7-8 incontri vorrei tracciare a grandi linee che cosa ha significato per me questa forma di “volontariato”, oltre che di arricchimento personale. Per prima cosa vorrei dire che la semplicità e la conoscenza diretta del problema sono le 2 cose, a mio avviso, fondamentali per condurre queste riunioni. Ci si vede di settimana in settimana con queste persone, e: da una parte si cerca di proporre argomentazioni (la maggior parte delle quali vengono fuori quasi da se), e tematiche importanti delle quali parlerò dopo; dall’altra invece è come se si avesse una lente di ingrandimento rivolta verso se stessi per focalizzare quello che (nel mio caso) si pensava dimenticato ma che torna a galla quasi di riflesso dando una sensazione di arricchimento, cosa di cui avevo paura nel senso che pensavo di essere risucchiato (l’ultimo ricovero l’ho fatto 11 anni fa) dai fantasmi del passato;mentre invece ho scoperto, proprio grazie a questa esperienza che questi fantasmi se ne sono andati.
Ma torniamo un attimo al senso di queste riunioni. Anzitutto ogni volta che si inizia si fa una breve presentazione da parte nostra (CLU), spiegando chi siamo e cosa facciamo in questa vece. Mi è sempre capitato di notare molta attenzione da parte dei ricoverati; quando noi spieghiamo che siamo “ex utenti”, ossia che conosciamo il problema all’origine (la maggior parte di noi ha avuto più di un ricovero in vari SPDC). Il fatto di esserci passati ed esserne in qualche modo usciti offre già una speranza per queste persone; se non, si da l’opportunità di parlare alla pari, non con un tecnico od un terapeuta, ma con “uno di loro”. Questo è molto bello e confortante, mentre di bello invece c’è poco nella vita e condizioni di queste persone, spesso con problemi enormi a partire dalle condizioni famigliari disastrose, per non parlare della discontinuità ed inefficienza dei servizi che li seguono, dei problemi seri di abusi di alcool e sostanze, di terapie farmacologiche inadatte e destabilizzanti, per non parlare della mancanza di informazioni sui loro diritti (se credono di averli); e non solo, ingiustizie subite e via dicendo. Posso permettermi però di dire una cosa: più di una volta mi sento dire “Io non ho mai parlato di queste cose con altri”, oppure “l’ho sempre detto ma non mi davano ascolto”. In questo senso la funzione del verbalista,per me, è quella di mantenere il più possibile la fedeltà dei loro racconti, testimonianze, idee, proteste ecc..; cercando di non introdurre commenti personali, in modo che poi , alla lettura di questi (ogni settimana i verbali vengono appesi in bacheca all’interno del reparto) ognuno di loro si riconosca in quello che ha detto ed in quello che pensa.
Mi sento di dire che noi non siamo né giudici né salvatori, ma piuttosto dei filtri attraverso i quali defluiscono storie di esperienze psichiatriche e di vita.
Tornando alle riunioni, quello che mi colpisce di più è la semplicità con cui essi espongono problemi seri ed il modo elementare e sincero col quale affrontano tematiche importanti; ecco: “importanti”, è questo che vorrei trasmettere a queste persone : “importanza” (anche se ovviamente è importante tutto ciò che dicono e vivono); fargli capire che sono importanti, sono persone che hanno bisogno di “considerazione”. Ed è quello che spero cerchiamo di offrirgli; ognuno di loro è centrale nella propria vita (spesso ai margini) ed è tale che dovrebbe essere. Spesso invece li trovi depressi, spersi, spersonalizzati e con poche risorse e stimoli. Certo, i miracoli non si possono fare, ma offrire delle opportunità mi sembra giusto, opportunità come quelle di essere invitati alle nostre assemblee del CLU, o come più di una volta accade informarli e metterli in contatto con associazioni (C.A.T. , gruppi A.A. ecc…) in modo da essere inseriti in un complesso di reti di supporto. Mi rendo conto che è troppo presto comunque per dare un giudizio complessivo, ma sento che siamo su una strada buona. Vorrei ricordare che l’assemblea in SPDC non è ne un gruppo d’auto aiuto ne un gruppo terapeutico, ma solo un incontro dove c’è un po’ di tutto e di tutto un po’. Chi parteciperà (e qui vorrei che venisse coinvolta più gente) se ne renderà conto di persona.
Concludo con la speranza che in seguito si parli di più su queste cose e che più gente “non solo noi” se ne interessi da questo punto di vista. Insomma che si faccia qualcosa di più per migliorare la loro vita e di riflesso non solo la loro, e che in fondo questa "società" sorda (e soprattutto le istituzioni) si tolgano i tappi dalle orecchie ed il para occhi. E a dirla con una frase che spesso sento dire dagli infermieri, dottori e ricoverati di quel reparto "gli SPDC neanche dovrebbero esistere".
P.S. Vorrei mandare due particolari saluti: uno va ad Emilia che ha vissuto di recente un ricovero nello stesso reparto di Sampierdarena, essendo membro organizzatore del CLU e paziente allo stesso tempo. Un altro saluto va ad Alice che è stata l'ideatrice e promotrice, con l'aiuto di Roberta, di questo progetto, e che spero "presto" possa con nuovo vigore proseguire questa bella esperienza. Un saluto anche a tutti gli amici del CLU, i ricoverati ed il personale del reparto SPDC di Sampierdarena. Dimenticavo: grazie Cipresso!
Mar
09
Mobbing ai danni di un medico
di nicola pasa
Pubblico questo articolo per gentile concessione dell'Aipsimed perché lo ritengo interessante e perché sono sempre stato, diciamo così, affascinato oltre che disgustato, dal divorzio da ciò che si predica e da ciò che si pratica, in questo i preti e i clericali in genere sono maestri, e anche certi psichiatri basagliani, a quanto pare, buona lettura.
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"La mia convinzione è che queste persone hanno perfettamente ragione: tutto è rimasto e rimarrà uguale per i pazienti, io ho già pagato e continuerò a pagare. Tanto paga l’ASL CE2, si può dare qualche incarico ad avvocati esterni all’ASL e si continuano a curare i propri interessi".
Rispondo a quanti hanno fatto attenzione al mio caso, per ringraziarli e per chiarire la domanda della lettera del 03.02.09: “Mi chiedo come sia possibile che una vicenda del genere sia potuta maturare nel mentre alla Asl Caserta 2 era direttore generale il signor Franco Rotelli che viene celebrato in Italia come uno dei padri della psichiatria umanistica basagliana.”.
Il dott. Franco Rotelli, prese servizio ad Aversa l’01.02.01, lo stesso giorno in cui mi fu verbalizzata la diagnosi “Mobbing Syndrom”. A tal proposito, all’udienza del 19.06.07, Franco Rotelli ha dichiarato: «… Quindi trovai queste affermazioni del dottor Di Cicco interessanti perché qualcuno che denunciava chiaramente le situazioni mi incuriosiva. Questi furono i primi momenti di conoscenza mia indiretta del dottor Di Cicco. ...trassi come idea, che il dott. De Cicco avesse perfettamente ragione nel denunciare lo stato dell’ospedale di Aversa perché le condizioni di quell’ospedale erano veramente da terzo Mondo e non c’era discussione possibile su quello; trassi un po' l'idea che il dottore Di Cicco facesse una campagna personale contro lo stato dell'arte di quella struttura destinata alla sconfitta, perché è piuttosto difficile che una persona sola possa modificare un sistema che ha tante cause…bisogna dire penso nel 2001 il pronto soccorso dell’ospedale di Aversa si presentava con immondizia da tutte le parti, con infermieri senza il camice, con le porte rotte, con i servizi igienici rotti, con le persone che arrivavano con le ambulanze, venivano reimmesse su altre ambulanze per essere trasferiti alle cliniche private, o al Cardarelli, queste erano le funzioni del pronto soccorso dell’ospedale all’epoca. La sala operatoria di ortopedia era al di sotto di qualunque standard di sicurezza, non esisteva una tac, non esisteva una risonanza magnetica, quindi non so un ortopedico che non può fare una tac, non può fare una risonanza magnetica. …».
Nel 2003, dopo l’emissione del provvedimento d’urgenza giudice del Lavoro, circa i provvedimenti del dott. Rotelli che mi avevano costretto all’inoperosità, il dott. Franco Rotelli mi ha fatto visitare da una psichiatra “umanistica basagliana” («ho lavorato col dottor Franco Rotelli per molti anni presso il dipartimento di salute mentale di Trieste», poi trasferitasi ad Aversa e a Cagliari), che ha certificato il “disturbo di personalità con spunti interpretativi, attualmente in fase di compenso”, in forza del quale è continuato il mobbing, la dottoressa Angela Ruggiero (dopo la puntata di “Mi Manda RAI 3”) mi ha sospeso lo stipendio e la dottoressa Antonietta Costantini (attuale direttrice generale dell’ASL CE2) mi ha licenziato. Sempre senza mai rispondere alla domanda: “che tipo di disturbo di personalità mi è stato riscontrato il 4 febbraio 2003 e che sintomi sono stati riscontrati?”.
In giudizio la psichiatra “basagliana” ha illustrato il suo metodo scientifico «La dottoressa ha visitato il dott. Di Cicco in 4 incontri di circa un’ora nei mesi di gennaio e febbraio 2003. Il dott. Di Cicco ha inoltre spontaneamente consegnato una cospicua documentazione autografa sulla sua vita. Non sono stati ritenuti necessari tests né ulteriori approfondimenti diagnostici ma è stato sentito telefonicamente il dott. “X” psichiatra che ha avuto in cura il dr. Di Cicco.».
Il 09.01.08, il dott. “X”, escusso dal P.M.: «Conosco la dottoressa in quanto collega che lavorava presso un’ASL vicino alla mia. La conoscenza è assolutamente superficiale ed escludo di aver mai parlato con la predetta della patologia di cui soffre il dott. Di Cicco, né tanto meno ho mai parlato in generale del dottore. Escludo categoricamente tale circostanza in quanto sarebbe deontologicamente scorretto. Ritengo che non sia assolutamente esatta la diagnosi di disturbo della personalità per il dottore Di Cicco».
La psichiatra “basagliana”, in udienza ha testimoniato, il 22.05.07: «Non ho ritenuto nella mia qualità di consulente psichiatra del medico competente necessario analizzare con attenzione la documentazione autografa consegnata dal dott. Di Cicco». Tale documentazione comprende varie consulenze psichiatriche, tutte escludono un disturbo di personalità (ad es. “Assenza di elementi che depongano per meccanismi dell’area psicotica. Personalità integra attualmente negativamente influenzata dalla perdita dello status professionale.”, dott. Renato Gilioli, Milano 19.06.2001), e denuncia la condizione di mobbing voluta dal dott. Franco Rotelli; la psichiatra “basagliana” non l’ha neppure consegnata al medico competente (come dallo stesso scritto il 28.09.07), benché facesse parte integrante della consulenza psichiatrica.
La mia convinzione è che queste persone hanno perfettamente ragione: tutto è rimasto e rimarrà uguale per i pazienti, io ho già pagato e continuerò a pagare. Tanto paga l’ASL CE2, si può dare qualche incarico ad avvocati esterni all’ASL e si continuano a curare i propri interessi.
Nazario Di Cicco
Fonte: www.aipsimed.org
Gen
28
Schemi cristallizzati di Alice Banfi
di nicola pasa
Ripubblico un testo di Alice Banfi che avevo postato tempo fa e che poi deve essersi perduto quando ho cancellato in un recente attacco autodistruttivo tutti i miei post dal sito, lo ripubblico perché è un articolo che ritengo molto utile a molti, me compreso.
Nicola
In molti mi hanno chiesto come ero riuscita a risolvere gran parte della mia malattia –disturbo borderline della personalità-. Dopo anni di ospedalizzazione e due anni e ½ di comunità psichiatrica riabilitativa, sono andata a vivere al mare dove ho cominciato una psicoterapia che dura tuttora. In tutti questi anni ho sempre letto libri riguardanti il mio disturbo, sia quando mi trovavo in reparto sia in comunità ed infine ancora di più quando mi sono trovata “fuori”, a dover affrontare la realtà trovandomi ancora inesorabilmente impreparata nel comprenderla e dare una “risposta”. Da tempo ormai avevo compreso che se volevo capire me stessa il mio malessere e come curarmi la via più facile, sembrerà assurdo, era quella di rispondere da sola alle mie domande perché nessuno mai mi aveva dato un indicazione ne una risposta concreta. Vorrei fare un inciso prima di continuare. Una cosa importante che ho capito dalle mie letture è che ritenere/chiamare un disturbo di personalità “disturbo” è errato. Semplicemente perché non si tratta di personalità normali che ad un certo punto vengono e diventano disturbate ma personalità che si formano -per determinati fattori di causa- in un certo modo, con certe caratteristiche e strutture, dalla prima infanzia fino all’età adulta così come si forma una personalità detta “normale”. Quindi è di un “modello o uno stile di personalità” che si parla ed è corretto chiamarlo così. es. “modello di personalità antisociale” Ad esempio: “Perché mi taglio di continuo?” e “Come devo fare per smettere?” Tra i numerosi libri che avevo letto l’ultimo di Kernberg, Clarkin e Yeomans: “Psicoterapia selle personalità bordarline” Sicuramente mi aveva aiutato a comprendere profondamente me stessa. Poi mi misi a leggere “i disturbi di personalità, le principali teorie” A cura di Mark F. Lenzenweger e John F. Clarkin. Da un lato mi sembrava di aver avuto un illuminazione, dall’altro mi domandavo perché mai nessuno mi avesse spiegato queste cose e soprattutto perché nessun terapeuta cognitivo comportamentale fosse mai stato in grado di spiegarmi semplicemente cosa fare nel concreto, di fronte ad una difficoltà. Mi parve tutto così chiaro che cominciai ad applicare quello che avevo appreso. Sapevo bene che le mie aree; cognitivo, emotivo e comportamentale non “funzionavano correttamente” ed ognuna era strettamente legata all’altra secondo un particolare ordine gerarchico. Mi rendevo conto che molto spesso la realtà che mi si presentava veniva filtrata dalla mia emotività e deformata totalmente. Quindi l’area cognitiva e quella emotiva erano non solo strettamente legate l’una all’altra ma quasi sovrapposte, come a costituire un’unica area. Quando la “realtà” colpiva questa area, inevitabilmente come una spia luminosa si attivava l’area comportamentale e nulla poteva fermare l’impulso che ne derivava. es. Ero al tavolo con una coppia di amici in un locale. I miei amici cominciarono a litigare fra loro ed io cercavo di far finta di niente e non intromettermi. Il fidanzato della mia amica dopo un po’ si girò verso di me e mi disse severamente: “Cosa stai qui ad ascoltare?! Fatti i cazzi tuoi”. Io gli risposi che non stavo ascoltando e me n’andai offesa. Il messaggio che mi arrivò in quel momento non fu ad es. “Stiamo litigando, sono arrabbiato, vogliamo stare soli”. Ma “vattene, sei di troppo non ti vogliamo bene, dai fastidio” Mi sentii abbandonata, rifiutata e tremendamente sola. Andai a casa e mi tagliai gravemente le braccia e ne seguì ricovero in s.p.d.c. La mia risposta precisa al dolore di un abbandono, che inoltre era immaginario, era per me l’unica risposta possibile. Questo perché quando avevo cinque anni cominciai a rispondere sempre e solo in modo disadattivo, memorizzando e cristallizzando questo schema sempre di più “come un danno neurologico”. Scoprii, proprio leggendo, che potevo modificare questo schema, e “forzare” delle risposte adattive, impegnarmi cioè a scartare le solite risposte e cercarne delle altre che fossero adattive. E capii che per farlo dovevo imparare a vedere la realtà, verificarla, visto che il 90% dei miei agiti erano conseguenza di abbandoni immaginari, che solo dopo aver “agito” riconoscevo, con conseguenti sensi di colpa a caratteri cubitali. Si presentò subito l’occasione. Dovevo uscire a pescare con degli amici. Arrivai all’appuntamento e non trovai nessuno, mi guardai in torno e non c’era nemmeno più la barca con cui saremmo dovuti uscire. -mi fermai, andai nel bar più vicino e continuando a fissare il porto mi sedetti a bere un caffè. -cominciai a pensare quali potevano essere le motivazioni: perché i miei amici erano partiti senza di me. Cominciai scartando l’idea che mi avessero deliberatamente abbandonato (che era chiaramente la prima cosa che pensai). Misi insieme tutte le motivazioni possibili come ad es. “sono stati avvertiti che c’era pesce e sono corsi via di fretta o sono andati a fare carburante o semplicemente si sono dimenticati che oggi uscivo anche io con loro…può succedere” E poi aggiunsi anche “potrebbero davvero avermi abbandonato” Questa ultima ipotesi era importante, perché volevo poter dare una risposta adattiva anche nel caso di un reale abbandono. -Quindi cominciai a pensare a cosa fare… “non vado in barca, posso affittare una canoa e passare una bella giornata al mare, posso provare a chiamare un amica, posso andare a dipingere e posso mettermi a piangere, visto che sto soffrendo”. -come ultima cosa feci quella che doveva essere la prima cosa da fare! Verificare la realtà. Telefonai ai miei amici, che mi risposero che si erano spostati dall’altra parte del porto per montare le reti e mi stavano aspettando. Mi si aprii il cuore e feci un respiro di sollievo ma mi sentii anche profondamente stupida, era mezzora che stavo seduta a pensare in preda all’angoscia, perché non avevo seguito “l’ordine” delle cose da fare in questi casi, avevo tenuto per ultima la verifica della realtà. Da quel giorno ogni volta (accade spesso) che una parola di un amico mi ferisce o una situazione mi mette in difficoltà, mi siedo e penso: verifico la realtà e qualunque essa sia scarto velocemente le risposte disadattive cercando la risposta più adatta, che per diversi mesi è stata semplicemente quella di scoppiare in lacrime. Ora automaticamente faccio questa “operazione”, quando mi sento abbandonata o ferita, con la consapevolezza che ogni ricaduta mi riporterebbe a rafforzare il vecchio schema cristallizzato, e tender a dare nuovamente risposte disadattive. Diversamente se continuo a dare risposte adattive formo un nuovo schema e con il passare del tempo si fissa nella mia memoria diventando un automatismo. Il limite degli autori del libro ora come ora, penso sia stato credere che al posto delle risposte disadattive si potessero sostituire quelle adattive e che quest’ultime venissero dal soggetto così spontanee come le precedenti. Diversamente penso che solo dopo anni di “esercizio” senza ricadute forse non dovrò più sedermi e metterci come minimo 20 minuti a dare una giusta risposta, forse uscirà da sola come a tutti gli altri accade.
Alice Banfi.
Gen
26
Non siamo un'associazione antipsichiatrica
di emanuela
"Il mondo di Holden" non è un'associazione antipschiatrica"
Alcuni miei conoscenti hanno interpretato in maniera errata, forse per disinformazione sulla cultura dell'auto-aiuto, il nostro operato. Vorrei precisare, per evitare equivoci, quanto segue:
- disapproviamo l'utilizzo esclusivo ed improprio degli psicofarmaci che ne fanno alcuni psichiatri ma siamo noi stessi ad invitare le persone che richiedono il nostro aiuto a farsi seguire da psichiatri e/o psicologi quando ci rendiamo conto che hanno bisogno del loro sostegno.
- non condividiamo la contenzione
- non condividiamo procedimenti che non favoriscano l'inclusione sociale.
Personalmente, dal sapere e dall'esperienza acquisita, quale persona sofferente psichica, che inizialmente rifiutava i farmaci, mi sento di poter affermare che la somministrazione di questi è fondamentale per risalire la china, ma il loro utilizzo senza un adeguato supporto psicoterapeutico ed un confacente ambiente abitativo e sociale è riduttivo e non risolve certo il disagio nella sua complessità.
La partecipazione attiva a gruppi, attività, corsi, laboratori, eventi vari è proficua per migliorare la qualità della vita di ogni persona, e lo è ancora di più per chi ha una patologia di carattere psichico perchè fovorisce incontri e relazioni sociali.
Ovviamente non tutte le persone sofferenti hanno lo stesso problema e molte devono essere stimolate ed aiutate in modo adeguato ad uscire dal proprio guscio. Ho trovato a me congneniale l'attività teatrale, ho scoperto dentro di me delle abilità che non immaginavo, ho partecipato al corso per attori organizzato dall'associazione acchiappasogni e faccio parte della compagnia degli Ipertesi del centro diurno di Sarzana. Sia con il laboratorio che con gli spettacoli mi sono sentita valorizzata ed ho potuto assaporare il calore di un gruppo affiatato e dinamico diretto da validi registi.
La decisione di costituire, insieme agli altri, "il mondo di Holden" è, per quel che mi riguarda, scaturita da questo clima amicale e dal desiderio di ascoltare chi soffre ed essere ascoltata. E' con l'ascolto, è prestando attenzione all'altro che si aiuta anche noi stessi ad uscire dall'isolamento interiore, a comprendere il senso della vita, a migliorarci, e questo è molto importante per poter star meglio.
Sono passati più di tre anni dalla costituzione della nostra associazione ed i risultati ottenuti sono superiori alle aspettative iniziali, ci auguriamo di poter sensibilizzare altre persone a questo impegno sociale che fa sentire utili e fiduciosi del futuro.
Gen
23
La salute mentale a La Spezia I parte
di nicola pasa
Lo stato della SM a La Spezia
Pubblico una serie di informazioni utili sui servizi di Salute Mentale nella provincia di La Spezia, come si evolveranno o involveranno, come funzionano, se funzionano, e altri utili cazzeggiamenti. Gli ospiti spezzini del sito sono invitati a commentare, integrare, confutare ecc.
Dipartimento
Dir. Oliviero Valerio
Centri di igiene mentale
Caratteri generali:
non sono aperti sulle 24 ore, hanno problemi di organico, ci sono un sacco di psichiatri, pochissimi psicologi, tantissimi informatori scientifici che affollano la sala ricevimenti e che rendono ostico per chi ha necessità di essere assistito l’accesso allo psichiatra di turno, sono quasi tutti provvisori o in corso di trasferimento
A La Spezia:
in Via Zara, sede in corso di trasferimento, a quanto pare il luogo designato è il complesso Salesiano in centro città dove sorgerà anche un secondo centro diurno, sostitutivo di quello previsto al Limone (?).
in Via Sarzana, sede un po’ traballante anche se più volte il dipartimento e l’asl stessa ha assicurato che sarà meno malferma, forse la sistemeranno con qualche mastice, nel frattempo per parecchio tempo il centro è rimasto isolato telefonicamente, cosa abbastanza sconcertante per una struttura sanitaria, siamo certi che il CSM di via Sarzana resterà aperto, non dubitiamo delle parole date dai dirigenti del dipartimento, che hanno molto a cuore le esigenze dei cittadini spezzini che in quel CSM trovano un punto di riferimento.
A Sarzana:
in Via della Croce, anche questo centro è in corso di trasferimento, infatti il nuovo CSM dovrebbe sorgere di fronte all’Ospedale San Bartolomeo in Santa Caterina, così ci hanno detto e ne prendiamo atto, non sappiamo se il nuovo CSM sarà aperto sulle 24 ore, sappiamo che entro il 2009 e non oltre dovrà essere trasferito. Il CSM di Sarzana ha questa caratteristica storica, di trasferirsi, cambiare sede, ma per quanto si adoperi tutti prima o poi lo ritrovano, persino i dipendenti, per questa sua particolarità è definito il CSM Rom.
Reparto di diagnosi e cura o SPDC
L’attuale sede è all’Ospedale Felettino, ma verrà trasferito presto prestissimo all’Ospedale Sant’Andrea, nel padiglione Paita sotto l’attuale Neurologia, dove sarà attivo anche un servizio di day hospital. Si spera che il reparto possa essere decisamente migliorato rispetto a quello che noi utenti abbiamo conosciuto nella vecchia e attuale sede, che venga attrezzato per limitare i danni derivati dalla contenzione ancora praticata, che sia più ospitale, che si prenda in considerazione l’ipotesi di lavorare con noi per un progetto Porte Aperte No restrains. Nota a margine: i soldi per il trasferimento del reparto e per la costruzione del CSM a Sarzana sono quelli dell’intesa regione-famiglie, sono circa un milione e mezzo di euro.
Strutture intermedie
Resp. Pier Marco Passani
Centri diurni
La Gabbianella
Il centro diurno La Gabbianella è situato in via Vittorio Veneto nell’edificio donato alla Curia dalle sorelle Massà, è privato e convenzionato, fa capo al Consorzio Campo del Vescovo di Don Martini, è dotato di una palestra, una sala computer, una cucina, stanze per laboratori.
Sarzana
Il centro diurno di Sarzana è attualmente presso l’ospedale vecchio sopra il CUP. E’ un centro diurno dell’asl, la direttrice è la dottoressa Amelia Gaetti, è dotato di alcune stanze per attività laboratoriali come il teatro.
Case alloggio
Gli appartamenti protetti, detti anche caup sono attualmente dislocati a Brugnato e La Spezia. A Sarzana sono anni che devono essere aperti un paio di appartamenti ma la cittadinanza ha sempre protestato perché non ha piacere che vicino alle loro case possano essere ospitati dei “pericolosi malati di mente”, ogni volta che si individua un possibile appartamento nasce il comitato di quartiere apposito che impedisce l’insediamento di un appartamento protetto, che vorrei ricordare è semplicemente una struttura in cui dei pazienti possono trovare rifugio dal loro malessere senza per questo essere tagliati fuori dalla società, un meccanismo insomma di inclusione che a quanto pare non piace ai “bravi e onesti” cittadini della “civile” Sarzana.
(continua)
Gen
23
Il falso mito della pericolosità sociale
di nicola pasa
Seminario sul disagio psichico e sullo stigma: una visione umanistica
Apro questa meditazione sul concetto di disagio psichico e sulla pericolosità sociale reale o presunta del malato psichico con alcune citazioni doverose di medici, giuristi e intellettuali che si sono occupati di questo tema.
Le questioni della natura del disagio psichico e dello stigma sono intimamente legate, come si evincerà dalla lettura di questi passi, in seguito dirò con parole mie, le parole di uno scrittore, di un umanista e di un portatore di disagio psichico e non di uno scienziato o di un tecnico del diritto, quel che penso e perché ritengo che sia necessario affrontare in un seminario queste due questioni.
“…In tutti i processi ci sono sempre pareri opposti sullo stesso imputato e sul medesimo reato. Come è logico, per lo più il pubblico ministero sostiene che l'imputato è sano di mente per ottenere la condanna giuridica mentre il difensore chiede il riconoscimento di infermità di mente anche se il manicomio giudiziario per l'imputato è una sorte più tragica del carcere. Le perizie però sono in ogni caso senza fondamento. Infatti non ci sono il furto di radio o l'omicidio frutto una volta di saggezza e l'altra di pazzia,ma soltanto scelte motivate da diversi punti di vista e da differenti concezioni del mondo. Che poi un reato sia giudicato piu' o meno grave a secondo le circostanze, le intenzioni, l'esecuzione, la premeditazione, le passioni, il grado maggiore, o minore di lucidita' del momento o nell'intera storia con possibili attenuanti e aggravanti e conseguenti variazioni di pena e' un puro fatto giuridico e processuale che puo' essere indipendente ed estraneo a ogni pregiudiziale psichiatrica e a ogni intervento specialistico….”
Da Il giudice e lo psichiatra di Giorgio Antonucci
“Dato che la malattia mentale nega i nostri presupposti di razionalità non riteniamo responsabili i malati di mente. Non tanto perché li scagioniamo da una situazione che, a prima vista, è di responsabilità quanto, piuttosto, perché, trovandoci nell'impossibilítà di considerarli esseri completamente razionali, non possiamo affermare la condizione essenziale per incominciare a considerarli anzitutto come agenti morali. In questo i malati di mente raggiungono, in modo decrescente, il livello dei bambini, delle bestie selvatiche, delle piante e delle pietre, nessuno dei quali è responsabile a causa dell'assenza di qualsiasi presupposto di razionalità”
Michael Moore, docente di diritto penale dell'università del Kansas
“Costruita su uno stereotipo che non ha nulla a che vedere con i risultati della moderna ricerca scientifica, l'idea del paziente psichiatrico proposta ogni giorno dai media è un'idea insieme fuorviante e pericolosa […] la moderna deformazione giornalistica del paziente psichiatrico non deve essere considerata una invenzione pura e semplice di giornalisti poco informati. Essa corrisponde, infatti, allo sviluppo di una corrente di pensiero psichiatrico, potentemente sostenuta dal denaro dell'industria farmaceutica, che sta portando la psichiatria in un vero e proprio vicolo cieco. Il torto del giornalista poco o parzialmente informato sta, a questo punto, nella collusione che il suo modo di presentare o di titolare le notizie produce fra la teoria sbagliata e le emozioni del lettore. Costruendo consenso intorno a quella che si rivela, ad un'analisi attenta, come una grande, ridicola bugia.”
Luigi Cancrini, Recensione al libro “Il nostro folle quotidiano”
“La percezione pubblica, sostenuta dai media che la malattia mentale sia strettamente correlata alla violenza non è convalidata da alcuna evidenza scientifica. È invece purtroppo vero che chi soffre di gravi disturbi è più facilmente oggetto e non soggetto di crimini”.
Associazione Mondiale di Psichiatria
“E’ in atto, ma e’ destinato a crescere esponenzialmente in tempi rapidi, un enorme sviluppo:
(i) della genetica, in particolare sul genoma umano, che ha ed avra’ sempre maggiori riferimenti non solo a malattie ma ad aspetti comportamentali (e psicologici) ed in particolare a capacita’ e condotte fuori della norma, in qualche senso devianti (specie socialmente);
(ii) delle neuroscienze ed in particolare della mappatura cerebrale delle funzioni cognitivo-affettivo-comportamentali; i diversi tipi e tecnologie di “brain imaging” e affini, in prepotente sviluppo e sotto l’eccitato interesse di tutti (dai media agli studiosi);
(iii) della psicobiologia e biochimica cerebrale e neuro psicofarmacologia...”
Cristiano Castelfranchi ISTC CNR
Ci rendiamo sempre più conto di un clima di paura generalizzata legata al concetto di diversità, paura che nasce in primo luogo dalla non conoscenza della realtà, e in secondo luogo dalla radicata convinzione che i diversi siano sempre gli altri da noi e che essendo altri da noi non possano che essere una minaccia. Mentre la realtà è che ciascuno è diverso anche a se stesso, così come l’identità è una chimera. Ci sono persone che cercano tutta la vita di capire chi sono, altri pensano di saperlo senza aver mai cercato e credono di conoscerlo in relazione all’identità altrui che sembra loro afferrabilissima, a patto che non ci si avvicini troppo. L’illusione di carpire l’identità altrui e in base a una presunta diversità trovare la propria di identità è costata già parecchio anche in termini di vite umane nel 900, non si sente la necessità di ripetere errori del passato.
In questo contesto chi è affetto da disagio psichico non fa che andare ad arricchire il repertorio di fantasmi minacciosi dell’uomo perbene:
il tossico, il barbone, lo zingaro, lo straniero, il matto.
Isolate queste maschere della diversità l’uomo perbene si sente più sicuro tra le sue mura, sempre più alte e cosparse di cocci di vetro, e tuttavia non è tranquillo, in un barlume di coscienza si rende conto a volte che anche in lui può affiorare un tratto che egli ha creduto di identificare nei cinque personaggi, è molto spaventato da questo e allora la sua rabbia si scatena ancora di più nei confronti di quei diversi a volte troppo troppo uguali. Così come l’omofobia rivela un lato della propria personalità da tenere ben nascosta alla famiglia e agli amici, così la fobia per tutto ciò che non si comprende o che va al di là della nostra comprensione rivela la paura della propria follia, o della propria depravazione.
Il riduzionismo biologico, definizione felice del professor Castelfranchi non è altro che il lato scientifico o pseudoscientifico della questione:
“Ogni forma di “devianza” umana verra’ ridotta ai suoi ‘meccanismi’ biologici e medicalizzata come visione e come intervento.
Gli aspetti di relativita’ e di valori e componenti culturali, gli aspetti relazionali, istituzionali, e quelli psicologici in senso classico verranno ignorati come determinanti della condotta, modelli causali, spiegazioni scientifiche..”
Ora torniamo un attimo indietro, bé forse un attimo è un intervallo di tempo troppo breve e anche indefinibile, tutto sommato, torniamo ai primi dell’ottocento, e precisamente intorno al 1807 in un luogo dove è nata la psichiatria così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, un luogo e un tempo divenuti cardini dell’agiografia medica, Bicetre, l’asilo dove in quegli anni uno dei fondatori della psichiatria, Pinel, stabilì la sua dimora e diffuse il suo mito.
La storia è conosciuta, conosciuta è anche la confutazione che sia accaduta davvero, ma qui poco ci importa, il mito come tutti sanno o quasi, non trae la sua forza e la sua verità morale dal fatto che sia vero o meno ma da ciò che alla storia e all’umanità serve di quel mito per sostanziare pratiche, leggi, morali, rivoluzioni ecc. Mi riferisco alla leggenda della visita di Couthon a Bicetre. Couthon era un membro illustre della Convenzione, un paralitico dalla fama sinistra, uno spietato taglia teste, egli portato a braccia a Bicetre per indagare se all’interno di quell’asilo vi fossero dei sospetti che si nascondessero sotto le mentite spoglie di folli, di fronte a quell’umanità liberata da Pinel indietreggiò disgustato, li qualificò come “animali” e rinunciò ad indagare se tra quelle “bestie” vi fossero dei simulatori.
Da questo “mito” Pinel trae la sua forza riformatrice. Egli procede alla liberazione dei folli dalle catene, folli che di colpo ritrovano la ragione. Ora, il mito di Couthon serve a Pinel per dimostrare che la follia è vizio, corruzione, violenza, e solo nella gerarchia, nella stabilizzazione sociale e morale l’individuo folle trova la sua guarigione. Pinel dunque contrappone alla società folle della rivoluzione una società basata sulla conformità ai tipi, nella liberazione nell’internamento egli concepisce una società virtuosa, regolata o dominata dalle forme tradizionali morali e sociali. Couthon rappresentava per Pinel la cattiva libertà, quella della furia rivoluzionaria, del rovesciamento dei valori e dei principi che avevano retto l’Ancien Regime, mentre egli rappresenta la buona libertà, quella che doma i più violenti e insensati degli uomini introducendoli in un mondo in cui le passioni sono temperate dalle virtù e dal ruolo sociale.
Perché sono tornato così indietro? Perché è da Pinel in poi che la psichiatria assume la sua ambigua veste: da un lato è una branca della medicina o almeno cerca di esserlo, dall’altra assume un ruolo da vigilante sociale. Questa doppia veste è tristemente riassunta nelle prime righe della legge del 1904:
DEBBONO ESSERE CUSTODITE E CURATE NEI MANICOMI LE PERSONE AFFETTE PER QUALUNQUE CAUSA DA ALIENAZIONE MENTALE, QUANDO SIANO PERICOLOSE A SE' O AGLI ALTRI E RIESCANO DI PUBBLICO SCANDALO E NON SIANO E NON POSSANO ESSERE CONVENIENTEMENTE CUSTODITE E CURATE FUORCHE' NEI MANICOMI.
Ciclicamente quando esce qualche notizia di un crimine commesso da un “malato di mente” spuntano su giornali e siti vari riflessioni (così vengono definite) che si interrogano sulla pericolosità sociale, che per carità la legge 180 è sacra però un ritocchino sarebbe opportuno ecc.
In realtà nella maggior parte dei casi non si tratta di riflessioni ma di emozioni, a essere buono, conati, a essere cattivo. La confusione mentale di questi pensatori è tale che riescono a contraddirsi nello spazio di una paginetta. Giova ricordare a questi dilettanti della riflessione che per riflettere bisogna per prima cosa attaccare il cervello, seconda cosa essere distaccati e non farsi catturare dall’emotività di un evento, terza cosa bisogna avere strumenti culturali.
Il tema della pericolosità sociale è troppo importante per lasciarlo discutere a filosofi improvvisati o cazzeggiatori di professione, per non parlare dei giornalisti che per loro costituzione e formazione risultano pesci fuor d’acqua quando si avventurano nelle acque insidiose del pensiero, pensino a raccontare bene i fatti, piuttosto, di questo ci sarebbe bisogno e invece non sanno fare nemmeno questo, tanto che per farsi un’idea di un fatto bisogna leggerne cento di giornali e alla fine si rimane confusi e storditi.
Prima di tutto un assioma:
Lo psichiatra è un medico, non si deve occupare dell’ordine pubblico, ma della salute mentale, se ci riesce, di un paziente.
E se un paziente è pericoloso? Non sfuggo all’insidiosa domanda. Intanto per la legge italiana una persona è considerata pericolosa in base ai precedenti penali. Ciò però non implica necessariamente che quella persona sia messa sotto controllo. Anche perché se la polizia o i carabinieri dovessero passare il tempo a controllare le persone che hanno precedenti penali non resterebbe nessuno a vigilare sull’ordine pubblico (paradosso del controllo totale). Mettiamo il caso dunque che un paziente abbia precedenti penali. E che sia stato considerato incapace di intendere e volere. In genere per lui il destino è un OPG. L’OPG è un manicomio criminale. In teoria chi entra in un OPG dovrebbe essere curato o comunque assistito in modo tale che la sua incapacità di intendere e volere non possa essere a danno della collettività. L’OPG però si è rivelata in tutto e per tutto una struttura carceraria molto più dura delle carceri dove sono rinchiusi i criminali capaci di intendere e di volere, inoltre tutte le garanzie di cui godono i carcerati sani di mente non valgono nell’OPG, struttura che a livello simbolico rappresenta la perfezione della contraddizione interna al ruolo dello psichiatra. Nell’OPG si entra infatti per un reato e per una diagnosi o perizia. Ci sono due livelli di custodia: l’una fa riferimento al codice penale e cessa quando la pena è estinta, l’altra fa riferimento alla cura e cessa o dovrebbe cessare quando la cura ha avuto la sua efficacia.
Come tutti sanno chi entra in cura psichiatrica raramente ne esce, se non per un atto volontario. La maggior parte degli ex-utenti sono divenuti ex rompendo in silenzio l’alleanza terapeutica che con il tempo può diventare un’alleanza scomoda.
Ma quali sono i tipi di reato per cui si può finire in un OPG?
Qualcuno rimarrà sorpreso ma nella maggior parte dei casi non si tratta di reati contro le persone, quindi non ci sono solo stupratori e/o assassini, tantomeno serial killer i quali non essendo “malati di mente” vengono affidati per loro fortuna alle carceri dei sani, ma ladruncoli, scassinatori, disturbatori della pubblica quiete ecc. Reati molto comuni e che non implicano necessariamente una grande sanità mentale. Ma si sa se un ricco ruba non è un ladro, c’è una patologia nata apposta per evitare che un ricco con il vizio di rubare finisca in carcere, la cleptomania. Ovvio che il cleptomane non finisce all’OPG ma nello studio di un qualche psichiatra illustre. Se invece chi ruba è un poveraccio e infermo di mente la sua destinazione è l’OPG dove verrà curato ed educato.
Personalmente considero da libertario il carcere come una cosa dura ma necessaria, non credo in alcun modo nel carattere rieducativo della pena, non credo che in un carcere si possa crescere come persona e diventare uomini diversi da prima, credo che ciascun individuo possa trarre dal carcere una lezione diversa, taluni possono persino affinare tecniche criminali. Ritengo dunque che il malato di mente che ruba un autoradio debba essere condotto in un carcere normale e che possa uscire dal carcere dove riceverà una cura psichiatrica tale e quale a quella ricevuta nell’OPG alla fine della pena e non alla fine della cura.
Per chi commette un delitto di sangue il destino dovrebbe essere il medesimo, e non credo che ci possano essere dubbi di sorta. Dal momento che l’OPG è un carcere più duro e che in un carcere ordinario si può ricevere una cura quanto nel manicomio criminale.
Abolire gli OPG mi sembra a questo punto una pura formalità.
Ma veniamo al dunque. Finora abbiamo parlato di pericolosità sociale relativa ai precedenti penali.
Affrontiamo ora la questione della prevedibilità di un reato. Prendiamo il caso di un reato passionale. Quante volte abbiamo letto notizie di mariti che uccidono la moglie e l’amante colti in flagrante adulterio? In genere l’uxoricida non ha precedenti penali, né si è mai distinto nella sua vita in atteggiamenti violenti o aggressivi. In fase processuale la pena ha come attenuante la passionalità del gesto, che in quanto passionale non è premeditato. Era prevedibile che un uomo mite, conosciuto per la sua tranquillità, vedendo la propria moglie fornicare con il miglior amico, diventasse un assassino spietato? No, non era prevedibile. Fine della questione.
Ma mettiamo il caso di un ragazzo, con qualche problema di depressione, anch’egli conosciuto per la sua mitezza, che magari all’ennesima angheria di un prepotente reagisca con violenza e uccida il prepotente. Ebbene credete che per questo ragazzo non possa valere l’attenuante della passionalità del gesto? Era prevedibile che questo ragazzo uccidesse il suo persecutore? Dite di sì? E in base a quale assunto? Perché è un malato di mente? Siete così certi? E cosa bisognerebbe fare di questo ragazzo? Rinchiuderlo in un OPG a vita? Chiuderlo in qualche struttura più umana e pietosa? E perché mai un malato di mente dovrebbe, in quanto non in grado di intendere e di volere (lo stato in cui uccide di solito colui che è preda della passione, che sia sano di mente o no), e quindi impossibilitato a distinguere tra il bene e il male, godere di un trattamento più feroce di un assassino in grado di intendere e di volere, e quindi capace di distinguere tra il bene e il male?
C’è un racconto di Philip K. Dick che mi sembra appropriato per chiudere questa riflessione, si intitola Rapporto di minoranza:
Il racconto descrive un ipotetico futuro in cui l'umanità ha completamente eliminato gli omicidi e la maggior parte delle azioni criminali grazie all'utilizzo dei precog, degli uomini che hanno subito alterazioni mentali tali che gli consentono di vedere il futuro e di comunicarlo tramite delle macchine alla precrimine, una divisione della polizia nata per arrestare i cittadini che stanno per commettere un crimine. Il protagonista del racconto è il direttore della precrimine, John Anderton. Nel racconto Anderton viene coinvolto in un complotto ordito dai militari volto all'eliminazione della precrimine dato che questa organizzazione ha progressivamente tolto loro potere e influenza nell'ordinamento statale. Alla fine del racconto Anderton riesce a sventare il piano dei militari anche se questo gli costerà l'esilio dalla Terra.
Ecco la soluzione amici riflettori, i precog. I precog nel racconto di Philip K. Dick sono uomini con alterazioni mentali, dei visionari, dei folli insomma… che strano destino, dunque per prevenire i crimini ci si deve affidare alla follia? Ma si sa che questo è solo un racconto di fantascienza, siamo persone troppo serie e razionali per spingerci su territori così fantastici, o no?
Stiamo organizzando noi del Mondo di Holden un seminario sul tema della pericolosità sociale, inviteremo a parlare di questo tema intellettuali e scrittori che pensano, e non sono semplicemente dei riflettori.
Segnatevi nell’agenda questa data: 13 Giugno 2009.
Gen
23
I farmaci non guariscono nulla (di Domenico Fargnoli)
di nicola pasa
Quando uno psichiatra, in base a una sua precisa e insindacabile valutazione, della quale comunque si assume piena responsabilità, decide di somministrare psicofarmaci a un paziente, dovrebbe avere bene in mente che essi agiscono a livello dei sintomi e della coscienza: nessuno che sia stato sottoposto a una terapia farmacologia è guarito, solo per effetto delle sostanze psicotrope, da una psicosi, da una nevrosi o da una psicopatia. Questo è un dato di fatto, una certezza a cui può giungere chiunque in base a un minimo di esperienza clinica o solo osservando la vita quotidiana della gente. Il farmaco in psichiatria, come del resto in tutta la medicina, agisce all’interno di una relazione, assumendo significati e conseguentemente efficacia diversa secondo i contesti. Di fronte a un’emergenza o all’impossibilità di intervenire altrimenti si può decidere di tentare di modificare farmacologicamente lo stato psichico di una persona in previsione di comportamenti che possano essere violenti per sé e per gli altri o posti di fronte a una condizione di sofferenza mentale che sembra al momento insostenibile.
Il terapeuta interviene sul comportamento attraverso la prescrizione medica cercando di impedire un agire distruttivo. Lo psicofarmaco è un rimedio estremo, un contenimento chimico provvisorio, che si è sostituito alla costrizione fisica di una volta, a cui si dovrebbe far ricorso con molta parsimonia. Accade invece che quello che è un intervento cui dovrebbe essere riconosciuto sempre il carattere d’eccezionalità diventa routine quotidiana, quello che è solo un espediente per cercare di attenuare l’aspetto distruttivo di una crisi particolarmente grave, diventa “la cura”. La parte prende il posto del tutto e il terapeuta si nasconde sistematicamente dietro una molecola evitando l’impatto con i problemi veri della persona: si consolida l’idea che la malattia sia la conseguenza di un processo organico e degenerativo, geneticamente determinato e come tale incurabile. La relazione medico paziente si cristallizza in un vissuto reciprocamente persecutorio che favorisce da una parte atteggiamenti autoritari e dall’altra un assoggettamento sacrificale. Inizia la spirale ingravescente della “porta girevole ”: a ogni aggravamento del sintomo corrisponde un aumento del numero e del dosaggio dei farmaci fino a arrivare all’“acting out” della terapia elettroconvulsivante laddove la lobotomia chimica non riesce. Si giunge allora a confondere l’amnesia da elettroshock e lo stato confusionale legato al trauma cerebrale e psichico con un risultato terapeutico. Il raggiungimento di una condizione organica d’incoscienza senza immagini, analoga a quella del coma, sarebbe il presupposto del “miglioramento”.
A partire dagli ultimi decenni del Novecento a oggi si è accumulata una vasta letteratura che dimostra l’effetto nocivo dei trattamenti psicofarmacologici a lungo termine capaci di indurre non solo assuefazione grave, coi relativi problemi di astinenza ma anche vere e proprie malattie neurologiche per l’alterazione della sostanza nervosa e dei relativi neurorecettori.
L’Organizzazione mondiale della sanità, in un suo rapporto, consiglia che l’assunzione di neurolettici non sia protratta per periodi superiori ad alcune settimane. Non hanno senso i trattamenti a tempo indeterminato; di fatto i neurolettici vengono spesso somministrati per anni col risultato di cronicizzare la patologia, a volte in maniera irreversibile. I neurolettici agiscono solo e non sempre sui sintomi ma non hanno efficacia sulla eziologia, inoltre quasi tutti possono provocare, come “effetto collaterale”, ciò contro cui sono somministrati (ad esempio, l’incremento di sintomi come le allucinazioni).
L’orientamento basato sull’uso esclusivo e continuativo degli psicofarmaci ha portato storicamente ad accomunare tutte le patologie psichiatriche in base ai sintomi come nel DSM IV annullando la ricerca e lo studio sulla psicopatologia e indirettamente negando l’identità dello psichiatra. Alla moltiplicazione delle molecole ha corrisposto una moltiplicazione delle sindromi.
Una domanda che frequentemente viene posta è se gli psicofarmaci possano contribuire alla realizzazione della cura. Il farmaco modifica lo stato di coscienza attraverso i recettori cerebrali. Ciò si lega a cambiamenti difficilmente prevedibili, data la variabilità soggettiva e la risposta organica, con riduzione della sensibilità e dell’affettività. La psicoterapia si rivolge al non cosciente e all’irrazionale, alle immagini interne e ai contenuti affettivi che si cerca in ogni modo di far emergere e di potenziare trasformandole. I due approcci sono chiaramente incompatibili per cui non ha senso parlare di una loro integrazione come si fa oggi molto frequentemente. Bisogna tenere conto del fatto che qualora sia necessaria una prescrizione farmacologica in situazioni di emergenza questa agisce ben oltre l’azione fisica del farmaco, comunque avendo in sé, anche se non esplicitata al momento, una valenza interpretativa: è questa che ha un’efficacia terapeutica. Attraverso la cura che si rivolge alla dimensione non cosciente e irrazionale, si attiva un pensiero creativo che può portare alla guarigione: ciò avviene nell’ambito di un rapporto tra esseri umani e non certo per l’interazione con una sostanza inanimata.
di Domenico Fargnoli, pischiatra e psicoterapeuta
Gen
20
Peppe Dell'Acqua racconta la storia di Darina (e Eva)
di nicola pasa
Come molti sanno il 9 gennaio scorso, a firma dell’inviata Cristiana Lodi “Libero” pubblicava un ampio e integralmente menzognero servizio sulla storia di una madre e di una figlia, Darina ed Eva, malate da quasi vent’anni e da altrettanti in cura presso i servizi di salute mentale triestini.
Mentre l’Azienda Sanitaria locale consultava i propri legali finendo per sporgere denuncia contro “Libero”, ho risposto tempestivamente con una lettera inviata allo stesso. Qualche giorno dopo mi risponde la giornalista Lodi con l’invito esplicito ad argomentare quanto da me, e noi contestato e smentito. Quasi a insinuare che la scelta di non entrare nel merito della delicatissima e intricata vicenda delle sue donne, già esposta e strumentalizzata oltre ogni misura, sia la “prova lampante” che quanto riportato nel servizio corrisponda al vero.
Decido dunque di stilare e inviare un resoconto sulla base dei fatti che conosco bene, smontando benché in maniera inevitabilmente sintetica e non esaustiva punto per punto la versione data da “Libero”. Ecco dunque il resoconto. Aggiungo che praticamente in contemporanea, nella puntata del 18 gennaio di “Sabato e domenica” per Uno Mattina il giornalista Rai Franco Di Mare portava in trasmissione la collega Lodi che ribadiva quanto già scritto. Dopo averlo io contattato al telefono e spiegato come stanno i fatti, Di Mare ha prontamente organizzato una troupe che sarà a Trieste già questa settimana con l’intento di costruire un’informazione finalmente attendibile e veritiera intorno a questa vicenda.
Finora ho scelto di non entrare nel merito della drammatica vicenda umana di cui l’articolo di Libero parla, per rispetto delle persone che ne sono protagoniste, la signora Darina Tarcic e la figlia Eva e che il Dipartimento di Salute Mentale da me diretto ha in cura da 20 anni. Persone che ho ritenuto mio dovere, professionale e umano, proteggere da ogni ulteriore esposizione e strumentalizzazione da parte di chi che sia. Persone di cui si parla sempre e soltanto da un unico punto di vista, senza dare la benché minima possibilità alle persone stesse e a chi le conosce e con serietà e competenza affianca da tempo di mostrare e, se serve, documentare una ben diversa verità dei fatti.
Quello che segue è necessariamente una sintesi.
Darina è una donna con un disturbo mentale severo, fragilissima, molto condizionata da un prete “esorcista”, Don Giurissi, più volte richiamato dal vescovo di Trieste, e di alcuni componenti estremisti di Forza Nuova.
Darina, la madre di Eva, che è stata maestra elementare, è vedova da 22 anni. È di lingua e cultura slovena e vive in un piccolo paese alla periferia di Trieste a ridosso di quello che era il confine con la ex Jugoslavia. La figlia Eva nella tarda adolescenza ha manifestato problemi a scuola, comportamenti incomprensibili, fughe improvvise, chiusure ostinate. Un esordio psicotico. Ora ha 34 anni e un disturbo schizofrenico conclamato.
Un altro figlio di Darina più giovane ha avuti problemi. Si è riusciti ad aiutarlo e appena ha potuto è “scappato” via da casa e ora vive e lavora con soddisfazione.
Fin dall’inizio della storia, circa 18 anni fa, Darina ha vissuto la malattia della figlia come un suo fallimento di madre e ha fatto di tutto per negarla. Fin da allora il prete, che aveva stabilito un rapporto di fiducia e di protezione, ha ritenuto di poter sostenere le due donne anche attraverso sedute di preghiere e ha così sconsigliato il rapporto con i curanti e ostacolato le cure di Eva e rendendo il nostro intervento sempre più difficile.
Abbiamo dovuto scegliere di curare Eva, benché la stessa madre fosse molto bisognosa di attenzioni terapeutiche, e non certo soltanto di preghiere o di altre improbabili persone che si offrivano di aiutarla.
Ma curare Eva restava sempre molto difficile. Bisognava entrare in casa, superare le resistenze ostinate della madre, convincere Eva, che in tale situazione si disponeva ancora più di mala voglia alle nostre cure. Come accade in queste situazioni, che abbiamo altre volte dovuto affrontare, non frequentissime per fortuna, all’ostinato rifiuto Darina faceva seguire richieste drammatiche di aiuto e di un nostro urgente intervento. La relazione diventava in quei momenti insopportabile e Darina, sconfitta, accettava la malattia della figlia anche a difesa dalla malattia che sentiva incombere su se stessa. Passavano pochi giorni e Darina tornava alla carica: portava via sua figlia e la nascondeva, chiedeva protezione alle persone più improbabili. Così con alti e bassi siamo andati avanti per più di 10 anni.
Intanto Darina è stata avvicinata dai familiari delle associazioni di Trieste, ha frequentato i nostri corsi per i familiari ed è stata inserita nei gruppi di auto aiuto, è stata accolta da me oltre che dagli operatori del Centro di Salute Mentale (CSM) tutte le volte che ha manifestato il suo dolore e la sua disperazione. Abbiamo letto e discusso insieme, la signora e io, pagine del mio libro, un manuale per le famiglie che vivono queste esperienze, passando ore insieme. Siamo riusciti a coinvolgere uno dei ben undici fratelli di Darina che ha cercato fin quando ha potuto di aiutare la sorella ad accettare le cure e il nostro e suo aiuto. Dopo un anno si è allontanato esausto. Degli altri fratelli sappiamo che da tempo hanno interrotto ogni rapporti con Darina e sono pressoché irrintracciabili.
Eva quando si riusciva, veniva ospitata al CSM del suo rione che a Trieste è aperto 24 ore e accoglie le persone anche di notte. Con Eva avviavamo programmi, vacanze, formazione, ospitalità in comunità che naturalmente dovevano considerare un distanziamento tra madre e figlia. Per due volte Darina ha accettato, anzi ha richiesto con insistenza, che Eva entrasse in una comunità gestita da un bravissimo sacerdote, nostro compagno di strada da sempre, e per ben due volte con uno stratagemma ha portato via la figlia rimettendo in atto gli stessi comportamenti. Sempre sostenuti dai consigli dell’esorcista che riteneva di dover essere lui il “curatore”.
Per ben 10 anni abbiamo tenuto questo gioco per evitare di segnare Darina con una esplicita diagnosi psichiatrica che avrebbe ulteriormente indebolito il nucleo familiare. Contando comunque di poter gestire la situazione e sperando in un cambiamento che a volte sembrava vicino. Infatti quando per periodi, purtroppo brevi, riuscivamo a ottenere la partecipazione della madre le cose andavano. Assistevamo a una buona ripresa di Eva a una sua timida partecipazione ai programmi. Appena Eva cominciava a stare meglio peggiorava purtroppo la sofferenza psichica di Darina, sopraffatta da una insostenibile angoscia persecutoria che rendeva evidente anche per lei il bisogno di accedere finalmente a un percorso di cura.
A fronte del suo ostinato rifiuto in quell’occasione è stato necessario attivare il primo TSO per Darina. Il TSO ha dato inizio a un percorso di cura e a una discreta partecipazione. Sembrava che avesse colto il senso di quel passaggio e si disponesse a un percorso di ripresa.
Così non fu e dopo altri circa 5 anni di alti e bassi si rese non più rinviabile la decisione di curare senza più interruzioni madre e figlia. Anche spinti da continue segnalazioni che venivano dai paesani che vivevano e vedevano la quotidiana sofferenza di Darina.
Di qui un secondo TSO per Darina. In quella circostanza abbiamo ancora una volta avvertito la Curia vescovile, parlato prima col giudice tutelare, intrattenuto un proficuo rapporto con la sindaco del suo paese che conosce bene Darina fin dai tempi dell’infanzia e che più volte insieme ad altri paesani ci aveva segnalato la condizione di triste isolamento delle due donne.
Questo secondo TSO dura circa 4 settimane. La madre e la figlia vengono ospitate in due CSM diversi. Da qui Eva andrà a vivere in una piccola comunità con altre 5 persone con un programma terapeutico intensivo dove tuttora risiede da quasi 2 anni.
Partecipa a gruppi terapeutici con altre donne, ha ripreso a suonare il pianoforte prendendo lezioni 2 volte a settimana, esce con il gruppo quasi ogni sabato e domenica, ha partecipato sempre col gruppo delle donne a lunghi periodi di vacanze al mare a Parenzo. È possibile parlare più a lungo con lei, è meno tormentata dalle allucinazioni e non chiede di tornare a casa. Ovviamente dobbiamo regolamentare con attenzione le visite della madre.
Questo progetto, che chiamiamo terapeutico-riabilitativo individuale, coinvolge operatori, cooperative, volontari e costa al nostro Dipartimento mediamente 4000 € al mese.
La madre intanto resta ospite al CSM e accetta una terapia farmacologica, interrompe il rapporto col sacerdote, dichiara amicizia e gratitudine nei nostri confronti e comincia a frequentare il CSM con l’intenzione di aiutarci, quasi fare volontariato. Diventa buona amica di alcune infermiere. E tutto va bene finché prende un po’ di neurolettici, accetta le nostre visite a casa e con noi si prende cura della casa stessa che nei periodi di malattia mostra segni evidenti di abbandono e confusione.
Di nuovo interrompe il programma e di nuovo riavvia il conflitto sempre con la protezione del prete esorcista e questa volta di altre persone come un consigliere comunale di destra che sfrutta l’ordinanza di TSO del sindaco per fare opposizione in Consiglio comunale, un non meglio definito signore che si definisce familiare e, stavolta, elementi di Forza Nuova che nel frattempo conducono una violenta campagna di diffamazione dei servizi triestini e degli operatori che vi lavorano.
Passa ancora quasi un anno. I reiterati e dannosi tentativi di portare via la figlia dalla comunità, contemporaneamente a una smisurata serie di incontri e contrattazioni con Darina, dove emerge sempre una dolorosa sintomatologia psicotica con deliri e cali preoccupanti di umore fino a far temere soluzioni finali, portano al terzo TSO. Tutto va bene, Darina si riprende fino a che abbandona le cure e di nuovo ricomincia la storia.
Con il prete esorcista ricorre in tribunale contro il TSO. Il giudice conferma il nostro operato dopo aver sottoposto Darina a perizia psichiatrica e sentito il parere di uno psichiatra padovano che conferma le nostre diagnosi. Al che Darina paga due sconosciuti specialisti che si prestano a redigere certificati di buona salute.
Siamo arrivati a oggi.
Eva continua il suo percorso e di questo siamo felici. Dobbiamo salvaguardarla dalle incursioni non solo della madre ma anche dal sacerdote, e, come di recente, dalla visita della giornalista di Libero e del milanese signor Dal Buono presidente dell’Associazione vittime della 180.
Questi sono i fatti.
Se sarà il caso ma in altre sedi potrò mostrare documenti, fotografie e video di Eva e delle sue vacanze e di molti altri momenti del nostro percorso terapeutico, con il suo consenso naturalmente, e non come ha fatto Libero che ha pubblicato di Eva anche una foto con tanto di didascalia “schizofrenica” e senza il consenso di Eva stessa, approfittando della fragilità e della confusione di Darina.
Aggiungo infine che la Legge 180 in questa storia non c’entra se non per garantire attenzione, cure e diritti. Fino alle estreme conseguenze si direbbe, come questa storia dimostra.
Ma prima ancora c’entrano i servizi che lavorano, si assumono responsabilità e mettono in campo professionalità, risorse e profonde motivazioni etiche.
Peppe Dell’Acqua
Gen
12
La vicenda di Eva Zafran
di nicola pasa
TRIESTE. STORDITA CON I FARMACI, MA E' SANA DI MENTE
SOTTOPOSTA A 3 TSO, ANCHE SE PER GLI SPECIALISTI INDIPENDENTI NON E' PAZZA
(Da Libero del 09/01/09, allegato) Eva Zafran ha 34 anni e quando scappa dal manicomio va ad abitare dalla madre in una casetta di proprietà a San Giuseppe della Chiusa, frazione di San Dorligo della Valle (Trieste). È un villino modesto, ma con un giardino molto curato nonostante sia inverno. Il piccolo salotto è occupato da un antico pianoforte verticale con i tasti d’avorio che però sono muti da un po’. Eva si è diplomata al liceo scientifico e ha studiato nove anni al conservatorio della sua città. Adorava comporre ed era un fenomeno nel combinare le linee melodiche e inventare opere musicali. Poi è miseramente impazzita. Ha cominciato a delirare e faceva lunghe prediche ai morti ogni volta che uno di loro le parlava, magari alzando la voce. Eva è una dissociata e i primi segni di questo stato ha cominciato a darli nel 1991, quando il Servizio dell’Età Educativa Sloveno ha tracciato la diagnosi incontrovertibile: «Psicosi schizofrenica caratterizzata da ideazioni deliranti a sfondo mistico, allucinazioni uditive e grave ritiro psico-sociale».
LA PERIZIA
Nella perizia pubblicata qui sopra lo psichiatra Daniele Ramacciotti di Padova scrive che la maestra in pensione sottoposta a tre ricoveri coatti e altrettanti Tso, è sana. «le sue capacità intellettive risultano appropriate e il pensiero privo di alterazioni nella forma e nel contenuto». Stessa cosa ribadisce il perito del Tribunale Anna Maria Monti: «Non si rilevano disturbi dell'ideazione, è esente da deliri e non manifesta intenzioni autolesive»). A questo punto ci si chiede: per quale ragione gli psichiatri di Trieste hanno ricoverato la donna in clinica psichiatrica per tre volte? E ancora: perché nel chiedere al sindaco di firmare i Tso affermano che la donna ha sviluppato una "follia a due" in coppia con la figlia schizofrenica?
Demonio e scuola
Come tutti gli schizofrenici, nel pieno della malattia e col montare delle crisi, si esprimeva in modo incomprensibile. Anche se riusciva a cantare perfettamente. Nelle sue “insalate di parole” la sedicenne infilava con ossesso i termini “classe”, “compagni”, “complotto”, “demonio”, “lavagna”, “cancellino”. Sua madre Darina Tercic all’inizio non capiva, nonostante avesse passato la vita a tu per tu con scolari e adolescenti, essendo stata lei insegnante per 35 anni a San Dorligo. Data la malattia e la conseguente fragilità, Eva era stata presa di mira dai coetanei, finendo nella trappola del “bullismo scolastico”. Era derisa, isolata e indifesa. Ovviamente il suo modo errato di cogliere la realtà l’aveva spinta a sospettare che tutti volessero ammazzarla. Un pensiero persecutorio martellante e pericoloso. Mamma Darina è una signora di 65 anni, minuta e dal fare delicato. Ha il volto segnato dal tempo, il parlare colto e il coraggio dei timidi. Da 18 anni chiede aiuto agli psichiatri del Dipartimento di salute mentale (Dsm) della zona e a quelli del Centro di salute mentale (Csm), ma come risposta ha ottenuto tre ricoveri coatti in clinica psichiatrica e altrettanti Trattamenti sanitari obbligatori (Tso). Tutto questo nonostante la folle sia la figlia e non lei, come dimostrato nelle relazioni compilate da due periti psichiatrici (dopo una denuncia presentata al magistrato) e comprovanti che la donna è sana di mente. Il suo calvario ha inizio una mattina di primavera quando Eva ha 17 anni e di colpo comincia a dare di matto: «Protestava perché a scuola quando suonava la campanella entrava il diavolo, travestito da cancellino si metteva a inseguirla per ucciderla». La donna disorientata e disperata si è rivolta al medico di base che le ha messo in mano una ricetta e prescritto serenase in compresse. Sotto l’effetto del farmaco la malata si era calmata, ma dopo qualche tempo Darina si accorse che la creatività della figlia si era spenta al punto di imbrigliarne anche l’espressività artistica. Non solo, racconta la maestra in pensione: «Anche se i deliri sembravano sopiti, comunque avevo difficoltà a comunicare verbalmente con lei, perché non si capiva una parola di quello che diceva». E aggiunge mentre sfoglia le decine di cartelle cliniche e le fotocopie degli ordini di ricovero coatto in clinica: «Dopo la morte di mio marito ero la sola persona che Eva accettava di guardare in faccia, ma solo per pochi istanti. Se vedeva qualunque altra persona scappava terrorizzata. Si chiudeva in camera e restava immobile nel letto; completamente irrigidita e nella posizione più scomoda. Magari con una gamba alzata. Passavano giorni e notti prima che si muovesse. Qualche volta, superata la crisi, andavamo a camminare nel bosco (a lei piaceva tanto), il guaio è che raccoglieva di tutto. Sassi e ferri vecchi, foglie secche e piccioni morti. Sempre con lo sguardo fisso a terra, le mani nelle tasche e le tasche piene di cose. "Servono per disintegrare il demonio e i suoi complici", diceva. Non sapevo cosa fare. Eravamo sole e senza assistenza. Leggevo tutto ciò che riguarda la malattia mentale. E la sola cosa a me chiara era che non dovevo fare l'errore di non accettare la follia di mia figlia.
VIAGGIO ALLUCINANTE
Cosi è cominciato il viaggio allucinante di Darina Tercic prima al Dipartimento e poi al Centro di salute mentale. Trieste è la patria indiscussa di Franco Basaglia: l'eroe debole della psichiatria diventato però un mito, l'uomo che con la legge 180 del 1978 portò alla definitiva chiusura dei manicomi. Basaglia fu anche il Grande Contestatore che contestando i luoghi della follia arrivò a contestare la follia stessa. Negandola e lasciando cosi i matti abbandonati a loro stessi.
VITTlME DELLA 180
“A Trieste ancora oggi chi osa ribellarsi a un basagliano o tenta di portare via un malato da uno dei loro manicomietti fatiscenti, per curarlo altrove, rischia di fare la fine di Darina Tercic: rinchiuso in clinica psichiatrica e sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio anche se sano”, protesta Lucio Dal Buono presidente dell'Associazione Vittime della 180. “Eva era una malata grave e bisognava aggredire la patologia agli esordi”, continua sua madre, “ma nel personale medico e paramedico dei vari Csm ho incontrato solo pressapochismo, insofferenza e prepotenza davanti alle mie insistenti richieste di cura. Lei aveva subito una degenerazione cerebrale: "Mia figlia ha qualcosa di rotto nella testa", ripetevo loro. Sapevo bene che se uno è matto rimane matto per sempre e c'è poco da guarire, ma la prima cosa a cui dovevo pensare era Difendere la mia bambina dalla pericolosità che i deliri procuravano a lei stessa e agli altri”. Darina, finite le lezioni e i consigli di classe, partecipava ai seminari e agli incontri culturali sulla malattia mentale organizzati dal Comprensorio sanitario di San Giovanni, voleva capire meglio e aiutare con maggiore saggezza la figlia. Faceva domande insistenti sull'argomento, ribadiva la necessità di ricoverare in clinica Eva, perché era diventata ingestibile. Rompeva le scatole la maestrina. E l'oratore s'infastidiva anche perché lei, se non veniva ascoltata, il giorno seguente cominciava a bussare a martello alle porte di tutta la sanità pubblica del Comprensorio, per avere un sostegno.
PUZZA E PROMISCUITÀ’
Ma non finisce qui: quando la figlia veniva finalmente rinchiusa, Darina si lamentava ancora. Non le andava bene che al Csm di Domio la ragazza vivesse in un ambiente nel quale, spiega lei: «Regnava la promiscuità, il gabinetto veniva usato indifferentemente da uomini di ogni età e ragazzine. Gli ambienti erano fatiscenti, irrespirabili per il fumo e la puzza di tabacco dappertutto». Non solo, aggiunge Darina: «Eva era regolarmente stordita dai farmaci e le rare volte in cui rinsaviva dava fuori di matto, allora le mettevano la camicia di forza oppure la legavano nel letto. Allucinazioni e i disturbi non facevano che aumentare. Era peggiorata drasticamente. A dicembre 200l rimase aletto un mese intero.
RICOVERO COATTO
Cosi il giorno 27 di quel mese andai di persona (e incavolatissima) dal responsabile del Csm. Lui mi diede appuntamento per 1'8 gennaio (dopo 13 giorni!) e siccome ho protestato mi ha spinta fuori dall'ufficio in malo modo. Piangendo pensai di rivolgermi al Tribunale del Malato. Non lo avessi mai fatto: i vertici del Csm lo vennero a sapere in tempo reale. Mi convocarono e una volta arrivata nel loro ufficio uno di loro mi trascinò per i capelli dentro uno sgabuzzino, e mi sottoposero al Trattamento sanitario obbligatorio per due settimane. Asserivano che ero affetta da sindrome paranoidea, avevo istinti suicidiari e non intendevo superare il legame simbiotico con mia figlia. Mentre spiegavo loro che uccidermi era l'ultimo dei miei pensieri, aggiunsero che io e Eva avevamo instaurato una follia a due»). Don Giorgio Giurissi, parroco del vicino Borgo San Sergio che conosce Darina e la sua famiglia da vent'anni, ha denunciato ilfatto ai carabinieri. Oggi è con lei a mostrarci le carte e racconta che «questa povera mamma è stata sottoposta dal 2001 a ben tre Tso. E ogni volta con tanto di firma del sindaco di turno che nel suo ruolo di ufficiale sanitario dovrebbe avere il compito di esaminare la richiesta. Invece il primo cittadino firmava alla cieca, senza nemmeno avere mai incontrato Darina. Lei oltretutto non ha mai avuto una cartella clinica».
I DUE AVVOCATI
E continua il prete: «La prima volta fu liberata dal reparto psichiatrico dove la tenevano sequestrata solo perché è riuscita a chiamare col cellulare la sua amica Gloria Bombonato. Lei ha avvertito il primario di una clinica privata di quanto stava accadendo a Darina. Furono così incaricati due avvocati e grazie al loro intervento il Csm fece revocare il tso dimettendo la donna». E Eva? Intanto la poveretta era stata rinchiusa nel Centro di Domio, poi in una comunità e quindi di nuovo rimandata a casa. Nel maggio 2006 ha avuto una grave ricaduta e non appena sua madre ha chiesto aiuto, come risposta è subito scattato il secondo tso. «Le hanno fatto ingoiare per due settimane il risperidal, una medicina per psicotici che su una persona sana provoca effetti collaterali negativi», aggiunge il presidente Dal Buono. Darina è stata rilasciata a seguito di una "sollevazione popolare" organizzata da amici, conoscenti e dalle tante madri che ai tempi dell'insegnamento le avevano affidato l'educazione dei loro figli. Una volta dimessa, la signora ha domandato di "riavere" la figlia. Dice Darina: «Era mia intenzione portarla in Slovenia, me lo aveva suggerito lo psichiatra di un ospedale privato che avevo contattato». Evidentemente, sottolinea Dal Buono, ,”la cosa ha offeso i medici di Trieste che si considerano i migliori del mondo, tant'è che il 25 luglio 2007 la donna fu prelevata da casa da 12 fra assistenti sociali, infermieri e vigilanti. Qnindi di nuovo rinchiusa e sottoposta al tso numero tre. Il più potente di tutti: è durato 40 giomi, sempre a base di risperidal e altri psicofarmaci. Eva intanto era stata ricoverata in un appartamento con altre cinque persone: alcolizzati, drogati, malati come lei. Ha perso 30 chili e soprattutto le impediscono di vedere la madre».
LIBERATE MIA FIGLIA
Adesso la malata è rinchiusa in un appartamento del centro di Trieste. Darina non può andare a farle visita e non si capisce la ragione di questo divieto, dato che Eva non è interdetta né ha commesso reato. Con il presidente Lucio Dal Buono abbiamo provato a presentarci alla porta di questo appartamentino dal quale usciva la musica altissima, ma la volontaria che fa da guardiana alla malata ha l'ordine tassativo di non mostrarla a nessuno. Ci ha impedito di superare l'ingresso. Così non è stato possibile consegnare a Eva la collana di perle di fiume che sua madre aveva infilato per lei. Piange adesso Darina: «Devo aspettare che scappi per l'ennesima volta? Fugge e si rifugia nel bosco fino alle dieci di sera. A quell'ora smettono di darle la caccia, allora lei si fa vedere e c'è sempre qualche buona anima che l'accompagna a casa. Ma alle sei del mattino sparisce di nuovo, per paura che la vengano a prendere. Si può andare avanti in questo modo? lo voglio solo strapparla dalle grinfie di questi psichiatri triestini che giudico assolutamente incapaci e farla curare altrove. Prima che muoia». CRISTIANA LODI cristiana.lodi@libero-news.it
LE PERIZIE A CONFRONTO
Darina Tercic al terzo ricovero coatto e dopo 40 giorni in Tso, si è sottoposta a due perizie psichiatriche. Entrambe asseriscono la sua assoluta normalità. Anche la Procura della Repubblica di Trieste, su richiesta de sostituto Maddalena Chergia, ha dato incarico a Giovanni Ciraso (dottore in criminologia) di periziare la donna. Il medico del Tribunale, spiega il presidente dell'Associazione Vittime della 180 Lucio Dal Buono, <<asserisce che non c'è un vero e proprio disturbo psicopatologico e accennando alle cartelle cliniche redatte dai medici che hanno sottoposto la donna ai Tso, afferma che lei ha presentato scompensi psicotici. Questo però stando agli psichiatri stessi che l'hanno sottoposta alle cure forzate». Se Darina oggi è sana, come provano le perizie, anche in passato doveva esserlo.«Dalla malattia mentale infatti non si guarisce», sottolinea il presidente. Leggiamo dunque stralci delle relazioni del dottor Daniele Ramacciotti, psichiatra di Padova e della collega Anna Maria Monti, perito del Tribunale di Busto Arsizio (Varese). La prima relazione (datata 23 marzo 2007), conclude che la perizianda è del tutto sana. Scrive infatti Ramacciotti: <<La signora è curata nella persona … l'abbigliamento modesto è comunque ordinato …. Accessibile, disponibile, sintonica e adeguata alla situazione. È’ lucida e orientata nello spazio; verso cose e persone. Non risultano compromesse memoria né attenzione (...). Capacità intellettive appropriate, pensiero ben strutturato e privo di alterazioni. L'umore, concordante ai vissuti affettivi, presenta una componente ansiosa>. Chi non lo sarebbe dopo avere subito da sano tre ricoveri coatti? A ribadire l'integrità mentale della mamma Eva, è la relazione di Monti (4 luglio 2008). Si legge: «Lamenta di essere oggetto da molto tempo di soprusi da arte di medici del Csm della sua zona. Manifesta corretto orientamento spazio-temporale sul sé. L'eloquio è scorrevole, i contenuti del pensiero Sono polarizzati sulla impossibilità di gestire la figlia di cui accetta la malattia mentale (...) l'umore è deflesso, l'emotività controllata. Non si rilevano disturbi dell'ideazione. È’ esente da deliri e non manifesta intenzioni autolesive. Lucida, ben orientata, attenta, non presenta alterazioni del pensiero e risponde in modo appropriato alle domande
Risposta di Peppe dell'Acqua
Sono Peppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste e scrivo in merito alle due pagine uscite su “Libero” di oggi, 9 gennaio, a firma di Cristiana Lodi, “Vittime della Legge Basaglia. Psichiatri da legare”.
Ho l’obbligo di segnalare ai lettori di questo giornale che quanto riportato su dette pagine oltre a denigrare palesemente il servizio pubblico che dirigo, gli operatori che vi lavorano e la stessa città di Trieste con accuse infondate e menzognere, dipinge un quadro che in alcun mondo non corrisponde alla realtà dei fatti. Fatti che conosco molto bene, così come conosco il modo di lavorare del nostro Dipartimento e i principi professionali, etici e umani su cui esso si fonda. Parlare oggi a Trieste (e per fortuna in moltissime altre parti d’Italia) di abbandono delle persone e delle loro famiglie, di porte sbarrate, di contenzione, di camice di forza, di violenza psicologica e fisica, in altre parole di persistenza del manicomio e delle sue pratiche disumane, è dichiarare il falso. Ed è tanto più grave se si usano, strumentalizzano le testimonianze di persone che vivono sofferenze talmente profonde e acute da renderle oltremodo vulnerabili, oggetto di fin troppo facili e meschine manipolazioni che mirano in realtà a colpire altrove. Non a caso chi firma il commento a margine dell’articolo, lo psicologo Luigi De Marchi, è coautore di una delle tante proposte di abrogazione della Legge 180. Legge che non ha fatto altro che restituire alle cittadine e ai cittadini sofferenti di disturbo mentale dignità e diritti inviolabili, garantiti dalla Costituzione di questo paese.
Conosco la signora Zafran e sua figlia Eva da più di 20 anni, un tempo davvero lungo, fatto di frequentazioni quasi quotidiane ancorché difficili, conflittuali, come sempre avviene in un rapporto di cura dove si desidera non meramente lenire o gestire il male, ma si scommette sull’impossibile di una rimonta, e non di rado della guarigione. Perché non è vero – come sostiene il presidente dell’Associazione delle Vittime della 180 Lucio Dal Buono, intervistato nell’articolo - che «dalla malattia mentale non si guarisce». Se di vittime proprio si vuole parlare, sono questi gli atteggiamenti che più vittime hanno fatto e continuano a fare.
E da questi atteggiamenti ancora una volta io mi trovo costretto a difendere le persone che noi curiamo. Invito perciò coloro che tutto questo hanno provocato - la giornalista Lodi, il signor Dal Buono, lo psicologo De Marchi, il parroco Giurissi e altri che lo volessero, di venirci a trovare per accertarsi di persona come stanno i fatti.
Peppe Dell’Acqua
Considerazioni mie
La vicenda raccontata da Libero di per sé è inquietante, il dubbio che ho è che Libero è un giornale che partorisce bufale in quantità industriale e quindi ha una credibilità risibile, spesso una notizia è credibile se il giornale che la pubblica è autorevole, Libero è un giornale fatto con i piedi, c'è poi tutta la strumentalizzazione politica che legittima sospetti.
Però però Peppe dell'Acqua non se la può cavare così, la vicenda è talmente angosciante e assurda che richiede chiarimenti ben fondati. Se vuole approfondire questo sito è a sua disposizione così com'è a disposizione di tutti, per commentare basta iscriversi e rispettare un minimo di civiltà, saluti,
Nicola Pasa
"Conoscere per deliberare"
Piero Calamandrei
Gen
05
esperienze di teatro
di federico migone
Si sente molto parlare di "teatro terapia", personalmente toglierei il secondo termine appunto "terapia", nel senso che: o si fa del teatro o si fanno delle grandissime minch....te. é giusto per chi inizia che ci sia un input di incoraggiamento; ma che sia un incoraggiamento serio e coinvolgente. Si deve diventare attori, comparse o quant'altro. Non esiste che si dica sempre "bravo, va bene, hai detto la tua poesia, tieni la tua caramellina." Stronzate! La persona deve essere coinvolta interamente, il protagonismo deve essere "vero", "sentito"! Per circa 8 o 9 mesi l'anno scorso ho condotto "training teatrale" all'interno della cooperativa di cui faccio parte ed ho visto persone con seri bisogni di autostima, gente che ce la metteva tutta anche se non riusciva a fare un esercizio bene. é vero che molti si tirano indietro o perchè non ce la fanno oppure non se la sentono, ma c'è anche chi vuole superare questa barriera trovando il coraggio di mettersi in gioco ed osare un pò di più; e queste cose, a me, danno gran soddisfazione.
Sono ormai 10 anni che faccio l'attore; non mi considero un gran professionista ma so il fatto mio. Da quando siamo partiti come compagnia teatrale nel'99 fino ad adesso "noi vecchi" abbiamo realizzato 5 spettacoli, abbiamo fatto più di 60 rappresentazioni, senza contare i video, le trasferte, le varie performance (quì ho perso il conto).
Con questo voglio dire a chi si avvicina al teatro "-Cercate di fare sul serio, non sottovalutatevi, se non ve la sentite proprio lasciate perdere (ci sono altre cose). Ma se volete diventare attori la strada da fare richiede impegno e dedizione e vedrete che le soddisfazioni non saranno poche.
Saluti da Federico
Gen
05
un momento di sfogo
di federico migone
Penso profondamente che sia il caso di cambiare aria, da tempo ormai rifletto su quello che potrebbe dirsi sull'importanza della "salute mentale" e sull'impegno e quant'altro. Che forse è più sano uscire da questo gioco e cercare di farsi una vita "fuori"! Dico fuori dalla "psichiatria" . Anche se poi mi trovo coinvolto quasi ogni giorno su queste cose, ossia il mio pane quotidiano. Su questo punto direi che il pane che raccolgo più di una volta diventa secco e più di una volta lo devo riciclare. Non ne ho più voglia! é tutto giusto? é tutto sbagliato? Non me lo chiedo più; faccio, faccio e basta! Ma quali alternative ho? Sì, O.K., nuovi stimoli, conoscere nuova gente..ecc.. . A me sembra che da 10 anni (da quando sono uscito dal circolo delle comunità) veda sempre le stesse facce, dico e sento dire sempre le stesse cose.
Vorrei vivere libero e folle senza dover rendere conto a nessuno. Vorrei non andare più dallo psichiatra, anzi vorrei che lui mi dicesse "-Caro Migone ora non ha più bisogno di cure, le scalerò i psicofarmaci...tanti saluti e arrivederci-". é così facile sognare ma quasi impossibile che accada. Sono in cerca della mia "dimensione" in tutti i sensi, ho bisogno di cambiare, sento che sto morendo dentro. Perchè cosa in fondo?
Ogni tanto bisogna tirare i remi in barca, d'accordo. Ma quando ti trovi in mezzo all'oceano se non remi "sono c...zi tuoi".
Non so a chi dedicare questo delirio, anzi lo dedici a me stesso, perchè in fondo i miei deliri con chi li condivido?
Ciao a tutti Federico
Dic
27
Tesi di laurea di Alessandra Barbiero -seconda parte
di nicola pasa
Capitolo 4
4.1 Manuela
Nel 1986 fu diagnosticata a Manuela una grave depressione. Al tempo rifiutava ogni tipo di cure non avendo fiducia nei medici che la seguivano.
Circa due anni dopo, all'inizio del 1988, iniziò a prendere regolarmente i farmaci che le erano stati prescritti, ma nell'estate dello stesso anno dato che la terapia non dava i risultati desiderati lo psichiatra la sottopose ad otto elettroshock.
Tale trattamento non raggiunse gli scopi per cui era stato messo in atto ed ha comportato una grave perdita di memoria, anche se circoscritta ad un periodo di tempo limitato (circa quattro mesi). Manuela si chiuse sempre più in sé stessa rifugiandosi in un assoluto silenzio.
Ancora oggi è ossessionata dall'anestesia che le veniva iniettata e conserva la sensazione di nausea e perdita della coscienza..
Ella ritiene di non aver risposto alla cura farmacologica che le era stata prescritta perché non fu supportata da un adeguato intervento psicologico: quando riferiva di fatti che le erano accaduti o che prevedeva dovessero accadere per motivi di cui era certa, veniva derisa dagli psichiatri che la seguivano. Ciò provocava in lei, oltre che sofferenza e umiliazione, una diffidenza totale verso gli altri.
Dal 1994 è in cura da un altro psichiatra al quale attribuisce grandi doti di umanità, capacità di ascolto e comprensione. In questi ultimi anni è riuscita a risalire dal baratro in cui era scesa riacquistando la gioia di vivere e l'ottimismo.
Oggi, anche se segue ancora una cura farmacologica, si sente bene, ha una felice vita famigliare e un lavoro che le piace.
(Si sottolinea che la figura dello psichiatra presentata in questa griglia è riferita al primo psichiatra che ha seguito Manuela, colui che le ha applicato l'elettroshock.)
I costrutti elicitati da Manuela nella prima griglia sono:
1-capacità d'ascolto/disinteresse
2-emotività/fermezza
3-leale/ambiguo
4-sensibilità/freddezza
5-empatia/egoismo
6-equilibrio tra gli aspetti affettivi, sociali e il lavoro, elasticità/rigidità
7-rispetto,umanità/poca disponibilità
8-razionalità/istintività
9-realizzazione, sentirsi arrivati/ non aver raggiunto gli obiettivi
10-tranquilla/ansiosa, impulsiva
I costrutti elicitati da Manuela nella seconda griglia sono:
1-sto bene/ sto male
2-circondata d'affetto/mi sento sola
3-sono impulsiva/ riesco a razionalizzare
4-incompresa/compresa
5-diffidenza/fiducia
6-sorridente/in disparte
7-attenta/indifferente
8-a mio agio/non mi trovo bene
9-professionale/privato
10-espansiva/contenuta
4.3 Interpretazione
Il sé patologico è immutabile?
Manuela si descrive come una persona capace di ascoltare, disponibile e rispettosa del prossimo, delle sue opinioni, leale, sensibile ed empatica, abbastanza emotiva ed impulsiva, ma che ha imparato ad essere più razionale.
Ha la voglia e la capacità di mettersi sempre in gioco ponendosi di giorno in giorno nuovi obiettivi senza sentirsi mai arrivata.
Vi è un'alta correlazione tra l'elemento “sè”e gli elementi “persona che mi piace”, “sè passato”, “sè futuro”, “persona che mi può aiutare” e “sè ideale”.
E' intuibile che quelli appena elencati sono costrutti nucleari su cui si basa il suo modo di essere e di agire. Manuela si piace e si vede simile a una persona che le può essere d'aiuto e non si discosta molto dal suo sé ideale. Il suo sé ideale e il suo sé futuro sono comunque del tutto sovrapponibili quindi c'è una piena fiducia nelle proprie possibilità.
Vi è la volontà di raggiungere una maggiore tranquillità limitando leggermente la propria emotività, l'ansia e l'impulsività, proprio quegli aspetti, insieme all'istintività, che hanno caratterizzato il suo sé passato. In generale Manuela sta compiendo un percorso di apertura al prossimo, volendo assomigliare sempre più alla persona che le può essere d'aiuto per poter esser utile a chi ha gli stessi tipi di problemi di cui lei ha sofferto.
Osservando la seconda griglia ora Manuela sta bene, si sente compresa e circondata d'affetto, ha trovato un giusto equilibrio tra razionalità e impulsività. I costrutti impulsiva/riesco a razionalizzare e professionale/privato, espansiva/contenuta sembrano dimostrare un'acquisita capacità di autocontrollo la quale era mancante durante il periodo della cura, periodo in cui le relazioni sociali furono molto compromesse e il senso di solitudine diveniva di giorno in giorno più intenso.
Prima della malattia Manuela si descrive per lo più con punteggi intermedi, non stava né bene né male, come se fosse sospesa in una specie di limbo, poi cadde negli abissi infernali della sofferenza e della solitudine. Ora grazie all'aiuto dello psichiatra da cui è attualmente in cura, all'affetto degli amici e dei famigliari e al lavoro ricco di soddisfazioni, sta compiendo un lungo cammino di risalita, non privo difficoltà, verso una condizione di pieno benessere.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Il primo psichiatra viene percepito come una persona che non le piace e non le può essere d'aiuto. Egli viene costruito come una persona che si sente arrivata e per questo tranquilla, fermo, rigido, razionale, un essere quasi “non umano”, incapace di emozionarsi e di provare empatia perchè non è nemmeno disposto ad ascoltare, egoista e disinteressato agli altri, tant'è che viene visto come incapace di equilibrare gli aspetti affettivi e sociali con il proprio ruolo professionale, come se questo avesse assorbito l'intera sua esistenza.
Il secondo psichiatra, da cui è in cura tuttora, sembra essere una persona completamente diversa dalla precedente, una persona che riesce a farla sentire compresa e che le ispira fiducia. Con lui si sente a proprio agio e circondata d'affetto. Vi sono alte correlazioni tra “io con lo psichiatra”, “io al lavoro”, “io con la mia famiglia” e “io con i miei amici”: questi sono ambiti che per Manuela rappresentano fonti di benessere.
La percezione dello stigma
Gli elementi “persona che sta bene” e “persona con problemi psicologici” della prima griglia presentano per lo più punteggi intermedi in quanto le era impossibile esprimere un giudizio rispetto ai costrutti 3,4,5,6,7. Manuela crede che caratteristiche quali la lealtà, la sensibilità, l'empatia e il rispetto non dipendano dal benessere di una persona o dalla presenza di problematiche psicologiche, ma variano da individuo a individuo e non sono generalizzabili.
Ciò che secondo lei caratterizza una persona con problemi psicologici è l'estrema emotività, la poca razionalità, l'impulsività e il mancato raggiungimento dei propri obiettivi. Questa figura presenta un'alta correlazione con il “sé passato” e un alta correlazione negativa con l'elemento “Persona che non mi piace”, il che significa che Manuela si riconosce come una persona che ha avuto problematiche psicologiche nel passato e non applica a priori uno stereotipo negativo ai “malati mentali”.
Analizzando la seconda griglia si nota che Manuela esprime nuovamente una serie di punteggi 4 all'elemento “io con gli estranei”, anche in questo caso mi spiegò che le era impossibile generalizzare perchè il suo atteggiamento viene condizionato di volta in volta dalla persona che incontra, ma solitamente si dimostra espansiva.
In passato il suo atteggiamento era molto diverso: durante le crisi depressive si sentiva molto sola, stava in disparte ed era diffidente verso chiunque in quanto sicura di non poter essere compresa da nessuno. Manuela mi spiegò di intendere l'elemento “io quando sono solo”come momento di malattia, infatti gli elementi “io durante il periodo della cura” e “io quando sono solo” presentano un'altissima correlazione (0,99).
Ora non si sente più “contenuta”: può esprimere liberamente gli aspetti più intimi e privati di sé stessa specialmente con i famigliari e con gli amici con i quali ha un rapporto di fiducia e comprensione. In ambito lavorativo mantiene un comportamento estremamente professionale escludendo da esso gli aspetti più privati, questo implica uno sforzo di autocontrollo sulla propria impulsività, sforzo che è adeguatamente ricompensato da un sentimento di benessere, ella infatti si sente a proprio agio, circondata d'affetto e compresa dalle persone con cui lavora. Con esse ha instaurato dei legami di fiducia, non è più in disparte e diffidente come in passato. Le soddisfazioni sia professionali che affettive derivanti dal lavoro le hanno permesso di sorridere di nuovo.
Capitolo 5
5.1 Nicola
Nicola fin dall'età di sedici anni soffrì di un disturbo denominato dismorfofobia: esso consiste in una percezione distorta del proprio corpo. Egli vide mutare rapidamente il proprio aspetto il quale divenne ai propri occhi mostruoso. Si chiuse in casa cercando di evitare il più possibile i rapporti con le altre persone, persino con suoi genitori.
Finite le scuole superiori lavorò come programmatore bancario presso una banca molto famosa lontano dalla sua città natale. Questo fu per lui un periodo carico di dolore e solitudine, viveva come una tortura il fatto che tutti potevano osservare la sua “bruttezza” negli uffici open space. La sera andava a dormire senza cenare, precludendosi qualsiasi possibilità di rapporto sociale, attendendo l'alba e una rinnovata sofferenza.
In quegli anni iniziò a meditare propositi suicidi, i suoi genitori accorgendosi di ciò lo accompagnarono al centro di salute mentale dove un medico lo indirizzò da una psicologa. Il giorno del colloquio, ritenendo di non aver alcuna possibilità di guarigione andò nel bagno del proprio ufficio e si tagliò le vene dei polsi. Dopo questo episodio cominciò una terapia con uno psichiatra che gli prescrisse un antidepressivo. Inizialmente questo gli fece un buon effetto, gli passò la tristezza anche se continuava a vedersi brutto, era allegro ed euforico. Poi ci fu un secondo crollo. Tentò nuovamente il suicidio.
Abbandonò la città in cui lavorava e fu preso in carico dal CIM del proprio paese, cominciò una nuova cura farmacologica attraversando varie fasi: narcolessia,anoressia, bulimia, zombismo.
Dopo qualche mese intraprese anche una psicoterapia con una psicologa con la quale stentò a instaurare un rapporto di fiducia, ma che alla fine nacque e produsse buoni risultati.
Nel 2001 perse il lavoro ed entrò nel centro diurno del proprio paese diventando redattore di un piccolo giornalino diffuso presso altri centri diurni italiani. Lì conobbe altri utenti con i quali fece amicizia e che gli permisero di uscire dal proprio guscio.
La cura farmacologica variò nel corso degli anni fino a quella definitiva che iniziò nel 2003 e smise nel 2007 con la certezza di aver sconfitto in modo definitivo, almeno negli aspetti più invalidanti, il proprio disturbo.
Nel 2004 grazie ad una storia d'amore riacquistò fiducia nelle proprie capacità e scoprì di poter essere d'aiuto ad altre persone con storie di vita simili alla sua. Nel 2005 fondò assieme ad altri suoi amici utenti un'associazione che tuttora dirige, ha trovato lavoro presso un comune e anche l'amore della sua vita.
Ora a trentasei anni si descrive come una persona rinata, gli capita di avere ancora dei momenti di sconforto, ma questi non lo portano più ad avere atteggiamenti distruttivi verso sè e verso gli altri.
Affrontare riunioni, prendere parola nei convegni, scrivere documenti su documenti, confrontarsi con altre associazioni e con medici che non lo vedono più come un malato ma come una specie di interlocutore politico, rappresentano per lui situazioni stimolanti e spinte verso il miglioramento.
I costrutti elicitati da Nicola nella prima griglia sono:
1-aperto/chiuso
2-ascolto/giudicante
3-dialogo/monologo
4-elastica/rigida
5-sensibile/insensibile
6-profonda/superficiale
7-autonomia/dipendenza
8-empatico/freddo
9-in relazione/distaccata
10-forte/debole
11-condivide/si allontana
I costrutti elicitati da Nicola nella seconda griglia sono:
1-espansivo/introverso
2-autonomia/dipendenza
3-determinato/succube
4-razionale/irrazionale
5-rilassato/disagio
6-sicuro/smarrito
7responsabile/nascosto
8-realizzato/infelice
9-forte/debole
10-a mio agio/controllato
11-fiducioso/diffidente
5.3 Interpretazione
Il sè patologico è immutabile?
Prima della malattia Nicola si descrive come infelice e introverso, succube, smarrito dipendente e nascosto. Questi costrutti rivelano un grande disagio nei rapporti sociali: egli non riusciva a sentirsi bene assieme altre persone, dipendeva dal loro giudizio e ne era succube, questa situazione lo portò a divenire molto diffidente e a sentirsi debole e irrazionale.
Oggi Nicola si descrive come una persona sensibile e profonda per cui l'aspetto relazionale riveste un'importanza fondamentale: egli ha il desiderio di condividere la propria esistenza con le altre persone attraverso il dialogo e l'ascolto empatico privo di giudizio.
I rapporti con gli altri in passato non venivano vissuti felicemente ma erano per lui fonte di tristezza, ora invece sono divenuti una risorsa attraverso cui potersi confrontare e arricchire interiormente.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Nicola descrive la propria psicologa come una persona empatica sensibile e profonda con la quale è possibile instaurare un buon dialogo in quanto è disposta all'ascolto e non è giudicante.
Nicola si fida di lei e in sua presenza si sente a proprio agio, è espansivo, riesce a rafforzare la propria autonomia e capacità di razionalizzare grazie ad una buona relazione terapeutica.
Con lo psichiatra si sente abbastanza a disagio, si dimostra introverso e diffidente, non si fida di lui quanto si fida della psicologa e per questo tende a controllarsi di più e ad essere meno espansivo, forse perchè teme di essere giudicato.
Nella prima griglia lo psichiatra viene descritto come una persona che si allontana nonostante sia abbastanza empatico, ciò potrebbe significare che Nicola pensa che egli non voglia farsi coinvolgere troppo dalle storie di vita delle persone che ha in cura e che si rapporti a loro come a dei“casi clinici”. Per questo viene percepito come rigido e superficiale: inquadrando la sofferenza della persona all'interno di un preciso quadro nosografico evita una conoscenza più autentica e profonda.
La percezione dello stigma
Si è già detto che i rapporti sociali rivestono per Nicola un'importanza fondamentale, in passato furono per lui fonte di grande sofferenza, ora rappresentano un momento di confronto e realizzazione.
Ora ha degli amici con i quali si sente a proprio agio, espansivo e rilassato.
Sul lavoro si sente autonomo, determinato e responsabile, ma in questo ambito non riesce ad instaurare dei rapporti sociali soddisfacenti: mantiene una certa diffidenza verso i colleghi e non si sente molto a proprio agio con loro. Si descrive come abbastanza infelice e poco realizzato.
L'essere realizzato per Nicola corrisponde al poter essere in relazione con le altre persone: dopo momenti di grande sofferenza in cui evitava gli altri ora questo gli è possibile e vuole poter aiutare chi ha avuto o ha ancora problemi psicologici a superare gli ostacoli sul proprio cammino. Quando è con loro egli si descrive forte, realizzato, responsabile, determinato e razionale: la sensazione di poter essere d'aiuto gli ha offerto la possibilità di costruirsi in modo positivo e di poter superare le proprie insicurezze. Aiutando gli altri aiuta anche se stesso.
Capitolo 6
6.1 Maitè
Per quindici anni la vita di Maitè è stata rovinata da attacchi di panico e crisi depressive legate a problemi di obesità. Per lungo tempo si è chiusa in sé stessa diventando sempre più taciturna e riservata e provando grosse difficoltà nel relazionarsi con le altre persone. Arrivò al punto di cambiare marciapiede pur di non dover intrattenere un dialogo e sforzarsi di far finta di star bene. Evitava qualsiasi circostanza che potesse essere fonte d'ansia, rimaneva sempre chiusa in casa uscendo solo quando era strettamente necessario e fingendo di non esserci quando qualcuno la cercava. Si rilassava solo la sera quando era ormai sicura che nessuno avrebbe suonato alla sua porta e il suo telefono non sarebbe più squillato.
Un giorno, circa due anni fa, durante una visita endocrinologica ebbe un crollo e la dottoressa che la stava seguendo le fece promettere di provare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Inizialmente Maitè era molto reticente, convinta che non sarebbe servito a nulla data la sua difficoltà a parlare dei propri problemi specialmente con gli estranei, ma mantenne ugualmente la promessa fatta. Fu presa in carico da uno psichiatra che non le ispirò alcuna fiducia. Sostiene di non essere stata assolutamente considerata: mentre lei tentava di esprimere la propria sofferenza, lui le parlava di tutt'altro, non ascoltando ciò che lei stava dicendo. Dopo i primi incontri Maitè era già convinta di abbandonare la terapia ma fortunatamente fu affidata ad una psicologa, assistente dello psichiatra, con cui si trovò molto bene. Le vennero insegnate alcune strategie per combattere l'ansia e analizzava assieme alla psicologa i progressi fatti nel tempo. Iniziò anche a frequentare un gruppo di auto aiuto che le permise di ritrovare il piacere della comunicazione e della condivisione. Gli attacchi di panico divennero più rari e meno intensi, riuscì a fare nuove amicizie e a rinsaldare quelle vecchie. Grazie a delle conoscenze fatte all'interno del gruppo di auto aiuto iniziò anche un'esperienza di teatro, esperienza che fu ed è tuttora molto positiva in quanto le permette di relazionarsi a molte persone in un clima di spensieratezza e allegria.
Ora Maitè soffre ancora di qualche attacco di panico, anche se più leggero rispetto ai precedenti, prova difficoltà ad interagire con persone che non conosce e la infastidisce essere toccata fisicamente, ma dopo due anni di terapia, di incontri con il gruppo di auto aiuto e con l'esperienza di teatro la sua vita è notevolmente migliorata, è entrata a far parte di un'associazione di soli utenti ed è sempre più convinta che il rendersi utile a persone che soffrono di problematiche psicologiche la aiuterà a sentirsi meglio.
I costrutti elicitati da Maitè nella prima griglia sono:
1-stimoli per farmi migliorare/disinteresse
2-capacità d'ascolto/insensibilità
3-fiducia/diffidenza
4-buona considerazione/ disprezzo
5-condivisione/indifferenza
6-determinazione/titubanza
7-ottimismo/rassegnazione
8-comprensione/stigma
9-sicuro di sè/ scarsa stima di sé
10-buoni rapporti con gli altri/chiusura in sé
11-simpatia/antipatia
I Costrutti elicitati da Maitè nella seconda griglia sono:
1-apertura/chiusura
2-empatia/diffidenza
3-dipendenza/indipendenza
4-efficienza/mancanze
5-disinvoltura/impacciata
6-buoni rapporti sociali/ tendenza a isolarsi
7-serenità/ansia
8-fiducia/diffidenza
9-autostima/disprezzo
10-sensibilità/indifferenza
11-disinvoltura/complessi
6.3 Interpretazione
Il sé patologico è immutabile?
Maitè si descrive come una persona sensibile ma che ha grosse difficoltà a rapportarsi con le altre persone perchè si sente impacciata e ansiosa e per questo tende ad isolarsi. Vuole potersi migliorare, ma è poco ottimista perchè ha scarsa fiducia nelle proprie capacità. Vorrebbe poter essere più sicura di sé, ottimista e determinata apparire più simpatica, instaurare buoni rapporti con le altre persone e avere più fiducia in loro.
In passato era ancor meno disposta ad avere contatti con altre persone e si descrive come estremamente diffidente, titubante e rassegnata, senza alcuna voglia di condividere le proprie emozioni con gli altri.
L'esperienza di condivisione all'interno del gruppo di mutuo aiuto e l'esperienza teatrale hanno giocato un ruolo fondamentale nel suo processo di cambiamento sbloccando questa situazione portandola ad una maggiore apertura.
In futuro pensa di riuscire ad essere più ottimista, il che implica una maggiore fiducia in sé stessa e la possibilità di poter instaurare dei buoni rapporti sociali.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
Maitè considera lo psichiatra una persona sicura di sé, determinata e insensibile, egli si dimostra disinteressato nei suoi confronti non offrendole alcuno stimolo per potersi migliorare. Non ha alcuna fiducia in lui e in sua presenza si sente ansiosa e impacciata.
Egli è una persona che non le piace e non crede che possa esserle d'aiuto per risolvere i propri problemi.
La psicologa invece viene vista come una persona che le piace, simpatica e comprensiva, le ispira fiducia, con lei ha instaurato un buon rapporto che le permette di sentirsi disinvolta e pensa che sicuramente la può aiutare. (corr. 0,91).
L'elemento “psicologo” presenta un'alta correlazione negativa con la figura dello psichiatra (-0,72), le due persone quindi vengono percepite in modo molto diverso e diverso è anche il rapporto che Maitè ha con loro (corr.-0,75)
Lo psichiatra viene percepito simile ad un estraneo (corr. 0,87), mentre il rapporto con la psicologa è paragonabile a quello che ha con gli amici (corr. 0,88).
La percezione dello stigma
Maitè presenta una grande difficoltà a rapportarsi con gli estranei, l'ansia l'assale ogni volta perchè teme di poter essere giudicata e di dimostrarsi impacciata, per questo si dimostra diffidente si chiude in sé stessa tendendo ad isolarsi. Questo atteggiamento viene definito da lei come “farsi i complessi” ed è contrapposto alla disinvoltura, caratteristica che vorrebbe poter possedere. Ogniqualvolta le capita di comportarsi in questo modo ella si sente mancante, poco efficiente rispetto a ciò che vorrebbe essere e finisce con l'avere scarsa stima di sé stessa.
Si nota un'alta correlazione negativa (-0,79) tra gli elementi “sé” e “persona che sta bene”. Quest'ultima viene descritta come una persona sicura di sé, insensibile e portata a stigmatizzare. Maitè pensa quindi che le persone che stanno bene abbiano un atteggiamento negativo verso chi non è come loro.
Per poter instaurare dei rapporti sociali per Maitè è necessario che vi sia un espediente come ad esempio è successo per le conoscenze fatte nel gruppo teatrale o nel gruppo di auto aiuto che Maitè descrive come la propria salvezza insieme all'aiuto avuto dalla relazione terapeutica con la psicologa.
Ha piena fiducia nei propri amici con i quali riesce ad aprirsi e ad essere serena, nonostante ciò però non riesce a sentirsi del tutto disinvolta, condizione che riesce a raggiungere solamente quando è sola o assieme alla psicologa.
In famiglia sembra sentirsi abbastanza bene così come in ambito lavorativo.
Maitè prova un senso di empatia verso le persone che hanno dei problemi psicologici, sente di poterle capire e con loro non si sente a disagio come con gli estranei.
Conclusioni
Credo che chiunque si trovi ad affrontare una situazione di disagio psicologico abbia bisogno di sentirsi compreso e non classificato. Il processo di categorizzazione proprio di alcuni paradigmi oggettivisti impedisce una comprensione autentica dei significati di cui la persona è portatrice. Diagnosticare una “depressione” a una persona, ad esempio, non rivela di certo come questa viva la propria sofferenza e come costruisca sé stessa e il proprio mondo. Questo tipo di diagnosi non è utile neppure per poter condurre una persona alla “guarigione”. Parlare di “guarigione” in psicologia risulta improprio in quanto le cosiddette “malattie mentali” non possono essere considerate delle vere e proprie malattie. Lo stato di disagio o sofferenza in cui molte persone si trovano nel corso della loro esistenza è un “modo di essere nel mondo”, unico ed originale determinato dall'organizzazione del sistema di significati. In questa ottica risulta più appropriato parlare di “processo di cambiamento” in cui la persona gioca sempre un ruolo attivo nella modificazione dei propri significati mediante l'interazione.
Le griglie di repertorio possono essere considerate uno strumento valido per l'analisi dei significati e per l'individuazione delle possibili vie da percorrere verso una cambiamento. Esse tengono conto dell'unicità di ogni persona e offrono la possibilità di effettuare una diagnosi transitiva personale.
In questo elaborato sono state presentate le griglie di repertorio di tre diverse persone e da ognuna si coglie un particolare modo di essere e di rapportarsi alla realtà e un diverso percorso di vita.
L'analisi dei costrutti relativi al sé ha dimostrato che il sé patologico non è un'entità stabile ed immutabile, ma che esso è in continua evoluzione ed è strettamente influenzato dai contesti di vita.
É emersa anche una differente connotazione delle figure degli psicologi e degli psichiatri, questi ultimi in alcuni casi si sono dimostrati poco sensibili e legati al modello medico. Gli psicologi e il secondo psichiatra che ha preso in cura Manuela hanno dimostrato maggiori doti di comprensione e sono stati fondamentali nel processo di cambiamento.
Anche l'appartenenza all'associazione “il Mondo di Holden” ha un'importanza significativa per il benessere personale. Il nome dell'associazione è ispirato alle parole del romanzo “Il giovane Holden” di Salinger: “(...) mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale ecc ecc. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande,voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco.
E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei far altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo... Lo so che è una pazzia ma è l'unica cosa che vorrei fare (..)”
Manuela, Nicola e Maitè offrono il proprio supporto e la propria esperienza a chi come loro soffre o ha sofferto di disagio psicologico. Questo permette loro oltre che di offrire un aiuto concreto, anche di costruirsi come persone capaci, utili e importanti per qualcuno,di conoscere nuove persone e di uscire dalla situazione di isolamento in cui si trovavano.
L'associazione spesso si rapporta ad enti istituzionali e mediante il dialogo e il confronto vi è un progressivo abbattimento dello stigma. Vi è quindi la possibilità di dimostrare di non essere dei “malati mentali” pericolosi o da compatire ma di possedere delle abilità e delle competenze utili, di poter essere considerate delle persone “normali”.
La psicopatologia ha senso solo se contrapposta alla normalità, ma cos’è la normalità se non un’astrazione? Chi può essere definito normale? Ogni persona vista da vicino è a suo modo diversa dalle altre, speciale, unica ed irripetibile. Attribuire la normalità ad una persona significa negare ciò che è, omologarla, non riconoscere le sue particolarità. Spesso molte persone, compresi molti psichiatri e psicologi, tendono a ridurre i comportamenti, i modi di essere e di pensare a delle semplici categorie.Ciò che appare diverso o sconosciuto viene visto come patologico e non semplicemente come un particolare modo di essere.
Se si provasse a dire a Nicola “Bhè, in fondo sei una persona normale….” Nicola risponderebbe “Normale sarà lei!”, poichè identifica la normalità con la banalità.
Dic
27
Tesi di laurea di Alessandra Barbiero - prima parte
di nicola pasa
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PADOVA
FACOLTA' DI PSICOLOGIA
Corso di Laurea in scienze psicologiche della personalità e delle relazioni interpersonali
Sentirsi malati mentali.
Analisi del vissuto psicologico mediante l’uso delle griglie di repertorio
RELATORE LAUREANDA
Barbiero Alessandra
La costruzione dello stigma
Molta follia è la più divina saggezza
A un occhio perspicace
Molta saggezza -pura follia
E' la maggioranza in questo,
Come in tutto, a prevalere
Conformati – e sei sano
Obietta – sei subito pericoloso
E trattato con catene
(Emily Dickinson)
“L'attribuzione di caratteristiche di personalità come mezzo per spiegare il comportamento è un criterio che, in taluni casi, si fonda su un'esigenza morale e normativa piuttosto che scientifica” (Salvini 2004 pag.183).
Spesso trovandoci davanti a un estraneo ci formiamo delle supposizioni che in seguito trasformiamo in aspettative normative e quindi in pretese inequivocabili su come dovrebbe essere la persona che prendiamo in considerazione. Qualora queste pretese venissero disattese, ovvero se l'individuo dovesse possedere un attributo meno desiderabile che lo rende diverso dagli altri individui della categoria di cui presumibilmente dovrebbe far parte, si viene a creare una frattura tra la sua “identità sociale virtuale” e la “sua identità sociale attuale”. “Nella nostra mente egli viene declassato da persona completa a cui siamo comunemente abituati, a persona segnata, screditata. Tale attributo è uno stigma soprattutto quando produce un profondo discredito.” (Stigma. L'identità negata. Pag.13 Goffman 1963)
Una persona che possiede uno stigma non viene considerata come completamente umana. Da una simile premessa è possibile far derivare una serie di discriminazioni mediante le quali si riduce le capacità della persona stigmatizzata di potersi esprimere sul piano esistenziale e talvolta anche le sue possibilità di vita. In seguito vengono costruite ideologie per razionalizzare questi atteggiamenti difensivi e si tenta di spiegare con “mezzi scientifici” l'inferiorità dello stigmatizzato.
Nel caso delle psicopatologie, la trasgressione normativa, soprattutto quando avviene in un contesto pubblico e istituzionale, induce a cercare le spiegazioni nella “personalità malata, atipica o strana” del soggetto. Vi è un tentativo, spesso ben riuscito, di mascherare delle infrazioni a norme prescrittive (sociali) facendole passare per delle violazioni di norme costitutive (naturali), queste ultime intese come leggi di funzionamento fisiologico dell'organismo e della psiche da cui l'individuo o i gruppi sociali non possono allontanarsi senza essere considerati come malati (De Leo, Salvini, 1978).
La diagnosi di personalità persegue più scopi di categorizzazione etico-normativa che di spiegazione scientifica dato che ogni aggettivo, in ultima analisi, rinvia ad una norma sociale e a dei criteri di giudizio. Essa spesso si accompagna ad una qualche forma di sanzione, ovvero ad una reazione punitiva della società verso il diverso.
Bannister e Fransella (1980) parlano di “costrutti prelativi” quando si identifica la persona nella sua totalità con la sua trasgressione, per cui quel dato individuo non è nient'altro che un malato di mente; di “costrutti costellatori” quando in virtù di un giudizio stereotipato gli vengono attribuite una serie di caratteristiche, per esempio inaffidabile, instabile, istintivo, pericoloso...
La psicologia dei tratti e la nosografia psichiatrica hanno giocato, e giocano tuttora un ruolo fondamentale in questo processo.
Critiche all'approccio naturalista
La disonestà di un pensatore si riconosce
dal numero di idee precise che afferma.
(E.M. Cioran, “Sillogismi dell'amarezza”)
La psichiatria biologista e organicista si basa fondamentalmente sulla teoria che riconduce i disturbi mentali alla presenza di scompensi biochimici nel cervello. Secondo gli ultimi orientamenti di questo approccio, tali scompensi sono nella maggioranza dei casi ereditari (Cassano 1993). La terapia di queste alterazioni biochimiche prevede la somministrazione di specifiche sostanze farmacologiche e se ciò non dovesse bastare è possibile anche che si ricorra a terapie lesive quali l'elettroshock.
Secondo la psichiatria somatologica esiste solo la malattia alla quale rivolgersi con un atteggiamento di fredda neutralità e distanziazione obiettiva. L'attenzione si concentra sui sintomi senza risalire ai nodi di significato che si addensano e si stratificano in essi. (Borgna, 2006)
Breggin (1991) dimostra come molti degli studi che vengono riportati come comprovanti l'eredità biologica dei disturbi mentali possono essere utilizzati anche per dimostrare che la trasmissione del disturbo potrebbe essere dovuta al clima sociale e relazionale nel quale gli appartenenti agli stessi gruppi parentali e famigliari crescono. (Cohen 1990)
Inoltre, Pekka Tienari (1987) in uno studio sulla schizofrenia, dimostra come le esperienze e le emozioni alterino la biochimica del cervello, i disturbi mentali dunque nonostante l'eventuale identificazione di alterazioni biochimiche, potrebbero essere comunque determinati da esperienze socioambientali.
Lidz (1981) sostiene che in molti casi i risultati delle ricerche sulla base delle quali gli psichiatri biologisti affermano la veridicità delle ipotesi sulla ereditarietà dei disturbi mentali sono insostenibili in quanto la loro interpretazione è stata distorta dalle supposte ipotesi iniziali. (G. Nardone 2006)
L'uso del criterio nosografico-eziopatogenetico, proprio del modello medico, in psichiatria si rivela del tutto inadeguato perchè, come afferma Kurt Schneider, ciò che è psichico deve essere studiato autonomamente e non ammette alcun confronto con ciò che è somatico in quanto i fenomeni psichici e quelli somatici sono separati da un'infinita area di fenomeni sconosciuti. (Borgna, 2006)
Il ruolo della diagnosi nella creazione di una carriera deviante
Psicopatologia: se uno non ha nulla
lo si guarisce nel modo migliore
dicendogli che malattia ha.
(Karl Kraus, detti e contraddetti)
La diagnosi in psicologia può essere intesa come un processo che attraverso l'osservazione dei sintomi, dei comportamenti e l'uso di opportuni strumenti conduce alla definizione di una patologia o all'individuazione di “tratti di personalità”.
Uno degli strumenti più usati dagli psicologi e dagli psichiatri di tutto il mondo è il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali) il quale classifica 374 malattie mentali con relative caratteristiche sintomatologiche. Diversi studi hanno rilevato che il DSM IV presenta errori logico-concettuali: in particolare l'attribuzione di leggi naturali a norme sociali, l'attribuzione di proprietà della personalità a proprietà situazionali, il considerare dato di fatto ciò che è un giudizio di valore, la visione dei comportamenti devianti come indici di sintomatologia patologica e l'anteposizione di una visione oggettiva alla visione soggettiva del paziente. (Iudici A., 2002)
Questo tipo di pratica potrebbe essere considerata una forma di costruzione di realtà in cui lo psicologo è responsabile direttamente. Dare il nome a qualcosa, anche se tale cosa non esiste, significa infatti creare una realtà inventata che produce effetti concreti e che quindi diviene esistente. (Austin 1962). Ad esempio se si definisce un soggetto “psicotico”, la sua famiglia lo tratterà come tale, le altre persone proveranno diffidenza nei suoi confronti e lui stesso si identificherà con l'etichetta comportandosi come se fosse psicotico, finendo per confermare la “profezia diagnostica”. Gergen (1996) sottolinea come il linguaggio usato abbia il potere di generare significati che, in quanto condivisi, diventano forme di realtà acquisite e date per scontate. Le diagnosi tradizionali di malattia mentale, effettuata da uno psichiatra o uno psicologo, ritenuti solitamente fonti attendibili, portano molte persone ad identificarsi con quella “patologia” e a perdere ogni possibilità di costruirsi in altro modo. Questa etichetta generalmente va ad influire anche sui rapporti sociali in particolar modo sulle aspettative delle altre persone nei confronti del “malato mentale”. Quest'ultimo anticipando le aspettative altrui evita i rapporti sociali esacerbando il proprio disagio.
Questo tipo di diagnosi quindi non solo non aiuta a ridurre la sofferenza, ma crea anche processi di auto-costruzione e auto-definizione che tendono a mantenerla se non ad aumentarla. (Armezzani, 2003)
L'approccio costruttivista e la diagnosi transitiva
“C'è una bella differenza se le coordinate
servono a catturare un individuo come una mosca
in una ragnatela o se sono invece concepite
come un sistema di strade e autostrade lungo le quali
incoraggiarlo a muoversi in modo sistematico.”
(Kelly, “The Psychology of personal Constructs”)
L'approccio costruttivista ritiene che le persone siano “sistemi di significato in movimento” e identifica il disturbo “con un arresto di questo movimento vitale, con un blocco che costringe a riutilizzare le stesse costruzioni come gesti vuoti, senza immetterle nel giro dell'esistenza.”(Armezzani, 2003 pag.59)
Il compito dello psicologo è tentare di rimettere in moto questo movimento vitale accostandosi alla vita delle persone in termini propositivi.
La diagnosi tradizionale tenta di riportare l'ignoto al già noto mediante la riduzione in categorie patologiche: vi è il tentativo di dare “il giusto nome” alla sofferenza del paziente dando per scontato che essa rappresenta una realtà oggettiva. La persona dunque viene ridotta a oggetto “qualunque” di osservazione e viene preclusa qualsiasi possibilità di comprensione autentica dei significati di cui l'individuo è portatore e con cui percepisce sè stesso e il mondo che gli sta intorno. Questo atteggiamento è chiamato da Kelly “realismo materialistico, o almeno quella sua variante ostinata e priva di immaginazione oggi così diffusa tra gli scienziati, gli uomini d'affari e i nevrotici.” (Kelly, 1958 p.225)
Il costruttivismo ritiene che non esista una verità assoluta, ma che vi siano solamente conoscenze prospettiche e incomplete dettate dal punto di vista personale. Ogni interpretazione è mediata dal linguaggio ed è soggetta a revisione o sostituzione, il compito dell'operatore in questa ottica non è più quello di formulare una diagnosi nosografica che esaurisce le possibilità dell'individuo in una semplice etichetta, ma una diagnosi transitiva che sia orientata alle potenzialità della persona, all'individuazione di strade percorribili verso il cambiamento, alla modificazione del modo di costruire sé stessi e la realtà che sta intorno. Non ci si chiede più “In quale categoria diagnostica può essere messo questo caso?” ma “Che cosa può divenire questa persona?”
Il termine “Transitiva “ in questa accezione assume un doppio significato: può essere intesa come una diagnosi che permette un passaggio, ma anche come diagnosi provvisoria in quanto una diagnosi transitiva dimostra di essere stata utile quando è negata dai suoi risultati.
Una delle nozioni fondamentali in ambito costruttivista è quella della “relazione di ruolo”: questo tipo di relazione implica la decisione di guardare all’altro come a un mondo personale di significati, considerarlo attivo e responsabile nella costruzione della propria realtà. Lo psicologo deve avere la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, di tener conto del suo punto di vista e ricercare assieme a lui le possibili vie da percorrere verso il cambiamento.
Il tipo di relazione che si viene a creare è simmetrica, non vi è la pretesa da parte dello psicologo di accertare la verità, ma crede a ciò che l’altro gli dice perché è interessato ai suoi significati.
Capitolo 2
Le griglie di repertorio
Questo tecnica costruttivista, elaborata da George Kelly negli anni '50, attraverso la libera espressione dei significati, permette di studiare i percorsi attraverso cui si elabora e si costruisce il proprio mondo.
Ogni griglia è composta da una matrice di dati che nasce dall'incrocio di una serie di elementi in colonna (ascisse) con una serie di costrutti in riga (ordinate).
Per “elemento” si intende ogni oggetto psicologico che la persona può discriminare attraverso l'uso dei costrutti, mentre i costrutti rappresentano la modalità soggettiva, unica ed irripetibile con la quale ciascuno elabora la propria esperienza. Ogni costrutto è “un criterio formulato, agito, espresso ragionato e sentito dal soggetto per esplorare il mondo che lo circonda. (...)E' un atto interpretativo di qualcuno che acquista il suo significato nella continua interazione di questo qualcuno con la sua esperienza”. (Grimaldi, 2003 pag.32)
Ogni costrutto è bipolare, ovvero è costituito da due poli di significato opposto tra loro. L'opposizione è psicologica, non logica, essa infatti riflette l'universo simbolico del soggetto e talvolta può apparire insolita.
Le griglie si differenziano dai normali test psicometrici in quanto non si richiede al soggetto di pronunciarsi su scale di significato precostituite, ma gli si consente di esprimere i propri significati personali liberamente. In ambito costruttivista infatti si ritiene che la “libertà di esprimere i propri significati” sia l'unico modo per poter impostare una reale “comprensione clinica” e quindi tentare di capire quale sia la “visione del mondo” del soggetto.
Come funziona una griglia
Ogni elemento viene scelto dall'esaminatore in base a ciò che egli vuole indagare e ogni costrutto viene elicitato dalla persona a cui viene sottoposta la griglia attraverso il confronto tra gli elementi: viene richiesto di prendere in esame gli elementi di tre in tre e di trovare un attributo, una parola o una piccola frase che ne metta in comune due e allo stesso tempo ne escluda il terzo. Questa operazione viene ripetuta cambiando un elemento per volta fino ad aver ottenuto tanti costrutti quanti sono gli elementi presenti nella griglia.
Le polarità dei costrutti elicitati vengono annotate sui lati destro e sinistro della griglia andando a riempire la prima e l'ultima colonna. In seguito viene richiesto di riempire le caselle centrali con l'attribuzione di un punteggio da 1 a 7 relazionando ciascun elemento con ciascun costrutto. Il punteggio 1 rappresenta il massimo accordo con il primo polo mentre il punteggio 7 con il secondo polo. Se ad esempio il primo costrutto elicitato è “buono/cattivo” e il primo elemento è il “sè”, la persona dovrà chiedersi “mi sento una persona buona o cattiva?” se si sente una persona buona e la polarità “buono” si trova sul lato sinistro della griglia, ella si attribuirà un punteggio di 1, se si sente abbastanza buona il punteggio potrebbe essere 2 o 3, 4 se si considera una via di mezzo, 5 o 6 se si sente tendenzialmente cattiva e 7 se si sente una persona cattiva. Se la griglia ha 10 elementi e quindi 10 costrutti si ottiene un totale di 100 valutazioni.
Una volta completata la griglia è possibile passare all'interpretazione.
L'interpretazione della griglia
I dati inseriti in ogni griglia possono essere elaborati mediante l'uso di specifici programmi statistici grazie ai quali si possono ricavare le correlazioni tra costrutti, le correlazioni tra elementi, l'analisi della varianza, la media, la deviazione standard, i cluster ecc... Questi dati però non risultano di alcuna utilità se non vi è la capacità di formulare delle ipotesi utili all'interpretazione.
Ogni ipotesi:
1. nasce da un “sentire intuitivo” che si cerca di strutturare maggiormente e di mettere alla prova.
2. É uno strumento di lavoro per poter comprendere il sistema di significati della persona che ha compilato la griglia e quindi di conseguenza anche il suo modo di pensare e le sue aspettative.
3. Ha uno statuto di “verità temporanea”: essa può essere validata o smentita. In ambito costruttivista però la sua importanza risiede più nel “valore euristico” che nel “valore di verità”.
4. Non potrà mai cogliere una “verità assoluta” perchè, in ambito costruttivista, il suo oggetto è strutturalmente in evoluzione.
Nella formulazione delle ipotesi può essere d'aiuto la visione dei dati anamnestici del soggetto ma bisogna fare attenzione a fare in modo che i propri costrutti non “precostruiscano” la persona anche se l'intervento dei propri costrutti è inevitabile in quanto è l'unico modo per “vedere” qualcosa.
In seguito si può osservare la struttura generale della griglia, il numero e il tipo di costrutti e di elementi, la presenza di valori incomprensibili o assenti, dopo di che si può procedere all'analisi delle correlazioni e degli altri indici statistici.
Ogni correlazione tra variabili (costrutti o elementi) esprime la forza e la direzione del collegamento. La direzione può essere positiva o negativa: è positiva quando vi è la presenza del segno “+” che sta ad indicare che al variare di una variabile anche l'altra varia nello stesso senso. È negativa quando invece vi è la presenza del segno “-”: le due variabili variano in senso opposto. Ad esempio se vi è una correlazione positiva tra i costrutti buono/cattivo e intelligente/stupido significa che per quella data persona chi è buono è anche intelligente mentre chi è cattivo è anche stupido. Se la correlazione fosse negativa avverrebbe il contrario, ovvero chi è buono verrebbe considerato stupido e chi è cattivo verrebbe visto come intelligente.
La forza di una correlazione è espressa da un valore numerico compreso tra -1 e +1. Essa esprime l'intensità della tendenza a covariare. Ad esempio se tra le variabili sopracitate vi è un'alta correlazione positiva la persona buona viene costruita anche come intelligente, se vi è un'alta correlazione negativa la persona buona viene costruita anche come stupida, mentre se le correlazione sono basse significa che le due variabili probabilmente non sono collegate tra loro e quindi una persona buona può essere considerata sia stupida che intelligente.
É utile raggruppare sotto uno stesso gruppo i costrutti che presentano un'alta correlazione tra di loro in modo da costituire delle “macroaree di senso” che esprimono uno “spazio semantico” di grande rilevanza soggettiva per la persona in questione.
In questa fase bisogna porre molta attenzione a non reificare i dati numerici,si deve tener conto cioè che i numeri sono solo degli indicatori dei fenomeni psichici che si è interessati ad approfondire. (Pezzullo, 2003)
Capitolo 3
Presentazione della ricerca
Come si sente una persona a cui è stata diagnosticata una “malattia mentale”? Come vive la quotidianità e i rapporti con le altre persone? Gli psichiatri e gli psicologi le saranno d'aiuto o aumenteranno il suo stato di disagio?
Per poterlo capire mi sono rivolta al “Mondo di Holden”, un'associazione fondata da utenti della salute mentale i cui membri si adoperano attivamente nell'aiutare chiunque si trovi in situazioni di sofferenza psicologica.
All'interno di questa associazione ho incontrato tre persone, Nicola, Manuela e Maitè, disposte ad aiutarmi nel mio progetto.
Ho scelto di usare la tecnica delle griglie di repertorio kellyane per tentare di dare una risposta a tre questioni fondamentali:
-Il sé patologico è immutabile?
-Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
-la percezione dello stigma
Ad ogni persona sono state presentate due griglie, una con elementi personali e l'altra con elementi situazionali.
Gli elementi personali scelti per la prima griglia sono:
1. sé
2. persona che mi piace
3. psicologo
4. psichiatra
5. sé passato
6. persona che non mi piace
7. persona con problematiche psicologiche
8. persona che sta bene
9. sé futuro
10. persona che mi può aiutare
11. sé ideale
Gli elementi scelti per la seconda griglia sono:
1. io al lavoro
2. io durante il periodo della cura
3. io con la mia famiglia
4. io con lo psichiatra
5. io prima della malattia
6. io quando sono solo
7. io con gli estranei
8. io adesso
9. io con una persona con problematiche psicologiche
10. io con i miei amici
11. io con lo psicologo
3.2 Il sé patologico è immutabile?
Quest'area di indagine è finalizzata alla comprensione del percorso di cambiamento compiuto dall'individuo nel corso del tempo e all'analisi dell'influenza della diagnosi di malattia mentale sul modo in cui la persona si costruisce. Attraverso la comparazione dei costrutti relativi al sé passato, al sé attuale, al sé futuro e a quello ideale vengono indagate le costruzioni e le aspettative riguardanti il proprio sé.
Vengono presi in analisi anche alcuni costrutti relativi a degli elementi della seconda griglia, in particolare quelli riguardanti il sé prima della malattia, durante il periodo della cura e quello attuale.
Gli psichiatri e gli psicologi sono sempre d'aiuto?
L'analisi della costruzione di queste due figure ha lo scopo di individuare che ruolo esse abbiano avuto nel percorso di malattia delle tre persone e se sono state loro d'aiuto. Per fare ciò verranno comparati i costrutti relativi agli elementi dello psicologo, dello psichiatra, dalla persona che piace, di quella che non piace e di quella che può essere d'aiuto.
Della seconda griglia vengono analizzati gli elementi “io con lo psichiatra” e “io con lo psicologo”.
Si sottolinea che Manuela non è in cura da uno psicologo, ma è stata seguita da due differenti psichiatri i quali hanno influito significativamente sulla sua vita. Nella prima griglia la figura dello psichiatra è relativa alla prima persona, mentre nella seconda griglia si fa riferimento allo psichiatra che la segue tuttora.
La percezione dello stigma
Quest'area di indagine è rivolta alla comprensione del ruolo giocato dallo stigma nei rapporti con famigliari, amici, estranei e all'interno della situazione lavorativa. Si vuole inoltre tentare di capire come queste persone che hanno vissuto direttamente il dramma della “malattia mentale” costruiscono le altre persone con problematiche psicologiche.
Gli elementi analizzati sono “io al lavoro”, “io con la mia famiglia”, “io con gli estranei”, “io con persona con problematiche psicologiche” e “io con i miei amici” .
(continua)
Dic
19
Stanchezza
di nicola pasa
Non ero più abituato alla stanchezza. Ero stanco di vivere. O stanco di non vivere. Ma non ero stanco per aver fatto delle cose. Ero stanco per aver perso tempo, in questo limbo snervante che è la disoccupazione e la convalescenza dopo una lunga e spossante e rigenerante malattia. Quando non lavori la sera non prendi sonno, il sudore è strano, è un sudore che viene dai nervi, un sudore secco. Lavorare stanca, diceva Cesare Pavese ed io fino ad oggi avevo pensato che avesse solo una valenza negativa, invece la stanchezza del lavoro è una benedizione. Alla fine della giornata la misura del fatto che hai compiuto il tuo dovere, che hai onorato Dio (per chi crede), è data da quanto ti è caro il letto e da quanto sono pesanti le palpebre dei tuoi occhi.
E' bello essere stanchi quando qualcosa che hai fatto e per cui hai speso tanto va finalmente in porto. E' con estrema gioia che comunico a tutti i soci e non soci che il prossimo anno finalmente inizierà il corso di facilitatore sociale, alleluia.
Il prossimo anno ci vedrà impegnati anche su altre cose, prima di tutto l'organizzazione di un seminario sulla presunta pericolosità sociale dei malati di mente che alla luce anche delle recenti polemiche e dell'istituzione a Milano di uno strainculato tavolo sulla prevenzione della pericolosità sociale dei malati di mente si preannuncia una ghiotta occasione per dire qualcosa di sensato e di vero. Inviteremo personaggi importanti che potranno dare un contributo illuminante e cercheremo di creare un dibattito in cui i protagonisti siano gli utenti com'è nel nostro stile (oserei dire unicamente).
Vedo segnali di resa, demoralizzazione, gente modesta che alza la testa e la voce. E' tempo di scuotersi e di reagire. Noi lo faremo il prossimo anno, siamo cambiati, siamo cresciuti, siamo maturati ma abbiamo sempre un pessimo carattere. Auguri a tutti e tutte dall'associazione Il Mondo di Holden,
il Presidente Nicola Pasa
Nov
27
Multinazionali del farmaco al Gaslini - Ne discute il Senato
di Maïté
Foto: Yayusa Yayusa
Cari amici,
dopo le polemiche da noi sollevate sul convegno di Genova, a informazione "mono tematica", organizzato in struttura pubblica e sponsorizzato dalla casa farmaceutica produttrice di uno degli psicofarmaci utilizzati per le patologie discusse nel corso del convegno stesso, è approdata al Senato un'interrogazione firmata da 27 senatori di diversi gruppi parlamentari.
A seguire il comunicato, con preghiera di diffusione.
Cordiali saluti,
COMUNICATO STAMPA DEL 24/11/08
MULTINAZIONALI DEL FARMACO AL GASLINI: NE DISCUTE IL SENATO
Dopo le polemiche di questi giorni al Gaslini, oggi approda al Senato la discussione sull’ingerenza delle multinazionali del farmaco sul tema psicofarmaci e bambini. Carrara (PdL): “Faccio appello al Ministro Sacconi affinché predisponga delle linee guida per limitare le ingerenze delle aziende farmaceutiche nei convegni medici. Quando si parla di temi delicati come la somministrazione di metanfetamine ai minori l’informazione dev’essere imparziale ed equilibrata”
Genova –Dopo la polemica scoppiata recentemente in Liguria a seguito di un convegno all’Ospedale Gaslini finanziato dalla casa farmaceutica Eli Lilly, durante il quale si è discusso di somministrazione di farmaci psicoattivi ai minori soffocando ogni possibile contraddittorio e censurando ogni posizione critica rispetto circa l’uso di psicofarmaci per sedare bambini agitati e distratti e per risolvere problemi del comportamento dei più piccoli, il caso approda in Parlamento. Le agenzie di stampa nazionali hanno riportato le testimonianze di diversi cittadini che hanno confermato l’assoluta impossibilità durante il convegno in questione di articolare un contraddittorio: “Tesi preconfezionate: a sentire i relatori, i disagi del comportamento dei bambini sono malattie, e gli psicofarmaci sono assai utili per risolverli. Impossibile articolare un’opinone contraria, anche se basata su dati scientifici”, ha dichiarato Laura Cuda, Dottoressa in Scienze dell’Educazione, intervistata all’uscita dal convegno al Gaslini. “E’ necessario tenere il più alto possibile il grado di vigilanza su queste delicatissime tematiche – ha dichiarato il Senatore Valerio Carrara (PdL) – e per questo ho coinvolto 26 Colleghi Senatori in questa interrogazione urgente al Ministro della Sanità Maurizio Sacconi. E’ davvero da censurare il comportamento di coloro che hanno accettato il supporto di una nota multinazionale del farmaco per organizzare un convegno su problemi del comportamento dei bambini che guarda caso si dovrebbero curare proprio con lo psicofarmaco prodotto dallo sponsor del convegno, e questo è tanto più grave tanto è vero che il seminario in questione si è tenuto in un ospedale pubblico. Se poi aggiungiamo il fatto che è stato sistematicamente interdetto il contraddittorio con coloro che – partecipando al convegno – desideravano giustamente rappresentare un punto di vista scientifico differente e più prudente riguardo alla somministrazione di psicofarmaci ai bambini, ecco che la questione diventa così critica da meritare di venir discussa in Senato, con il Ministro della Sanità. Oltre che domandare chiarimenti alla Direzione generale dell’Ospedale Gaslini, ho ritenuto necessario sollecitare il Ministro ad adottare una volta per tutte delle linee guida chiare, da trasmettere possibilmente a tutti gli Enti Locali, affinché si eviti in futuro il coinvolgimento di soggetti privati in momenti di informazione alla classe medica ed alla cittadinanza, anche al fine di evitare – conclude Carrara - conflitti d’interesse tali da pregiudicare presso la popolazione l’immagine di equidistanza ed imparzialità della Pubblica Amministrazione su temi così delicati come il diritto alla salute dei minori”. “Una volta di più – ha dichiarato Luca Poma, giornalista e portavoce nazionale di ‘Giù le Mani dai Bambini’, il più rappresentativo comitato per la farmacovigilanza pediatrica in Italia - apprezziamo l’intervento tempestivo di quei politici che, al di fuori di logiche di bandiera e partitiche - si spendono per tutelare il nostro bene più prezioso: le nuove generazioni”
L’interrogazione Parlamentare è stata proposta dal Sen. Valerio Carrara e sostenuta dai Senatori: Irene Aderenti, Bruno Alicata, Paolo Amato, Franco Asciutti, Massimo Baldini, Rossana Boldi, Ombretta Colli, Barbara Contini, Gennaro Coronella, Cristiano De Eccher, Diana De Feo, Alberto Filippi, Cosimo Gallo, Pierfrancesco Emilio Romano Gamba, Enzo Giorgio Ghigo, Simonetta Licastro Scardino, Piergiorgio Massida, Franco Orsi, Lorenzo Piccioni, Salvatore Piscitelli, Maria Rizzotti, Maurizio Saia, Giacomo Santini, Giuseppe Saro, Luigi Scotti, Valter Zanetta,
Ott
31
BULIMIA NERVOSA
di butterfly
Una persona affetta da Bulimia Nervosa presenta le seguenti caratteristiche:
Abbuffate ricorrenti caratterizzate dal consumo di grandi quantità di cibo e dalla sensazione di perdere il controllo sull'atto di mangiare.
Comportamenti di compenso. Il vomito autoindotto è il meccanismo di compenso più frequentemente utilizzato, molte persone utilizzano lassativi e diuretici impropriamente, altre fanno esercizio fisico in modo eccessivo.
Le abbuffate e le condotte compensatorie devono verificarsi almeno 2 volte a settimana per tre mesi
- Preoccupazione estrema per il peso e le forme corporee.
Il disturbo non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di anoressia nervosa.
La caratteristica principale della bulimia nervosa è un circolo autoperpetuante di preoccupazione per il peso e le forme corporee -> dieta ferrea -> abbuffate -> vomito autoindotto.
La diretta conseguenza dell'intensa preoccupazione per le forme e il peso in soggetti che basano l'autovalutazione personale sulla magrezza è cercare di dimagrire seguendo una dieta caratterizzata da regole molto rigide. La dieta ferrea è la principale responsabile della comparsa delle abbuffate.
Seguire una dieta rigida in modo perfezionistico porta prima o poi inevitabilmente a compiere piccole trasgressioni che vengono vissute da chi soffre di problemi dell'alimentazione come una irrimediabile perdita di controllo.
Le abbuffate in una prima fase possono dare piacere perché allentano la tensione del dover seguire in modo ferreo la dieta, col passare del tempo determinano però emozioni negative (paura di ingrassare, senso di colpa, vergogna, disgusto) che a loro volta possono innescare nuove abbuffate.
I soggetti con Bulimia Nervosa tipicamente si vergognano delle loro abitudini alimentari patologiche e tentano di nasconderle. Le crisi bulimiche avvengono in solitudine: quanto più segretamente possibile. L'episodio può essere più o meno pianificato, ed è di solito caratterizzato (anche se non sempre) dalla rapidità dell'ingestione del cibo. L'abbuffata spesso continua finché l'individuo non si sente "così pieno da star male", ed è precipitata da stati di umore negativo, condizioni interpersonali di stress, intensa fame a seguito di una restrizione dietetica, oppure da sentimenti di insoddisfazione relativi al peso, la forma del corpo o il cibo. Una crisi bulimica è inoltre accompagnata da sensazione di perdere il controllo. La perdita di controllo associata alle abbuffate, però, non è assoluta: il soggetto può continuare l'abbuffata a dispetto del telefono che squilla, ma interromperla bruscamente se il coniuge o il compagno di stanza entra inaspettatamente nella stanza.
Un'altra caratteristica essenziale della Bulimia Nervosa è il frequente ricorso a inappropriati comportamenti compensatori per prevenire l'incremento ponderale, neutralizzando gli effetti dell'abbuffata: tra i metodi, quello più frequentemente adottato è l'autoinduzione del vomito. Il vomito riduce la sensazione di malessere fisico, oltre alla paura di ingrassare. In alcuni casi il vomito rappresenta l'effetto ricercato: la persona si abbuffa per poter vomitare, oppure vomita anche per piccole quantità di cibo. In genere, nelle fasi avanzate del disturbo questi soggetti riescono a vomitare a comando. Altre condotte di eliminazione sono rappresentate dall'uso inappropriato di lassativi e diuretici; l'uso di lassativi è presente in un terzo dei soggetti con Bulimia Nervosa. Raramente è presente anche uso di clisteri subito dopo l'abbuffata, ma non è mai la sola condotta di eliminazione.
Altre misure compensatorie per le abbuffate sono il digiuno nei giorni successivi o l'esercizio fisico eccessivo. Raramente viene fatto uso di ormoni tiroidei per accelerare il metabolismo ed evitare l'aumento di peso.
Il frequente ricorso a condotte di eliminazione può produrre alterazioni dell'equilibrio elettrolitico e dei fluidi, tra cui i più frequenti sono: ipopotassiemia, iponatriemia, ipocloremia. La perdita di succo gastrico acido attraverso il vomito può produrre alcalosi metabolica (aumento del bicarbonato sierico), mentre l'abuso di lassativi per indurre diarrea può provocare acidosi metabolica. Alcuni individui con Bulimia Nervosa presentano una lieve elevazione dell'amilasi nel siero, probabilmente legata all'incremento dell'isoenzima salivare. Il vomito ripetuto può condurre ad una cospicua e permanente perdita dello smalto dentale, specialmente a livello delle superfici linguali dei denti incisivi. Questi denti diventano scheggiati, intaccati, e "tarlati". Inoltre si può avere un aumento della frequenza delle carie. In alcuni individui le ghiandole salivari, in special modo le parotidi, possono marcatamente ingrossarsi.
Ott
31
ANORESSIA NERVOSA
di butterfly
Una persona è affetta da Anoressia Nervosa se manifesta tutte e quattro le seguenti caratteristiche:
- Perdita di peso rilevante (più del 15% del peso considerato normale per età, sesso e altezza)
- Paura intensa di ingrassare anche quando si è in sottopeso
- Alterazione nel modo di vivere il peso, la taglia e le forme corporee.
- Scomparsa delle mestruazioni (nelle donne assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi)
La caratteristica principale dell'anoressia nervosa è il rifiuto del cibo, ma chi soffre di tale disturbo ha sempre una intensa fame e appetito. Il rifiuto di mangiare nasce dalla forte paura di ingrassare e dalla necessità di controllare l'alimentazione. Per evitare di ingrassare chi soffre di anoressia nervosa mette in atto una serie di comportamenti tipici del disturbo quali seguire una dieta ferrea, fare esercizio fisico in maniera eccessiva, indursi il vomito dopo aver mangiato anche piccole quantità di cibo.
Si distinguono due forme di anoressia nervosa: l'anoressia restrittiva, forma in cui il dimagrimento è causato dal digiuno e dall'intensa attività fisica, e l'anoressia con bulimia, forma in cui la persona mette in atto comportamenti che insieme al digiuno servono a diminuire il peso corporeo (abuso di lassativi e/o diuretici, vomito).
La percezione ed il valore attribuiti all'aspetto fisico ed al peso corporeo risultano distorti in questi soggetti. Alcuni si sentono grassi in riferimento alla totalità del loro corpo, altri pur ammettendo la propria magrezza, percepiscono come "troppo grasse" alcune parti del corpo, in genere l'addome, i glutei, le cosce.
Possono adottare le tecniche più disparate per valutare dimensioni e peso corporei, come pesarsi di continuo, misurarsi ossessivamente con il metro, o controllare allo specchio le parti percepite come "grasse". Nei soggetti con anoressia nervosa i livelli di autostima sono fortemente influenzati dalla forma fisica e dal peso corporeo. La perdita di peso viene considerata come una straordinaria conquista ed un segno di ferrea autodisciplina, mentre l'incremento ponderale viene esperito come una inaccettabile perdita delle capacità di controllo.
Sebbene alcuni possano rendersi conto della propria magrezza, tipicamente i soggetti con questo disturbo negano le gravi conseguenze sul piano della salute fisica del loro stato di emaciazione.
Molti segni e sintomi dell'Anoressia Nervosa sono connessi alla estrema denutrizione. Oltre all'amenorrea, i soggetti possono lamentare stipsi, dolori addominali, intolleranza al freddo, letargia o eccesso di energia. Possono essere presenti marcata ipotensione, ipotermia e secchezza della cute. Alcuni individui sviluppano "lanugo", una fine e soffice peluria, sul tronco.
Molti soggetti con anoressia nervosa presentano bradicardia, alcuni hanno edemi periferici, più frequenti al momento del recupero del peso o alla sospensione dell'assunzione di lassativi e diuretici. Raramente petecchie alle estremità possono indicare una diatesi emorragica. In alcuni si evidenzia una colorazione gialla della cute associata ad ipercarotenemia. Può essere presente ipertrofia delle ghiandole salivari, principalmente delle parotidi. I soggetti che si dedicano alla pratica del vomito autoindotto possono manifestare erosioni dello smalto dentale, e cicatrici o callosità sul dorso delle mani, provocate dallo sfregamento contro l'arcata dentaria nel tentativo di provocare il vomito.
La diffusione dell'anoressia nervosa sembra essere di gran lunga maggiore nei paesi industrializzati, dove vi è abbondanza di cibo, ed in cui, specialmente per il sesso femminile, è enfatizzato il valore della magrezza. Questo disturbo sembra essere di comune riscontro negli Stati Uniti d'America, Canada, Europa, Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Sud Africa, per quanto non vi siano dati certi per quanto riguarda le altre culture.
L'anoressia nervosa raramente insorge prima della pubertà, ma sembra comunque che, nei casi ad esordio in epoca prepuberale, il quadro clinico sia più grave per i disturbi mentali associati. I dati disponibili evidenziano come la prognosi sia migliore quando il disturbo si manifesta nella prima adolescenza (tra i 13 ed i 18 anni). Più del 90% dei casi di anoressia nervosa si sviluppano nel sesso femminile.
Il disturbo si presenta raramente in donne oltre i 40 anni. Spesso è presente un evento della vita stressante, come lasciare casa per trasferirsi all'università, in collegamento con l'esordio del disturbo. L'evoluzione e gli esiti dell'anoressia nervosa sono estremamente variabili; in alcuni casi, ad un episodio di anoressia nervosa fa seguito una completa remissione; in altri, fasi di remissione, con recupero del peso corporeo, si alternano a fasi di riacutizzazione. Altri ancora presentano un'evoluzione cronica, con progressivo deterioramento nel corso degli anni. Può rendersi necessario il ricovero in ambiente ospedaliero per il ripristino del peso corporeo o la correzione di squilibri elettrolitici. Tra i soggetti ricoverati presso strutture universitarie, la mortalità a lungo termine per anoressia nervosa è maggiore del 10%. Il decesso si verifica in genere in rapporto alla denutrizione, agli squilibri elettrolitici, a suicidio.
Ott
31
IPOCONDRIA
di butterfly
La caratteristica essenziale della ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia, basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici.
Perché si possa parlare di ipocondria, ovviamente, una valutazione medica completa deve avere escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).
L'aspetto principale dell'ipocondria è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia persistono nonostante le rassicurazioni mediche.
Nella ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore); oppure sensazioni fisiche vaghe o ambigue (per es. "cuore affaticato", "vene doloranti").
La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.
In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca). Visite mediche ripetute, esami diagnostici e rassicurazioni da parte dei medici servono poco ad alleviare la preoccupazione concernente la malattia o la sofferenza fisica. Per esempio, un soggetto preoccupato di avere una malattia cardiaca non si sentirà rassicurato dalla ripetuta negatività dei reperti delle visite mediche, dell'ECG, o persino della angiografia cardiaca.
I soggetti con l'ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di osservazioni, sensazioni, o eventi che riguardano il loro corpo.
La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.
Spesso nell'ipocondria la storia medica viene presentata con dovizie di dettagli e assai estesamente. Sono comuni "l'andare per medici" e il deterioramento della relazione medico-paziente, con frustrazioni e risentimento reciproci.
I soggetti ipocondriaci spesso ritengono di non ricevere le cure appropriate, e possono opporsi strenuamente agli inviti a rivolgersi ai servizi psichiatrici. Complicazioni possono derivare dalle ripetute procedure diagnostiche, che possono di per sé comportare dei rischi e che sono costose.
Tuttavia, proprio in quanto questi soggetti hanno una storia di lamentele multiple senza una chiara base fisica, c'è il rischio che ricevano valutazioni superficiali, e che venga trascurata la presenza di una condizione medica generale.
Le relazioni sociali vengono sconvolte per il fatto che il soggetto ipocondriaco è preoccupato della propria condizione e spesso si aspetta considerazione e trattamento speciali.
La vita familiare può diventare disturbata poiché viene focalizzata intorno al benessere fisico del soggetto. Possono non esserci effetti sul funzionamento lavorativo dell'individuo, se questo riesce a limitare l'espressione delle preoccupazioni ipocondriache al di fuori dell'ambiente lavorativo. Più spesso la preoccupazione interferisce con le prestazioni e causa assenze dal lavoro. Nei casi più gravi, il soggetto ipocondriaco può divenire un completo invalido.
Malattie gravi, specialmente nell'infanzia, ed esperienze pregresse di malattia di un membro della famiglia sono facilmente associate con il manifestarsi della Ipocondria.
Si ritiene che certi fattori psico-sociali stressanti, in particolare la morte di qualche persona vicina, possano in alcuni casi precipitare l'Ipocondria.
Il disturbo risulta equamente distribuito tra maschi e femmine. E' sconosciuta la percentuale di diffusione del disturbo nella popolazione generale, ma nella pratica medica generale va dal 4 al 9%.
L'ipocondria può esordire a qualunque età, ma si pensa che l'età più comune di esordio sia la prima età adulta. Il decorso è solitamente cronico, con i sintomi che vanno e vengono, ma talora si verifica una completa remissione.
A causa della sua cronicità alcuni ritengono che il disturbo sia soprattutto espressione di tratti di carattere (cioè preoccupazioni di lunga durata riguardanti i problemi fisici e la focalizzazione sui sintomi somatici).
E' importante distinguere l'ipocondria dal disturbo ossessivo-compulsivo da contaminazione, che è caratterizzato non tanto dal timore di avere una malattia, ma dalla paura eccessiva e irrazionale di ammalarsi o di far ammalare qualcun altro tramite contagio e, in genere, da rituali di lavaggio e evitamenti volti a scongiurare tali paure
Ott
12
di nuovo sulla pericolosità sociale
di roberta
In questo mese, non ricordo quando perchè frastornata da impegni, è successo che a Genova un poliziotto sia stato ucciso da una persona sottoposta a T.S.O., credo, visto che le forze dell'ordine erano andate a domicilio a prelevarlo per portarlo in ospedale. La persona era conosciuta dai servizi di salute mentale. Il dott. Ferrannini all'alba del giorno seguente mi istruisce dalla radio (attraverso un'intervista che parte descrivendo da parte dell'intervistatrice la bontà di una mente sana in un corpo sano elencando le iniziative sportive organizzate per i malati mentali dai servizi di salute mentale genovesi) sulla necessità di un incontro tra tecnici e forze deputate all'ordine pubblico e 118 per organizzare una formazione specifica adatta a innocui T.S.O. (innocui nel senso di non pericolosi per gli esecutori, sembra di capire). Dopo qualche giorno leggo su un giornale che la interessante tavola di lavoro intrapresa prende in considerazione la necessità di fornire al 'corpo speciale' scelto, notizie riguardanti l'aggressività del malcapitato sottoposto a T.S.O. che lo possa classificare (stile Pronto Soccorso) codice bianco giallo rosso affinchè si affronti con giubbotti o guanti anti coltello o altri mezzi idonei e modalità adeguate.
Ora sono strabiliata che questo fatto tragico, tragico per l'assassino, per l'assassinato, trovi risposte del genere.
No, un dibattito sull'aggressività che possono suscitare o che suscitano, una riflessione sulla propria aggressività, sui pregiudizi, sul modo di farsi capire e capire , no, è inutile, così mi sembra di capire da Ferrannini, i servizi e i medici non devono interrogarsi o stimolare un dibattito al loro interno, magari anche con l'apporto di famigliari ed utenti, protagonisti di queste tragedie ben più freqyuentemente, no, non è urgente. Il malato è pericoloso, troviamo soluzioni.
Meglio affrontare il problema con soluzioni garantiste per una categoria riconosciuta sana, anzi più categorie, quella dei sanitari quella dei poliziotti, meglio attrezzarsi.
Si il malato può essere pericoloso e sopratutto oggi è confortato dal fatto che gli si impedirà di far del male ..sempre più lontana è la voglia di capirci in questa società, meglio aggredirci, reciprocamente , difenderci.
Vince chi è di più, la maggioranza, agli altri non rimane che la ribellione se continua questa demenza.
Volutamente non voglio aggiungere cose che sappiamo su T.S.O., sull'efficenza di servizi, di reparti, su assenze colpevoli.
Voglio solo ricordare che non possiamo tutti, dico tutti, tollerare che alla violenza si risponda solo con un codice ancora più violento e che ci si dimentichi che possiamo pensare, capire, parlare, comprendere, trovare strade comuni, nuove , che se aggressività e violenza sono nel nostro patrimonio genetico lo è altrettanto il bisogno di amore, di affetto di riparazione ed aiuto.
Set
16
In America spettacolo in onore della 180
di alice banfi
Un articolo interessante dal Messaggero, il tema "una legge rivoluzionaria, mai del tutto applicata"
New York, il Rockefeller Center si fa manicomio
per l'happening di Dario D'Ambrosi sulla legge 180
di Rita Sala
ROMA (14 settembre) - Al Rockefeller Center di New York, Dario D’Ambrosi ha gettato lo scompiglio fra i cultori dello shopping, della gastronomia e dell’intelletto che affollano il cuore chic della Grande Mela. Seminudo, ora balbettante ora furioso, ha imposto al pubblico la sua ultima performance: 180: D’Ambrosi torna in manicomio, un happening ispirato alla legge 180 di Franco Basaglia, il provvedimento che, trent’anni fa, condusse alla chiusura dei manicomi in Italia. L’artista è piombato sul Center come un malato di mente uscito dal manicomio e approdato casualmente al luogo dell’azione.
Per una volta, ha così sostituito il famoso palcoscenico del Cafè LaMama dove normalmente lavora con la sua compagnia. Ha scelto il caotico Rockefeller perché «crocevia di razze, storie e umori in frenetico via vai», alla ricerca di un rapporto diretto, a tratti violento, con i passanti. Pur essendo provvisto delle necessarie autorizzazioni, ha temuto fino all’ultimo l’intervento della polizia americana, che, al contrario, non lo ha né interrotto né fermato. E la sua provocazione è riuscita a far emergere, anche oltreoceano, i problemi reali di una legge “mai applicata”, o meglio, “mai pienamente realizzata”, e le difficoltà che hanno dovuto affrontare, dopo la 180, i malati di mente e soprattutto le loro famiglie, abbandonate a se stesse.
La legge Basaglia. La legge 180, del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia (dal suo promotore in ambito psichiatrico, Franco Basaglia) è un’importante legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente la legge confluì nella legge 833/78 del 23 dicembre 1978, che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale. La 180 fu una vera e propria rivoluzione culturale e medica, basata sulle nuove (e più "umane") concezioni psichiatriche promosse e sperimentate in Italia dallo stesso Basaglia. Di fatto solo dopo il 1994, con il Progetto Obiettivo e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la chiusura effettiva dei manicomi in Italia. In tre decenni la politica non ha mai veramente affrontato la malattia mentale e i gravi disagi sociali creati dall’applicazione di una sola parte della legge 180.
Chi è Dario D'mbrosi. In manicomio, al “Paolo Pini” di Milano, si fece ricoverare ancora ragazzo, quando decise di lasciare il calcio professionistico e dedicarsi al teatro. Voleva, Dario D'Ambrosi, vivere con i pazzi, sperimentare sulla propria pelle il loro dolore per riprodurlo ad uso dei presuntamente sani. Aveva ed ha il bisogno di segnalare che l’alienazione mentale è una tragedia di cui dobbiamo farci carico, per sollevare quelli che ne sono colpiti. In 25 anni di attività è riuscito ad imporre, con ispirazione netta e una forza intrinseca (di regista e d’attore) non certo comune, il suo difficile, torturante Teatro Patologico. Alla fine di marzo, a Roma, in piazza di Spagna, ha dato vita all’happening portato l’altra sera a New York. Intimidente nella sua stazza di ex atleta, mutandoni e maglia di lana, camice bianco con sopra scritto, in rosso, 180, la testa avvolta da una benda insanguinata e una gabbietta da uccelli, vuota, nella mano destra, Dario si cala come una valanga sui debosciati anno 2008. Li “aggredisce” con la sua fisicità prorompente, con lo schioccar di lingua e i versi ventriloqui dello schizofrenico in preda “alle vocine”. Li sensibilizza sul disagio del malato di mente che, liberato dal manicomio, non trova né vera casa, né vera vita presso parenti vessati dalla sua diversità e incapaci di gestirla.
Improvvisazione e dialoghi con il pubblico: «Sai cos'è la 180? Perché qualcuno ha deciso per me? Io non vado nelle case a decidere della vita delle famiglie... A chi non capita di stare male qualche volta? Il dottore mi ha detto che devo andare a casa perché sono guarito, ma io non mi sento molto bene. Scusa, le senti anche tu le vocine nella tua testa che ti dicono cosa devi o non devi fare?». I problemi della 180 «mai applicata totalmente» emergono in tutta la loro evidenza. La gente si turba, si sente “disturbata”. Bersaglio pieno: un atto di teatro urbano di rara efficacia.
Set
11
COME IL PAZIENTE BORDERLINE VIVE SE' E IL MONDO di Antonello Correale
di alice banfi
Quando ho letto le parole di Correale per la prima volta, mi sono scese le lacrime perchè mi sono trovata a leggere di un terapeuta e psichiatra che cerca di capirmi e ci riesce, mettendosi per primo in discussione, con intelligenza ed umiltà.
Alice Banfi.
Antonello Correale
Vorrei chiarire subito che taglio vorrei dare oggi a questo intervento: ho questa convinzione, molto radicata, che il grande problema con il paziente borderline sia di come starci insieme, cioè quale sia la relazione che si può instaurare con lui o con lei e come si possa convivere con i sentimenti che queste persone ci fanno provare.
Questo è, credo, l’aspetto più importante perché noi ci troviamo in un momento della psichiatria in cui siamo tutti a rischio di quella che vi proporrei di chiamare la deriva comportamentistica, ossia di porci sempre più il problema di che cosa fare piuttosto che di come farlo e di stare attenti, sempre più spesso, a ciò che i nostri pazienti fanno e non a quello che noi facciamo con loro. Anche nei resoconti clinici, nelle supervisioni, nei dibattiti e nelle discussioni, molto spesso si hanno delle relazioni dettagliatissime su quello che fa il nostro paziente e delle relazioni molto superficiali di quello che facciamo noi.
Allora io credo che sia questo il punto importante: è possibile trasformare il nostro modo di vedere questa persona o meglio ancora identificarsi con l’aspetto basale di questa persona che ci faccia capire come sta al mondo, come concepisce il mondo, come concepisce il rapporto con noi, meglio ancora come sente il rapporto con noi e con il mondo e poi muovere le critiche necessarie e ferme a certi aspetti distruttivi, aggressivi e violenti da una specie di condizione di base?
Io vi proporrei questa idea che esiste una condizione di base borderline e che questa condizione di base è assolutamente fondamentale che noi la riconosciamo dentro noi stessi e nel nostro paziente e che da quella poi facciamo derivare le nostre scelte operative. Come dire un’empatia non per i sentimenti che prova ma per il suo modo di stare al mondo.
Tra l’altro, in questo il concetto di empatia ci aiuta perché non è soltanto un condividere un sentimento ma un identificarsi nel modo in cui l’altro vive il suo esistere: come l’altro sta vivendo dentro il suo corpo, dentro la sua pancia, dentro i suoi gomiti, dentro le sue ginocchia, dentro i suoi desideri affettivi e sessuali, dentro la sua paura della morte e della vita.
Questa è una concezione fenomenologica dell’empatia che mi pare possiamo prendere appresso perché ci è molto utile con i pazienti borderline.
Credo che oramai sia diffusa, in tutto il mondo scientifico, l’idea che non si può parlare di borderline se non si parla di esperienze traumatiche ripetute, accadute nella prima parte della vita.
Su questo io non mi vorrei molto soffermare ma solo ricordare che le esperienze traumatiche ripetute sono quelle relazioni allarmanti, imprevedibili, in cui l’aspetto di continuità è continuamente messo a rischio da un aspetto di interruzione, di rottura e di lacerazione in cui una mancanza di affidabilità introduce un elemento di allerta, di attenzione vigilante sempre eccessiva e di profonda instabilità.
Vi vorrei proporre un elemento su cui sto riflettendo molto adesso, cioè che io ho visto che il paziente borderline vive la sensazione di aver subito una profonda ingiustizia nella sua vita e che sembra che ciò lo autorizzi a combattere distruttivamente il mondo e gli altri. Ma da che cosa deriva questa idea di una profonda ingiustizia che il nostro paziente avrebbe subito, per lo meno questa sensazione di avere subito questa profonda ingiustizia?
Io penso che questa profonda ingiustizia derivi dall’idea che il nostro paziente vive la percezione confusa che nel suo caso alcune leggi naturali siano state violate.
Quali sono queste leggi naturali? Capite che il concetto è molto ampio da discutere: per esempio, che le mamme possano essere molto contente di avere questi bambini o che i padri siano contenti di avere bambini e contenti di allevare insieme a una donna questi loro bambini… che esiste una differenza fra i sessi per cui l’uomo e la donna sono simili in tante cose ma diversi per tante altre cose e che queste diversità possono essere una ricchezza e non un danno… che esista una differenza fra le generazioni, per esempio che i grandi fanno l’amore tra di loro e non con i bambini e che i bambini hanno diritto a una sessualità specifica loro che non è quella degli adulti.
E allora è come se il nostro paziente borderline, quando ci racconta la sua vita nei momenti in cui non è troppo arrabbiato, troppo distruttivo, troppo violento, troppo disperato, troppo suicidario, ci dicesse: “Guardi dottore che cosa mi è successo e come può pretendere allora che io abbia fiducia nella vita, quando il mondo è questa tremenda schifezza che è!”.
Questo mi sembra un punto che noi dobbiamo in qualche modo recepire: lo possiamo contraddire, possiamo discuterne, possiamo rinnegarlo possiamo dire che non è vero, possiamo convincerlo che non è vero ma non possiamo ignorare che questo è il vissuto: “Il mondo così com’è non mi piace, non va bene, non è così che dovrebbe essere”. Perché ci hanno insegnato che i grandi amano i piccoli, che l’uomo e la donna fanno l’amore e che i bambini in questa situazione non c’entrano. “Nel caso mio non è successo così” ci dice il nostro paziente.
Io credo che queste violazioni di leggi naturali siano sentite come se una profonda esigenza di moralità fosse stata offesa, una moralità che riguarda il rispetto della dimensione umana delle persone, non tanto quella dei dieci comandamenti, piuttosto la moralità del credere che ogni essere umano abbia il diritto di capitare in un mondo che tenga conto che egli è un essere umano e che questa umanità non venga violata.
È chiaro che io sto parlando di un vissuto e che voi potete dire, ed è giustissimo, che non si tratta di criminalizzare questi genitori i quali, a loro volta, potrebbero aver subito la stessa cosa. E quindi qui rientrerebbe tutta la tematica molto importante delle trasmissioni intergenerazionali e transgenerazionali dei traumi. Ma io non vorrei soffermarmi su questo perché credo sia un tema già in larga parte cose conosciuto.
Io vorrei dire questa cosa: l’idea della violazione di una legge naturale ci aiuta molto a identificarci con l’aspetto tragico del borderline che, secondo me, non va dimenticato. Poi lo dirò meglio: non si tratta naturalmente di passargliele tutte buone, di essere troppo affettuosi o sempre permissivi con lui o con lei, non si tratta assolutamente di questo. Si tratta piuttosto di mostrare che c’è una specifica empatia per questa dimensione e sapere che non è opportuno proporsi con quell’ ottimismo con cui alcuni terapeuti si rivolgono ai propri pazienti; è invece il caso di dire: “Sì, è vero: quella che noi riteniamo una morale accettata, cioè queste grandi leggi generali della vita, forse nel suo caso non è stata rispettata, non per colpa di qualcuno ma per una serie di circostanze”.
Questo crea un alleanza che il medico, lo psicologo, l’infermiere, la persona che si occupa del paziente - scusate se lo dico in modo così roboante- sia che lo si chiami male o assenza di bene, distruttività, il sadismo, lasciamo stare non voglio addentrarmi in questo… ma questa idea che esiste qualcosa che noi chiameremo male che è la violenza, la rabbia e la distruttività, l’attacco, il disgusto, la protesta cieca, la voglia di vendicarmi, l’idea che l’amore è più debole della rabbia e dell’odio. Questo in qualche modo è necessario ammetterlo con il paziente.
Partire da ciò mi sembra un punto molto importante perché poi si vede che quando si riesce a testimoniare, nel rapporto col proprio paziente, che noi queste leggi naturali cerchiamo di valorizzarle e che accettiamo l’idea che il sesso abbia le sue regole, l’amore abbia le sue regole, che anche le lotte abbiano le loro regole e che ciò tutela una certa percezione dell’essere umano e che non è calato da un’autorità esterna qualunque, questo lentamente costituisce un’alternativa all’idea di violazioni radicali.
Questo era il primo punto che vi volevo proporre perché si tratta quasi di un approccio esistenziale più che psicologico o clinico, ma in qualche modo è forse il motivo per cui sono attratto da questa patologia. Mi pare infatti che il disturbo borderline sia, in larga parte, un disturbo proprio esistenziale, relativo a come si sta al mondo, a come si sente il mondo intorno a noi; come dire, ma si può avere fiducia nel mondo e negli altri? O ci può essere solo dipendenza, solo attaccamento ad un oggetto che so che mi tradisce ma a cui io non posso fare a meno di attaccarmi?
L’altro aspetto che mi sembrava importante è quello del trauma.
Io userò la parola trauma con una modalità molto ampia, forse non rigorosa ma efficace.
Il trauma è un evento o una serie di eventi o una relazione che, in base a questa violazione di una legge naturale, prevede che le cose vadano in un altro modo. La violazione ha operato un’effrazione, una distruzione, una lacerazione, uno sfondamento, di un limite protettivo di base di una persona. Questo evento ha scavalcato una certa linea, ha superato un confine e quindi all’interno di esso non ci sono più le regole normali dell’umanità ma ci sono le regole della rabbia, della sopravvivenza, dello scontro, della morte, dell’amore, della crudeltà, del sesso senza scopo.
Questa idea, che si sia aperta una linea, a me sembra molto importante nell’occuparci di traumi. Quando la persona traumatizzata vive l’esperienza che in lui o in lei sia aperta questa effrazione di un confine, vive ciò come una rottura nel senso del tempo. Non c’è più un tempo cronologico e non c’è più neanche il tempo stagionale del ritorno delle cose (ogni tanto ci si innamora, ogni tanto ci si trova) cioè c’è ma non basta. Non c’è neanche il tempo della memoria involontaria, del ricordo che affiora e che ci fa ritornare alla mente qualcosa che è avvenuto molti anni prima (come se fosse presente) cioè c’è ma non basta.
Io proporrei questa idea: il tempo nel borderline è un pezzo di eternità nella vita, cioè è un momento in cui una certa cosa si è distaccata da una localizzazione ed è diventata eterna, quella cosa sta là, starà sempre là e non si può più modificare. Come se fosse un tempo parallelo, un tempo non tempo, un tempo zero, a cui si ritorna continuamente quando si incontra una persona sgradevole o una separazione o una rottura o una frustrazione, qualunque cosa mette in discussione la continuità delle cose, reintroducendo l’elemento frustrante.
Tutti gli elementi frustranti non sono elementi frustranti e basta, ma sono elementi frustranti che riattivano quel tempo eterno che sta laggiù in fondo. “Vedi! Tu mi hai detto questa cosa che mi conferma che quella cosa che mi era successa tanti anni fa quando mio padre mi fece così, quella è la legge della vita. E tu, va beh, ora non mi stai violentando come fece mio padre quella volta ma mi stai trattando in un modo che mi conferma che gli uomini sono potenzialmente dei violentatori”.
Ecco questo mi sembra un aspetto che va capito, perché c’è una sorta di orrore in questo riproporsi continuamente di un tempo che non si muove mai. Ecco, ancora una volta, io lo sto dicendo con modalità un po’ esistenziali e fenomenologiche, anche se credo che ciò venga confermato da tanti dati delle neuroscienze che sono molto illustrative in questo senso.
C’è un articolo di Gabbard in cui si dice che noi siamo prigionieri delle nostre reti neurali ossia di alcune esperienze che si sono iscritte profondamente nella nostra mente e che ci costringono a sentire che la via della nostra vita è molto stretta, perché noi siamo condannati tendenzialmente ad avere delle forme di relazioni che sono sempre quelle: per esempio, nelle relazioni amorose, grosso modo, cambia l’oggetto ma la forma delle relazioni resta simile.
Per quanto riguarda la coazione a ripetere, la tendenza a cercare il trauma per padroneggiarlo, abbiamo un’ampia letteratura ed io, in questa sede, non vorrei riproporvi le spiegazioni di questo fenomeno. Mi preme invece l’idea che emerga da vari ambiti (psicoanalitico, neurofisiologico, fenomenologico e anche dall’odierna teoria dell’attaccamento e dal cognitivismo) che l’esperienza del trauma tende a creare un attrattore. Sia che noi vogliamo ritornare al trauma per conoscere meglio quell’attrattore, sia che vogliamo tornare al trauma per padroneggiarlo o perché ci identifichiamo con l’aggressore e ci illudiamo di ridimensionarlo a parti invertite - probabilmente sono veri tutti e tre i casi - comunque al trauma ci si ritorna e dal trauma siamo perseguitati.
Questo mi sembrava l’altro aspetto da sottolineare: da un lato, l’idea di violazione di una moralità primaria, originaria, dall’altro, l’idea che il trauma sia l’affermazione di una dimensione del senso di sé che comporta che non ci si possa distaccare troppo da quel trauma, da quel ricordo e che anzi tutte le esperienze che noi facciamo vengano sostanzialmente chiamate a confermare se quel trauma sia o meno la legge della vita.
Io mi rendo conto che sto insistendo sulla dimensione negativa del disturbo; credo però che sia importante cogliere questo aspetto tragico perché rende più facile andare con il paziente verso una direzione giusta. Se invece noi, con eccessivo ottimismo, ci buttiamo subito nell’incoraggiamento (come a dirgli: “Ma no, dai! Perché nella vita ci sono tante cose belle!”) possiamo suscitare diffidenza. Noi dobbiamo dire che nelle vita ci sono tante cose belle ma anche che ci sono queste altre cose e che, anzi, le cose sono tanto più belle in quanto ci sono le cose brutte. Ma su questo fermiamoci qui.
Questi due punti, il trauma come tempo eterno che tende ad una frattura ripetitiva e la violazione della legge naturale, comportano un altro aspetto che mi pare più specificatamente psicopatologico che è il tema, molto cruciale, dell’alterazione dello stato di coscienza: la dissociazione.
In psicoanalisi, noi siamo più abituati a meccanismi di scissione, identificazione proiettiva, negazione. Quello della dissociazione è un tema giustamente considerato complicato, sfuggente, che tende a coprire molte aree. Forse più che di dissociazione possiamo parlare di alterazione degli stati di coscienza o di stati di coscienza alterati.
Il trauma, e l’esperienza negativa che lo richiama, determina con facilità, nel nostro paziente, un’alterazione dello stato di coscienza: questa persona non vive la ferita, l’attacco, come una ferita e basta, ma la vede come una modifica della capacità di cogliere la complessità del quadro percettivo che gli è davanti, cioè come una restrizione del campo di coscienza. Quindi vi è l’idea di aver subito una spaventosa violazione, l’idea di ritornare a qualcosa che è sempre quello.
Si hanno allora le rabbie furiose senza scopo, le seduzioni senza scopo, le isterizzazioni massicce, l’immedesimarsi in figure posticce, le esagerate dipendenze da figure a cui ci si fida un po’ sì e un po’ no; si hanno degli acting (correre in macchina in modo cieco e pericoloso o ad aspettare sotto casa la persona amata alle tre di notte e fare una grande scenata in presenza di tutti) oppure si ha l’abuso delle sostanze, cioè un tentativo di annegare questa angoscia, questa dissociazione nell’alcool o in sostanze di altro tipo. Oppure può anche succedere l’opposto, cioè che una persona senta l’avvicinarsi al trauma, l’avvicinamento dell’esperienza negativa, l’avvicinamento alla situazione di rottura e frammentazione. Il nostro borderline prende allora delle sostanze: ad esempio, si ubriaca e si induce, attraverso l’alcool, a uno stato dissociativo. O lo stato dissociativo introduce l’abuso di sostanze, o l’abuso di sostanze introduce lo stato dissociativo. Comunque il passaggio è da una situazione di relativa padronanza della realtà e della percezione ad una situazione in cui c’è un restringimento e si vedono soltanto alcune percezioni, alcuni lati, alcuni momenti. Che si tratti di una dissociazione, di uno stato alterato di coscienza e non di una semplice scissione difensiva, lo dimostra il fatto che spesso la memoria di questi momenti è alterata e il nostro paziente non è sicuro di che cosa sia veramente successo in quel momento.
Qual è il modo in cui il nostro paziente affronta questa triade disperante (ho subito ingiustizia, ritorno sempre allo stesso punto del trauma, mi dissocio per fuggire ed evitare lo stesso)? E’ l’attaccarsi disperatamente a delle figure da cui egli si aspetta un aiuto, un sollevamento dalla situazione in cui si trova. Ma è anche a un attaccamento carico di una terribile sfiducia di fondo; è come una dipendenza aggressiva. Anche il Dottor Chiesa parlava di questi attaccamenti vischiosi.
Perché si dice invischiamento e non attaccamento? E’ soltanto un eccesso di attaccamento? E’ soltanto una dipendenza eccessiva? Io non credo che sia solo un eccesso; è piuttosto un eccesso che si accompagna anche a un “mi attacco a te quanto più sono convinto che tu non vada del tutto bene per me”. E’ come dire che il modo utilizzato dal paziente per gestire la sfiducia sia di incrementare la dipendenza. Non è l’allontanarsi oppure il “cerco di ingelosirti o vado con un’altra persona, oppure scappo di casa tre giorni in modo che quando torno ti trovo in lacrime disperata perché non c’ero più”. Quindi un uso molto forte della dipendenza con queste modalità.
L’altro modo è purtroppo, e qui si entra nella dimensione rabbiosa, l’identificazione con l’aggressore.
L’esperienza traumatica introduce due modalità, una più strutturata e una più immediata.
Quando io sono dentro una condizione traumatica grave, sono in una condizione di sottomissione: per esempio, sono un bambino e quindi, a parte strillare, gridare e scappare, non ho molti mezzi per oppormi a un adulto. La modalità con cui questo adulto mi si propone è quella di un’identificazione coercitiva. Cioè quando sono vittima di un esperienza traumatica, mi identifico immediatamente. In psicanalisi, si direbbe introietto direttamente, senza la mediazione della figura, come se facessi una mescolanza un po’ terrifica fra me e l’oggetto e quella cosa. Non c’è più quindi la mediazione per cui il processo identificativo passa attraverso un’imitazione, poi un certo distacco finché, alla fine, assume di quel oggetto certe caratteristiche e non altre.
Qui invece l’identificazione ha un carattere di obbligatorietà e non si capisce più chi è la vittima e chi è il persecutore.
L’altro meccanismo un po’ più strutturato è l’identificazione con l’aggressore: “mai più io cadrò nella condizione di vittima. Oramai ho capito che il mondo è così. Mi metto dall’altra parte, dalla parte di chi invece non si fa fregare, ma fa agli altri ciò che non vuole sia fatto a lui o a lei”.
Siamo di fronte, mi pare, a queste due modalità.
Ci avviciniamo quindi al tema cruciale: come stare con il nostro paziente. Siamo in presenza di dipendenze molto aggressive, molto invischianti, molto ambivalenti, che facilmente trapassano in una modalità di inversione dei ruoli, in cui il nostro paziente infligge a noi quello che teme che prima o poi noi influiremmo a lui.
Questa è senza dubbio la parte più estenuante e che suscita i controtrasfert più violenti, più drammatici e più repulsivi .
Soffermandoci un attimo, se noi ci accostiamo a una persona così, cos’è che veramente ci fa male?
Secondo me, non è neanche essere vittima di rabbia perché questo noi lo sappiamo: essere attaccati fa un po’ parte della nostra funzione di terapeuti; non ci dovremmo sgomentare. E’ vero che noi tutti siamo molto desiderosi di essere ringraziati e suscitare gratitudine nei nostri pazienti; però sappiamo che molte volte questa gratitudine si presenterà dopo tanti anni. Insomma, ci possiamo attrezzare a resistere alla rabbia nei nostri confronti, specialmente se abbiamo fatto dei tragitti anche personali di formazione, ecc.
Quello che io trovo non siamo attrezzati a reggere è un vissuto che mi viene da dire in inglese: fatigue. In italiano non è la stessa cosa di fatica, perché il termine fatigue indica logoramento, consunzione, affaticamento, svuotamento, ecco. Come se -io vi propongo questa idea, e sono curioso di sapere cosa ne pensate- quello che noi non sopportiamo è la ripetizione, è l’idea che di là c’è qualcosa che implacabilmente ritorna, perché questo ci fa sentire inutili, ci fa sentire che le cose che abbiamo detto fino a quel momento non sono servite, ci dà l’idea che lavoriamo di fronte a un mare sconfinato che non si svuoterà mai, e questo ci fa sentire svuotati.
Io credo che il vero rischio controtransferale con i pazienti borderline sia una specie di affaticamento: in psichiatria si direbbe una depressione atipica del terapeuta, cioè ci si affatica a stare con loro. Certe volte ci si arrabbia; certe volte ci si intenerisce. Forse è una mia esperienza però ve la propongo perché nelle riunione di équipe si parla molto di quest’aspetto. Il logoramento di sentire che questa tendenza ripetitiva, questa modalità di dipendenza e di aggressività, si ripropone con una costanza ostinata e tormentosa -e questo lo sentiamo spaventosamente sia noi che il paziente- ci fa sentire in trappola più che con gli psicotici. Poi, come si diceva prima, gli psicotici sembrano, in qualche modo, rispondere anche di più all’accudimento, alla protezione, all’avviamento a operazioni di rapporto con il mondo. C’è anche il fascino -scusate se lo dico- del mondo delirante che, in qualche modo, stimola la nostra immaginazione, la nostra fantasia e ci spinge ad approfondire certe tematiche, le allucinazioni, ecc. Sembra cioè che il paziente psicotico ci costringa ad occuparci di un mondo, anche quello tendenzialmente di lunga durata, ma che ha tutte una serie di dipendenze accertate, di sfondamenti di significato che possono essere affascinanti, di prodotti musicali, artistici, sportivi, che in qualche modo ci fanno sentire che scopriamo il mondo insieme a lui o insieme lei. Noi ridiamo al nostro paziente psicotico la possibilità di reinventarsi il suo mondo e, facendolo inventare a lui, ce lo reinventiamo anche noi. Quindi siamo, in qualche modo, anche noi debitori ai nostri pazienti psicotici. Ci costringono a sperimentare, attraverso il grande dolore che ci danno e che ci fanno vedere di provare, che in qualche misura noi possiamo riscoprire il mondo attraverso di loro. Questa è l’unica cosa buona della psicosi: ci dà questa apertura.
Con il borderline non è tanto così: il borderline ha anche dei momenti artistici, poetici, costruttivi e significativi ma sembra poi che riproducano sempre questa durezza del mondo, questa “rocciosità”, questa specie di impermeabilità delle cose. Sembra che questo dia un senso di grandissima fatica ma noi difficilmente riconosciamo di essere affaticati, in questo senso che dicevo prima, cioè esauriti e svuotati. La fatica viene allora gestita da noi secondo modalità che quasi sempre sono di tipo pedagogico: “Ti ho detto che devi fare così. Adesso si fa così se no ti mando in ospedale, se no ti denuncio, se no non ti vengo più a trovare”. In certi casi si hanno dei vantaggi ma con l’effetto negativo di creare dei ruoli molto rigidi del tipo: “Ti dico cosa devi fare e tu mi devi obbedire”.
L’altro rischio, altrettanto grave, è di accettare la dipendenza del paziente borderline in modo indiscriminato e di entrare nel gioco del fabbisogno e dire: “Questa persona è così triste e così solitaria, così infelice che io devo fare tutto quello che chiede”. In questo modo, io mi permetto di sentire che qualcuno si occupa di lui. Però, il semplice gratificare, così come il semplice frustrare non serve a molto: la gratificazione vuol dire entrare nel gioco della dipendenza aggressiva, la frustrazione vuol dire uscire dal gioco della dipendenza aggressiva ma in nessuno dei due casi il gioco della dipendenza aggressiva viene messo in discussione. Viene soltanto in qualche modo gestito attraverso un comportamento del terapeuta.
Io dico questo perché con i pazienti borderline del mio servizio noi siamo stritolati dalla dialettica gratificazione/frustrazione: c’è sempre un piccolo gruppo di operatori che dice:
“Quel paziente deve imparare a fare da sé” e un altro gruppo che dice: “Non ce la farà mai”.
La cosa interessante è che questi due gruppi di operatori tendono ad odiarsi tra di loro. Questa è una cosa bizzarra ma è così, cioè non viene percepita come una differenza di opinioni ma come un attacco reciproco. La dinamica è molto drammatica: evidentemente questa differenza di vedute attacca, in qualche modo, la posizione esistenziale degli operatori stessi e delle loro profonde opinioni.
Si può uscire da questa forbice stritolante di gratificazione/frustrazione che, messa così, non porta da nessuna parte? Da qui l’ultima parte del discorso.
Io penso ci siano alcune strade possibili.
Una prima strada possibile è di fondere insieme i due modelli che io sappia come più significativi in questo momento: il modello di Bateman e Fonagy della mentalizzazione e il modello di Kernberg basato sul transfert.
Il modello di Bateman insiste su quella che io prima chiamavo l’alterazione dello stato di coscienza. In sostanza egli sostiene che, se non si ripristina uno stato di coscienza relativamente stabile, è del tutto inutile fare discorsi interpretativi, perché l’interpretazione non arriva. Se, per esempio, la persona è talmente arrabbiata che il suo frigorifero è vuoto e non c’è neanche una bottiglia di latte dentro, forse bisogna prima rimettere una bottiglia di latte dentro quel frigorifero. Quando poi si è placata, allora è possibile dire: “Com’è che ti sei ridotto con il frigorifero senza la bottiglia di latte?” Però, nel momento in cui c’è la rabbia, il terrore, l’ostilità, c’è uno stato dissociativo. Dice Bateman che lo stato dissociativo non si gestisce con l’interpretazione: si gestisce con la stabilizzazione, la rassicurazione, l’accettazione della presenza, il consiglio, insomma con delle azioni che possono essere verbali (non è detto che debbano essere delle azioni operative) che ricostituiscono lo stato di coscienza. Bateman dice quindi che prima ristabilizziamo uno stato di coscienza e poi si possono introdurre delle interpretazioni.
Kernberg invece sembra che insista più su quello che prima chiamavo male: dice, in sostanza, che questi pazienti sono persone che, fin da piccoli, sono lacerati, per tanti motivi, da una rabbia distruttiva. Se io, in qualche modo, non li rendo consapevoli che il loro grandissimo problema è questa distruttività violenta, questa specie di rabbia vendicativa che sta dentro di loro, è del tutto inutile prenderli in mano.
Kernberg non si sofferma sulla dissociazione (forse perché non riconosce la tematica del trauma); crede più a una specie di rabbiosità originaria, primaria, delle persone e sostiene che compito fondamentale della terapia è far vedere questa distruttività radicale del nostro borderline. Il modo migliore per mostrarlo é all’interno dell’azione transferale col terapeuta in cui si vede come questa rabbia continuamente in forma di sé la relazione.
Ora, io direi, è possibile immaginare che questa forbice terrificante fra gratificazione e frustrazione si possa superare immaginando un modello distico: in qualche modo l’équipe dovrebbe porsi il problema di ristabilizzare delle condizioni mentali tali, che sia possibile fare col nostro paziente delle operazioni psicologiche. Cioè non è possibile parlare sempre di come funziona la sua mente: in certi momenti, bisogna riconsiderare la possibilità di rimetterlo su delle basi minime per cui possa interagire con noi con una sufficiente capacità di comprensione. Quando questa capacità di comprensione è ristabilita, è molto importare rimandare questo messaggio, ve lo dico in un modo suggestivo, “Io ti dirò sempre -quindi non ti lascerò da solo o da sola- ti dirò sempre che il tuo modo di fare di creerà il vuoto intorno, cioè quanto nel tuo modo di fare c’è un’operazione che mira anche a distanziare le persone, ma te lo dirò da vicino”. E’ come se noi dovessimo dare al paziente un doppio messaggio: “Tu sei insopportabile ma io non ti lascerò mai”. Questo è un primo messaggio che mi pare si possa dare. E’ chiaro che il “Tu sei insopportabile” va detto con una modalità particolare che adesso cercherò di descrivervi.
Questo punto riguarda un tema che a me sembra molto importante; non l’ho scoperto certo io perché è un tema dibattuto da molto tempo: a me piace chiamarla tenerezza. Tante volte abbiamo parlato di questa tenerezza: la tenerezza non è l’amore, non è l’affettività, non è la protettività. La tenerezza che cos’è ?
La tenerezza è una modalità del modo di parlare delle cose delle vita sottolineando gli aspetti di dettaglio e come queste cose ci possono contemporaneamente colpire il corpo e la mente, ci possono come carezzare, ci possono sfiorare, ci possono stare come elemento di rassicurante dolcezza e di atteggiamento di apertura verso un mondo che accanto al dolore e alla violenza riserva questi attimi di intimità rasserenante. Ecco, tenerezza vuol dire che una cosa è tenera, è morbida. Alla tenerezza si potrebbe aggiungere la morbidezza che potrebbe essere un modo di dare una certa sensualità a quello che si dice. Questa sensualità non deve essere però una sensualità eccitante: deve essere una sensualità che presentifica degli aspetti tattili, degli aspetti uditivi, degli aspetti di leggero sfioramento, di calma, di quiete. Non una quiete repressiva, ma la quiete appunto di chi riesce a parlare sottovoce, che non è assolutamente la calma impalpabile del terapeuta che, qualunque cosa faccia il suo paziente, non si muove mai, ma è tutto il contrario: è una specie di ferma ricerca di quei momenti, che naturalmente non possono essere fissi ma che, certe volte, si possono raggiungere e che, quando ciò accade, lasciano una traccia molto profonda. Ecco, per poter arrivare a questa tenerezza, a me sembra fondamentale che il nostro terapeuta sappia la cosa che dicevamo all’inizio, cioè abbia un atteggiamento di rispetto, di comprensione, di identificazione verso la dimensione tragica.
Si può allora dire tenerezza mettendola accanto a un altro termine, che è quello della nudità. Un altro modo di considerare un paziente borderline è una persona che ha una nudità: è nudo non ha vestiti. E la nudità ha un doppio versante: è inerme quanto eccitante, tutte e due. Noi siamo abituati a considerare la nudità sul versante eccitante e sappiamo che, senza dubbio, è molto forte.
Accanto al versante eccitante c’è un versante d’inermità: nudità vuol dire freddo, pudore, vergogna, vuol dire essere visti in parti del corpo che non vogliamo mostrare, vuol dire mostrare la fame, la sete, il dolore, la debolezza, il mal di pancia, la tosse, lo starnuto, il vissuto. Tutti questi aspetti mi sembra che abbiano a che fare con un atteggiamento di protezione verso le nudità. Allora (non lo riesco a dire se non che in modo metaforico) non resta che coprire queste nudità con delle parole che facciano ad esse da mantello in modo da riconoscerle e, allo stesso tempo, proteggerle.
Naturalmente questo va accanto a quella fermezza che é invece necessaria quando non c’è uno stato di coscienza di base ma uno stato di coscienza alterato: in quel momento ci vuole un consiglio, un contenimento attivo, certe volte ci vuole una certa repressione ma, in quei casi, abbiamo a che fare con stati di coscienza alterati e dobbiamo pensare che il nostro paziente sia parzialmente confuso o talmente catturato da un’emozione che non sia padrone delle proprie scelte. Lì bisogna allora tirare fuori un’energia, una fermezza molto forte.
Ricapitolando, vorrei provare una sintesi tra il modello di Bateman e Fonagy e quello di Kernberg.
Il primo punto è di tener conto di qual è il momento in cui si trova il nostro paziente, dove si trova esattamente, se è confuso o meno, se è, o non è, allagato da un’emozione accecante, se è disperato, violento, in grado di recepire un discorso su di lui o su di lei.
Il secondo punto è di riuscire a spiegare la dimensione distruttiva, vorace, certe volte anche vampiresca, dei suoi comportamenti collegandoli sempre con questa tonalità di tenerezza, tutte le volte che compare un aspetto di nudità che ci permette di tirarla fuori.
E l’altro aspetto è quello del linguaggio. Io concluderei con questa ultima annotazione: è molto bella quest’ultima scoperta di mirror neurons che ci spiega qualche cosa che anche i vecchi psicologi della forma e i vecchi fenomenologi sostenevano. Adesso però ne abbiamo una conferma scientifica: ogni cosa che diciamo non è soltanto una cosa che si dice su qualcosa, ma qualcosa che si fa a qualcuno. Cioè, in qualche modo, quando noi parliamo esibiamo un modo di essere. Non ci limitiamo a fare un discorso su qualcosa. Noi non invochiamo solo delle rappresentazioni, ma facciamo sì che il nostro paziente, il nostro interlocutore, la persona che sta con noi, sia in una certa misura sollecitata. E’ il suo cervello che lo fa: sono le parti imitanti del cervello che, in una certa misura, imitano/assumono/assimilano. I neuroscienziati parlano di simulazione incarnata. Noi dobbiamo allora essere più consapevoli, molto più consapevoli, di questo che noi siamo e dell’effetto che facciamo agli altri, in generale ma ai nostri pazienti, in particolare perché quello che noi diciamo viene recepito, in grandissima parte, per come lo diciamo, per le parole che usiamo e, in piccola parte, per il contenuto. Non sto dicendo però che il contenuto non conta.
Ma come si può parlare di un linguaggio globale, un linguaggio totale? A me piaceva chiamarlo il linguaggio poetico, però mi è stato fatto notare che poetico è un po’ troppo parziale perché la poesia può avere leggi, regole sue specifiche, che non sono quelle del linguaggio ordinario.
Direi che deve essere un linguaggio molto immaginativo, molto sensoriale, molto concreto, molto affettivo, poco astratto. Non deve usare termini gergali, non deve usare termini tecnici, deve dire con il linguaggio di tutti i giorni delle verità tecniche, scientifiche e filosofiche: in poche parole, bisogna trasferire il linguaggio filosofico, tecnico, scientifico in un linguaggio odierno.
Se noi riusciamo a fare ciò, il nostro paziente ci può essere molto grato perché lui sente che anche noi sappiamo di cosa si sta parlando, cioè che noi, anche se non siamo borderline (non del tutto, insomma, un pochino!) siamo comunque in grado di capire che cosa vuol dire stare in quella condizione e ciò non si ottiene dicendo: “Sì, capisco come Lei si sente” ma parlando in modo che lui ci guardi e senta: “Ah, beh! Questo sa di cosa io sto parlando”.
Ricapitolando, bisogna quindi fare una grande attenzione agli stati di coscienza e non sottovalutare mai l’importanza di fare anche interpretazioni sul negativo purché vengano sempre fatte quando il nostro paziente è in grado di recepirle e all’interno di un rapporto che sente solido e che non sia minacciato di rottura. E poi tener conto di questo aspetto di tenerezza cui abbiamo accennato parlando della opportunità di proteggere la nudità del paziente con un linguaggio sufficientemente sensualizzato.
Da tutto questo deriva una conclusione operativa con la quale finisco.
Io non voglio entrare nel merito se le comunità non siano adatte ai pazienti borderline quanto lo siano adatte ad altri.
Personalmente, mi sto orientando all’idea di non mandare il paziente borderline in comunità e di mandarlo il meno possibile nei reparti ospedalieri. Se lo si deve mandare, è meglio mandarlo solo per brevi periodi di assestamento. Credo insomma che sia molto importante che chi si occupa di questo paziente abbia una modalità di stare con lui che continuamente va revisionata, ridiscussa e riconsiderata con se stessi innanzitutto e poi con il resto dell’équipe perché è proprio con questo modo di essere che cambiano le cose.
Non è tanto l’adozione di un modello a stabilire come deve essere il nostro modo di essere. Il modello naturalmente è utile perché ci dice in che modo i curanti devono andare a mettere le mani.
Io non sono contrario ai modelli però penso che essi vadano “incarnati”, vadano irrobustiti e riscaldati, nel senso che il modello deve diventare un modo di stare con i nostri pazienti, altrimenti resta un’applicazione meccanica.
Deriva da questo che mi sembra molto importante che ci sia un referente di fondo, una persona che abbia con il nostro paziente un rapporto principale e che egli sia colui sul quale si scarica la parte più massiccia del rapporto transferale.
Io penso di avervi passato questa idea che il modo di essere con questi nostri pazienti è l’aspetto secondo me più importante di tutti e, diceva Marco Chiesa -lo voglio citare perché mi sembra molto importante- il fatto che gli psicanalisti si interessino sempre di più del paziente borderline è forse perché questa, tra le patologie gravi, è quella che sfida di più la psicanalisi e che più si può giovare di un approccio psicoanalitico, non della psicoanalisi, ma della mentalità psicoanalitica.
E’ come se noi dovessimo ringraziare i pazienti borderline che ridanno futuro alla psicoanalisi perché oltre che nei settori tradizionali, ad esempio le nevrosi, anche in ambito così impegnativo e così difficile, c’è uno spazio per gli anni a venire che mi sembra molto importante.
Set
08
Disturbo Borderline di Personalità: un'ipotesi integrativa
di butterfly
Il Disturbo Borderline di Personalità è oggetto di molta attenzione, e di molte controversie, nella nosografia psichiatrica e nella psicoterapia contemporanea (Paris, 1993). L’attenzione è dovuta alla grande frequenza con cui le sofferenze attribuite al disturbo si presentano alla osservazione del clinico. Le controversie sono dovute ai problemi diagnostici ed eziopatogenetici che lo studio del Disturbo Borderline di Personalità solleva.
Per porre la diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità secondo il DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994) devono essere presenti, simultaneamente, almeno cinque fra nove criteri diagnostici. I nove criteri, che riguardano gli stili di comportamento e gli atteggiamenti emotivi abituali del paziente, sono: (1) forte sentimento di instabilità e incertezza circa la propria identità, (2) paura cronica di essere abbandonati, (3) drammatica instabilità nelle relazioni affettive, (4) marcata reattività dell’umore (rapide oscillazioni del tono emotivo fra depressione, euforia, irritabilità e ansia) (5) frequenti esperienze di collera immotivata, (6) cronici sentimenti di vuoto interiore, (7) transitori ma ricorrenti sintomi dissociativi (depersonalizzazione, amnesie lacunari, stati oniroidi di coscienza) oppure di ideazione paranoide, (8) comportamenti auto-lesivi impulsivi e incontrollabili (abbuffate compulsive, promiscuità sessuale senza attenzione a rischi di infezioni o di gravidanze indesiderate, cleptomania, abusi di alcool e droghe, ferite auto-procurate), (9) minacce o tentativi ricorrenti di suicidio. La complessità delle valutazioni diagnostiche necessarie per identificare, più che sintomi psichiatrici ben definiti (come l’ansia, la depressione, le fobie, le condotte alimentari abnormi, le ossessioni e il delirio) stili di comportamento ed atteggiamenti emozionali – i quali inevitabilmente sfumano, nei diversi candidati alla diagnosi, dai limiti della normalità all’evidente patologia – contribuiscono ai dubbi sulla legittimità di elevare il Disturbo Borderline di Personalità al rango di categoria nosografica distinta e ben definita. In effetti, basandosi sui criteri del DSM-IV, è spesso impossibile discriminare con chiarezza il Disturbo Borderline di Personalità da altri disturbi di personalità, soprattutto dello spettro impulsivo (Paris, 1993, 1996). Altri motivi di dubbio sull’esistenza di una categoria nosografca ben distinta che sia possibile denominare Disturbo Borderline di Personalità vengono dallo studio dell’eziopatogenesi.
Lo sviluppo del Disturbo Borderline di Personalità è stato attribuito al concorrere di numerosi fattori di rischio. In particolare, il modello bio-psico-sociale (Paris, 1996) sostiene che fattori biologici (legati all’aspetto ereditario del temperamento o a specifiche disfunzioni neuropsicologiche), fattori psicologici (legati ad esperienze traumatiche o a stili abnormi di accudimento e comunicazione all’interno della famiglia) e fattori sociali (legati all’anomia, cioè alla disgregazione dei valori tradizionali, tipica delle società occidentali contemporanee) intervengono in varia combinazione nell’eziopatogenesi del Disturbo Borderline di Personalità. La complessità degli itinerari eziopatogenetici che, nel corso dello sviluppo, dovrebbero condurre al disturbo contribuisce a renderne sfumata la fisionomia – e tale fisionomia indefinita si riflette, d’altro canto, nella elevata frequenza di comorbilità fra Disturbo Borderline di Personalità e altri disturbi psichiatrici (Paris, 1993).
I sostenitori dell’esistenza di una particolare organizzazione di personalità – che, in situazioni di scompenso clinico, si manifesta con tutti o molti dei nove criteri diagnostici elencati dal DSM IV – hanno tentato di rispondere ai dubbi sulla legittimità della diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità attraverso l’identificazione di un singolo nucleo, ben definito, del disturbo stesso. Da questo singolo problema nucleare emergerebbero gli atteggiamenti e gli stili sregolati di condotta e di esperienza emozionale che compongono il quadro clinico del disturbo, il quale potrebbe dunque essere riconosciuto come una categoria nosografica distinta nonostante la multiformità dei criteri diagnostici proposti per identificarlo. Se esiste un tale problema centrale, potremmo inoltre studiare come i vari fattori di rischio convergano e concorrano a costituirlo e rafforzarlo nel corso dello sviluppo, fino a che esso diventi tanto imponente ed insolubile per il paziente da dare luogo ai vari segni e sintomi del Disturbo Borderline di Personalità: anche la multiforme eziopatogenesi potrebbe così essere ricondotta ad un itinerario ben definito di abnorme sviluppo
Sul problema nucleare del Disturbo Borderline di Personalità sono stati proposti diversi modelli teorici, tanto nell’ambito psicoanalitico quanto nell’ambito cognitivo-comportamentale. Il fatto che tali modelli appaiono (almeno a prima vista) in forte contrasto far loro parrebbe inficiare l’impresa di attribuire dignità nosografica distinta al Disturbo Borderline di Personalità attraverso l’identificazione del suo nucleo. In questo articolo, sosterrò che il contrasto fra i vari modelli del nucleo del Disturbo Borderline di Personalità potrebbe però essere più apparente che reale: in altre parole, è possibile intravedere un modello unitario ed integrato del nucleo del Disturbo Borderline di Personalità, il quale considera le varie descrizioni che psicoanalisti e cognitivisti hanno tentato di fornire di tale nucleo come aspetti diversi di un unico processo di sviluppo morboso. Va però subito detto che, se l’ipotesi avanzata in questo scritto si rivelasse corretta, essa contribuirebbe ad identificare un gruppo di processi psicopatologici di cui fanno parte, oltre al Disturbo Borderline di Personalità, anche altri sviluppi morbosi.
Set
05
Borderline: il dolore incompreso
di fernanda zanier
È passato un pò di tempo da quando ho iniziato ad elaborare le mie riflessioni sul dpb.
All’inizio i passi erano incerti, capire in che direzione andare, che desse un senso a questo percorso di conoscenza, utile a quanti ne soffrono e come dico spesso, a quanti li amano.
Non ho mai spiegato il titolo: il dolore incompreso.
Non è la somma delle innumerevoli croci comportamentali che il border deve portare. No, la sofferenza è altra, ed è lo stare continuamente in bilico tra delirio e lucidità.
È impazzire e rendersi conto di esserlo stato un attimo prima, senza poter fermare il fiume di rabbia e frustrazione che spesso lo sovrasta, che come una piena distrugge tutto nel suo percorso.
Basta un niente, un situazione frustrante e tutto ricomincia.
Nonostante il percorso terapeutico, nonostante i farmaci, gli sforzi, nonostante tutto.
Ed ogni volta egli si ritrova ai piedi della montagna e deve ricominciare a credere di potercela fare, di arrivare alla vetta, alla serenità di una vita priva di paure. Ad una vita nella quale lui possa credere in se stesso e bastarsi.
Lo psicotico ha un grande “vantaggio” rispetto al border, è sempre nel delirio. Non deve fare i conti con gli eventi distruttivi da lui provocati nelle relazioni. Lo psicotico ha il suo mondo e non lo condivide con nessuno.
Il border è costretto a tornare, e nel ritorno, dopo il tonfo per terra, si ritrova pieno di sensi di colpa, vergognoso a chiedere scusa. Ma scusa di cosa? Di avere sofferto come un cagnaccio senza tana?
Camminando avanti e indietro senza trovare pace al delirio? Di questo deve chiedere scusa, o di essere tornato alla realtà?
°°°A sentirsi un niente, perché dopo, rimane solo la consapevolezza di essere stati in un posto dove la rabbia trova motivo di essere: nel posto dei temibili ricordi, che richiedono di essere pacificati. Richiedono il perdono.
Ma la rabbia regna.
Questa è la vita del borderline. In bilico.
Se ci pensate bene il border chiede continuamente di essere perdonato. Insaziabilmente, come se dovesse espiare chissà cosa. Confonde il perdono con l’essere amato.
Amami perchè ho peccato..
….Ma quando riesce a trattenere la lama che vorrebbe calare, anche solo un poco, che grande vittoria. Che rivincita su se stesso. I passi divengono sicuri, le gambe ben salde.
La vetta, vicina.
Sulla sofferenza mentale non si parla mai abbastanza, libri su libri, il male oscuro di qua, di là , su, giù. Ma lo avete mai chiesto che cosa sia, o cosa sia stato ad un che lo ha provato?
A quello che meditava sul terrazzo.” Vado giù o resto ancora un po’?..”.
Ai finti sani del sabato sera che devono calarsi di tutto pur di non sentire quello che hanno dentro: il nulla.
C’è tanto disagio attorno a noi, senza essere dei borderline, una sofferenza pudica, che con classe si cela ad occhi indiscreti.
La persona con disturbi relazionali, beh lo dice il termine stesso: relazionali. Quindi si trattava di una relazione all’origine dei successivi disturbi. Chi ha deciso in quella relazione i ruoli, che si giocheranno nella vita adulta del border. Il border? No, non credo proprio.
Ma ogni borderline ha la sua storia ed in comune con la categoria credo abbia solo quella malefica predisposizione innata a regredire per rispondere agli stimoli dell’ambiente con risposte emotive, affettive, primitive, Dove l’oggetto è ancora scisso in buono o cattivo, eternamente.
Dove la cognizione ed il ragionamento che dovrebbe fondere le parti scisse è inesistente.
Credo davvero vi sia una predisposizione innata a quanto detto sopra, diversa per persona; tale predisposizione porterà alla probabile, o non, comparsa del dpb, compresa la gravità dei sintomi.
La questione si fa difficile , quando eventi ambientali favoriscono, perchè potrebbe anche non essere così prepotente e restarsene nascosto e quieto. In latenza.
Le relazioni, i traumi, le perdite affettive.
Sfortuna.
Tutto qua, alla fine sono solo una serie di fattori casuali sfortunati, la famiglia come prima cosa, od eventi traumatici, che facendo crollare l’autostima permettono l’emergere del disturbo. L’io si indebolisce e parte dell’autocontrollo perso. In questa condizione prevale uno stato costante di angoscia, accompagnato da ansia.
I ricordi si sommano e si fondono. I ricordi sono emozioni.
Una persona con-fusa di ricordi avversi e frustranti, non riuscirà più a cogliere uno stimolo neutro, se non come un nuovo e probabile evento frustrante.
Perché l’evento nel border, essendo elaborato principalmente a livello emozionale non potrà che essere rivestito da tracce menstiche emozionali passate.
Se la capacità logica avesse il suo spazio naturale d’azione le cose sarebbero diverse, ci sarebbe capacità di creare per se stessi un mondo diverso senza dovere andare nel delirio emozionale psicotico.
Invece in questa condizione, quando un oggetto relazionale incontra il mondo border, non vi sarà spazio altro che per la relazione simbiotica fusa con l’oggetto, divenendo automaticamente incapace d’ agire nella realtà per modificarla in modo da avere una vita soddisfacente.
L’oggetto diviene tutto il mondo del borderline, aria e cibo, ed a tale mondo egli deve conformarsi, continuamente, dato che le emozioni per loro natura sono fluttanti d’intensità. Salgono, scendono, determinando delirio o depressione.
Il borderline a differenza dello psicotico patisce, sta molto male per la paura di perdere a causa sua l'oggetto amato, lo spossa di energie vitali. Lo rende sempre più regredito, la scissione in buono-cattivo sempre più automatica. Il disturbo non è costante e con il tempo,e se non curato, si aggrava.
Un altro punto critico: la tendenza automatica /difensiva /alla regressione e poi via... nel delirio infernale.
dal blog
Set
04
Chiarimento di Peppe Dell'Acqua
di Maïté
Mi rendo conto che non è più possibile stare in silenzio ascoltando e rispettando le parole altrui anche quando assumono la dimensione della violenza e dell’annientamento dell’altro.
Quanto accade a Trieste è davanti agli occhi di tutti, del mondo intero.
Chiunque a Trieste può arrivare, entrare, uscire, attraversare, parlare, farsi una propria opinione.
Nel corso dell’ultimo anno siamo diventati oggetto di un’operazione di sciacallaggio violenta che non ha mai avuto uguali anche negli anni più difficili di questa nostra storia.
Tutti gli amici del Forum hanno capito. Leda Cossu ha analizzato con intelligenza quanto sta succedendo e gliene siamo grati. Tuttavia il riverbero che notizie false, artificiosamente gonfiate, orribili nei loro contenuti è incontrollabile e, di tanto in tanto, nuovi sciacalli si aggiungono al branco. Sappiate tutti che a trieste si lavora come sempre e meglio di sempre e il rapporto tra il DSM, gli operatori, le persone che usano i servizi, i familiari, gli amministratori, i cooperatori, le associazioni culturali e sportive, i cittadini resta sempre improntato alla trasparenza, al riconoscimento reciproco, alla critica, alla discussione anche serrata su tutte le questioni che nel nostro quotidiano dobbiamo affrontare.
Questa nota che chiedo venga ospitata dal Forum anche per rispondere a tantissimi amici e persone sconosciute che hanno richiesto e ritenuto necessario un nostro chiarimento
Peppe Dell’Acqua
dal Forum Salute Mentale
Per capire meglio di cosa parla il dottor Dell'acqua integro questo intervento con questo a firma di un'associazione di famigliari, sospsiche:
Umana comprensione a Comuzzi (uno di noi) e ad AIPSIMED
Ho smesso da molti anni di stupirmi di questo vigliacco sistema psichiatrico, legato per la verità a singole ma non sparute individualità che hanno voluto far proprio, per convinzione o per indubbio interesse, e poi imposto una metodica, pregna di anti-psichiatria. La conseguenza di ciò è stato lo schiudersi scriteriato e disinvolto delle porte dei manicomi, senza fornire l’adeguata garanzia della cura e dell’assistenza ai malati di mente. Un eccidio che si perpetua, che rimane impunito e che sembra non insegnare alcunché. Gli atti parlamentari mi rammentano che in una remota assemblea di medici, dove si faceva menzione di un lungo elenco di dimessi, morti in seguito per suicidio o per incidenti o per malattie trascurate, un giovane psichiatra, esclamò stizzito:” Il progresso vuole le sue vittime”. Per la minoranza in sala rappresentò ciò da subito il sigillo alla rozzezza pseudorivoluzionaria in atto.
Chi ebbe il coraggio civile di addossarsi le responsabilità, se non altro morali, del tragico rogo di San Gregorio Magno: 17 psichici morti bruciati tra le fiamme dei containers, in vetroresina e collocati, con le porte chiuse a chiave dall’esterno, nel mezzo della campagna? Erano stati lì trasferiti dal manicomio. Certo che si trattò di incidente, ma non del tutto imprevedibile. Perché piuttosto non si pensò di ricorrere alla logica, sensata ed economica ristrutturazione della vecchia struttura? Sarebbe stato troppo intelligente, per delle menti ricolme di stupida ideologia. Il dogma intimava altra soluzione. Le inchieste annunciate, caro Mario Comuzzi, si sono pian piano liquefatte con l’incedere del tempo, tra la colpevole indifferenza delle autorità locali e non solo, visto che i consensi vari al trasloco non potevano non avere avuto un avallo tecnico. E fu ulteriore tributo di sangue all’evocato progresso. Gli asceti triestini, testimonial evidenti dell’apparato generale, ora, secondo un dettato comportamentale in uso, almeno in certi ben individuati ambienti, a difesa della loro “onorabilità”, con il petto in fuori, altezzosi della potenza di difesa, probabilmente messa loro a disposizione, eccoli pronti a gettare addosso a Mario, padre sventurato, delle responsabilità, tutte da provare, in capo eventualmente solo a chi aveva in carico il figlio Giulio, suicida. Il fine ultimo: tacitarne l’atteggiamento critico verso la ASL, attraverso la diffusione di un video. Aggredire per intimorire, dunque sopravvivere. Una strategia che paga sempre. Un gioco perverso però che andrebbe smascherato. L’occasione Comuzzi è una opportunità che andrebbe colta al volo.
A concludere e in estrema sintesi ecco di seguito alcuni titoli di stampa per accadimenti rimasti senza adeguata risposta istituzionale, a proposito, ad esempio, della deospedalizzazione del Santa Maria della Pietà di Roma. Si tratta di indagine esperita dal Gruppo NAS dei Carabinieri negli anni 2000/2004.
Il Tempo 13/11/2002 “Mille malati di mente mancano all’appello. L’inquietante scenario venuto alla luce grazie all’inchiesta condotta dai NAS. Case-famiglia, altre trenta sono nel mirino. Per aggirare la legge veniva cambiata la diagnosi: da pazienti psichiatrici ad anziani. E viceversa”. – Il Tempo 23/01/2003“ Si allarga l’inchiesta dei NAS sulle residenze –lager che vede coinvolte altre trenta persone. Le case di cura fanno tremare i Castelli. Anziani e malati di mente sfruttati per ottenere soldi pubblici e dalle famiglie”. – Il Tempo 25/02/2003“ Tredici donne con problemi psichici salvate dai NAS. Erano abbandonate a loro stesse. La struttura è gestita da una onlus. Nelle stanze umidità e sporcizia”. – Il Tempo 23/01/2003“ Mani sporche sugli ex-manicomi di Roma. L’ipotesi è una associazione a delinquere. Ritrovati una cinquantina di pazienti abbandonati a loro stessi”. Premesso che non tutto è rapportabile con quanto evidenziato, ma ce n’è abbastanza, a mio avviso, per mettere sotto accusa l’intero sistema sanitario, giuridico e amministrativo. Così come sono stati parimenti colpevoli, in generale, i parenti assenti o del tutto arrendevoli a decisioni assurde. A Trieste, di simile italico marasma, non si sono mai accorti, inesistente. Vedrebbero invece con favore la possibilità di un risarcimento danni a carico del Comuzzi (uno di noi). Eroici. Sprezzanti. Inconcludenti.
segretariofisam@sospsiche.it
FISAM - Unione Nazionale Associazioni Italiane per la Salute Mentale o.n.l.u.s.
dal sito dell'aipsimed
Se volete approfondire la vicenda Comuzzi:
http://it.youtube.com/watch?v=MQwrCcZucKo&feature=related
Fatevi le vostre idee. Le nostre le abbiamo già espresse più di una volta, le ribadiamo, questa è democrazia, questa è la mia concezione della democrazia, una concezione molto diversa da quella del signor Comuzzi, con tutto il rispetto, da quella di Grillo, con tutto il rispetto, da quella di certe associazioni, con tutto il rispetto.
Nicola Pasa
Ago
23
Una protesta? No, una proposta mostruosa
di Maïté
Foto: Donibane Sanjuan
Una protesta? No, una proposta mostruosa!!!
Caro Beppe Grillo ho visto pubblicato nel tuo sito il video di Mario Comuzzi, papà di Giulio, morto suicida l’anno scorso.
Ascoltiamo bene questa voce del padre. Oltre il dolore c’è un’idea della salute mentale mostruosa, in sintonia con le lobby manicomialiste…. Il 70% dei servizi di salute mentale ancora contiene, i servizi sono prigioni con le porte chiuse a chiave... seppur con molte contraddizioni all’interno… spesso mobizzate. Rimane quel 30% assolutamente in minoranza, come Trieste, che evidentemente non ha ragioni da gridare, con odio. Le cose che funzionano… non hanno urla… quindi non si sentono. Non si sentono neppure le voci di sofferenti e famigliari all’interno della “maggioranza” dei Servizi che legano… (il 70%) e chiudono le porte sia ai sofferenti che ai famigliari…. e non si sentono le voci dall’interno di questi servizi dei molti curanti: infermieri e medici mobizzati perché NON SI ACCANISCONO SU QUESTI POVERI CORPI.
E … cercando Giulio Comuzzi, non posso non avere dolorosamente presenti i troppi Giulio resi oggetto delle cure dei famigliari “mamme ‘e core” e “padri giustizieri”. Io sono dalla parte di Giulio. E “spero che me la cavo” nonostante le urla di questo padre e spero in un futuro di non dover subire io e i miei cari quanto invoca questo padre.
Su quanto dice Mario Comuzzi manca il soggetto: Giulio. Mi sono guardata e riguardata tutti i video su You Tube… cercando Giulio.. e dalle stesse parole del padre emerge una verità... CHE IO HO GUARDATO E ASCOLTATO DALLA PARTE DI GIULIO E DEI TANTI GIULIO strappati con fatica dalla disistima di sé, dalle pratiche violente.
C’è il padre, manca la voce del figlio, che nonostante il padre non volesse, frequentava i servizi della sua città.
Trieste è purtroppo fra quel 30% che accoglie e non lega e… non fa l’elettroshock… anche quando i famigliari… come questo padre (basta ascoltare attentamente i video e leggere nei siti in cui è protagonista) vorrebbero . Questo padre se ne è fatta bandiera di queste pratiche, ne parla come se fossero salvifiche, chi ha sofferto sulla sua pelle il manicomio, la contenzione, queste “mostruose cure”… insomma, chi ne sa qualcosa da parte dei “sofferenti”, non può condividere quanto dice Mario Comuzzi… che per 8 anni (parole sue) FIN DALL’INIZIO DELLA SOFFERENZA DEL FIGLIO (parole sue) ha portato suo figlio di qua e di là dai manicomialisti che lui enfatizza come competenti.
Questo padre irride e denuncia la Psichiatria non violenta,
la Psichiatria Democratica (salvo poi dare ampiamente dei nazisti a questi stessi servizi) perché rifiuta il terribile elettroshock come invece lui proponeva. Dà dei nazisti a chi aborrisce queste pratiche davvero naziste. In questo modo dà ragione ai professoroni che lui cita, come il prof Cassano che vorrebbero… internare a vita…”solo per un anno… almeno per un anno… praticamente a vita” le persone, com’era prima del 1978, prima della legge 180. Fino al ’78 sapevi quando entravi in manicomio… ma non quando ne uscivi, allora non c’era l’ospedale. Non c’erano diritti, potevano farti il Trattamento Sanitario Obbligatorio quando volevano e SOPRATTUTTO TRATTENERTI… a tempo indefinito… nessuna legge 180 ad impedirlo. Ed ora… vorremmo tornare a farci bruciare le cervella per dare ragione a questo padre giustiziere… solo perché padre? E quindi tutti gli altri padri e madri e soprattutto utenti dei servizi dovrebbero subire le conseguenze di questa battaglia che per ora è “culturale” e poi ovviamente diventano leggi. Altrimenti perché invocare Berlusconi-Schifani-Fini come ha invocato Mario Comuzzi? Il ruolo dei Governi è fare le leggi e cambiare le leggi… come invocano contro
la 180. Leggi che abbondantemente stanno facendo e ci hanno già provato… finora senza riuscirci.. vediamo cosa risponde ora questo Governo a questa grandiosa battaglia culturale vestita dal dolore di un padre che non ha evidentemente accettato le decisioni del figlio… che invece continuava a recarsi ai servizi di Trieste.
Questi professori manicomialisti, questi che parlano di "vittime della 180" e non di "liberati dalla 180".. non sono innocenti, sono appunti quel 70% di professori che non si mette in gioco nella relazione con i sofferenti, che vuole tenersi il camice... quel camice che ai polli solleva un "ohh" quando arriva il professore… Per questo dopo tante sofferenze ho imparato a riconoscere le differenti pratiche di cura ed oggi faccio un bello sberleffo ai professori in camice e manicomialisti!!! E ho la ragione per dirlo… nel mio piccolo, ed è una grande sconfitta per una sorella morta a 41 anni grazie alle conseguenze delle vecchie pratiche manicomiali e ad un mio caro che invece è felicemente guarito di recente… proprio perché siamo dopo il ’78, con una Legge a tutela dei sofferenti.
Su internet e You Tube c'è un forte, negativo ed offensivo giudizio del padre sui servizi di Trieste subito dopo la prima visita. Non è mica una cosa da poco dare indicibili aggettivi tout court alle persone… da subito, che idea aveva ed ha questo padre della sofferenza? Quella degli altri… non solo la sua.
Si chiede questo padre come mai Giulio continuava ad andare ai servizi nonostante lui non volesse (lo dice sempre il padre in internet e su You Tube)? Dice che era manipolato… se invece si fosse fatto l’elettroshock sarebbe stato bravo?
Non identifichiamoci con quel 70% di cattive pratiche che non funzionano... non è il 100%. C’è anche un 30% che funziona e fra questo Trieste. Né questo argomento c’entra con i questionari e le molecole ai bambini, contro i quali anch’io ho fatto una battaglia con le mamme veneziane col Forum di Salute Mentale, proprio quel forum voluto dalla moglie di Basaglia 4 anni fa contro il ritorno delle varie Burani e Procaccini a favore dei manicomi.
Il giudizio negativo sui servizi di Trieste da parte di Mario Comuzzi è stato da subito, dall’apparire della prima sofferenza del figlio adolescente… evidentemente non è stato amore a prima vista…. e d’altronde… come si fa a distinguere gli utenti dai curanti.. se non hanno il camice?
Ed è qui il bello: SIAMO TUTTE PERSONE, anche se non abbiamo il camice. Ciò che ci distingue fra ESSERI UMANI in certi momenti è solo il grado di sofferenza interiore… che va accompagnata vero la guarigione o almeno l’equilibrio SENZA CHE NESSUNO SI SOSTIUISCA A NESSUNO!!!
Questo padre "porta" il figlio di quà e di là, dai cassaniani e &… (quelli che hanno subito la prima condanna per la morte di una bambina con i farmaci…) è un percorso “mooolto professionale” con cliniche e camici… quelli che osannano l’elettroshock… che tanto… se il cervello è un organo come il cuore ed anche al cuore si dà qualche scossetta per rianimarlo….si può fare anche l’elettroshock in tutte le ASL (sic).
Ma come si fa ad imporre ad un servizio questi metodi, un servizio che ha fatto il percorso contrario... significa che i famigliari dovrebbero imporre ai figli le pratiche violente?
E sui metodi della lotta? Queste grida DAVANTI AI Centri di Salute Mentale sono violente, PERPETUATE PER OLTRE UN ANNO SONO PERSECUTORIE nei confronti non solo degli operatori, ma dei sofferenti e famigliari… queste grida sono violente, ovunque siano. Ci sono sofferenti in questi luoghi… qualcuno di voi urlerebbe davanti ad un sofferente? Che razza di clima si crea? Come recuperare l’agitazione, la sofferenza? Nessuno se lo chiede? E' assolutamente normale "okkupare" e dare maliziosamente dei nazisti a persone che nelle loro singole storie personali hanno subìto l'occupazione, hanno salvato i sofferenti mentali prima dai nazisti e poi dalle pratiche naziste tanto osannate da Mario Comuzzi?
Il padre si arrabbia col figlio (sempre su You Tube) che è stato irretito.. non ricordo le parole ma insomma che è influenzato dai servizi.
Il padre ritiene il figlio "perso"? E' vero o non è vero che troppo spesso quando si ritengono i figli “persi pal caigo” come si dice a Venezia (persi nelle nebbie…) padri e madri arrivano ad affibbiare ai figli, anche se non sono consenzienti, l'amministratore di sostegno... l'invalidità... praticamente togliendo loro l'arbitrio, i diritti civili che in un giovane equivale a farlo morire… se non vuole?
E' vero o no che in qualche modo questo percorso potrebbe essere stato anche il percorso di Giulio visto che continuava a recarsi ai Servizi triestini? E’ che a volte, per fortuna, questi nostri figli NON VOGLIONO ESSERE STIGMATIZZATI. Che la vivono male questa cosa… mettetevi nei loro panni!!! Se (a mo’ di esempio) ti dicono che non vogliono e minacciano di suicidarsi se decidi CONTRO
LA LORO VOLONTA' .... quale responsabilità dei servizi?
I figli VANNO ASCOLTATI, proprio come dice la campagna internazionale Giù le Mani dai Bambini.
Giulio in tutto questo sproloquio su internet e You Tube... non c'è... c'è solo il padre. C'è l'immagine del figlio di com'era da ragazzino… l’album di famiglia (ma i figli crescono… sofferenti o meno), la nostalgia, la dolcezza e tutta la rabbia per quello che non è stato. Che avrebbe evidentemente DOVUTO essere, ma Giulio "forse" come tutte le persone ANCHE SE FIGLI, cercava la sua strada e questa strada conduceva per anni i suoi passi ai Servizi di Trieste.
Giulio era uno stupido? I figli non sono nostri, appartengono a se stessi, non sono nemmeno dei Servizi che continuano ad accoglierli anche se hanno padri come Comuzzi... ma non sono obbligati a farsi offendere, cosa che purtroppo è ancora in atto. Nessuno restituisce l'onore alle persone offese e calunniate che stanno dalla parte dei sofferenti, come l’ASL di Trieste... e lo si continua a fare… anche in questo sito. Chi ripaga il dolore delle persone consapevoli nel vedere tanta strumentalizzazione della sofferenza? Tanto egoismo. Non c’è solo la sofferenza di Mario Comuzzi. C’è anche quella che lui provoca in chi conosce sulla propria pelle e dei suoi cari cosa vuole dire “contenzione, manicomio, elettroshock, disistima di se..”
Leda Cossu
Lug
08
La terapia cognitivo-comportamentale
di butterfly
Ansia, depressione, rabbia, colpa, vergogna, sono emozioni che proviamo quotidianamente. Quando le emozioni sono troppo intense o durature rispetto alla situazione nella quale ci troviamo, possiamo considerare l'eventualità di avere un problema emotivo.
Per esempio, se una discussione con qualcuno ci fa star male per alcuni giorni, se piccoli difetti nelle cose che facciamo ci fanno sentire delle nullità, se compiere attività quotidiane, come fare la spesa o parlare con i colleghi di lavoro, genera un'ansia intollerabile, siamo probabilmente di fronte ad un disagio psicologico che può richiedere un intervento professionale.
La Psicologia, fin dagli albori, si è occupata dei problemi emotivi con risultati non sempre entusiasmanti. Soltanto in questi ultimi anni possiamo realmente affermare di possedere una serie di procedure rigorose e scientificamente valutabili (e valutate!) per il loro trattamento.
Un più efficace approccio alla gestione dei problemi emotivi coincide con la comparsa e la diffusione, nel mondo della psicologia, del modello cognitivo comportamentale negli anni Sessanta.
Tale modello postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (tra i quali quelli emotivi) siano influenzati da ciò che facciamo e ciò che pensiamo nel presente, qui ed ora.
Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale (PCC) sta quindi assumendo il ruolo di trattamento psicologico d’elezione per la stragrande maggioranza dei problemi emotivi e comportamentali.
Si tratta di una disciplina scientificamente fondata, la cui validità è suffragata da centinaia di studi, principalmente, ma non solo, per la diagnosi e la cura in tempi brevi di:
Depressione e disturbo bipolare;
Ansia, fobie, attacchi di panico e ipocondria;
Ossessioni e compulsioni;
Ansia o preoccupazione generalizzate;
Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, etc.);
Stress, disturbi psicosomatici e cefalee;
Disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, anorgasmia, etc.);
Abuso e dipendenza da sostanze (alcool, droghe, etc.);
Disturbi della personalità;
Insonnia;
Difficoltà a stabilire e mantenere relazioni sociali e comportamento impulsivo;
Problemi di coppia;
Difficoltà nella scuola o nel lavoro;
Bassa autostima.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci:
La psicoterapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida.
La psicoterapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.
Quando sono combinate nella PCC, queste due forme di trattamento diventano un potente strumento per risolvere in tempi brevi forti disagi psicologici.
(dal sito www.ipsico.org)
Lug
05
Psicologia e solitudine
di butterfly
Vuoi essere felice? Coltiva le relazioni con gli altri!
Avere delle relazioni gratificanti con gli altri è uno dei segreti per avere una vita felice e piena di soddisfazioni.
Molte ricerche condotte nell'ambito della psicologi sociale, hanno evidenziato che chi ha una vita affettiva e relazionale soddisfacente, non solo è molto più felice, ma, ha anche un salute migliore e vive più a lungo.
E chi, invece, ha con gli altri dei rapporti solo superficiali?
La solitudine , quando non è una scelta volontaria, incide molto negativamente sul nostro benessere psicologico più di quanto possiamo immaginare
La sensazione di non essere importanti per nessuno è la causa di molte depressioni e persino di molti suicidi. Eppure, triste a dirsi, la solitudine è una condizione che si sta diffondendo sempre di più, complici i ritmi frenetici della vita moderna che non agevolano i contatti umani.
Timidezza, scarse abilità sociali , diffidenza verso gli altri , sono ulteriori fattori che possono contribuire a peggiorare la solitudine. La solitudine, però, può essere sconfitta, facendo lo sforzo deliberato di uscire dal proprio guscio e di aprirsi agli altri.
Alcuni consigli pratici per superare la solitudine
Non è possibile in un unico articolo trattare un problema complesso come quello della solitudine in un modo esaustivo. Anche perché ciascuno è solo in un modo diverso : c'è la solitudine del timido che non osa avvicinarsi agli altri, c'è la solitudine della persona sempre in viaggio per motivi di lavoro, e c'è chi invece si sente solo in mezzo ad una folla, ecc..
In questo paragrafo, tuttavia, daremo alcuni consigli per sconfiggere la solitudine adatti ai diversi tipi di solitudine.
Fai uno sforzo consapevole per fare nuove amicizie.
Finiti i tempi della scuola, diventa più difficile farsi dei nuovi amici. Le ragioni sono tante: si ha meno tempo, si è impegnati con il lavoro e con la famiglia, ciascuno ha la sua vita e c'è minor disponibilità a conoscere gente nuova. Anche con i vecchi amici potrebbe non esserci il feeling di un tempo : molte cose cambiano dall'adolescenza all'età adulta e i tuoi amici di sempre potrebbero aver preso una direzione nella vita completamente diversa dalla tua.
Proprio per questo se vuoi delle nuove amicizie, devi dedicare alla tua vita sociale, tempo ed energia, cercando di creare delle occasioni di incontro. Comincia a frequentare un posto dove puoi socializzare: una palestra, un associazione di volontariato, un corso di ballo, o di teatro ecc. Vai a concerti, al cineforum, fai dei viaggi di gruppo, ecc.., l'importante è che cerchi di interagire con le persone che incontri.
Fai la prima mossa.
Sarà più facile fare amicizia, se prenderai l'iniziativa nel contatto sociale. Fare il primo passo, però , può essere difficilissimo per un timido. Per ridurre l'ansia, può essere utile ripetere a se stessi che anche gli altri , anche quelli che sembrano brillanti e "vincenti", hanno i loro timori e le loro insicurezze e magari, si sentono soli proprio te.
Se sei timido, puoi avere il timore che le altre persone notino in te soprattutto i tuoi difetti: ma non è così, gli altri, se non sono gravemente frustrati, non sono lì per giudicarti negativamente, ma per cercare di star bene e divertirsi. Se sei timido, ti potrà capitare di sentirti a disagio o addirittura di arrossire, quando parli con qualcuno che conosci poco: non farne un dramma. I timidi sono caratterizzati da eccessiva consapevolezza di sé, ma più ti focalizzai sulle tue sensazioni di imbarazzo, più l' imbarazzo aumenta, mentre se non ci dai più di tanto peso, il disagio scemerà gradualmente.
Liberati dal timore di dover essere brillante ad ogni costo.
Nei primi contatti con un potenziale amico, quello che conta non è tanto apparire interessanti , quanto mostrarsi interessati all'altro.L'interesse sincero per l'altro è la chiave di un'amicizia ben riuscita. A questo proposito, vorrei citare un detto di Dale Carnegale che trovo profondamente vero: "Puoi trovare più amici in due mesi, interessandoti agli altri, che in due anni cercando di fare in modo che la gente si interessi a te"
Sviluppa l'amicizia con gradualità.
Alcune persone sole rovinano una potenziale amicizia, avanzando delle premature richieste d'intimità. Sono quelle persone che tengono al telefono per ore una persona che conoscono poco, oppure una volta ottenuto il numero di telefono, cominciano a chiamare tutti i giorni a qualsiasi orario.
Lo stesso discorso vale per l'aspetto affettivo della relazione : è meglio evitare all'inizio confidenze troppo personali (es: "la settimana scorsa ho preso seriamente in considerazione l'idea di suicidarmi") .Questo genere di confidenze fatte ad conoscente, possono solo spaventare e/o imbarazzare.
Sìi te stesso.
Molte persone con una brillante vita sociale devono combattere contro la sensazione di "sentirsi soli anche in mezzo ad una folla". Se anche tu, conosci un sacco di gente ma continui a sentirti solo, è perché instauri con gli altri dei rapporti solo superficiali. Con chi ti circonda non sei te stesso, reciti una parte, cercando di essere quello che gli altri si aspettano che tu sia.
Quindi ti fingi più forte, più brillante, più sicuro di te di quanto tu non sia realmente, ma in questo modo non puoi sperimentare una vera intimità. Da qui nasce la penosa sensazione di solitudine, l'impressione che nessuno possa capirti ed esserti vicino. Smettere di fingere di essere la persona che gli altri si aspettino che tu sia ,e farsi vedere per quello che sei, è il mezzo migliore per trasformare dei conoscenti in amici.
Non essere troppo critico verso gli altri.
Alcune persone respingono gli altri, adottando inconsapevolmente un atteggiamento troppo rigido e critico. Tendono ad aspettarsi troppo nelle relazioni con gli altri e ad avere una concezione idealizzata dell'amicizia : di conseguenza, vengono facilmente delusi. Quando l' altro, come spesso succede, non soddisfa le loro aspettative, perdono la fiducia e preferiscono rompere l' amicizia.
A volte le persone con questo tipo di problematica, tendono a misurare quanto danno e quanto ricevono in cambio. Se per esempio, l'amico non ricambia, a breve, un invito, o una telefonata, si sentono ingannati e non apprezzati. Se ti sei riconosciuto in questo ritratto, devi imparare ad essere più tollerante e non pretendere dagli altri più di quanto non ti possano dare: dopotutto non esiste l'amico perfetto.
Sviluppa i tuoi interessi.
Se ti mancano gli argomenti di conversazione, devi ampliare i tuoi interessi. Il modo più semplice è quello di tenerti informato: puoi leggere il giornale, andare a vedere qualche film appena uscito o dedicarti alla lettura di quel nuovo best seller di cui parlano tutti, oppure puoi trovarti un hobby.
Sconsigliato ai cinici: una ricetta in pillole contro la solitudine.
La qualità delle nostre relazioni con gli altri dipende molto dal nostro atteggiamento psicologico: siamo chiusi e ci aspettiamo sempre qualche delusione? Siamo aperti e sinceri?
A questo proposito, vorrei riportare un brano, tratto dal libro:" Vincere la timidezza" .Questo brano tratta un intervista fatta ad una attrice famosa che è riuscita a superare la sua timidezza ed avere una vita sociale gratificante..
"Dico sempre alle mie figlie che è importante sapere che gli altri hanno i tuoi stessi problemi. Non bisogna essere così egocentrici da credere che il mondo giri intorno a quello che la gente pensa del tuo aspetto ,delle tue sensazioni e del tuo comportamento. Gli altri non stanno sempre lì a giudicarti e a valutarti negativamente. Pensano a se stessi ,e sei tu che devi uscire fuori dal tuo guscio e andare verso gli altri , perché quando entriamo in contatto con un'altra persona allo stesso tempo ci mettiamo in contatto con noi stessi : aiutiamo noi stessi. Sono fermamente convinta che siamo un tutto unico. Lo siamo veramente e più sorridi e ti protendi verso gli altri , tanto più riceverai in cambio: si raccoglie quello che si è seminato.
Sì, lo so, è un clichè ma è un clichè proprio perché è profondamente vero. E allora coraggio, vai avanti e stabilisci un contatto con le altre persone. Se, per esempio, a scuola vedi un bambino un po' timido, o che non si trova bene con gli altri bambini e sembra un pochino triste, ecco l'occasione di protendersi verso gli altri. Nel momento in cui lo farai, scoprirai qualcosa di stupendo.
Sì le persone sono meravigliose e tutto quello di cui hanno bisogno è un po' di TAA.: tenerezza, amore e attenzione: è il miglior antidoto contro la solitudine.!
Dottoressa Anna Zanon
Apr
07
Superstite suicida
di Maïté
SUPERSTITE SUICIDA
La mia vita non è una tragedia.
La mia vita non è una telenovela per il vostro piacere.
Io sono una persona.
Sono Jean.
Merito di essere trattato con rispetto.
Questa mattina al lavoro, ho sentito un professionista che parlava ad alcuni miei colleghi d’ufficio (i quali non avevano certamente bisogno di professionismo per questo tipo d’informazione), di un “utente” il quale era riuscito nel suo tentativo di suicidio.
La descrizione era completa in tutti i suoi cruenti dettagli (intendo proprio alla lettera). Il tono, nel raccontare la disgrazia, era simile a quello di un racconto di una congiura in un particolare episodio di telenovela.
La mia prima reazione fu rabbia. Come osano parlare di “utenti” in quel modo? Non c’è nessun rispetto per la riservatezza? Non si rendono conto che stanno parlando di una persona reale, in carne ed ossa? Deve essere stato un dolore atroce quello provato, per portarlo a commettere un simile atto. Non c’è un po’ di empatia da parte di qualcuno per una simile esperienza?
Tuttavia, persino a me pareva una così immane astrazione. Talvolta tutti noi siamo portati a pensare al suicidio, non è forse vero?
Dunque:
Dunque mi affiorò alla mente... Otto anni prima, anch’io premendo il grilletto ho tentato il suicidio in maniera molto analoga. La sola differenza con questo povero sconosciuto, è che io sono sopravissuto.
Otto anni fa non avevo casa, lavoro, famiglia, amici né denaro. Mi sono sentito di non aver più nessuno scopo per cui vivere:
Otto anni dopo, ho una casa, un lavoro, amici e denaro. Ho una vita di gran lunga migliore di quanto mai mi fossi immaginato di potermi rifare all’epoca.
Il poveretto non ebbe la mia opportunità. Non arrivò mai a vedere come le cose possono realmente cambiare.
E mi resi quindi conto:
potrei essere io argomento di racconto dei miei colleghi in questo momento.
Jean J. Esplin – da New York City Voices
Apr
03
Centri Diurni come trincee
di Maïté
Diritti
Salute mentale: Roma, centri diurni come trincee
Indagine del Cnr per il Comune di Roma: nonostante sia alto il gradimento di utenti e familiari, i centri diurni romani appaiono come strutture arroccate, dove la socializzazione e l'autonomia sono solo verso l'interno o verso l'inserimento lavorativo
ROMA - "Grandi esperienze e bellissime energie che sono in parte in una situazione di stallo, come una trincea che per lungo tempo ha resistito." Con queste parole Cristiano Castelfranchi descrive la situazione dei centri diurni per la salute mentale del comune di Roma a partire da quanto emerso dal progetto di valutazione realizzato dal Cnr, in collaborazione con il V dipartimento delle Politiche sociali "La possibilità è di rimettere in movimento queste energie per dare nuovo slancio ideale, ma anche pratico e di protagonismo sociale a queste realtà. Per farlo bisogna cambiare il rapporto tra i centri diurni e il resto della rete, bisogna che gli operatori, i familiari e i pazienti si rendano conto della situazione, del circolo vizioso che hanno creato tra di loro: un tacito accordo a non creare conflitti, a non creare crisi, a non rimettere in discussione i presupposti."?
E' solo superando questi limiti, che si traducono spesso in ostacoli operativi, che secondo i ricercatori dell'istituto di Scienze e tecnologie della cognizione si può lanciare la funzione sociale, la mission dei centri diurni di salute mentale romani. Servizi che hanno grandi potenzialit nel reinserimento e nella cura delle persone con problemi psichici ma che troppo spesso vivono nell'isolamento sociale, fuori dalla normalità quotidiana e paralizzati in una situazione ciclica di stasi. La carenza dei mezzi che si accompagna con una mancanza di chiarezza nel rapporto tra questi centri e gli altri sistemi sanitari, come ad esempio il csm, portano ad una autovalutazione negativa del servizio, e a frustrazioni latenti che si ripercuotono sulle prestazioni offerte. La convinzione che il centro in termini terapeutici sia meno importante di altri istituti di cura fa si che si tenda ad abbassare il tiro negli obiettivi e nelle finalità delle proprie azioni. Questo determina situazioni di autoreferenzialità. I centri diventano castelli arroccati, staccati dal contesto sociale e territoriale in cui operano, nonché dal resto della rete sanitaria. Il problema della socializzazione e del diritto di cittadinanza, che è un punto cruciale per la riabilitazione dei pazienti, si traduce quasi sempre nel tentativo di reinserire le persone nel mondo del lavoro oppure nel creare forme di autonomia e partecipazione proiettate esclusivamente all'interno.
Questi limiti strutturali sembrano, però in contraddizione con i livelli di soddisfazione da parte degli utenti e dei familiari che considerano i centri diurni uno spazio irrinunciabile e fondamentale. Antonietta Lo Scalzo operatrice presso la cooperativa "Aelle il punto"racconta l'importanza della ricerca che ha dato voce alle esperienze di chi lavora da anni in questi centri, ma anche agli utenti e i loro familiari, per capire e comprendere meglio alcune dinamiche di questi servizi. Per questo il progetto del Cnr basato su una valutazione partecipata dei centri, considera un obiettivo importante che i risultati di tale ricerca diventino strumenti operativi per rilanciare e migliore il servizio di queste strutture. (Eleonora Camilli)
Feb
09
Disturbo schizoaffettivo
di agnese
IL DISTURBO SCHIZOAFFETTIVO
Il disturbo schizoaffettivo, è una delle malattie mentali più comuni, croniche, e disabilitanti. Come indica il nome, è caratterizzato da una combinazione di sintomi della schizofrenia e da componenti dei disturbi affettivi (o dell’umore).In passato vi sono state controversie circa la collocazione diagnostica del disturbo schizoaffettivo: se sia da correlare alla schizofrenia o ai disturbi dell’umore. Attualmente la maggioranza dei medici e dei ricercatori concordano nel ritenere che sia prima di tutto una forma di schizofrenia. Benché la sua incidenza non sia chiara, può variare da due a cinque su mille persone (cioè 0,2% -0,5% - dati statistici USA).Il disturbo schizoaffettivo può essere presente in un quarto o addirittura un terzo delle persone con schizofrenia.La diagnosi di disturbo schizoaffettivo, prevede la presenza di sintomi propri della schizofrenia (come delirio, allucinazioni, linguaggio disorganizzato, comportamento disturbato) a cui si associano anche periodi caratterizzati da sintomi di depressione maggiore o episodi maniacali (guardare la sezione sui Disturbi dell’Umore per una dettagliata descrizione dei sintomi della depressione maggiore e degli episodi maniacali). Di conseguenza, ci possono essere due sottotipi di disturbo schizoaffettivo:· Sottotipo depressivo, caratterizzato solo da episodi di depressione maggiore · Sottotipo bipolare, caratterizzato da episodi maniacali, ed episodi depressivi. La distinzione del disturbo schizoaffettivo dalla schizofrenia e dal disturbo dell’umore può essere difficile. I sintomi del disturbo dell’umore nel disturbo schizoaffettivo durano più a lungo rispetto a quelli della schizofrenia. Il disturbo schizoaffettivo può essere distinto da un disturbo dell’umore dal fatto che i deliri o le allucinazioni devono presentarsi nelle persone con disturbo schizoaffettivo per almeno due settimane in assenza di evidenti sintomi che riguardano l’umore. Una diagnosi di schizofrenia o di disturbo dell’umore può anche modificarsi in seguito in diagnosi di disturbo schizoaffettivo, o viceversa.Il più efficace trattamento per il disturbo schizoaffettivo è una combinazione di trattamento farmacologico e interventi psico-sociali. I farmaci utilizzati comprendonogli antipsicotici associati ad antidepressivi e/o a stabilizzatori dell’umore.I più recenti antipsicotici atipici come clozapina, risperidone, olanzapina, quetiapina, ziprasidone, e aripiprazolo (quest’ultimo non ancora in commercio in Italia) sono più sicuri rispetto agli antipsicotici tradizionali come aloperidolo e flufenazina per ciò che riguarda il rischio di sviluppare il morbo di parkinson e la dischinesia tardiva. I farmaci di più recente introduzione possono anche avere effetti migliori sui sintomi riguardanti l’umore. Tuttavia, questi farmaci hanno qualche effetto collaterale, specialmente se assunti in un dosaggio alto. Tra gli effetti collaterali si può includere eccessiva sonnolenza, aumento di peso, e a volte il diabete. Farmaci antipsicotici differenti hanno anche differenti effetti collaterali. Se la persona che soffre di disturbo schizoaffettivo non risponde bene al primo farmaco antipsicotico o sviluppa effetti collaterali indesiderati, si può avere un risultato migliore passando ad un altro farmaco . Lo stesso principio si applica all’uso degli antidepressivi e degli stabilizzatori dell’umore (per informazioni dettagliate guardare la sezione sui disturbi dell’umore).Per quel che riguarda l’approccio psicosociale, sono disponibili molte meno informazioni suldisturbo schizoaffettivo rispetto a quelle sulla schizofrenia o sulla depressione. Comunque, l’evidenza disponibile suggerisce che la terapia cognitivo-comportamentale, una breve psicoterapia, e riabilitazione delle capacità sociali è probabile che abbiano effetti benefici.La maggior parte delle persone con disturbo schizoaffettivo, richiede un lungo periodo di terapia con una combinazione di farmaci e interventi psicosociali per evitare ricadute, e mantenere un livello soddisfacente delle funzioni e qualità della propria vita.
Tratto da “ Progetto Itaca “
Ott
26
Anoressia maschile
di butterfly
Ma cosa succede negli uomini? Da tempo si sa che questo tipo di malattia interessa anche i maschi. Già nel 1689 Richard Morton descrisse alcuni casi di anoressia nervosa; due secoli dopo, diversi autori osservarono che questo disturbo può presentarsi anche nel sesso forte. Tuttavia, tale consapevolezza si sta affermando solo negli ultimi anni.
La diagnosi di anoressia nervosa nei maschi è ancora problematica: i medici, spesso, non si aspettano di trovarsi di fronte un uomo anoressico e associano i sintomi del paziente ad altre patologie. Inoltre, i criteri diagnostici dell’anoressia sono stati finora incentrati sulla donna; basti pensare che uno dei più importanti sintomi della malattia è considerata l’alterazione del ciclo mestruale. Molti casi di anoressia maschile, quindi, non sono riconosciuti come tali; l’incidenza di questa malattia, pertanto, è ancora molto sottostimata. Tuttavia solo negli Stati Uniti si calcola che, su 9 milioni di persone che soffrono di disturbi alimentari, circa 1 milione siano di sesso maschile.
Più specificamente, il 5-10 % dei pazienti che soffrono di Anoressia Nervosa sarebbero maschi, come pure maschi sarebbero il 10-15% dei pazienti affetti da Bulimia Nervosa.
I casi maschili sono spesso sottovalutati e/o diagnosticati in ritardo . Questo anche perché un maschio che a tavola si abbuffa è accettato socialmente (a differenza di quanto accade per le femmine) e quindi all'inizio non si considera il suo un possibile problema.
Tutto questo fa si che in media quando un maschio che soffre di disturbi alimentari arriva in terapia siano trascorsi circa 7 anni dall'esordio del problema, mentre per le donne il tempo medio di latenza è soltanto di circa 4 anni.
Nonostante ciò i disturbi alimentari nei maschi sono una realtà epidemiologica in aumento.
Pare che l'età di esordio dei disturbi alimentari maschili sia da collocarsi intorno all'adolescenza nel momento in cui gli individui si pongono di fronte al problema di come strutturare la propria identità di adulti.
L’immagine del corpo è un importante predittore dei DCA nei maschi. Wertheim et al trovarono che il desiderio di essere magri è un importante predittore dei comportamenti di perdita del peso ancor più delle variabili psicologiche e di quelle familiari sia negli uomini che nelle donne adolescenti.
Kearney-Cooke trovarono che la maggior parte degli uomini con DCA riferiscono reazione negative nei confronti dei loro coetanei. Essi sostengono di avere avuto meno possibilità di entrare nella squadra sportiva e riferiscono di essere stati spesso presi in giro per il loro corpo nel periodo in cui essi provavano vergogna della loro fisicità.
Ginnasti, atleti, body builders, ballerini, nuotatori sono alcuni delle professioni più vulnerabili ai DCA, poiché il loro lavoro necessita di forti restrizioni.
Yates confrontò un gruppo di maratoneti con un gruppo di maschi anoressici e trovò similitudini socioculturali e caratteristiche di personalità simili. I maratoneti mostravano una bizzarra preoccupazione per il cibo e anche quando essi raggiungevano una massa corporea del 95% con solo 5% di grasso nel corpo, continuavano ad essere insoddisfatti.
E’ importante tuttavia considerare che il dimagrimento funzionale di certi atleti è differente dai soggetti che soffrono di DCA poiché non vi è presenza di psicopatologia.
Un altro importante fattore da considerare, è l’influenza dei mass-media sull’immagine del corpo, che viene continuamente trasmessa a uomini e donne di tutte le età.
L’immagine mediatica del maschio ideale non è incentrata sulla magrezza come succede nelle donne; ma punta soprattutto sulla forma fisica e ai muscoli a tutti i costi. Non sorprende, quindi, che la principale causa di perdita di peso nei maschi anoressici sia l’eccesso di esercizio fisico.
Nemeroff, e al. suggerisce che gli uomini possono ricevere dai media messaggi che riguardano la dieta e gli ideali di mascolinità e informazioni riguardanti la chirurgia plastica. DiDomenico e Andersen trovarono che i giornali indirizzati principalmente alle donne includevano articoli e avvertimenti su come aiutare a perdere peso ( per es. diete, conteggio delle calorie) mentre quelli indirizzati agli uomini davano molto minor spazio ai problemi delle diete mentre davano maggior spazio a consigli sulle tecniche di allenamento e di sviluppo della massa muscolare ( per es. fitness, body building e tonificazione dei muscoli)
L’eziologia dell’anoressia maschile è poco chiara ma Crisp and Burns ipotizzarono che essa sia correlata a problemi nell’identità di genere in una personalità premorbosa per cui il maschio desidera essere più grande e più forte rispetto alle donne che preferiscono essere minute.
Herzog trovò che i pazienti anoressici maschi sperimentano isolamento sessuale, inattività sessuale e conflitti omosessuali. Egli ipotizza che le pressioni culturali e l’omosessualità maschile possono essere fattori di rischio per sviluppare DCA.
L’omosessualità sembra essere fattore determinante: quasi il 50% dei soggetti anoressici dichiara, infatti, di essere incerto circa la propria identità sessuale.
È inquietante notare che molti di questi pazienti affermano di sentirsi meglio una volta che il digiuno prolungato li ha debilitati a tal punto da annullarne le pulsioni sessuali: la malattia, quindi, diventa un modo per risolvere dolorosi conflitti interiori legati alla sessualità.
Gli uomini anoressici mostrano un considerevole grado di ansietà che riguardano le attività sessuali.
Fichter and Daser confrontarono maschi e femmine che soffrivano di anoressia e trovarono che i maschi mostravano più ansia sessuale delle femmine. Gli autori notarono che l’80% dei maschi nel loro studio erano cresciuti in famiglie che consideravano il sesso come un tabù.
Gli uomini con DCA sono profondamente differenti dalle donne con DCA in termini di esperienze sessuali in uno studio condotto da Herzog et al . Negli uomini con DCA era significativamente meno probabili relazioni sessuali morbose rispetto alle donne.
I maschi bulimici, tuttavia, appaiono più attivi sessualmente dei maschi anoressici.
Quando un maschio contrae una Anoressia o una Bulimia, i fattori predisponenti e scatenanti di tipo familiare e psicologico sono simili a quelli dei disturbi alimentari femminili.
Anche in questo caso sono presenti sentimenti di bassa autostima, scarsa consapevolezza agli stimoli corporei, ansia di accettazione sociale, disturbi dell'umore, incapacità ad affrontare le emozioni ed i problemi personali, problematiche nei rapporti familiari.
Molti anoressici presentano tratti ossessivi e di perfezionismo e Vandereycken and Van den Broucke notarono un’alta incidenza di tratti schizoidi ( 30%) ossessivi ( 29%), passivi/dipendenti (15%) e antisociali (18%). Un confronto con le donne anoressiche mostra un’alta percentuale di immaturità ( 30% contro 4%) tratti isterici/istrionici ( 25% contro 4%) e tratti antisociali ( 18% contro 1%) ma un uguale numero di tratti schizoidi ( 28%)
Il tipico uomo anoressico è un soggetto depresso, ipersensibile, con forti sensi di colpa e scarsa autostima. L’ambiente familiare nel quale egli cresce ha un ruolo centrale nello sviluppo della malattia. Un padre poco presente e una madre dominante e iperprotettiva sono quasi una costante nella vita degli anoressici. La figura paterna, in particolare, è spesso caratterizzata da atteggiamenti culturali di mascolinità molto stereotipata (per esempio l’eccessiva indulgenza sul consumo di alcolici).
Kearney-Cooke trovarono che gli uomini con DCA tendono ad essere introversi e chiusi sia con la madre che con il padre. Questi autori conclusero che “nella loro cultura valori quali l’aggressione fisica, la competizione, l’essere atletici e l’indipendenza sono considerati desiderabili nei ragazzi, mentre la dipendenza, la passività, l’inibizione dell’aggressione fisica, l’essere minuti sono più appropriate per le ragazze. I ragazzi che successivamente svilupperanno i DCA non risultano essere conformi alle aspettative per la mascolinità, essi sono più dipendenti, passivi, e non atletici, tratti che possono portare a sentimenti di isolamento e disprezzo per il corpo.”
Hall analizzando la storia familiare di un gruppo di 9 pazienti anoressici, notò che questa attenzione spasmodica verso il corpo era causata dall’essere stati sovrappeso o obesi, ed essere stati per questo derisi( 2 su 9) identificarsi con un membro della famiglia magro ( 2 su 9) avere curato l’acne attraverso una dieta ferrea ( 2 su 9) e avere paura di morire di cancro ( 1 su 9)
Le persone a rischio possono condurre anche una esistenza normale, senza sviluppare disturbi. Ma, in presenza di un evento scatenante, possono sviluppare un Disturbo del Comportamento Alimentare. I fattori che scatenano i DCA rientrano spesso nelle normali crisi del ciclo di vita che ogni individuo deve affrontare, ma che, per le persone a rischio, possono essere affrontate solo con grande difficoltà e sovente con lo sviluppo di sintomi.
Tra i fattori scatenanti troviamo: fallimenti relazionali, cambiamenti del ruolo sociale e lavorativo, perdite affettive, malattie personali o di un familiare, etc.
Il trattamento dell’anoressia maschile, così come in quella femminile, deve procedere per obiettivi intermedi, in relazione alla fase sintomatologica e al grado di insight.
Ziesat and Ferguson utilizzano un approccio multidisciplinare che include la terapia cognitiva e la psicoterapia dinamica. Un'altra forma di psicoterapia che ha dato ottimi risultati con questi tipi di pazienti è stata quella familiare.
Per quanto riguarda la prognosi può essere negativa per: comportamenti violenti durante l’infanzia, assenza nell’adolescenza di fantasie e comportamento sessuale, lunga durata della malattia e forte perdita di perso durante la malattia.
Set
06
Le Fobie
di butterfly
Si parla in generale di fobie quando si ha un timore sproporzionato rispetto alle circostanze e in assenza di un reale pericolo. Il soggetto ne è consapevole e tuttavia non riesce a reagire, quasi fosse paralizzato.
Sebbene la paura non sia di per sé un’emozione negativa, può divenirlo quando si estremizza, trasformandosi in fobia.
La paura è una vero e proprio meccanismo di difesa. Fin da piccoli ci preserva da situazioni potenzialmente pericolose, ponendoci in uno stato di allerta e spingendoci ad affrontarle con le cautela. Inoltre, la paura può essere utilizzata come spinta all’azione, come tensione positiva verso il risultato.
La paura di fallire, ad esempio, può spingerci ad impegnarci per portare a termine nel migliore dei modi un incarico assegnatoci.
Ma quando la paura si estremizza fino a trasformarsi in fobia paralizza, limita e a volte annulla, privandoci della capacità di prendere decisioni e mettendoci in balia della sorte, degli eventi e soprattutto delle decisioni altrui.
La fobia conduce all’autosabotaggio: si evita una determinata circostanza, un amore, un viaggio, una discussione, per evitare di provare l’emozione ad essa collegata.
Evitare le situazioni scatenanti limita certamente il verificarsi delle crisi d’ansia e spesso le annulla, ma è una soluzione peggiore del male, poiché come risultato ci costringiamo a vivere con mille limitazioni, come se fossimo in gabbia.
L’atteggiamento tipico del fobico è la fuga, non solo dalle circostanze, ma anche dalle emozioni. Egli rinuncia quindi a vivere una vita ricca di esperienze ed emozioni, siano esse negative o positive.
Il modo più semplice per superare questa forma estrema di paura è affrontarla. Nel momento in cui lo facciamo, la priviamo del potere che noi stessi le abbiamo conferito.
Il primo passo per affrontare la fobia consiste nell’accettarla e riconoscere che essa è soltanto uno stato mentale, una creazione della nostra mente.
Quindi si tratta allora di capire se la situazione che suscita quell’emozione è veramente così drammatica e spaventosa come sembra o se è stata ingigantita dalla nostra immaginazione. La paura annebbia la nostra razionalità e cercare di riflettere con un pò di saggezza aiuta a riprendere il controllo e a spingerci ulteriormente ad agire.
Ago
30
dimenticavo
di andreatux
dimenticavo,la mia mail è:
andreasmack@katamail.com
vi aspetto a presto
andrea
Ago
30
sono triste e stò male
di andreatux
io sono andrea e ho 23 anni,scrivo dalla toscana. sono molto triste perchè non ho una ragazza e soffro di solitudine.
tutta questa sofferenza mi fà odiare la vita e vorrei non esistere più.
da sempre cerco amici ma ho trovato soltanto persone false,che mi giravano le spalle.
vorrei essere aiutato,se potete scrivermi,mi piacerebbe fare amicizia.
a presto grazie
andrea
Ago
30
Senso e Confine(4Parte)
di butterfly
Differenza tra senso e confine:
Spesso le persone che soffrono di gravi problemi psichici sono coloro che queste battaglie non sono riuscite a farle, quelle persone che dai loro familiari e anche dal mondo sono viste come "brave persone", quiete, che non danno alcun problema, che hanno sempre marciato all'interno delle regole imposte senza lamentarsi. Queste sono le persone a più alto rischio per quanto riguarda la salute mentale: l'esercito delle forze conservative reprime da lungo tempo i movimenti interni, tanto da averli quasi definitivamente soppressi. Si tratta di un'azione contro natura, contro la crescita, patologico. Quando, dunque, le persone che stanno male si rivolgono ad un professionista perché le aiuti ad uscire dalla gabbia nella quale si trovano, cercano sì una figura stabile che sia in grado di contenere i tumulti che sta vivendo al suo interno, ma non cerca una gabbia "sostitutiva" all'interno della quale accoccolarsi per il resto dei propri giorni. Cerca un contenitore, questo è vero, soprattutto se il contenitore materno non è stato così sicuro e "buono" da permettere uno sviluppo senza problemi; ma il contenitore deve, ora sì, garantirgli la possibilità di portare avanti i propri processi di crescita individuale, dunque di riuscire, prima o poi, a fare a meno del contenitore stesso. Questa, più o meno, dovrebbe essere la funzione di un terapeuta, non quella di fornire un aiuto fittizio, momentaneo ed anche controproducente disegnandogli intorno dei confini e aiutandolo a riconoscercisi. E' come fornire al bambino che muove i primi passi un girello permanente legato intorno alle sue gambe, per timore che possa farsi male cadendo o inciampando. A lungo andare il bambino non farà più affidamento sulle sue gambe, ma sul girello che le sostiene, che a quel punto sarà diventato tanto indispensabile quanto controproducente. Quel bambino stava cercando qualcosa, cercava di camminare da solo, ma il senso della sua ricerca in questo modo viene annullato e completamente stravolto: ora può "andare" grazie ad un solido sostegno, nei luoghi raggiungibili da lui e dal sostegno (non molti per la verità), certamente rischiando meno di farsi male e dunque di far stare in tensione la mamma. ..Ma il senso della sua ricerca non era raggiungere un luogo bensì raggiungere una capacità propria, legata all'autonomia, allo sviluppo individuale e dunque alla propria crescita. Allo stesso modo la persona che soffre e ha paura, non cerca propriamente di raggiungere un luogo che possa garantirgli la sicurezza di cui sente di aver bisogno, ma vuole realizzare la capacità di procedere con le proprie gambe verso qualsiasi luogo gli venga suggerito dal proprio desiderio. Il senso della propria esistenza è legato al procedere, all'evoluzione, al percorso, più che al raggiungimento di una meta e alla stasi; per questo motivo è importante che ogni persona che vive all'interno di sé un conflitto o un disagio cerchi di comprendere in quale direzione lo spinga questo disagio, che significato abbia, quale potenziale di crescita contenga, piuttosto che cercare soltanto di dare un nome al disturbo.
Dr.ssa Eliasabetta Corberi
Psicologo Clinico - Psicoterapeuta
Ago
30
Senso e Confine(3Parte)
di butterfly
Ogni persona che soffre di un disagio psicologico sta cercando qualcosa, si sta cercando; e quando il disagio diventa troppo forte da sostenere, allora si cerca spasmodicamente qualcuno che ci possa evitare questo confronto evidentemente doloroso, qualcuno che ci dica cosa è giusto e cos'è sbagliato, come dobbiamo comportarci, quali sono i nostri sentimenti e qual è la realtà che stiamo vivendo; cerchiamo qualcuno che decida per noi, che ci dica chi siamo, in altre parole. Si tratta di un desiderio forte, tanto che è proprio in questo momento di estrema confusione che spesso le persone fanno richiesta di una terapia: hanno bisogno di essere aiutate e desiderano essere prese per mano e guidate, come fossero tornati bambini. Ma, come ho detto sopra, si tratta di un desiderio "di copertura", poiché il bisogno profondo non è quello di essere confinati da una recinzione, bensì quello di cercare un senso dentro se stessi, di trovare o ri-trovare la propria realtà e di stabilire cosa sia giusto o sbagliato PER NOI STESSI .... perché quello che è bene o male per gli altri in realtà, il più delle volte, lo si sa fin troppo bene, tanto che per aderire a questo modello "esterno", finiamo col soffocare quello che giunge dall'interno e a volte anche riusciamo a non sentirne più nemmeno i richiami, almeno per un po'. Il desiderio profondo, in realtà, ha a che fare con un tentativo di espansione e di ri-centramento della persona, di allargamento di confini, non di chiusura; il processo di crescita (o di individuazione, come lo ha definito Jung) procede in questo senso, verso l'ampliamento e l'integrazione, piuttosto che verso la riduzione e l'esclusione, almeno da una certa età in poi. Si tratta di una ricerca di senso, di dare un senso alla propria esistenza, piuttosto che di ricerca di definizioni preconfezionate su noi stessi o sulla vita. Si tratta anche di un momento di confronto con le proprie responsabilità e con quegli aspetti di se stessi che non vogliono crescere, e che desiderano ritornare ad un momento della vita, quando si era piccoli, durante il quale si viveva protetti da confini solidi e rassicuranti (mamma e papà) che vivevano e pensavano per noi. Sì, perché quando si è piccoli si ha bisogno di confini stretti, di calde barriere protettive, che ci aiutino a trovare il nostro modo di essere attraverso il confronto, e fungano da specchi che ci rimandano un'immagine di noi stessi. Per formarsi un'immagine di sé il bambino ha bisogno di sentirsi ben stretto all'interno di un contenitore, che man mano però si allarga e comprende sempre più ampie fette di mondo. All'inizio è un utero, dunque un morbido contenitore all'interno del corpo protettivo di mamma, e in questa fase della vita del bambino praticamente non esiste una separazione tra lui e il mondo: il bambino e la madre sono la stessa cosa. Poi, piano piano, il bambino impara a differenziarsi, stabilendo una prima separazione tra se e mondo (la madre) e dunque continuando a confrontare i propri vissuti interni con le risposte esterne, costruendo in questo modo un'immagine di se e un senso di identità necessari per vivere. Finche, più o meno durante la famigerata adolescenza, quando cioè ci si confronta con nuove e pressanti domande sulla propria identità, così come sul senso della vita, allora spesso ci si accorge di non accontentarsi più dei confini entro i quali si è vissuto fino ad ora, si ha bisogno di capire quanto siano di mamma e papà (nonni, zii, amici, persone, società...) e quanto siano realmente PROPRI, cercando di prestare attenzione quindi alla propria voce più profonda e ai sentimenti più intimi. Per questo motivo spesso l'adolescenza è caratterizzata da aggressività, ribellione, provocazione e opposizione: ci si scaglia contro i confini della propria infanzia in un certo senso, un po' per sondare quanto siano robusti, un po' per vedere quanto siano elastici, comunque li si mettono in discussione. Come dire che per trovare i propri confini c'è bisogno di abbattere quelli preesistenti, a prescindere dal fatto che poi i nuovi confini siano così diversi da quelli precedenti: a volte sono del tutto simili, ma se sono stati stabiliti da noi stessi, attraverso un confronto o una battaglia, allora solo in quel momento li sentiamo veramente nostri. Così si cresce, ed il confronto con noi stessi cresce con noi, e i nostri confini dovrebbero fare altrettanto. ...Certamente, a volte si tratta di battaglie particolarmente dolorose, ma vitali.
Ago
30
Senso e confini(2Parte)
di butterfly
Ecco perché da parte del terapeuta dare una definizione al paziente su base sintomatologia significa colludere con quella parte della persona che tenta di ostacolare il processo di crescita, fornire ancora armi alle "forze conservatrici" offrendo loro su di un piatto d'argento l'alibi ai propri comportamenti repressivi ed improduttivi: "...sono depresso, I 'ha detto anche il dottore, ecco, mi pareva ... e nessuno voleva credermi! Ora lo posso gridare al mondo, SONO DEPRESSO, sono MALATO, non so bene come me la sono presa questa malattia, dicono che non sia contagiosa, non si tratta di un virus ... sarà tipo il cancro ... ad un certo punto ti viene, chissà perché, dicono ci sia una componente genetica ... ora che ci penso forse anche mio nonno era depresso, magari non lo sapeva, ma secondo me lo era ... Da un certo punto di vista ora che lo so mi sento meglio, almeno so cos' ho e so che non dipende da me... Speriamo che prima o poi mi passi, ... i farmaci dicono che dovrebbero migliorare la situazione."
Scambiando la parte per il tutto il terapeuta confina la globalità della persona all'interno di una gabbia che proprio nel momento di squilibrio risulta essere assolutamente funzionale alla cronicizzazione della malattia, ovvero al tentativo "malato" di trovare un appiglio immediato che permetta di non dover più cercare, di poter finalmente rinunciare, limitando sempre più il perimetro dei propri confini (più i confini sono stretti, più è possibile tenerli sotto controllo …questo è assai funzionale se si vive in un mondo dove ci si aspetta da un momento all'altro un attacco da parte dei "nemici"). La persona ora può uscire dalla confusione attraverso il saldo aggancio della definizione pars pro toto, sentendosi non più tanto una persona con problemi per esempio depressivi, ma un depresso tout court, escludendo tutto ciò che di se stesso non rientra all'interno della cornice fornita dalla definizione. E così invece di chiedersi quali siano le parti che rifiuta di se stesso e che pure premono dall'interno per emergere, finisce col credere che quelle parti non gli appartengano affatto, perché non vengono riconosciute come interne ai propri confini, ma poste all'esterno; così facendo questi stessi aspetti rifiutati si trasformano in NEMICI ESTERNI dai quali bisogna difendersi. Invece di "includere", portare a coscienza cioè, "escludiamo" da noi stessi tutto ciò che crea conflitto e procura sofferenza e paura, finendo con l'attribuire tutto questo al mondo esterno che, conseguentemente, diviene sempre più lontano, distante, diverso da noi e quindi anche sempre più minaccioso: in termini psicanalitici questo meccanismo di difesa si chiama "proiezione" . Il risultato di tutto ciò? Negando ai propri occhi e a quelli del paziente l'esistenza di "altro" all'interno della persona, scambiando la parte per il tutto, si rischia seriamente di cronicizzare la malattia in atto facilitando nel paziente la chiusura di porte che si erano appena socchiuse, piuttosto che una loro apertura; si aiuta la persona sofferente ad identificarsi con una facile definizione che gli viene data di se piuttosto che cercare all'interno di se e confrontarsi con la propria, vera, realtà; insomma, il senso del disturbo psicologico viene meno e con esso il senso del proprio percorso individuale.
Ago
30
Senso e Confine(1Parte)
di butterfly
" Dottoressa, sono affetto da DOC [leggi: Disturbo Ossessivo Compulsivo] da qualche anno, mi rivolgo a lei perché me l'ha consigliato il medico. Pensa sia possibile guarire? Quanto tempo ci vuole? Questa malattia mi rende la vita impossibile...."
"Gentili esperti, vorrei sapere da voi se è possibile guarire da depressione ciclotimica, e personalità istero-dissociativa con ossessioni. Alcuni dicono che non è possibile, che al massimo si possono ottenere miglioramenti leggeri. E' così?" ... "Dottoressa, sono un depresso endogeno, crede che se facessi una psicoterapia potrei trarne qualche beneficio? O i farmaci sono sufficienti e tutto il resto è inutile?"
Molto spesso, troppo direi, le persone si presentano nei nostri studi formulando questo tipo di richieste, o pongono questo tipo di domande attraverso la posta elettronica. Evidentemente la cultura psicologica non è riuscita ancora a diffondersi tra le persone; evidentemente, anche, non tutti i professionisti che lavorano nell'ambito della salute hanno piacere che questo avvenga. Perché è vero che la medicina allopatica si basa sul principio sintomatologico e di conseguenza analizza e cura una parte del corpo, quella malata, isolandola dal resto, perché questi sono i principi su cui si basa ... ma la psicologia non dovrebbe essere proprio la stessa cosa, il mondo della psiche non può essere circoscritto, non ha luogo, è un insieme fatto di mente, con le sue parti coscienti ed inconsce, di corpo e anche dell'ambiente che ci circonda, all'interno dei quali si muovono pensieri, emozioni, sentimenti, sensazioni, energie, sostanze chimiche, e probabilmente altro ancora. Chi lavora in quest'ambito, con l'intento di dare una mano alle persone che fanno richiesta di aiuto, non può non tener conto di questo aspetto e ridurre la persona ad una sua parte considerata "malata", e tanto meno incorrere nell'errore ancor più grossolano di identificare l'intera persona con quella parte e, orrore degli orrori, riferire e restituire al paziente questa sua valutazione definendolo.
Una persona che soffre di un qualche disturbo psicologico (o psicosomatico) si trova in un momento di confusione, di mancanza di punti di riferimento, proprio perché qualcosa all'interno si sta movendo, mettendo in crisi tutto l'assetto precedente; il disturbo segnala un cambiamento (o tentativo di) in atto, o anche il tentativo da parte della persona di soffocare tutto questo, perché il cambiamento sconquassa, fa paura, e l'organismo ama la quiete tendenzialmente, motivo per cui tenta di riuscire a mantenere quanto più gli è possibile l'assetto noto, quello sperimentato e ormai accettato di se stessi e del proprio modo di viversi e di vivere; insomma, il disturbo psicologico segnala una battaglia in corso, un conflitto in atto, tra forze che emergono (sentimenti, emozioni, pensieri, desideri ecc.) e forze che tendono a mantenere l'ordine prestabilito attraverso la soppressione (soffocamento, negazione) del nuovo. Naturalmente ci sono persone che non si accorgono nemmeno di questi cambiamenti interni, li vivono con serenità, portando avanti senza eccessivi conflitti il proprio processo di crescita: queste non sono persone che soffrono di disturbi psicologici, hanno i confini elastici e possono permettersi di non opporre estenuanti resistenze al cambiamento. Viceversa, più una sintomatologia è grave più la persona che la vive ha l'abitudine di opporre una forte resistenza al nuovo e alla propria crescita, diciamo che ha armato l'esercito delle "forze conservatrici" con armi sofisticatissime e affinate via via negli anni, per cui quello che sarebbe un normale processo di crescita - che sempre procede per crisi e riassestamenti -diviene un conflitto estenuante ed eterno. Per quanto sofisticati possano essere gli strumenti che una persona elabora per mettere a tacere parti di se stesso, per quanto venga aumentata la rigidità degli scudi per parare i colpi di ciò che dentro zampilla, per quanto insomma il "sistema persona" tenti di rinchiudersi all'interno di spazi protetti e sempre più ristretti (rigidità dei propri confini), ad un certo punto il sistema salta e si manifesta il disagio in tutta la sua potenza, o attraverso un'emergenza di tipo psicologico, o attraverso un sintomo corporeo che diventa il bersaglio del conflitto o del blocco in atto. Sebbene dunque l'organismo ami tendenzialmente la quiete, i processi di sviluppo interno e di crescita hanno naturalmente una potenza superiore, proprio perché fanno parte del processo evolutivo della nostra specie; e per processo evolutivo, a livello psichico, si intende l'aumento della coscienza di se.
Ago
23
Disturbo ossessivo
di butterfly
A differenza di altri disturbi psicologici, sostanzialmente omogenei, nella pratica clinica si possono distinguere con relativa chiarezza sette tipologie di disturbo ossessivo-compulsivo, talvolta presenti in concomitanza. - Disturbi da contaminazione - Si tratta di ossessioni e compulsioni connesse a improbabili (o irrealistici) contagi o contaminazioni. Sostanze "contaminanti" diventano spesso non solo lo sporco oggettivo, ma anche urine, feci, sangue e siringhe, carne cruda, persone malate, genitali, sudore, e persino saponi, solventi e detersivi, contenenti sostanze chimiche potenzialmente "dannose". Se la persona entra in contatto con uno degli agenti "contaminanti", mette in atto una serie di rituali di lavaggio, pulizia, sterilizzazione o disinfezione volti a neutralizzare l'azione dei germi e a tranquillizzarsi rispetto alla possibilità di contagio o a liberarsi dalla sensazione di disgusto.
- Disturbi da controllo - Si tratta di ossessioni e compulsioni implicanti controlli protratti e ripetuti senza necessità, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti. Le persone che ne soffrono tendono a controllare e ricontrollare sia per tranquillizzarsi riguardo al dubbio ossessivo di aver fatto qualcosa di male e non ricordarlo, sia a scopo preventivo, per essere sicuri di aver fatto il possibile per prevenire qualunque possibile catastrofe. Controllano così di aver chiuso le porte e le finestre di casa, le portiere della macchina, il rubinetto del gas e dell'acqua, la saracinesca del garage o l'armadietto dei medicinali; di aver spento fornelli elettrici o altri elettrodomestici, le luci in ogni stanza di casa o i fari della macchina; di non aver perso cose personali lasciandole cadere; di non aver investito involontariamente qualcuno con la macchina
- Ossessioni pure - Si tratta di pensieri o, più spesso, immagini relative a scene in cui la persona attua comportamenti indesiderati e inaccettabili, privi di senso, pericolosi o socialmente sconvenienti (aggredire qualcuno, avere rapporti omosessuali o pedofilici, tradire il partner, bestemmiare, compiere azioni blasfeme, offendere persone care, ecc.). Queste persone non hanno né rituali mentali né compulsioni, ma soltanto pensieri ossessivi.
- Superstizione eccessiva - Si tratta di un pensiero superstizioso portato all'eccesso. Chi ne soffre ritiene che il fatto di fare o non fare determinate cose, di pronunciare o non pronunciare alcune parole, di vedere o non vedere certe cose (es. carri funebri, cimiteri, manifesti mortuari), certi numeri o certi colori, di contare o non contare un numero preciso di volte degli oggetti, di ripetere o non ripetere particolari azioni il "giusto" numero di volte, sia determinante per l'esito degli eventi. Tale effetto può essere scongiurato soltanto ripetendo l'atto (es. cancellando e riscrivendo la stessa parola, pensando a cose positive) o facendo qualche altro rituale "anti-iella".
- Ordine e simmetria - Chi ne soffre non tollera assolutamente che gli oggetti siano posti in modo anche minimamente disordinato o asimmetrico, perché ciò gli procura una sgradevole sensazione di mancanza di armonia e di logicità. Libri, fogli, penne, asciugamani, videocassette, cd, abiti nell'armadio, piatti, pentole, tazzine, devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una sequenza logica (es. dimensione, colore, ecc.). Quando ciò non avviene queste persone passano ore del loro tempo a riordinare ed allineare questi oggetti, fino a sentirsi completamente tranquilli e soddisfatti.
- Accumulo/accaparramento - E' un tipo di ossessione piuttosto rara che caratterizza coloro che tendono a conservare ed accumulare oggetti insignificanti e inservibili (riviste e giornali vecchi, pacchetti di sigarette vuoti, bottiglie vuote, asciugamani di carta usati, confezioni di alimenti), per la paura di gettare via qualcosa che "un giorno o l'altro potrebbe servire..".
- Compulsioni mentali - Non costituiscono una reale categoria a parte di disturbi ossessivi, perché la natura delle ossessioni può essere una qualunque delle precedenti. Coloro che ne soffrono, pur non presentando alcuna compulsione materiale, come nel caso delle ossessioni pure, effettuano precisi cerimoniali mentali (contare, pregare, ripetersi frasi, formule, pensieri positivi o numeri fortunati) per scongiurare la possibilità che si avveri il contenuto del pensiero ossessivo e ridurre di conseguenza l'ansia.
Una forma particolare di ossessione è quella che riguarda la preoccupazione eccessiva e irrazionale di avere una parte del proprio corpo difettosa o deforme (vedi dismorfofobia).
Il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce, indistintamente per età e sesso, dal 2 al 3% della popolazione. Può infatti manifestarsi sia negli uomini sia nelle donne, indifferentemente, e può esordire nell'infanzia, nell'adolescenza o nella prima età adulta.
L'età tipica in cui compare più frequentemente è tra i 6 e i 15 anni nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle donne. I primi sintomi si manifestano nella maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni) e in bassissima percentuale dopo i 40 anni.
Se il disturbo ossessivo-compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.
Ago
23
Attacchi di panico
di butterfly
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di Attacchi di Panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro Attacco di Panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli Attacchi di Panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo Attacco di Panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due Attacchi di Panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
La frequenza e la gravità degli Attacchi di Panico varia ampiamente. Ad esempio alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es., una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti (per es., quotidianamente per una settimana) intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti (per es., due ogni mese) per molti anni.
Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco. La maggior parte degli individui con attacchi paucisintomatici, tuttavia, hanno avuto Attacchi di Panico completi in qualche momento nel corso del disturbo.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli Attacchi di Panico. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es., cardiopatia, epilessia). Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione possono rimanere impauriti e convinti di avere una malattia pericolosa per la vita. Altri temono che gli Attacchi di Panico indichino che stanno "impazzendo" o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia.