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L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Scritti, Poesie, Aforismi
Nov 10
La conversazione- Esercizio di stile

di nicola pasa

la conversazione esercizio di stile

Esercizio di stile

Ovvero come scrivere qualcosa che non vuol dire nulla ma scriverla bene

Mio padre era solito cominciare la conversazione riprendendola dalla fine di un pensiero che egli era andato costruendo dentro di sé e si era modulato in un vivace e asfittico dibattito nella sua mente vizza e antiquata.

 

Non c’è di che pensare… diceva a volte o ho quest’idea così perché è così e così… oppure per questi motivi deduco che non ne caviamo un ragno dal buco…

 

La nostra casa non era nient’altro che un interstizio tra due palazzi governativi. Uno era il palazzo dove una volta aveva sede il ministero per cui aveva lavorato mio padre e dove aveva conosciuto mia madre. Era come se una scatola fosse precipitata tra i due alti muri scuri e lisci e levigati e neri come ebano.

Stavamo su tre piani, uno sulla testa dell’altro.  Tre scatolette una sopra l’altra.

Mia madre è morta.

Non c’è di che dire della strana e perniciosa tendenza che sviluppò mio padre giusto all’indomani della chiusura del  ministero e della sopraggiunta, prematura, morte di sua moglie la madre del suo unico figlio che poi sarei io.

 

Il rito funereo della conversazione si svolgeva sempre alla stessa ora nello stesso giorno nello stesso punto in quell’interstizio originato da una complessa convergenza di spazio e tempo e opportunità.

 

L’ufficio per cui e in cui lavorava mio padre, i trascorsi anni della sua giovinezza triste era annidato al settimo piano dell’edificio che sovrasta tutt’ora incolume e derelitto, come un vecchio in perenne digressione dalla morte, prossima all’orizzonte, ma attardata in qualche annoso ufficio, la nostra catapecchia impilata nell’interstizio spaziotemporale tra i due edifici governativi.

 

a tarda sera cominciai a riflettere sull’importanza del tempo, diceva mio padre rincasando frettolosamente, ansioso di riprendere la conversazione laddove il giorno prima, come il giorno dopo, era stata sospesa

 

volo di una mosca a mezz’aria intrappolata in una bolla d’aria inazzurrata di cenere, cerchi di bottiglia nell’aere immoto, luce diffusa da piccoli fori esagonali al di sopra della finestra oscurata, vetri opachi di noia e polvere, resti di insetti morti sul davanzale, rumore di pioggia al di là del vetro, la sera incupiva lenta

 

 

non che non ci avessi mai riflettuto prima, ma alla nostra età la riflessione acquista un senso più proprio al termine, riflessione leggo dal vocabolario bla bla è un oggetto deviato dalla sua traiettoria originaria da una superficie di qualsivoglia natura

 

sbadiglio retroattivamente (mentre) sorseggio un liquore a base di zucchero e mele, la sporca luce della sera illumina un polpaccio nudo, calzino a mezz’asta, il livore ha un sapore incerto

 

superficie è l’esperienza dura sedimentata su cui il pensiero cozza e devia assumendo contorni e forme nuove e inaspettate,

 

un lento salmodiare, salmone affumicato, salmodiare affumicati dalla puzza di salme putrefatte, curiosi pensieri arzigogoli della mente, la mente mente sempre ergo dice sempre la verità, per cui la menzogna è la verità

 

io non so dirti esattamente quando è nato in me questo nucleo di pensieri o concetti, già bisognerebbe chiarire una volta per tutte la differenza formale e di sostanza tra un pensiero e un concetto

 

le continue digressioni perpetuavano eternamente l’eterna marcescente conversazione, dentro di me, angustia a ritmo composto, una lunga processione di crocifissi, rumore di impiccagioni in pubblica piazza sotto le nostre finestre oscurate,  è semplice, il concetto è una conseguenza del pensiero, un concetto nasce sempre da un pensiero ma un concetto può dare vita a un pensiero così chi può dire se all’origine di tutto non ci fosse un concetto di quelli semplici semplici, ovvero il pensiero è un concetto in divenire, il concetto è un pensiero divenuto e morto,

 

vedi io mi ricordo il mio collega carissimo Ducek, soleva trascorrere le migliori ore della giornata in ufficio a temperare le sue matite, attendeva che i raggi del sole illuminassero a strisce la sua scrivania, ad una ad una le matite venivano colpite, allineate come soldati pronti all’imminente battaglia, quando un raggio sottile nella cui traccia danzavano pulviscoli argentati colpiva una matita solo allora il buon Ducek la prendeva e la temperava con estrema puntigliosa cura, il senso del tempo, mi disse, è un modo per dare valore al tempo, per averne piena coscienza, disse,

 

i giorni in cui il ministero venne sigillato sarà ricordato per l’immensa traboccante folla che si era radunata al margine della strada bagnata, il giorno prima e quello prima ancora era piovuto forte, una pioggia insistente e tenace, fredda, aveva reso tutto più lucido e squallido, le case e la città visti sotto la pioggia hanno un colore livido, una pletora di impiegati, segretarie, uscieri, archivisti, fattorini, cancellieri, praticanti, dirigenti, stagisti, factotum, tecnici e operai addetti alla manutenzione del gigantesco e labirintico edificio, radunati tutti lì sotto, precisi incasellati come le matite di Ducek, seguirono in silenzio, rabbia spenta da troppi anni consumati nei polverosi e umidi uffici, i volti sgomenti e attoniti, lo smantellamento del palazzo, gli operai che entravano e uscivano in continuazione portando via oggetti, occhi cupi e rassegnati guardavano sigillare ad una ad una le infelici finestre, la folla muta immensa traboccava dalla strada lucida di pioggia, mio padre in terza fila alle spalle dei suoi capi, di fianco a Ducek e ai suoi colleghi, ombrelli aperti a macchie, dall’alto sembravano tanti scarafaggi dormienti, l’esercito schierato di fronte a vigilare sull’opera degli operai, i fucili puntati sulla folla ministeriale, dalle finestre del ministero accanto tutti penzolavano per assistere alla morte del ministero rivale,

 

nelle ore trascorse al ministero ho maturato progressivamente un senso di sconforto dovuto alla perdita, il senso del tempo del suo correre inesorabile e della sua percezione emotiva mi è sempre parso lontano evocato mai raggiunto davvero, sempre ai margini di qualche pensiero ma mai a fuoco come lo è ora, hic et nunc,

 

nel vuoto pneumatico che seguì quella grandiosa ristrutturazione ministeriale mio padre si gettò nella metafisica contemplazione del vuoto, mia madre come detto preferì morire, andarsene all’altro mondo, clean pulita, pulito e vuoto sono assonanti se astraiamo il termine assonante e lo lasciamo libero di gironzolare per il nostro universo linguistico costellato di cadaveri putrefatti che deambulano sentendosi vivi, impiegati suicidi, leggasi sul giornaletto governativo, taglio basso bassissimo, gli impiegati del ministero bla bla font microscopico quasi impossibile da percepire, notizia rimossa, suicidio di massa, inspiegabile, omissis tipologia dei loro harakiri, acutezza, sensibilità, protervia, la gentilezza e i modi raffinati di pari passo alla repressione, ne conseguì un grandioso e grottesco funerale,

 

la prima volta che ebbi la folgorazione ero fermo di fronte a quel grandioso faro eretto dove una volta infuriava un mare impetuoso, me ne stavo a contemplare il deserto infinito su cui vigilava come una torre decaduta l’antico faro e non potevo non avvertire come il ritmo del tempo non fosse per nulla percepibile se non modulato da un qualche organigramma, sentivo che era tutto fermo ed eterno, illusione dell’eterno, nessun movimento, l’aria ferma, gettai via l’orologio tra le dune immobili, la notte non giunse mai, fuggì impaurito, scosso da una scoperta dolorosa e terribile, il tempo non esiste, il tempo come lo abbiamo sempre definito, d’altronde non fu Ducek, il caro vecchio Ducek a volermi convincere di questo con la cerimonia della tempera delle matite?

 

Il funerale, lenta e infinita processione, un lungo snodarsi di un serpente nero, si contorceva sotto una pioggia maligna e insistente, fredda come il gelo della morte, la mano di mia madre penzolante senza vita lungo i fianchi del letto, corpo senza vita, corpo inerte, pura materia nuda in disgregazione, quel che chiamiamo vita è un principio meccanico, la respirazione e quel che ne consegue in flusso sanguigno ecc ecc

 

Ne consegue che il concetto di tempo è strettamente connesso ai processi di riflessione e rifrazione, voglio dire gli egizi misuravano il tempo con l’ombra, l’ombra è assenza di luce prodotto della riflessione, la luce investe un oggetto, l’oggetto si frappone fra la luce e il terreno, la luce riflessa dall’oggetto si polverizza e svanisce, dove? Il buio o assenza di luce misura il tempo sul quadrante, le matite di Ducek, soldati in fila pronti per il plotone di esecuzione, ma sono loro i condannati, soldati nell’alba gelida e nebbiosa, attendono, il tempo, c’è sempre un tempo da attendere, come se il tempo ci desse la misura del valore delle cose, della loro importanza, questo mi ha insegnato Ducek

 

Confusi ronzii, le mosche aleggiano sui cadaveri, la folla consegnata nelle mani del boia, un immenso esercito apre il fuoco sulla distesa di impiegati, non fuggono restano e accolgono le pallottole a bocca aperta, non c’è sorpresa né rassegnazione, sono incapaci di qualsiasi tipo di reazione, come oggetti colpiti della luce, riflettono, nient’altro, cadono come matite spezzate, si ammucchiano uno sull’altro, l’edificio resta in piedi solenne e maestoso, domina la carneficina, non c’è logica, la morte è la cosa meno logica che ci sia, che senso ha la morte?

 

Ebbene ne consegue figlio mio che la logica di tutto questo è solo nello stile di disposizione delle matite, ma approfondiremo il discorso domani e poi domani ancora e ancora e ancora…



Mag 02
"Clandestina" di Mariella Rocca

di Maïté


Foto: Laurentiu Margalin

CLANDESTINA

Grumi di lacrime
premono gli occhi da cerbiatta,
punture di cocci di vetro sono,
quelle lacrime represse!
Come un fiume in piena
pronto ad esondare,
a scorrere sulla pelle scura,
quasi a doverla pulire.
Non vuol cedere.
Ancora un tentativo per vivere,
provare a rimuovere le macerie
create dalla superflua esigenza,
che nascondono lo sguardo al dolore
chiedere umilmente un lavoro
anche sottopagato, pure sporco...
...., purchè concesso.
E sciogliere quei grumi
di pianto represso
in fluida, dolce emozione
 poter tornare nella sua terra,
con successo, senza umiliazione.

Mariella ROCCA



Mar 24
Il vampiro

di nicola pasa

Il vampiro
Valeria apre la tenda e un raggio di sole sporco di pulviscolo la colpisce in faccia come uno schiaffone,
nel riflesso del vetro un’immagine vaga, la luce è crudele, la pelle appassita bianco smorto, il buio nasconde le cose, Valeria preferisce la notte tutto sommato, papà la notte riesce a dormire e la tormenta meno… ma che pensa, papà non la tormenta affatto, povero papà… da quando è caduto a letto malato la sua vita è tutta dentro quella stanza, e la sua in quella casa spenta, povero papà, la sua vita confinata in una malattia, l’attesa della fine, e che arrivi lenta e meno dolorosa possibile… oppure che arrivi in fretta e non ci pensi più… ma povero papà, speriamo che guarisca, un miracolo è sempre possibile…
-Valeria! Dove sei Valeria!
Eccomi papà, arrivo subito, un attimo di pazienza,
Valeria appoggia la fronte al vetro freddo, è stanca, povero papà… da quando è caduto malato lei vive giorno e notte accanto a lui, in fondo è l’unica persona che ama, glielo dice sempre che lei è l’unica persona che ama più di se stesso, e non potrebbe vivere senza di lei,
-Valeria dov’eri piccola mia, ho la gola secca, senza di te tesoro come farei,
Lo so papà, senza di me non potresti vivere, eccoti l’acqua, no non berla così in fretta, oh si è versata sul letto, ora dovrò cambiarti le lenzuola,
-Non fa niente Valeria, sopravvivrò cosa vuoi che sia un po’ d’acqua fredda versata su questo corpo inerme,
Hai ragione papà è meglio che ti cambio subito le lenzuola o prenderai freddo, ecco devi sollevarti un pochino, scusami se ti faccio male ma se mi aiuti un po’ riesco meglio, oh hai ragione sei molto debole, ti avevo detto di bere piano,
tanto se poi sporchi ci sono io che pulisco tutto, e devo farlo perché altrimenti mi sentirei in colpa, perché tu mi fai sentire in colpa… ma che penso… povero papà, tu sei così malato e io penso cattiverie giorno e notte accanto a te,
Hai ragione papà, avevi tanta sete, colpa mia che non ti ho fatto bere abbastanza, mi dispiace,
-Non importa piccola, ah se non ci fossi tu io che farei, sei così buona e premurosa, non come tua madre, quella strega che mi ha abbandonato nel momento più duro, ma tu non lo farai tu sei buona, sei un angelo, il mio angelo,
Oh non dire così, io non sono un angelo, sono solo una ragazzina che vuole tanto bene al suo papà, ora riposati che ti vado a preparare la colazione,
Papà non mangia più cose solide, perché gli danno fastidio alla gola, anche se il dottore dice che potrebbe mangiarle, che è solo un fatto psicologico, che potrebbe deglutire benissimo, così deve fargli pappine, semolini e pasta in brodo piccola, anche se lui si lamenta che mangia cose da vecchio e che gli piacerebbe tanto mangiare un po’ di carne o un piatto di pasta, se lei solo avesse la pazienza di sminuzzarla e di imboccarlo e di aiutarlo a inghiottire ogni boccone idratandogli la bocca con uno spruzzino, solo che così il pasto sarebbe infinito e spossante e avrebbe poco tempo per badare alle altre cose, alle cose di papà perché per lei non c’è mai tempo, per questo Luca l’ha lasciata due mesi fa,
Ecco papà, ti ho fatto un po’ di pasta in brodo, e poi c’è del puré con una salsina speciale che ti ho preparato stamattina,
-Oh Valeria tu sei un angelo, ma mi fai sempre queste pappine, lo so sono noioso,
No, papà non dire così, hai ragione, dovrei cambiare un po’ il menu, se solo riuscissi ad inghiottire ti farei dei bei manicaretti,
-Già, lo so, guarda come sono ridotto, non riesco nemmeno a inghiottire, sono come un vecchio rincoglionito,
No, ma che dici, non volevo dire questo papà, tu sei forte e ancora giovane,
-Il brodo mi sembra troppo caldo, lasciamolo un po’ freddare, raccontami qualcosa Valeria,
Cosa posso raccontarti papà,
-Come vanno i tuoi studi?
Eh, insomma, faccio un po’ fatica, non riesco mai a trovare il tempo,
perché appena mi metto a studiare tu mi chiami, mi implori, e io devo lasciare tutto perché sembra che stai per morire e invece…
-Oh ma che disgrazia che sono diventato per tutti e due, come vorrei tanto andarmene al creatore e lasciarti in pace una volta per tutte, questo mio corpo disgraziato,
No, papà non fare così, non sei tu che mi impedisci di studiare, sono io che non sono tanto diligente e ordinata,
-Sei sempre stata così brava, forse è quel tipo là che ti distrae, come si chiama?
No, Luca non c’è più, mi ha lasciata,
-Meglio così piccola, quel Luca non mi sembrava un tipo a posto,
Forse hai ragione, papà,
Luca mi voleva bene, diceva che voleva portarmi via,
-Tu resterai con me, piccola mia, io e te siamo inseparabili, tu non sei come tua madre,
Mia madre, già, non dice mai mia moglie, specie quando deve parlare male di lei, povero papà, quanto ha sofferto,
Ora mangia il brodo, è tiepido, se diventa freddo non è buono,
-Tanto non è buono lo stesso,
Papà sugge il brodo come se fosse fatto con escrementi, invece è un ottimo brodo di gallina, Valeria è un’ottima cuoca e non trascura mai i dettagli quando cucina, non le importa se papà non apprezza il cibo che lei cucina con amore e dedizione, lui è troppo malato per accorgersi dei sapori e di quanto affetto passi nei sapori e negli odori dei suoi piatti, che invece Luca apprezzava molto,
Quando papà finisce di mangiare Valeria toglie i piatti, pulisce e poi gli porta il caffè decaffeinato, papà si lamenta che vorrebbe il caffè normale ma il dottore si è raccomandato di non darglielo, il suo fragile cuore non reggerebbe a dosi troppo alte di caffeina,
-Valeria mia, questo caffè è imbevibile,
Perdonami papà, ma il dottore si è raccomandato tanto di non farti il caffè normale,
-Lo so, ma uno solo, ogni tanto che male mi può fare,
E va bene papà più tardi ti farò un caffè normale, magari te lo allungo un po’,
-Sei un tesoro Valeria, un tesoro, ma ora vai di là? Non resti a farmi un po’ di compagnia?
Ma papà devo badare alla casa, ho lasciato un mucchio di cose arretrate,
-E’ perché non sai ottimizzare piccola, l’ottimizzazione è tutto, per questo in azienda sono diventato un leader, perché sapevo ottimizzare il tempo, non un secondo sprecato, mentre mi lavavo i denti ascoltavo la segretaria che mi recitava l’agenda ad esempio, e quando andavamo in giro la domenica, mentre tu e mamma mangiavate il gelato io scrivevo una relazione per l’indomani,
Lo so papà, so quanto eri bravo,
per questo mamma se n’è andata,
Imparerò ad ottimizzare papà, ma da domani, oggi non posso proprio,

Non aveva torto Valeria quando diceva che aveva un mucchio da fare, forse ha anche minimizzato per non far sentire di peso papà, ci sono un sacco di cose da fare in una casa, solo chi non se ne cura non ne ha idea, e papà non se n’è mai dato cura, diceva che mamma non brillava come donna di casa, che non sapeva ottimizzare il tempo, solo che in una casa bisogna pulire, bisogna mettere a posto ogni cosa, perché le cose fuori posto si accumulano e se non governi presto ti ritrovi nel caos, ci sono i panni da lavare, quelli da asciugare e quelli da stirare, che poi vanno riposti, ci sono i piatti da governare, le pentole, bisogna fare da mangiare e andare a fare la spesa, e poi c’è la manutenzione, ed ogni piccolo capriccio del papà malato richiede impegno e dedizione, dietro un caffè ad esempio ci sono parecchie azioni da compiere: pulire la caffettiera, mettere su il caffè, attendere che il caffè venga su (si potrebbe ottimizzare l’attesa ma in questi casi si rischia che il caffè bruci e papà se il caffè è bruciato si lamenta anche se è per via dell’ottimizzazione che il caffè è bruciato), bisogna versarlo nella tazzina, versare lo zucchero e mescolarlo perché papà non è in forze per girarsi il caffè da solo, bisogna portarlo e attendere che si raffreddi un poco, ma non troppo perché il caffè freddo non è buono e papà è molto sensibile ai difetti delle cose e delle persone, e poi bisogna riportare la tazzina in cucina, lavarla, asciugarla e rimetterla a posto, e tutto questo ruba tempo, tempo per la casa e per papà perché per Valeria di tempo non ne avanza mai,
Valeria ha molte preoccupazioni che nasconde a papà, domande sul proprio futuro suo non del papà, perché un giorno il futuro di papà troverà finalmente il suo orizzonte e lei resterà sola con un orizzonte troppo lontano e vago, e non si parla di questo mai, se lei non ha modo di laurearsi perché incapace di ottimizzare il poco tempo che le resta alla sera quando è stanca morta e gli occhi sono troppo pesanti per restare aperti e vigili sui libri, che cosa farà Valeria quando papà sia pace all’anima sua andrà al padreterno, che cosa ne sarà di lei, avrebbe voluto tanto laurearsi in medicina, diventare una dottoressa ma se non riesce a concludere gli studi dovrà cercarsi un lavoro qualsiasi e così sia, in fondo ogni lavoro è dignitoso e tutto sommato a vent’anni si può rinunciare ad un sogno o ad una vocazione per amore di papà,

-Valeria! Valeria!
Il lamento del papà angosciato e angosciante irrompe nella grigia e monotona giornata di sempre di Valeria, Valeria lascia quel che sta facendo, un piatto che sta sgrassando con energia scivola nel lavello e si scheggia, non ha tempo per contemplare il disastro e neppure per biasimarsi deve accorrere al capezzale di papà che sta correndo un grave pericolo visto il tono drammatico del suo grido accentato di disperazione e di senso di abbandono e di perdute speranze e attese, povero papà, ha paura di morire e al tempo stesso vorrebbe tanto morire, che strana combinazione di opposti, certo finirebbe il suo tormento…
Valeria accorre preoccupata, forse il caffè aveva un eccesso di caffeina, forse non lo ha allungato abbastanza e non potrebbe perdonarsi mai di aver commesso una simile trascuratezza anche se altri potrebbero pensare che tutto sommato il papà andandosene avrebbe smesso di soffrire e di negare a lei di vivere la sua vita piena e serena, cose che poteva pensare l’ex fidanzato di Valeria o il dottore che le ha raccomandato di non esagerare con il caffè e lo ha fatto più volte, con insistenza come se volesse invitarla a… ma cosa sta pensando, Valeria smettila, cacciati dalla testa questa orribile idea…
Papà che c’è,
il padre sembra morto, ha un volto terreo, gli occhi chiusi, la fronte rivolta al nudo soffitto, sembra uno di quei moribondi dipinti in certe stampe del settecento,
-Valeria, Valeria mia…
La voce esce affannata eppure limpida, chiara,
-Ho creduto di andarmene, davvero, mi sono sentito mancare, e non volevo farlo senza vedere per l’ultima volta il tuo caro viso, Valeria mia adorata,
Ora stai bene però,
-Sì Valeria, sto bene, era un falso allarme, perdonami se ti ho strappato alle tue cose, quante cose più importanti hai da fare invece che badare tutto il giorno ad un povero vecchio malato,
Sollievo, lei prova sollievo e gioia, non può che provare questi sentimenti Valeria, eppure…
Sono contenta che stai bene papà, allora posso tornare alle mie cose, che poi sono le tue cose caro papà, io non faccio che occuparmi di te anche quando non mi vedi e se mi vedessi sempre qui accanto al tuo letto io non potrei davvero occuparmi di te come faccio incessantemente,

Valeria torna alle sue cose, torna ai piatti da lavare, ai panni da stirare, che sono sempre tanti perché papà odia sentire addosso gli stessi panni tutto il giorno e vuole essere cambiato due volte al giorno che altrimenti si sente uno squallido vecchio malato di quelli abbandonati negli ospedali da parenti affaccendati in altro che occuparsi di un loro vecchio, che irriconoscenza,
delusione, era delusione, non sollievo, è inutile che ti inganni…
E’ l’ora del caffè serale, Valeria è stanca, prepara la moka con la stessa dedizione con le stesse accortezze che il padre le ha insegnato, lava bene la macchinetta in tutti i suoi componenti, il filtro soprattutto va lavato per bene, bisogna che non vi sia più nessun sentore del precedente caffè, poi fa asciugare le parti superiori, aggiunge l’acqua nel serbatoio, appena tiepida e al giusto livello, non un millimetro di più o in meno, e poi dosa il caffè, di solito lo riempie a metà senza schiacciare, ma papà lo vuole un pochino più forte e allora aggiunge una puntina ma è molto stanca e ha gli occhi incerti nel semibuio della stanza e poi sente tanta amarezza in bocca e nella mente, le sfugge che il barattolo da cui preleva il caffè non è quello del decaffeinato e poi per una distrazione improvvisa un pensiero fugace ai bei momenti passati con Luca che le voleva tanto bene ed era un caro ragazzo di quelli rari ne sfugge ancora un po’ e lei non si rende conto che il caffè trabocca ormai dal serbatoio e che non è il solito caffè blando che il dottore le ha raccomandato di dare al padre, lo schiaccia ormai perduta nei dolci ricordi passati e perduti, e il caffè è tornato a riempire mezzo serbatoio, solo che ora è un caffè molto più forte e Valeria lo sa bene anche se in quel momento non ci pensa e non ci vuol pensare e procede come ha sempre proceduto, stringe bene la macchinetta, la mette sul gas, la fiamma azzurrina non deve superare i limiti della moka, le lingue di fuoco non devono mai lambire i fianchi della macchinetta, cinque minuti e il caffè è pronto, l’aroma si diffonde per tutto l’appartamento, le narici sensibili del padre hanno un fremito di gioia,
-Questo sì che è un buon caffè Valeria cara, mica quella brodaglia che mi propini di solito, grazie mio angelo,
Papà beve il caffè con soddisfazione, Valeria è contenta che sia finalmente soddisfatto di qualcosa che lei ha fatto con la stessa dedizione con cui fa sempre tutte le cose per lui, non pensa ad altro in quel momento che a quella felicità fugace del padre, la felicità del bambino che mangia un cioccolatino, una felicità breve e intensa, una piccola pausa dolce nell’amarezza continua della vita, sua e di papà, povero papà,
L’infarto arriva puntuale mezz’ora dopo, Valeria chiama il dottore che accorre prontamente, quando entra si guardano appena negli occhi, Valeria li china, il dottore procede ed entra nella stanza, fa un massaggio cardiaco e poi soddisfatto ma con un’ombra di delusione annuncia al paziente che avrà ancora tempo per lasciarci, e per tormentare ancora questa povera ragazza, pensa anche se non lo dice e dà una pacca sulle spalle del padre,
-La prego dottore non dia colpa a Valeria, lei voleva solo farmi felice facendomi un caffè più forte, non la biasimi, lei è sempre così premurosa e attenta, forse si è distratta un poco, succede a quell’età, si hanno un sacco di sciocchi pensieri, sua madre era ancora più distratta di lei, a volte penso che siano sorelle gemelle,
Valeria sente appena le parole di papà, è seduta in cucina e beve i rimasugli freddi di quel caffè, è sollevata e rassegnata,
Il dottore uscendo le passa accanto e le posa una mano sulla spalla senza dire niente come si fa come per consolare qualcuno di una perdita irreparabile, poi fugge da quella casa sbattendo la porta,
lasciando Valeria al suo destino, alla sua infelicità futura e presente, alla cura quotidiana e inesausta del suo povero padre malato, alla dedizione squallida e assoluta al vampiro che la depreda della sua vita e della sua speranza,

Valeria chiude la tenda e un raggio di sole smorto muore danzando nel pulviscolo della stanza, nel riflesso del vetro qualcosa che non ha più nulla da raccontare e può solo ormai tacere.
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Feb 16
Alice nella città di Pulcinella...

di alice banfi

Napoli tra chiari, scuri e la sua follia

Napoli - Foto di Selenia MorgilloParto da Cagliari dove ho appena presentato il libro, un’ora e mezza di volo ed atterro a Napoli. Esco dall’aeroporto e mi siedo su un vaso a fumare la tanto attesa sigaretta. Poi trascinandomi dietro le valige prendo un taxi. Ormai ho capito che i taxisti sono “la voce del popolo” quindi ci parlo e li ascolto. Mi siedo davanti, partiamo, ho un po’ di mal di testa e mi massaggio le tempie. “Signorina lei pensa troppo”.
“No, veramente ho solo mal di testa”.
“Cosa fa qui a Napoli? È per lavoro?”
“Sì, presento un libro… Il libro che ho scritto”.
“Ah! È scrittrice! Ecco perché pensa troppo”.
“Ma non penso troppo, ho mal di testa”.
“E che libro ha scritto? Mica un libro come quello là… di quello… come si chiama… Saviano?”.
“Be’, no…”
“Bisogna parlare bene della propria città, dire tutte le cose belle che ci sono”.
“Ma io parlo di Milano… Circa… Insomma della psichiatria di Milano e sì ne parlo male…”
“Come? Guardi che poi i milanesi non la vogliono più”.
“Ma io parlo male della psichiatria, magari gli psichiatri non mi vorranno più… Magari!”
“Non va bene. Perché voi scrittori non raccontate delle cose belle?”
“Perché la psichiatria di Milano fa schifo, poi non me ne frega un cazzo se i milanesi non mi vogliono ma non credo accada, non sono così importante”.
“E perché parla di psichiatria? Ci ha lavorato?”
“No, veramente ci sono stata… Ricoverata intendo”.
“E perché? Sei matta?”
“Così dicevano gli psichiatri”.

Il taxista si volta un attimo verso di me.
“Devo ritornare indietro?”
“Perché?”
Rallenta l’auto e si volta di nuovo verso di me, sgrana gli occhi e accende la luce per vedermi meglio. Anch’io mi volto e lo guardo fisso.
“Le sembro matta?”
“No, la vedo bene!”
Spegne la luce e si volta.
Penso… “Grazie per la diagnosi positiva!” e mi viene da ridere, ma mi trattengo.
Arriviamo nei pressi dell’hotel. “Signorina non siamo in una bella zona, se vuole andare a mangiare di là c’è Michele, fanno la pizza più buona di Napoli, di là non vada che è pericoloso, di là nemmeno… Insomma stia attenta”.
“La ringrazio, quanto le devo?”
“Sono 10 euro, più il bagaglio più il supplemento aeroporto 18 euro”,
“Cazz… va bene”.
Penso che mi abbia fregato. Forse no, non voglio avere pregiudizi… Ma forse sì, insomma 18 euro invece che 10! Va be’, entro in albergo, dietro il bancone della reception un uomo fuma, davanti a lui un posacenere stracolmo di cicche (ottimo, così posso fumare anche io!), si alza e mi accompagna alla camera. Sono stanchissima, mi rinfresco velocemente ed esco in cerca di una pizzeria. Cammino, mi guardo attorno.
“Scusi sa dov’è la pizzeria da Michele?”
Si volta quella che pensavo una signorina da strada, in parte lo è, ma in versione più mascolina.
“Che vuoi? No, no, non so niente”.
Mi gracchia in faccia. Alle sue spalle un uomo la spintona via “ma stai zitta!” e a me “mi scusi, signorina! deve andare per quella via lì”.
Ha la faccia da pappone, forse è un pappone. Lo ringrazio e proseguo per la via indicatami.
È buio. Non c’è nessuno ed è buio. Ho paura. Anzi me la sto facendo addosso.
Dio, tra quanto arrivo? Ho il cuore in gola. Ma è possibile una via così grossa tutta buia?! Cazzo, cazzo, cazzo.
Finalmente arrivo ad una pizzeria ed entro. Ho le sopracciglia aggrottate, è la finta faccia da criminale che faccio sempre quando mi sento in pericolo… Non so se gli altri la vedono, ma io me la sento, mi fa sentire più forte e sicura.
Mi siedo al tavolo ed ordino una margherita. Finalmente un po’ di tranquillità. Mangio, bevo, fumo… Sì, sto decisamente meglio, ma devo ripercorrere la strada buia verso l’hotel.
Telefono a un’amica. “Fammi compagnia, ho una paura tremenda, raccontami qualche cosa”.
“Perché non chiami la polizia, i carabinieri?”
“Ma che dici? Ho bisogno solo di fare questa strada, ancora un attimo ed è finita”.
Mi parla, mi fa ridere e non pensare. Arrivo alla piazza. “Ok, ora sono salva, eh! Grazie davvero, sono quasi all’albergo”. Salgo in stanza e mi butto sul letto… Ma dove diavolo sono finita? Chiamo il fidanzato di mia sorella che è napoletano. “Ciao Ugo, sono in piazza….. Sai dirmi niente?”
“Sì, è una delle zone più pericolose di Napoli, ma la mattina c’è un mercato pazzesco… pericolosissimo, ma bello”.
“Sh! Ok, grazie”.
Cerco di distrarmi e accendo la TV. Sull’uno niente, sul due niente, sul cinque… Matrix, ospite Roberto Saviano. Lo guardo e mi commuovo nel vedere questo ragazzo che soffre in modo evidente mentre gli mostrano una serie di interviste a suoi concittadini e scritte sui muri di Napoli: “Saviano tossico”. Non credo si aspettasse tutto questo quando ha scritto Gomorra.
Non mi piace sentirmi una pecora, non mi piace leggere i libri che vanno per la maggiore. Non ho letto “Va’ dove ti porta il cuore”, non so nemmeno di cosa parli e ne vado fiera, be’ non ho letto nemmeno “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, ci ho provato anni fa ma non ce l’ho proprio fatta e di Gomorra ne ho letto solo piccole parti saltando qua e là. Dei punti sono noiosi al di là dell’importante contenuto, altri passaggi sono veramente geniali, una scrittura bellissima, da invidia, da farmi venire i nervi, e un coraggio che mi fa sprofondare e sentire veramente piccola.
L’invidia è un sentimento che non mi piace, che ho sentito davvero poche volte nella vita e mi schifo da sola quando lo provo, mi vergogno di me stessa. Quando ero in prima liceo artistico avevo un compagno che disegnava davvero bene, meglio di me. Tutti si alzavano a guardare i disegni degli altri durante la lezione, talvolta qualcuno veniva a dirmi “hai visto il disegno di Paolo? È bellissimo”. Io non alzavo nemmeno la testa, sapevo che era bello e mi rifiutavo di andarlo a vedere, mi veniva il nervoso. Non sopportavo di sentirmi così. Ora, forse per giustificare questo sentimento, penso che la mia invidia verso qualcuno sia la massima ammirazione, riesco a superare questo stato e apprezzare in modo sincero le opere degli altri.
Tutto questo per dire cosa? Che probabilmente non ho continuato a leggere Gomorra per difendermi da questo sentimento, per far passare un po’ di tempo, ridimensionarmi e capire cosa realmente provo nel leggere di questo scrittore. Direi che è servito o non mi ritroverei in lacrime leggendo la lettera di Saviano pubblicata da Repubblica.
Beh, mi addormento guardando Matrix. Poi un rumore infernale mi sveglia, mi alzo e mi affaccio alla finestra. Ci sono la bellezza di otto cassonetti tutti in fila e un camion della nettezza urbana che li svuota. Mi chiedo se gli spazzini di Napoli hanno lo stesso stipendio degli spazzini di Milano. Torno a dormire ma dopo poche ore ancora casino… Mi rialzo, guardo fuori, è un altro camion che ritira la spazzatura. C’è un prefabbricato di fronte a me, sul tetto altra spazzatura ma non credo arriverà un elicottero a ritirarla. Dormo ancora un po’. Sono le nove e mi decido ad alzarmi definitivamente. Sistemo le valigie, penso a un posto dove mettere i soldi… Nella valigia infilati dentro ai calzini. È un luogo banale ma da qualche parte li devo pur mettere e non voglio portarmeli dietro. Bene, pago la camera d’albergo, appoggio le valigie e chiedo informazioni al gestore dell’hotel. “Sa dirmi dov’è questa via? Devo andare in questo albergo qui”.
“Sì, non è lontana, ma non ci sono alberghi”.
“Ci deve essere!”
Insomma, me l’ha prenotato la cooperativa Dedus, mi hanno invitata loro per la presentazione.
“No, signorina, non c’è”.
“Provi a guardare su internet”
“Niente hotel né b&b né agriturismi”.
Ma cazzo! Chiamo la ragazza che si è occupata dell’organizzazione e mi riconferma che l’albergo è lì. Vado a fare colazione nel bar accanto, c’è il mercato fuori, ma non mi interessa. Bevo un caffè… Non è vero, bevo una coca cola e mi alzo per tornare in hotel. Ma no! Faccio due passi così capisco in che via devo andare. E faccio veramente due passi, tutta attenta alla mia borsa a tracolla… Toh! il gioco delle tre tavolette! Non l’ho mai visto fare e quindi mi fermo solo e solamente per guardare. Mi si affianca un ragazzone. “L’hai mai visto?”.
“No, mai”.
“Io l’ho visto fare a Roma. Sono velocissimi, prima te la fanno vedere e poi la tirano via in un attimo”. Osservo l’uomo che sposta tre campanelle di metallo con sotto una pallina nera. La pallina va di qua, le campanelle di là… Non mi sembra tanto veloce! Un vecchietto punta cento euro e li perde, altri due li vincono.
“Gioca, signorina”.
“No, no, non gioco”.
Ricomincia a far girare campanelle e pallina. Un uomo punta duecento euro. Ma dove li punta? La pallina è là! Il mazziere, il campanaro o come si chiama mi guarda.
“Segna dove l’hai vista”.
“Ma no, non gioco”.
“Ma l’hai vista?”
“Sì, ma non ho puntato”.
“Va be’, l’hai vista o no?”.
“Sì, sì”.
“Sllora segna solo dove l’hai vista e se vinci ti pago”.
Tocco la campanella alla mia destra.
“Tienici su la mano! È questa?”
“Sì”
“Sicura?”
“… Sì, sì”.
Il ragazzo accanto a me punta sulla campanella che ho indicato duecento euro.
“Allora, sicura?”
“Cazzo! Sì”.
Mi sento ribollire il cervello, ho il cuore a mille. Alza la campanella di sinistra, niente e sfila i soldi a uno, guarda me e il ragazzo. “Allora, sicuri?” E noi due “sì, sì” quasi urlando. Alza la campanella e la pallina è lì. Paga il ragazzo poi mi guarda “i soldi li hai?”
“No, non li ho. Non qui”.
“Io ti pago, ma se hai i soldi”.
“Ce li ho”
“Fammi solo vedere i soldi e ti pago questa più il premio”.
“Ti basta vederli e mi paghi?”.
“Ce li hai?”
“Sììì!”
“Allora portali e ti pago”.
Non capisco più un cazzo, mi volto verso il ragazzo che mi fa di sì con la testa, “sto qua io, portali che ti paga”. Boh. Torno all’hotel, entro, il ragazzino dietro al bancone mi guarda mentre frugo nella borsa. “Signorina. non compri nulla fuori, sigarette, stereo, niente, non si fermi nemmeno a guardare”.
“No, no. Non sto… Non compro niente”.
Ecco duecento contate, le arrotolo e le tengo strette in una mano. Penso che forse me le ha fatte prendere per scipparmi, ma io le tengo strette, strette! Arrivo al banchetto. “Allora, i soldi?”
Glieli mostro tenendoli in mano.
“Hai vinto, ora segna la campanella”
“Ancora?”
“Vuoi che ti pago?”
“Ma avevi detto…”
“Il premio del 20 per cento”.
“Eh?”
“Insomma l’hai vista ora?”.
“Sì ma…”
“Tu segnala che ti pago”.
“Ma ho già vinto prima!”
“Appunto, segna e se vinci pago questa e prendi il premio”.
“Il premio?”
“Sì, dai, te l’ho detto prima!”
Non ho capito un cazzo, indico di nuovo la campanella alla mia destra.
“Sicura?”
“Sì”
“Se non vuoi puntare ti do solo il premio… Allora, sicura?”
“Sì… Sì”.
Poi guarda gli altri che hanno puntato a sinistra.
“Sicuri?”
E di nuovo a me. “Magari hai vinto… Non vuoi cambiare? Sicura che è qui?”
Oh, cazzo! “Sì!”
Alza la campanella a sinistra, niente! Mi guarda ancora, “Sììì, sono sicura!”. Alza la campanella di destra… È vuota! “Porca puttana di quella troia, merda di una merda!”
Alza quella centrale, la pallina è lì.
No, no non ci credo… Come cazzo è? E fino a qui “Alice sei cogliona come tanti altri…”
Ma io mi devo sempre distinguere! Ora che fa? Ormai ho il cervello spappolato e davvero non so come mi sfila altri duecento euro. Mi sento un’idiota integrale, mi viene da piangere ma mi sento troppo cogliona per piangere, mi devo trattenere. Non ho più un soldo… solo qualche moneta. Merda!
Torno verso l’albergo, vorrei sparire… Mi allontano guardando quel gruppo di persone mi si avvicina un uomo, “te l’avevo detto che era l’altra!”
“Ma che cazzo dici? Mi hai fatto di sì, sei d’accordo!”
“Ma figurati! Va be’, non giocare più, dai retta a me”.
“MA VAFFANCULO!”
“EHI!”
“Ehi un cazzo!”.
Finalmente mi si ricollegano i neuroni e capisco che l’unica demente a giocare ero io. Una truffa perfetta, sei persone tutte d’accordo al secondo. Come mi odio! Mi siedo all’ingresso dell’hotel con la testa tra le mani, mi viene da piangere ma mi sento troppo umiliata per farlo. Guardo di nuovo fuori… Tutti spariti in un attimo, c’è il vuoto. Non posso far altro che prendere le valigie e andare a piedi all’altro hotel. Tanto non ho più niente, al massimo mi rubano i vestiti. Esausta mi incammino…
Ogni dieci metri chiedo informazioni sulla strada, le valigie continuano a cadermi e sudo come un somaro. Finalmente arrivo a vico Bho n. 16, l’edificio è fatiscente. Mi guardo attorno, non c’è l’ombra di un hotel o b&b, né un citofono. Chiedo ad una signora. “Scusi, qui c’è il b&b Castel?”
“Aspetti… ora glielo dico”
Sparisce un attimo e poi torna. “Sì, è qui al secondo piano, salga pure”.
Salgo le scale, ad accogliermi una giovane donna.
“Salve, non mi hanno avvertito che veniva”.
“Ma ho chiamato ieri l’organizzazione per dire che arrivavo ora”.
“Aspetti, telefono a mio marito”.
Niente, né lei né il marito sanno del mio arrivo. Le mostro il foglietto con le indicazioni e il nome del b&b.
“Ah! Ma non è qui da noi, è al piano di sopra!”
“Come? Di sopra ce n’è un altro?”
“Sì, ma ora non c’è nessuno… Provo a chiamarli, sono amici miei”.
Aspetto impaziente e nessuno risponde al telefono.
“Guardi, io provo ancora, ma tra poco devo andare… Può aspettarli fuori”.
Ma porca di una porca… È possibile vada tutto storto? Aspetto mezz’ora e finalmente arriva la signora del b&b del piano di sopra. Mi mostra la camera e la casa, è tutto molto bello, mi sdraio solo un attimo… La signora mi lascia le chiavi ed esce. Sono incacchiata nera con quelli dell’organizzazione e penso… “maledetti terroni!”… Poi esco da me e mi guardo: “Ma Alice! Non si dice terroni!”, “Uffa! Lo so, lo so”.
Telefono di nuovo ad Ugo, gli chiedo aiuto, non ho soldi e non ho mangiato, mi dà il numero di suo cugino Roberto che a sua volta mi dà un appuntamento per prestarmi assistenza. Mi sento soffocare, sono agitatissima… decido di uscire, ma ho paura… apro un cassetto della cucina, prendo un coltello da bistecca e me lo infilo in borsa (ecco la famosa follia omicida).
Esco esausta e mi siedo in una piazzetta animata aspettando Roberto… scende un po’ la tensione quando…. BUUU! Quattro bambini con una maschera di halloween mi saltano alle spalle. Ah, che nervoso! Li truciderei, il cuore ha ricominciato a battermi all’impazzata, mi si avvicina una zingara e mi chiede dei soldi insistentemente. Alzo gli occhi e la guardo senza dire niente, probabilmente ho una faccia un po’ “tesa” e la signora se ne va immediatamente, ma ne arriva un’altra! Anche lei mi chiede dei soldi, non le rispondo ma lei continua, alzo gli occhi e le urlo “OH!”, mi guarda come se fossi una pazzoide… Eh, eh! Sono davvero esausta e mi sta venendo un freddo cane. Così decido di sedermi a un bar e ordinare un tè caldo, non ho soldi ma spero che Roberto arrivi presto in mio soccorso. Aspetto e aspetto e mi ordino un altro tè e fumo e aspetto… Non posso spostarmi, devo pagare il tè! Cazzo! Ne ordino un terzo sono piena di teina fin sopra i capelli! Mi telefona Roberto per dirmi che a causa del traffico e del bancomat chiuso tarderà un po’, poi mi chiama il padre di Ugo che si offre di venirmi a prendere e ospitarmi a casa sua, ma per timidezza (sembra incredibile) declino l’invito. Finalmente arriva Roberto con la sua fidanzata e con dei soldi salvavita per me, mi indica la strada più sicura per tornare al b&b, lo ringrazio e ci salutiamo. Mi avvio al b&b, le strade sono buie, ma davvero tanto buie e non mi sento affatto sicura. Tengo il coltello in una manica. Ma è possibile che mi sia esaurita tanto? Arrivo al b&b, non c’è anima viva, non c’è una televisione o una radio e mi sento davvero sola… Mi viene da vomitare, è l’ansia o forse è che sono incinta (mi ero dimenticata questo piccolo particolare). O forse entrambe le cose, mi richiama il papà di Ugo, Beppe e gli chiedo di venirmi a prendere. Scrivo un bigliettino di scuse ai proprietari del b&b ed esco ad aspettare Beppe con sua moglie.
Insieme andiamo a mangiare in pizzeria e quando esco il pizzaiolo e un cameriere mi fermano per sapere se sono proprio io, l’Alice che hanno visto intervistata al Tg, quella che ha scritto un libro. Sorrido, “sì sono io”. Con la pancia piena e l’ego accarezzato. Mi sento meglio. Arriviamo a casa di Beppe e sua moglie Anna, sono molto premurosi e li abbraccerei! Mi sdraio sul letto, l’ansia è svanita e in un secondo mi addormento.
Il mattino dopo, visto lo shock, Beppe mi porta a fare un giro turistico, vuole mostrarmi la sua Napoli, quella che ama, legata ai suoi ricordi, è così premuroso verso di me, verso la sua città che me la fa amare in un secondo. Torniamo a casa, pranziamo e io scelgo di non presentare il libro, sono stanca, troppo stanca e anche se mi sento un po’ in colpa ho deciso. Così mi faccio coccolare dalle gentilezze di Beppe e Anna e poi riparto per casa.
Se fossi rimasta e sopravvissuta una settimana forse avrei scritto un libro, Napoli è più pazza di me!



Feb 02
La persona depressa

di nicola pasa

La persona depressa

di David Foster Wallace


“La persona depressa viveva un terribile e incessante dolore emotivo, e l’impossibilità di esternare o tradurre in parole quel dolore era già una componente del dolore e un fattore che contribuiva al suo orrore di fondo.”

Così inizia uno dei racconti più importanti degli ultimi quarant’anni di letteratura americana, uno dei più crudeli, corrosivi, impietosi, veri e divertenti racconti che abbia mai letto. La persona depressa è contenuto nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”, una raccolta di mostri, quasi una versione letteraria e alta del celebre film a episodi “I mostri” uno dei pilastri della commedia all’italiana. La protagonista di questo racconto è una giovane donna, senza nome, il suo nome è la persona depressa e Wallace, l’autore di questo capolavoro, si riferirà a lei ossessivamente in questo modo per tutto il racconto. Il racconto è scritto in terza persona, tutta la realtà descritta viene filtrata dal pensiero ossessivo, patetico, vittimistico e crudele della donna depressa.
Gli altri personaggi del racconto, che sono le vittime di questo mostro, sono il Sistema di sostegno, un gruppo non fisso di ragazze, amiche o conoscenti in cui la persona depressa si è imbattuta durante la sua infanzia e adolescenza di donna depressa, la sua terapeuta, i suoi genitori. Con questi tre soggetti la persona depressa stabilisce le sue relazioni.
I genitori della persona depressa ovviamente si sono separati quando lei era adolescente e ovviamente questo evento traumatico non poteva che condizionare la vita della persona depressa ed è a questo evento e ai consequenziali conflitti tra i genitori e la disputa intorno a chi dovesse assumersi l’onere delle spese odontoiatriche della persona depressa che la persona depressa incoraggiata dalla terapeuta fa risalire le sue condizioni attuali di persona depressa, l’origine della sua depressione e dell’angoscia inesprimibile che la pervade. Va detto che le spese odontoiatriche sono state pagate e che la persona depressa ha avuto sempre quel che ha voluto dai genitori.
Le amiche che la persona depressa ha scelto come sistema di sostegno incoraggiata dalla terapeuta abitano tutte fuori città e per chiamarle la persona depressa deve fare delle interurbane, le chiama sempre in orari impossibili:

“Era umiliante; la persona depressa si sentiva umiliata. Diceva che era umiliante fare un’interurbana a tarda ora a un’amica d’infanzia che chiaramente aveva altro da fare e una vita da condurre e un rapporto di coppia vibrante, sano, intimo, coinvolgente; era umiliante e patetico stare sempre a scusarti perché secchi qualcuno o sentire che devi profonderti in ringraziamenti per il semplice fatto che una ti è amica.”

Osservate che la persona depressa riferisce ogni cosa sempre a se stessa, e il dolore che prova nel disturbare le sue amiche nel cuore della notte costringendole con ricatti manipolatori a restare alla cornetta ad ascoltare le sue pippe autocommiserative e patetiche non è riferito al fastidio provocato nelle amiche ma al suo dolore nell’essere percepita come una persona che disturba nel cuore della notte costringendo con ricatti e manipolazioni ad ascoltare quelle che lei sa è consapevole che sono delle pippe autocommiserative e patetiche.
Questo meccanismo sadico percorre tutte le pagine del racconto e illumina tutti i rapporti interpersonali che la persona depressa affronta nella sua vita di persona depressa.
E quando alla fine la terapeuta si uccide la persona depressa non si dà pace perché soffre nell’essere consapevole che il suo senso di essere stata abbandonata dalla terapeuta è ingiusto e crudele nei confronti della terapeuta e questa cosa l’angoscia e non fa che aumentare la sua depressione.

Per raccontare le contorsioni mentali di questo mostro Wallace utilizza la figura retorica della ripetizione. La scelta di questa figura retorica è essenziale per descrivere la natura ossessiva di questi pensieri, ancora una volta si comprende come una scelta stilistica faccia la differenza in un racconto.
La persona depressa è un racconto comico fondamentalmente, la ripetizione è una figura retorica classica del registro comico, pensate alle barzellette che sono quasi tutte costruite usando la ripetizione. Ovviamente qui non siamo di fronte ad una barzelletta. Ma ad un racconto comico di tipo kafkiano. Cosa c’entra Kafka con Wallace? Faccio finta di non aver sentito la domanda.
Tipico di Wallace è l’utilizzo delle note a piè di pagina, che in genere sono presenti in testi di consultazione, e che in genere si saltano o si consultano con pigrizia. Le note a piè di pagina però nei racconti e nei romanzi di Wallace sono parte integrante del racconto e trascurarle comporta il restare all’oscuro di molte facezie e di gran parte del divertimento.

Wallace come sapete era una persona depressa, lo scorso settembre si è suicidato. Conosceva molto bene le meccaniche psicologiche di chi vive un disagio psichico come conosceva bene le dinamiche relazionali che si stabiliscono tra la persona sofferente e gli altri, che siano i terapeuti o i familiari.
Perché allora si accanisce così tanto con questo individuo da renderlo grottesco e mostruoso nella sua crudeltà e nel suo solipsismo? Perché come tutti i grandi artisti ha colto una verità, l’ha illuminata bene. Quale verità? Che la persona sofferente fa fatica a sentire gli altri. Ovviamente non tutte le persone depresse sono così insensibili e crudeli. E non tutte attuano questo genere di manipolazioni, e probabilmente vi sono persone così che non sono nemmeno depresse. Il dubbio poi che la persona depressa si sia inventata questa depressione per compensare il vuoto interiore angosciante che la pervade serpeggia in tutto il racconto.

Il primo passo avanti nella guarigione lo si fa quando finalmente si comprende l’altro da te come un essere altrettanto fragile e bisognoso di cure. La paranoia che spesso diventa autocommiserazione si nutre di questa insensibilità al dolore altrui. Una persona si sente sola e abbandonata, e incolpa gli altri di questa sua solitudine e di questo abbandono. Non pensando minimamente che forse anche gli altri si sentono abbandonati e soli, magari da questa stessa persona. Se io non ricevo una mail o una telefonata da qualcuno penso subito di essere messo da parte, ma forse sono io che non telefono e non scrivo mai una mail. Provate voi che siete depressi o paranoici a iniziare la giornata chiedendo agli altri “come stai?”, magari a un vostro familiare o al vostro terapeuta, forse vi guarderà stupefatto all’inizio ma credo che la cosa farà piacere.
Concludo con una cosa scritta da Alice Banfi:

Da quel giorno ogni volta (accade spesso) che una parola di un amico mi ferisce o una situazione mi mette in difficoltà, mi siedo e penso: verifico la realtà e qualunque essa sia scarto velocemente le risposte disadattive cercando la risposta più adatta, che per diversi mesi è stata semplicemente quella di scoppiare in lacrime. Ora automaticamente faccio questa “operazione”, quando mi sento abbandonata o ferita, con la consapevolezza che ogni ricaduta mi riporterebbe a rafforzare il vecchio schema cristallizzato, e tender a dare nuovamente risposte disadattive. Diversamente se continuo a dare risposte adattive formo un nuovo schema e con il passare del tempo si fissa nella mia memoria diventando un automatismo. Il limite degli autori del libro ora come ora, penso sia stato credere che al posto delle risposte disadattive si potessero sostituire quelle adattive e che quest’ultime venissero dal soggetto così spontanee come le precedenti. Diversamente penso che solo dopo anni di “esercizio” senza ricadute forse non dovrò più sedermi e metterci come minimo 20 minuti a dare una giusta risposta, forse uscirà da sola come a tutti gli altri accade.


Gen 29
Sorelle

di nicola pasa

Sorelle

Pubblico un racconto che ho scritto lo scorso autunno e che avevo pubblicato sul mio sito, è un racconto che parla fra le altre cose di anoressia, una cosa che ho vissuto e da cui mi sto lentamente separando.

 

Alla fine di questo racconto c’è la morte. Tanto vale che ve lo dica subito. Non ha importanza sapere chi morirà o cosa morirà. Sappiate solo che questo vi attende.
Le sorelle le conobbi un’estate di tanti anni fa.
Venivano da un’altra città, più grande, lontanissima dalla mia. In seguito ho scoperto che non distava la grande città che una decina di chilometri. Le distanze mi sembravano superiori, a misura della mia bici, dilatate quanto il tempo, che a volte sembrava fermarsi, incantarsi come quella vecchia pendola che stava nel salotto di casa. Spesso si bloccava. Mio padre si doveva alzare, interrompendo le sue occupazioni, e sbuffando di impazienza e imprecando al padre da cui l’aveva ereditata, gli doveva assestare una pedata, e quella riprendeva a pendolare. Non so perché mio padre lo facesse. In fondo quella pendola non serviva a niente. Mio padre poteva infischiarsene altamente del suo movimento oscillatorio. Ma probabilmente mio padre aveva paura che il tempo potesse fermarsi con lei.
Ripensandoci mi sembra che non solo io avessi l’ansia che il tempo corresse più veloce. Tutti in famiglia sembravamo terrorizzati da quell’idea, come se restare fermi significasse essere morti, e correre in fretta verso la morte significasse essere vivi. Il fatto è che io odiavo la vita.
Se non avessero preso la casa accanto alla nostra probabilmente non le avrei mai conosciute, voglio dire, se fossero andate a stare solo cinquanta metri più in là non avremmo avuto occasione, io non avrei avuto il coraggio di avvicinarle e loro non mi avrebbero mai notato.
Avevano la mia stessa età ed erano gemelle omozigote. Erano identiche. Solo che quando le vedevi insieme una sembrava in bianco e nero, l’altra sembrava splendere come se fosse ricoperta interamente d’oro e brillanti.
La sorella in bianco e nero si chiamava Emma.
La sorella luccicante si chiamava Sara.
Emma e Sara.
Avevano la pelle molto bianca, capelli lunghi e sottili, biondissimi, quasi bianchi. Avevano occhi chiari, ma quelli di Emma erano di un colore più smorto, sul celeste, mentre quelli di Sara erano azzurri e luccicavano come lei.
Non tutti facevano caso alle differenze tra le due sorelle ma io le avevo notate subito. Tra le due spiccava sempre Sara. Emma sembrava sempre un po’ eclissata.

Il primo giorno che le vidi Sara era nel giardino e saltava, sembrava sprizzare di salute e di gioia di vivere. Il mio cane, Lupone, un pastore tedesco enorme ma tenero come un cucciolo le saltava attorno. Io lo chiamai e lei così mi vide.
Mi chiese come si chiamava. Glielo dissi. Non volle sapere il mio nome. Si mise a far carezze al mio cane che sembrava essersi innamorato all’istante di lei. Le chiesi il suo nome. Lei mi rispose dopo un po’, quasi formale, ma sforzandosi di essere amabile. Solo allora vidi la sorella. Era seduta sotto il portico, si teneva la testa tra le mani e mi guardava. Non riuscii a comprendere l’intenzione di quello sguardo attento. Non traspariva nessuna emozione e nessuna particolare espressione nel suo viso. E’ così che mi apparvero la prima volta.
‘Ah quella è mia sorella Emma’, disse senza nemmeno voltarsi a indicarmela. Doveva aver intuito che mi ero accorto di lei anche se non mi guardava per niente e sembrava solo dedita al mio cane.
‘Io sono Alberto’, le urlai.
Lei rimase impassibile anche se poi smise di guardarmi.
‘Cos’ha tua sorella?’, chiesi a Sara.
‘Niente. Adesso devo andare. Ciao Lupone’.
Corse su per gli scalini e prese Emma per un braccio trascinandola in casa.
‘Hai fatto conquiste’, dissi al mio cane stupito quanto me dell’improvvisa fuga della ragazza.

Raccontai a mia madre delle nuove vicine e lei disse che aveva conosciuto già i loro genitori e che li aveva invitati a cena per l’indomani. Disse che erano persone molto simpatiche e colte.
Andai a letto con una strana eccitazione addosso. Dalla mia finestra vedevo la casa dei vicini. La finestra illuminata delle due sorelle mostrava una stanza simmetrica: due letti identici, i comodini opposti, così come gli armadi: sembrava una stanza allo specchio. Quando entrarono nella stanza da due porte opposte smisi di guardare e richiusi la finestra.

Rivedo la scena al rallentatore, i due genitori, alti, sani e sorridenti, e dietro loro due, Emma e Sara, bellissime a loro modo entrambe, il sole e la luna, la luce e il buio, ero innamorato ma non sapevo se di una in particolare o di entrambe, soprattutto mi chiedevo se non fossi stregato dalla loro inscindibilità.

A tavola parlarono solo i nostri genitori. Sara ed Emma erano sedute di fronte a me. Stavano in silenzio. Sara mangiava con appetito, Emma con fatica. Sara sorrideva sempre. Emma era cupa.
Sara non mi guardava mai. Emma ogni tanto mi guardava. Non sentivo il calore del suo sguardo, i suoi occhi erano così tristi.

Dopo il dolce i nostri genitori andarono nel salotto a parlare, noi tre uscimmo nella veranda.
‘Che cosa ti piace fare che ti piace fare veramente?’. Mi chiese Sara.
‘Niente. A parte leggere e scrivere’. Dissi, mi sembrò una risposta originale. Le due sorelle si erano sedute ai due lati rispetto a me. Sara parlava senza guardarmi. Emma sembrava impassibile ma sentivo un affanno in lei.
‘Sei uno scrittore? A me non piacciono gli artisti’.
‘A me sì’, disse Emma.
‘Emma non dire cazzate, quando mai ti sono piaciuti gli artisti?’.
Emma mi sfiorò impercettibilmente la mano, il cuore fece un balzo pazzesco. Pensai che se ne fossero accorte.
Sara fece una smorfia di disgusto e si sfregò la mano.
‘Non sono un artista, scrivo’.
‘Cosa scrivi?’, chiese Emma.
‘Racconti dell’orrore’. Ricambiai lo sfioramento della mano. Ero eccitato.
‘Non mi piacciono i racconti dell’orrore’, disse Sara. Mi sfiorò anche lei, mi alitò sul collo, profumo di limone.
‘A me piacciono molto’. Emma mi strinse la mano.
‘Se vuoi te ne leggo uno’.
‘Sì ti prego’. Si voltò verso di me e mi fissò negli occhi.
‘Vieni su con me allora, li tengo in un quaderno’.
‘Sì’.
‘Blah’, fece Sara. E se ne andò via lasciandoci da soli.

Salimmo io ed Emma in camera mia senza farci sentire dai nostri genitori che parlavano allegri e bevevano drink.
Emma si sedette sul mio letto. Io presi il quaderno dove scrivevo le mie storie. Non riuscii nemmeno ad aprirlo. Ci baciammo sul letto. Prima da seduti. Poi ci sdraiammo insieme e facemmo una cosa simile all’amore però con i vestiti addosso. Ci baciavamo con passione, con la lingua voglio dire e ci dicevamo delle cose tenere. Io esploravo il suo corpo con le mani. Mi concentravo sui seni. Non avevo mai toccato i seni di una ragazza. Erano piccoli e morbidi. Dopo un po’ ci alzammo e ci mettemmo a parlare. La finestra della loro camera era accesa, dentro si vedeva Sara che ci guardava dal suo letto. Noi eravamo al buio. Accendemmo una lampada e ci mettemmo sotto le coperte.
‘Tua sorella è strana’.
‘Pensavo di essere io quella strana’.
‘Anche tu sei un po’ strana’.
‘Forse volevi dire che lei è un po’ stronza’.
‘Non vuoi bene a tua sorella?’.
‘Perché? Dovrei volerle bene?’.
‘Io se avessi una sorella o un fratello ci vorrei bene’.
‘Lo dici perché non ne hai’.
‘Sei strana’.
‘Anche tu’.
‘No, io non sono strano, sono una nullità’.
‘Chi te l’ha detto?’.
‘Nessuno, è un mio pensiero’.
‘Balle’.
‘Sul serio?’.
‘Hai amici?’.
‘No, non ne ho’.
‘Neanch’io ho degli amici, ho solo mia sorella’.
‘Voi siete gemelle, vero?’.
‘Certo, omozigote, perché non si vede?’.
‘Sì. Però siete diverse’.
‘Certo che siamo diverse. Lei è una stronza. Io sono strana’.
Mi fece ridere.
‘Sei molto divertente, sei sempre così seria’.
‘Non sono seria, sono come il sole quando è coperto da una nuvola’.
‘Tutto il cielo lo prende tua sorella, vero?’.
‘Sì, si prende tutto lei, e si prenderà anche te’.
‘No, che non mi prenderà’.
‘Sì che lo farà’.
‘Perché sei così sicura?’.
‘Lei si prende sempre tutto, a me non rimane mai nulla’.
‘A me piaci tu’.
‘Lo dici solo perché sono stata la prima a venire con te’.
‘Non è vero’.
‘Sì che è vero, tu avresti preferito lei’.
In realtà avrei voluto entrambe ma come fare a dirle una cosa del genere.
‘Vuoi fare l’amore?’, mi disse di colpo.
‘Non lo so, non l’ho mai fatto, sì, penso di sì’.
‘Lo facciamo domani, stasera non mi va, mi va di baciarci’.
E così riprendemmo a baciarci finché non sentimmo le voci dei nostri genitori che ci chiamavano.
Emma uscì dalla stanza sistemandosi il vestito che si era tutto stropicciato. Io mi avvicinai alla finestra e guardai Sara. Era seduta nel letto e mi guardava fissa. Poi disse qualcosa ma non capii, non so leggere le labbra. Mi mandò un bacio e poi spense la luce. Restai a guardarla nel buio. Una falena fece un giro attorno al lampione. Nel cielo brillava una mezza luna. Nuvoloni scuri si preparavano a invadere il cielo da Est. Domani ci sarebbe stata pioggia. E io avrei fatto l’amore.

Lo facemmo nel loro garage, sui sedili posteriori della macchina della mamma di Emma. I suoi genitori erano andati in città con Sara. Emma aveva detto che non aveva voglia di andare con loro. Sara l’aveva presa un po’ in giro. I genitori non avevano fatto una piega. Erano abituati all’indolenza di Emma.
Sulle prime avevamo pensato di andare nella camera di Emma e farlo nel suo letto oppure in quello di Sara, ma Emma aveva pensato che la prima volta doveva essere un po’ selvaggia, che per il letto e le comodità c’era tempo, così lei aveva preso un plaid da un armadio della camera dei suoi genitori e ci eravamo infilati nella macchina di sua mamma. Fuori pioveva. Sentivamo la pioggia battere sulla porta di lamiera del garage. Lei si tolse il vestito e restò in mutandine e reggiseno. La guardai con attenzione. La sua pelle era pallida e tenera. Lei mi guardò storta. Allora mi spogliai anch’io. Tenni solo le mutande. Lei soffocò una risatina quando vide il mio cazzo duro gonfiare le mutande.
‘Sembra una tenda da circo’, disse e diventò rossa. Il primo colore che vidi sul suo volto.
Ci baciammo con tenerezza. E poi lei si tolse il resto. Io mi tolsi le mutande e le montai addosso.
Mi sussurrò di non preoccuparsi se lei si lamentava del dolore. Inizialmente sentii resistenza poi scivolai dentro senza fatica. Mi piaceva un sacco. Sentivo un fuoco partire dal pube e invadermi tutto. Lo facemmo per un po’ ansimando sotto il plaid finché io non venni dentro di lei. Ci baciammo con passione e poi ci rimettemmo qualcosa, non tutto.
Sotto il plaid parlammo un po’.
‘Non devi preoccuparti’.
‘Ti aiuterò a pulire’.
‘Non parlo della macchina. Non posso avere ancora bambini’.
‘Che cosa?’.
‘Non sai come si fanno i bambini?’.
‘Certo che lo so, però bisogna essere grandi per farli, me lo ha detto la mamma’.
‘Beata ingenuità. Io non posso avere bambini perché non ho ancora le mie cose’.
‘Le tue cose?’.
‘Non sai proprio niente. Io l’ho letto nell’enciclopedia. Se un ragazzo mette il seme nella fica della sua ragazza la ragazza resta incinta e dopo nove mesi partorisce un bambino. Ma solo se la ragazza è diventata donna. Per diventare donne bisogna avere le mestruazioni’.
‘Io ti ho messo dentro qualcosa…’.
‘Non ti sei accorto? Guardati il cazzo’.
Lo guardai, la cappella era sporca di un fluido biancastro, simile a quello che mi veniva di notte, però più denso.
‘Ho sentito un gran piacere ma non mi sono accorto di averti messo dentro qualcosa’.
‘Mi hai messo dentro lo sperma, ma forse tu lo chiami sborra’.
‘Questa è la famosa sborra allora? Ne ho sentito parlare’.
‘Sei proprio un pivello’.
‘Ma tu l’hai già fatto altre volte?’.
‘No, era la prima volta, il sangue che vedi esce solo la prima volta’.
‘Mi ha fatto impressione’.
‘Non ti piace il sangue? Eppure se scrivi racconti dell’orrore…’.
‘Ha un odore brutto. Ma ora ti verranno le tue cose?’.
‘No, le mie cose vengono quando devono venire, non lo sa nessuno quando vengono, solo a te perché ti esce del sangue’.
‘A tua sorella sono venute le sue cose?’.
‘No, ci verranno lo stesso giorno’.
Silenzio.

‘Io ti piaccio’, le chiesi dopo un po’.
‘Sì. Certo che mi piaci’.
‘Anche tu mi piaci’.
‘Grazie’.
‘Ti piacciono davvero gli artisti?’.
‘Sì, ma tu sei il primo che conosco’.
‘E allora come fai a sapere che ti piacciono’.
‘Tu mi piaci’.
‘Però non hai ancora letto nulla di quello che scrivo’.
‘Ho detto che mi piaci tu, non quello che scrivi’.
‘Vuoi leggere qualcosa?’.
‘No, raccontami tu una storia’.
‘Non sono bravo a raccontare’.
‘E allora perché scrivi?’.
‘No, volevo dire che non sono bravo a raccontare con la voce’.
‘Hai mai provato?’.
‘No’.
‘E allora come fai a sapere che non sei bravo?’.
‘Quando parlo nessuno mi ascolta’.
‘Io ti ascolto. Racconta’.
‘Sto scrivendo un racconto su un bambino che viene lasciato solo in casa di notte’.
‘Interessante, vai avanti’.
‘Mi piaci molto Emma’.
‘Fa parte del racconto?’.
‘No. Bé c’è questo bambino che viene lasciato da solo in casa di notte, perché i genitori sono andati ad una festa’.
‘Che genere di festa?’.
‘Ha importanza?’.
‘Sì, l’arte richiede precisione’.
‘Come lo sai?’.
‘Così’.
‘Va bene, vanno ad una festa di Halloween’.
‘Come mai non lo lasciano con una baby sitter?’.
‘Perché altrimenti non fa paura’.
‘Una storia deve essere credibile per fare paura’.
‘Ok, non lo lasciano con la baby sitter perché sono due genitori stronzi’.
‘Così mi piaci’.
‘Sono genitori che se ne strafregano del loro bambino, pensano solo a divertirsi, e non lo stanno mai a sentire, voglio dire se ha qualcosa che non va, se piange per un niente, se torna a casa da scuola triste, non si chiedono mai perché non ha uno straccio di amico, per loro è tutto a posto, va tutto bene, e quando lui si mette a piangere di notte loro chiudono la porta della camera per non sentirlo e lui soffoca le lacrime sotto le coperte’.
‘Ok, mi hai convinto, procedi’.
‘Così questo bambino quando i genitori sono usciti scende nella sala e accende la tv. Lo fa perché da solo nella sua stanza si sente più solo rispetto a quando è nella sala con la tv accesa. Poi per farsi compagnia prende del cibo dal frigo semivuoto, trova del pollo avanzato la sera prima e del formaggio spalmabile, prende del pane secco e torna in sala sul divano. Mangia e guarda la tv nel silenzio della casa e nella solitudine e nel buio. Però a un certo punto sente un rumore fuori, forse è il vento ma forse non lo è’.
‘Non fa paura’.
‘Non è mica finita’.
‘E quand’è che fa paura?’.
‘Non lo so’.
‘E’ più triste che paurosa. Continua, mi piace’.
‘Allora il bambino spegne la tv’.
‘Perché?’.
‘Perché così sente meglio il rumore e può capire se è un rumore di cui può aver paura o no’.
‘Io avrei alzato il volume e mi sarei messa a dormire’.
‘Io avrei fatto come lui, sono curioso. Comunque tende l’orecchio nel silenzio più assoluto. Si sente solo il rumore del vento e della pioggia che sferza i vetri. Il rumore strano non c’è più. Allora sta per riaccendere la tv quando si sente di nuovo quel rumore così strano. Ma tu stai tremando?’.
‘Ho freddo, abbracciami forte’. Così l’abbracciai e la strinsi forte a me.
‘Hai paura?’.
‘Un pochino ma se tu mi abbracci ho meno paura’.
‘Continuo la storia?’.
‘Sì vai avanti’.
Non aveva paura per niente, era una scusa per stare abbracciati. Anni dopo ho capito che non avevo la stoffa dello scrittore horror e mi sarei specializzato in storie deprimenti.
Comunque non andai avanti, volevo stare con lei, le mie storie mi facevano compagnia quando mi sentivo solo ma ora stavo con lei e mi sentivo così bene e felice.
‘Non possiamo stare qui ancora molto. I miei saranno di ritorno per pranzo, devo apparecchiare’.
‘Vuoi una mano?’.
‘No, aiutami solo a rivestirmi’.

Mentre rientravo in casa arrivò la macchina dei suoi genitori. Sara si precipitò giù dall’automobile e mi raggiunse prima che io fossi già dentro, al sicuro.
‘L’avete fatto’ mi disse con le gote accese.
‘Che cosa?’.
‘Non fare il finto tonto, so che l’avete fatto, l’ho sentito’.
Non mi diede il tempo di rispondere che si allontanò di corsa verso i suoi genitori che stavano scaricando la spesa dall’automobile. I suoi capelli dorati fluttuavano nell’aria. Sentivo un profumo di shampoo da discount. Mi piaceva.

Il pomeriggio Emma non uscì di casa. Io non avevo il coraggio di avvicinarmi. Guardai la loro finestra dalla mia camera ma era chiusa e non filtrava nessuna luce sotto le persiane.
La sera tornai alla finestra. La loro era aperta e la stanza era illuminata e vuota. Spensi la luce della mia stanza e restai nel buio a guardare. Entrarono tutte e due dalle due porte opposte. Se non fossero state così diverse ai miei occhi mi sarebbe sembrata una scena specchiata. Emma sembrava più spenta e più magra. Sara risplendeva. Si misero a letto e mi guardarono entrambe. Sara sorrideva soddisfatta. Emma era come se piangesse ma senza lacrime. Mi vedevano nel buio. Entrò la loro mamma e chiuse la finestra senza vedermi.

Il mattino dopo andai a suonare alla porta di casa. Mi aprì la mamma. Dissi che volevo parlare con Emma. Lei mi fece entrare, disse che era di sopra e che era molto stanca e che se volevo potevo giocare con Sara. Ma io non volevo Sara. Entrai nella camera e vidi Sara nel letto di Emma. Chiesi a Sara dove fosse Emma. Lei mi disse che era lei Emma e di non fare lo stupido. Ma io sapevo che lei era Sara, vedevo la sua pelle brillare, e i suoi occhi erano luminosi. Emma non era così.
‘Dov’è Emma?’, dissi.
‘Uffa, sei un cretino, che cosa ci trova Emma in un cretino come te…’.
‘Sono qui’. Era alle mie spalle. Mi voltai e la vidi. Com’ero felice di vederla. Anche se sembrava più triste di ieri e più smunta. La presi per mano e la portai fuori con me.
‘Ti va di andare in un posto?’, le dissi quando eravamo fuori di casa.
‘Dove mi porti? Sono un po’ stanca’.
‘E’ la biblioteca comunale, non è lontana, ti ci porto in bici, vedrai ti piacerà’.
Così la feci montare sul sellino della mia bici da cross mentre io pedalavo in piedi. Lei mi strinse per non cadere mentre pedalavo. Ero felice. Arrivammo nei pressi della biblioteca in pochi minuti. La biblioteca era dentro il Parco, vicino al ponte sul laghetto, un posto dove ci andavano sempre gli adolescenti innamorati. Mentre passavamo sul ponte immaginai noi due mentre ci tenevamo per mano lì in riva al laghetto e che davamo da mangiare alle anatre.
Quasi mi fece dispiacere quando lei allentò la presa sui miei fianchi e scese dalla bici, ma poi lei mi diede la mano. Senza che io gliela chiedessi, lo fece di sua iniziativa e questo mi fece battere il cuore e mi fece sentire anche un po’ stupido.

Mi sentii molto orgoglioso e più grande quando entrai con lei nella biblioteca. Salutai la signorina Marti che dietro i suoi occhiali spessi mi sorrise. La signorina Marti era una zitella. Era molto simpatica, non era acida come sono in genere le zitelle. Mia madre una volta aveva detto che una sua amica era una zitella acida. Io l’unica cosa acida che conoscevo era lo yougurt e così pensavo che essere zitella voleva dire sapere un po’ di yougurt ed era per questo che gli uomini non ti si filavano, perché lo yougurt è buono ma sapere di yougurt non tanto. Però la signorina Marti non sapeva di yougurt e quindi la teoria andava a farsi benedire.
Ci sedemmo io ed Emma a un tavolino dopo aver preso dei libroni pieni di illustrazioni di animali. Mentre li sfogliavamo stavamo vicini e ogni tanto io mi accostavo a lei e aspiravo il profumo dei suoi capelli. Aveva lo stesso profumo di shampoo della sorella, ma c’era anche l’odore del sudore. Mi piaceva.
‘Tu sai perché le zitelle sono acide?’, chiesi dopo un po’.
‘Perché non fanno sesso’.
‘Se non fai sesso diventi acido’.
‘Sì’.
‘Noi due abbiamo fatto sesso, giusto?’.
‘Sì’.
‘Non possiamo diventare acidi allora?’.
‘No’.
‘Tua sorella però sì’.
Lei mi sorrise.
‘Sì, mia sorella è un po’ acida ultimamente’. Mi diede un bacio e io per un istante la vidi brillare come Sara.
‘Sara puzza di yougurt?’.
Mi guardò.
‘Come sarebbe?’.
Rinunciai ad approfondire. Col tempo imparai a fare i conti con le metafore e a inventare le mie.

‘Tu passi il tuo tempo qua dentro?’.
‘Sì, qua non c’è nessuno che ti rompe d’estate’.
‘Portami via’.
‘Va bene, ti riporto a casa’.
Ma lei non voleva che la riportassi a casa. Mi rivolse uno sguardo implorante.
‘Dove vuoi andare?’.
‘Dove non c’è nessuno’.
‘Non conosco un posto dove non c’è nessuno’.
‘Se non mi porti via io morirò’.
‘No che non morirai’.
‘Sì che morirò’.
‘Non puoi morire. Sei troppo piccola’.
‘Tutti possono morire, non c’è un’età in cui si può morire e un’età in cui non si può morire’.
‘Sì che c’è, i bambini non possono morire’.
‘Tu non capisci’.
No, non capivo, e mi venne da piangere.

La portai nel parco nel folto del bosco e facemmo l’amore. Poi tornammo a casa.
La sera guardai la loro finestra seduto sul letto nel buio. Loro erano sdraiate e mi guardavano. Sara sembrava splendere. Emma era rigida e tetra. Le mandai un bacio. Poi si spense la luce e io vidi i loro occhi brillare nel buio come quelli dei gatti.

I giorni successivi Emma non uscì di casa. Andai a chiamarla un sacco di volte ma sua madre mi disse che stava poco bene. La loro finestra era sempre chiusa. Non filtrava nessuna luce.

Feci anche delle telefonate. Una volta rispose Sara.
‘Lo so che sei tu’.
Io stavo in silenzio.
‘Emma non vuole più vederti’.
‘Non è vero’.
‘Sì che è vero, lei non ti ama’.
‘Fammi parlare con lei’.
‘Non vuole venire al telefono’.
‘Sei solo invidiosa e acida’.
Riattaccò.

Un pomeriggio vidi uscire di casa i loro genitori. Entrai in casa loro usando la porta del garage. La casa era immersa nel buio e nel silenzio. Salii verso la loro camera. Sentivo parlare Sara.
Entrai e vidi Sara davanti allo specchio. Parlava con se stessa. Lei fece finta di non vedermi. Non vedevo Emma.
‘Dov’è Emma?’.
Lei mi rispose da dentro lo specchio.
‘Ciao, sono qui, non mi vedi?’.
‘Tu sei Sara, non sei Emma’.
‘Come puoi dire che non sono Emma’.
‘Emma è diversa’.
‘Sei uno stupido’.
Presi un fermacarte dalla scrivania di Sara e lo lanciai contro lo specchio che andò in frantumi. Sara si mise ad urlare come impazzita. Allora sentii un debole lamento dal bagno.
Emma era curva sul cesso. Era grigia e molto più magra.
‘Che cazzo fai?’.
‘Vattene’.
Sara era alle mie spalle.
‘Sì vattene, non vedi che la fai stare male’.
‘Ma Emma io non ti ho fatto niente’.
Emma mi guardò, aveva la bocca sporca di vomito e gli occhi un po’ arrossati. Però si vedeva che mi voleva bene.
‘Esci ora, più tardi esco e parliamo’.
‘Va bene’. Mi venne voglia di darle un bacio. Sara fece un moto di disgusto. Non mi fregava niente del vomito, la baciai in bocca e poi me ne andai.

Aspettai sotto la veranda in compagnia di un libro di Stephen King. Non so se l’avete letto, si intitolava Ossessione. Parlava di un ragazzo che andava a scuola con una pistola e a un certo punto sbroccava e dopo aver ucciso una professoressa cominciava a fare una specie di gioco della verità con i suoi compagni di classe invitandoli a vomitare fuori tutto il marcio che avevano e tutti i loro risentimenti. Gran bel libro.
E mentre leggevo questo bel libro e nel mezzo del brano in cui la cicciona complessata litiga con la figa della classe arrivò Sara.
‘Stai sempre seduto a non fare un cazzo’.
‘Sto leggendo’.
‘Appunto. Sei noioso’.
‘Perché sei venuta qui se mi trovi noioso?’.
‘Perché mi piaci’.
‘Non è vero’.
Lei fece spallucce.
‘Mi annoio qui, dove stavamo prima avevo un sacco di amici’. Si sedette al mio fianco. Mentre parlava dondolava le gambe e masticava un capello.
‘Anche qui è pieno di ragazzini, basta che cammini lungo la strada e ne trovi quanti ne vuoi’.
‘Perché tu stai sempre solo?’.
‘Non mi piacciono i ragazzi che vivono qui’.
‘E che cosa non ti piace di loro?’.
Ci pensai su. Non avevo in realtà grossi argomenti in loro sfavore.
‘Non lo so, sono diversi’.
‘Sei tu che sei diverso. Sei strano e noioso. Fate proprio una bella coppia’.
Non replicai. Forse aveva ragione. Le dinamiche dell’attrazione sono complesse. Oppure molto semplici. Due persone si conoscono, sono entrambe noiose e insignificanti. Si mettono insieme e da due persone noiose e insignificanti nasce una coppia noiosa e insignificante.
Quando riemersi dalle mie confabulazioni che non erano per nulla quelle sopra riportate e che in qualche modo c’entravano con le gambe lisce di Sara chiesi:
‘Che cosa succede a Emma?’.
‘Non si sa. Non gli va mai di mangiare e quando mangia perché papà altrimenti le dice che la mena poi vomita in bagno. E’ stupida’.
‘Non ti dice perché fa così’.
‘No, non ne parliamo mai’.
‘Io ci parlo con lei. E’ simpatica’.
‘Ti è simpatica perché è venuta con te’.
‘Non è vero’.
‘Sì che è vero. Se fossi venuta io con te allora sarei io quella simpatica’.
‘Non mi saresti simpatica in nessun caso’.
‘Scommettiamo?’.
‘Che vuoi dire?’.

Andammo dietro la loro casa, in un piccolo ripostiglio dove il padre teneva gli attrezzi da giardinaggio e altre cose. Prima ci baciammo un po’. Poi lei mi slacciò i pantaloni e mi tirò fuori l’uccello. Me lo guardò e poi fece una cosa strana. Lo prese in bocca. Solo la punta perché il resto non ci stava.
Era una cosa strana. La sua lingua mi dava fastidio a volte ma la morbidezza delle labbra attorno alla cappella mi dava un grande piacere. Con la mano me lo accarezzò e io le sborrai quasi in faccia.
Lei si rimise in piedi e si pulì la faccia con un fazzoletto.
‘Ora ti sono simpatica, vero?’, c’era una specie di supplica nella sua voce e i suoi magnifici occhi per un istante mi sembrarono sinceri.
‘Un pochino’.
‘Emma te l’ha mai fatto?’.
‘No. Con lei ho fatto sesso’.
‘Cretino, anche questo è sesso, si chiama pompino’.
‘Ah è questo il pompino… e dove lo hai imparato?’.
‘Dove stavo prima c’era un ragazzo grande, un gran figo, mi ha insegnato a fargli le seghe e i pompini, lui invece mi faceva i ditalini’.
‘Non avete fatto l’amore?’.
‘Lui ci ha provato una volta ma non entrava il suo cazzo, era troppo grande’.
Improvvisamente mi vergognai di quel che avevamo fatto.
‘Non dire niente ad Emma’. La supplicai.
‘Non serve, Emma sa già tutto’.
‘Che vuoi dire?’.
‘Lei sente tutto quello che faccio e io sento tutto quello che fa lei’.
‘Cioè come dire che avete dei poteri?’.
‘Non so, sento delle cose che non stanno accadendo a me, tipo dolore o piacere o paura, e so che le sta vivendo lei’.
‘Tipo che quando facciamo l’amore tu hai sentito?’.
‘Sì, ho sentito’.
‘E lei cosa provava?’.
‘Piacere e paura’.
‘E’ innamorata di me?’.
‘Penso di sì. E’ una cretina, come te’.
‘Ti dà fastidio sentire?’.
‘A volte sì, a volte no’.
‘Puoi sentire cosa prova ora?’.
‘E’ giù di corda. Ma ce l’ha con me non con te’.
‘Mi fai paura Sara’.
‘Va da lei, cretino’.
Mi precipitai fuori dal capanno e quasi gli sbattei contro. Lei era lì fuori ad aspettare la fine di quella porcata.
‘Emma…’.
Mi fissava in silenzio con le lacrime agli occhi.
‘Mi dispiace Emma’.
Mi chiuse la bocca con un bacio e poi mi abbracciò forte e all’orecchio mi sussurrò:
‘Portami via subito’.
Così la caricai sulla bici e la portai in collina, dove non c’era quasi nessuno.

La collina che dominava la mia città. La città si estendeva sotto di noi. Noi eravamo seduti su un muretto a secco costruito su uno strapiombo. Una volta c’era una terrazza con degli ulivi. Poi c’è stata una frana e ora c’era solo un burrone. La città si perdeva lontano nell’azzurro del mare. Le case erano piccole. Le potevamo toccare con le dita.
Emma si dondolava proprio come la sorella. Le gambe sottili e bianche. La gonna si sollevava un po’ ad ogni oscillazione. Ogni tanto si fermavano e io speravo sempre ansiosamente che ricominciassero il dondolio. Il movimento mi aveva sempre colpito. Mio padre una volta mi aveva parlato dei paradossi contro il moto di Zenone. Quello della tartaruga e di Achille mi aveva fatto ridere. Mio padre si era un po’ risentito. Nemmeno Zenone fosse suo fratello. Penso che Zenone avesse ragione. Il moto non esiste in realtà. Noi siamo sempre fermi. E’ solo un’illusione ottica e mentale insieme che ci fa pensare di muoverci. Pensavo anche che il moto non fosse semplicemente una questione di movimento fisico ma a quell’età non ero ancora del tutto cosciente del moto interiore. C’erano delle cose che mi facevano venire dei dubbi ma non avevo strumenti per risolvere i dubbi e nemmeno di indagarli. E che te ne fai dei dubbi se non li puoi coltivare?
Mentre pensavo guardavo Emma. Emma parlava. Ogni tanto faceva delle pause e mi guardava per vedere se capivo poi guardava la città e riprendeva a parlare.
‘Non è così semplice’.

‘Una volta mi hanno portato da un dottore. Un medico della mente. Mi ha fatta sedere in una poltrona e mi ha sorriso, quel genere di sorriso che ti fanno gli adulti quando vogliono rifilarti qualche fregatura’.

‘Mi ha detto di mettermi a mio agio. Ma io non mi potevo sentire a mio agio. Se uno ti dice di metterti a tuo agio è chiaro che tu cominci a sentirti a disagio. Allora mi ha detto di parlargli un po’ di me. Mi ha fatto delle domande. Mi ha chiesto che cosa mi piace fare e se ho degli amici e poi è andato a bomba’.

‘Mi ha chiesto di mia sorella e poi di mia mamma e di mio papà e della relazione tra le tre figure e me. Poi mi ha chiesto che cosa provo quando mangio e poi dopo mangiato e poi quando sto per vomitare e mentre sto vomitando e subito dopo che ho finito di vomitare e cosa penso quando penso al cibo. Mentre io parlavo lui annotava tutto in una specie di cruciverba però senza caselle nere. Aveva un modo di guardare che non mi piaceva. Sorrideva e ogni tanto tamburellava con le dita sulla scrivania. Alla fine ha guardato l’orologio e ha detto che avevamo finito per oggi e che voleva parlare con mia mamma’.

‘Sono andato da questo medico per quasi sei mesi. Poi ho smesso. Mio papà disse che quel dottore così bravo non aveva cavato un ragno dal buco. Il ragno ero io’.

‘Non so perché non voglio mangiare. Se lo sapessi te lo direi. Non mi va e basta’.

‘Fai le stesse domande di quel dottore’.

Smisi di parlare e guardai la città sotto di noi. Lei mi strinse la mano forte.
‘Mi piacerebbe andare da qualche parte con te. Forse in un bel posto mi piacerebbe anche mangiare’.
‘Vuoi andare dove non c’è nessuno?’.
‘Almeno dove non c’è mia sorella’.
‘Tu la puoi sentire in ogni momento, vero?’.
‘Anche ora, non mi lascia mai’.
‘E’ così anche per lei’.
‘Lo so’.
‘Siamo troppo piccoli per andare via’.
‘So anche questo’.

La sera seduto nel mio letto guardai la finestra illuminata. Le due sorelle erano a letto e mi guardavano. Avevano la lampada del comodino accesa. Emma era seria. Sara aveva un sorrisetto. Mi mandarono un bacio con gli occhi e poi spensero la luce nello stesso istante con lo stesso identico gesto.

Giorni dopo uscimmo io ed Emma. Andammo al parco. Lei era sempre più magra e leggera. Pedalavo senza fatica. Seduti su una panchina amoreggiammo un po’.
‘Che cosa provi per me?’.
La domanda era secca ma il tono era pigro e rassegnato.
‘Penso che ti amo’.
‘Sei sicuro?’.
‘Come faccio ad essere sicuro? Penso di sì, ma non sono mai stato innamorato e non so cosa si prova esattamente’.
‘Devi ascoltare il tuo corpo. Quando sei innamorato lo capisci ascoltando il tuo corpo. Il cuore non dice nulla, sono palle, palle celesti’.
‘Quando ti penso sento delle cose strane nello stomaco. Poi mi prende una vampa alla faccia. E mi viene il coso duro’.
‘Non senti altro?’.
‘Mi sento bene però è come se non stessi bene, non so’.
‘Io non so se ti amo, però mi piaci’.
‘Tu cosa senti quando mi pensi?’.
‘Più o meno le stesse cose. A parte che a me non mi si rizza l’uccello’.
‘Mi piace quando lo chiami così’.
‘Anche a me piace, uccello è una bella parola, è sporca e tenera allo stesso tempo, fa eccitare ma è anche dolce’.
‘Sei una ragazza in gamba Emma, mi piaci un casino’.
‘Ti piacerei lo stesso anche se non ci fosse Sara?’.
‘Certo che mi piaceresti. Che cosa c’entra Sara?’.
‘Sara c’entra sempre, mi toglie l’aria, mi uccide’.
‘Che cosa dici? Perché Sara vorrebbe ucciderti?’.
‘Pensa che una di noi sia di troppo. Sara è completamente pazza. Ma la mamma e il papà non lo sanno’.
‘E perché non glielo dici?’.
‘Non sarebbe giusto nei confronti di Sara’.
‘Ma tu che cosa provi per lei?’.
‘La odio. Ma ho pietà di lei’.
‘Non capisco’.
‘Non sei il primo che dice questa cosa’.
Di colpo mi venne un’idea.
‘Perché non esci stasera? Possiamo prendere qualcosa da mangiare e andare su in collina e dormire lì’.
‘Che razza di idea…’.
‘Non ti va?’.
‘Certo che mi va’.

Dopo cena scesi nel giardino sotto la finestra di Emma e Sara. Emma si affacciò. Mosse la labbra per dirmi che scendeva subito.
Ci mise poco a scendere. Questo mi fece piacere. Ci baciammo e scappammo via. Lei aveva l’alito un po’ acido. Forse era il vomito.
Le dissi che avevo con me pane, formaggio e salame. Lei mi strinse le braccia attorno alla vita e mi incitò a pedalare forte.
Avevo il faretto con la dinamo. Dovevo pedalare forte per illuminare la strada. Una volta un bambino prepotente e ciccione mi ha preso in giro. Ha detto che lui aveva il faretto elettrico. Lì per lì me la sono presa. Ma poi ho pensato che ero fortunato a non essere ciccione come lui. E che forse la dinamo c’entrava qualcosa.
Siamo tornati in collina. La città illuminata era sotto di noi. La città fatta di puntini luminosi. Le nostre gambe erano sospese sulla città di luce e sul buio.
Mangiavamo pane e salame. Anche Emma mangiava. Io la guardavo. Quando si accorgeva che la guardavo smetteva di mangiare. Allora non la guardavo più. E lei ricominciava. Se uno ti guarda è chiaro che non riesci a fare niente. Non ho mai fatto sport per questo motivo. Pensavo che sarei stato un grande tennista se avessi giocato senza spettatori. I grandi campioni riescono a restare concentrati sui loro gesti sempre. Anche se uno del pubblico sghignazza. Non so se ci riescono perché si dimenticano del pubblico o ci riescono proprio perché sentono su di loro lo sguardo del pubblico. Il gesto dell’attore non esiste senza un pubblico. Il gesto dell’atleta nemmeno. L’atleta e l’attore forse sono la stessa cosa. L’attore esibisce un corpo che incarna un fantasma. L’atleta esibisce un corpo che incarna un desiderio. Il fantasma e il desiderio.
Mi concentrai su una domanda. Quando devi chiedere una cosa delicata devi pensare bene alla domanda. E devi anche immaginare la risposta in qualche modo, per migliorare la domanda prima di formularla. E’ difficile fare le domande. E’ difficile fare domande difficili a cui sia facile rispondere.
‘Voglio sapere una cosa ma devi pensarci bene prima di rispondere’.
Emma mandò giù un grosso boccone, le sue gambe dondolavano allegre.
‘Io penso sempre quando parlo, spara’.
‘Che cosa rappresenta il cibo per te?’.
‘La sopravvivenza’.
‘Tutto qui’.
‘Tutto qui’.
Che schifo di domanda.
‘Ti piace quello che stai mangiando ora?’.
‘Penso di sì’.
‘E perché ti piace?’.
‘Perché sono felice in questo momento. Quando sono felice mi va di mangiare’.
‘Mi prometti che non vomiti?’.
‘Ti posso promettere che non vomito finché sono con te’.
‘Ma poi a casa vai a vomitare?’.
Non rispose. Finì il panino e poi mi sussurrò all’orecchio che aveva voglia di fare l’amore.
Era l’ultima volta che facevamo l’amore. Io non lo sapevo. Lei forse sì. Lo faceva con molta passione e tenerezza e sembrava che non finisse mai.
Dopo ci rivestimmo e scendemmo giù.
Davanti a casa ci baciammo. Poi lei venne inghiottita dentro casa sua. Io corsi in camera mia per guardare Emma che rientrava nella sua stanza. La stanza era buia. Sara era in piedi però appoggiata al davanzale e mi guardava. Emma entrò e accese la luce. Poi urlò. Sara le aveva fatto qualcosa di brutto. Sara mi guardava e sorrideva. Io spensi la luce e restai a guardare.
Il padre entrò. Prese Emma per un braccio e la portò nel bagno. Sentivo le urla di Emma.
La mamma entrò nella stanza e andò ad abbracciare Sara. Sara fece una faccia addolorata e si strinse a sua mamma forte.

Il giorno dopo andai a suonare alla casa di Emma e Sara. Sua madre mi disse che Emma non poteva scendere.
Anche i giorni successivi mi dissero la stessa cosa. E la finestra della loro camera era sempre chiusa. Al telefono rispondeva quasi sempre Sara e io riattaccavo senza dire niente.
Un giorno finalmente mi decisi a entrare in quella casa a vedere come stava Emma. I suoi genitori erano usciti per fare spese. Io entrai dalla finestra della cucina.
In camera c’era Sara. Era seduta sul letto e fumava una sigaretta. Finse di non vedermi. Andai nel bagno e vidi Emma piegata sul cesso. Un rivolo di sangue le usciva dalla bocca. Era ancora più magra. La faccia era scavata e piena di lividi. Mi guardò con gli occhi tristi e mi implorò con una voce debole:
‘Portami via, amore, portami via da qui’.
La presi in braccio, era leggerissima.
‘Ti porto via Emma, ti porto via subito’.
Sara era sulla porta del bagno. Voleva impedirmi di passare.
‘Levati dalla porta’.
‘Lascia stare mia sorella’.
‘Se non ti togli ti farò del male’.
Ci lasciò passare.
‘Dirò tutto a papà e mamma’, ci urlò dietro.

L’avvolsi in un plaid e la portai nel mio garage. Le chiesi se ce la faceva a tenersi aggrappata a me sulla bici. Mi disse che mi avrebbe stretto forte forte e mi fece un debole sorriso.
Pedalai con tutte le mie forze e la portai dove non c’era nessuno, su in collina.
Ci sedemmo sull’erba e lei mi strinse e mi baciò.
‘Che cosa ti hanno fatto?’.
‘Non importa ora, importa solo che mi hai portata via di là’.
‘Emma tu stai male, devo portarti da un medico’.
Mi fissò con terrore.
‘Non riportarmi indietro, se mi ami tienimi qui con te fino alla fine’.
‘Non capisco Emma, non capisco’, le lacrime cominciarono a uscirmi senza freni.
‘Non manca molto amore mio, stringimi forte sono felice’.
Avevo capito tutto, ma non volevo capire fino in fondo. Non facevo che piangere e stringerla forte finché lei non se ne andò e mi lasciò solo.
‘Non puoi morire amore, non puoi morire’, continuai a dire, anche quando lei non rispose più e il suo respiro non mi solleticava più dolcemente il collo. La strinsi ancora più forte e piansi piansi piansi per ore disperato e solo.

Al suo funerale non partecipai. Guardai di nascosto i suoi genitori e Sara. Sara era ancora più bella e più luminosa, sembrava sbocciata in modo definitivo come se avesse completato una metamorfosi. Alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi. E io vidi nei suoi occhi la dolcezza cupa di Emma. Un brivido mi gelò le ossa. Scappai via da lì.
Il giorno stesso se ne andarono via. Li vidi traslocare. I miei genitori andarono a salutarli. Io restai dentro casa. Non vidi mai più Sara e ne fui felice.

Sono tornato anni dopo sulla tomba di Emma. Ho pianto come il giorno in cui era morta tra le mie braccia. La sua tomba era avvolta dai rampicanti e invasa dalle erbacce. Con un panno bagnato ho pulito la sua foto. Le ho messo dei fiori freschi e le ho mandato un bacio. Poi me ne sono andato via con la sua foto. Non ho più amato nessuno come ho amato lei.

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Gen 28
triangolo rosa

di roberta

Oggi ricordano lo sterminio degli ebrei e dei tanti diversi o politici oppositori crepati in modo atroce nei campi di sterminio. Il messaggio predominante è sul genocidio degli ebrei. Ma voglio ricordare gli omosessuali (maschi perchè le donne non avevano neppure il diritto di potersi qualificare tali) con qualche osservazione. Sembra non esistere una repressione dell'omosessualità in Italia. Non così in altre realtà. Ora pur ritenendo assolutamente prioritaria la lotta per una depenalizzazione dell'omosessualità laddove è perseguita, la conquista di diritti legittimi come il riconoscimento della coppia (se muoio dopo 33 anni di convivenza non posso lasciare la reversibilità della pensione alla mia compagna nè la mia e sua figlia ha alcun diritto di pretendere qualcosa, eppure ho versato contributi perfino per i figli dei medici per decenni) voglio fare qualche altra osservazione proprio in questo sito . Avere un orientamento sessuale fuori dalla norma espone a tutti i livelli ad un aumento di discriminazione. Da parte di tutti. Ho per questo militato e partecipato al movimento gay ma mi sono allontanata proprio per la limitatezza degli orizzonti proposti, la fondamentale chiusura nel proprio mondo in posizione difensiva, la dipendenza politica, l'incapacità a sviluppare un discorso centrato sulla libertà in genere della persona di essere come è e non solo il rivendicare diritti e denunciare discriminazioni (e peggio) per la propria categoria. Poi altro..mi sentivo diversa anche da loro. Ora voglio raccontare come avviene la discriminazione quotidiana, vi ci ritroverete: incontro io 63enne un insigne amico colto intelligente e psicoanalista che mi conosce da 40 anni e parlandoci simpaticamente mi dice in tutta sincerità - non capisco proprio come tu riesca ad essere felice..- io ci rimango male, forse non sono mai stata felice, forse non lo sono ma che diritto ha uno di esprimere la sentenza che io in quanto omosessuale non potrò mai godere come un altra, che la mia vita è storpia, mancante. Penso alle mille sfumature della mia vita sessuale sbagliata, non sono certo qui a sostenere un primato della stessa, appunto non sono la gay che dice che è bello essere gay e fare figli con donne nel mio ghetto accogliente, e imporre il mio modo ma patisco che non mi venga riconosciuta una possibilità di felicità come gli altri, insomma che debba sentirmi oltre che particolare (e mi arrangio da sola con i miei problemi di persona particolare) anche inevitabilmente inferiore preclusa alla felicità . E quindi che avrei dovuto essere corretta o.. Questa è la sentenza che comunque continua a pesare sugli incompleti, sui diversi, sui portatori di una ricchezza e di una creatività differente, la sentenza che fanno i predominanti, gli specialisti psichiatri o i politici o i dittatori, insomma siamo e saremo sempre in pericolo. Giudizio e sterminio continuano. Quando ero ragazza e percepivo con non poca sofferenza la mia diversità e che mi sarebbe stato infinitamente difficile condividere con altri/e i miei pensieri e fantasie sessuali, che dovevo scappare dai confessionali non per una coscienza precoce e una scelta laica ma perchè cacciata con disgusto, e non avevo il supporto di simili a me, (tra parentesi non c'è mai l'identico, e va bene così, per fortuna non siamo cloni, smetteremmo di pensare) e mi dibattevo per uscire con tutti i mezzi a mia disposizione ho trovato comunque una mia diversa forza di crescere e una mia sensibilità che ritengo del tutto mia e non possibile se non attraverso la mia esperienza e a cui non so dare il nome di normalità . E non voglio nemmeno. Sono io , non mi riconosco in nessuna categoria se non il mio essere in questo modo. E sono aperta agli altri tutti, anche se faccio veramente un po' di fatica colle persone più normali e bla bla. Non sono una persona che imita i normali ma sono in piedi e ho vissuto e vivo una vita che a volte vorrei cancellare a volte mi fa sentire orgogliosa. Ma è la mia e non permetto intrusioni di giudizio di valore. Perchè lo scrivo in questo sito: vorrei che vivessimo appunto l'orgoglio e il rispetto della nostra situazione, sia di diversità sia di disagio sia tutto insieme senza diventare i fans della pazzia (gli antipsichiatri) ma sicuramente portatori di qualcosa che altri non hanno e che serve a tutti. Solo in questo senso riconosco l'orgoglio che mi è utile che ci è utile. Che ci muove. Che ci fa esistere malgrado la sconcertante stupidità dei più.


Gen 25
Omaggio a David Foster Wallace, uno di noi

di nicola pasa

Omaggio a David Foster Wallace, uno di noi
Questo è il primo libro che ho letto di DFW, è il libro che mi ha aperto le porte del suo mondo, mondo che continuo a frequentare ben felice di averlo conosciuto. DFW si è impiccato lo scorso settembre, di lui ci resta molto, moltissimo, perché per fortuna ha scritto molto ed era molto precoce, che riposi in pace.
La ragazza dai capelli strani è un libro di racconti, quello che mi è piaciuto di più si intitola Piccoli animali senza espressione ed è il racconto su cui concentrerò la mia attenzione.
I formalisti russi hanno individuato due elementi fondamentali del racconto: fabula e intreccio. La fabula è il contenuto, la storia. L’intreccio è la rappresentazione del contenuto, il discorso.
La storia in questo racconto di Wallace è così riassunta: una ragazza, Julie Smith, e il fratello minore autistico, vengono abbandonati da piccoli sull’autostrada dalla madre, su richiesta del suo amante dell’epoca. Julie viene adottata e il fratello autistico viene ospitato in una clinica psichiatrica di Tucson, Arizona. A vent’anni Julie Smith diventa supercampionessa di Jeopardy, un quiz televisivo in cui invece delle risposte bisogna indovinare le domande. Julie che nel frattempo intreccia una relazione con Faye, una giovane donna che lavora nella produzione del programma, perde il titolo, dopo una serie infinita di vittorie che l’hanno resa una star, contro il fratello, prelevato dall’ospedale di Tucson e portato alla ribalta televisiva solo per il colpo di scena: la caduta dell’imbattibile Julie Smith a opera del fratello autistico.
Questa è la storia contenuta in questo meraviglioso racconto.
Una storia indubbiamente interessante, promettente, ricca, generosa. Ma questa storia va scritta, cioè bisogna dare una forma ad essa attraverso lo stile, e la forma è l’intreccio o il discorso.
Come scrive dunque questa storia il grande compianto Wallace?
Altri farebbero una premessa sulla collocazione di Wallace nell’ambito di qualche corrente letteraria americana, postmoderno, carveriano ecc. A me interessa poco inquadrare Wallace da questo punto di vista, mi interessa esplorare il suo personale stile che certamente è debitore di quelli che l’hanno preceduto, come tutti gli scrittori del resto se sono scrittori veri e hanno quindi avuto buone frequentazioni.
Il tempo del racconto è il presente. L’utilizzo del tempo presente unito a frasi brevi e secche induce a pensare ad una sorta di puzzle che a poco a poco si compone davanti ai nostri occhi. E’ importante pensare ad un puzzle quando si legge un racconto, finché non si è letta l’ultima parola la forma non può dirsi conclusa e l’immagine non può essere analizzata e compresa e goduta nella sua interezza, anche se la forma comincia a delinearsi magari dopo poche righe o poche pagine o quando a poche righe dalla conclusione pensiamo di avere tutti gli elementi dell’immagine anche se manca l’ultimo tassello; come tutti i puzzle una volta terminato viene distrutto, l’immagine si perde anche se resta impressa nella memoria per molto tempo, un’immagine che diventerà sempre meno nitida come certe facce di persone che non vediamo da anni. Per riavere quell’immagine dobbiamo rimetterci a ricostruire il puzzle, rileggere. Il tempo confonde le idee e le impressioni che avevamo ricavato dalla prima lettura vengono superate dalle nuove, il racconto e l’immagine acquistano un nuovo senso, non perché sia cambiato il racconto o la storia, ma perché siamo cambiati noi.
All’inizio di ogni paragrafo c’è un disegno. Sono linee oblique unite. E sempre all’inizio di ogni paragrafo c’è il riferimento temporale, l’anno, a volte anche il giorno e il mese. Il tempo del racconto non procede linearmente. La prima acronia è già nella prima pagina. Dopo l’incipit in cui viene mostrato l’abbandono sull’autostrada di Julie e suo fratello da parte della madre e del suo uomo c’è un episodio del passato, sei anni prima, Julie piccolina è al cinema con la madre, un uomo tocca i capelli della madre.
Subito dopo facciamo un balzo di dieci anni rispetto alla data dell’abbandono (che è il 1976) siamo nel 1986 ed entriamo nell’alcova di Julie e Faye che fanno l’amore nell’appartamento di vetro di Faye.
Poi saltiamo al 1988 e cioè alla fine della storia, la serata della caduta della supercampionessa.
La manipolazione del tempo del racconto è una scelta stilistica fondamentale. In genere gli scrittori procedono linearmente raccontando gli eventi in ordine cronologico e quando è il caso utilizzano la tecnica del flashback per tornare ad eventi passati vissuti dai personaggi. Le acronie non sono così frequenti. Racconti che spezzano completamente l’ordine cronologico per ricomporre la sequenza degli eventi in modo diverso. Wallace per non disorientare troppo mette la data all’inizio di ogni paragrafo. Perché Wallace sente la necessità di non raccontare gli eventi nel loro ordine cronologico? E’ una scelta consequenziale alla scelta del tempo del verbo e ancora è una scelta stilistica che esalta gli elementi di pathos e di dramma e di tragedia e di poesia della storia.
Lo scrittore è come Dio all’interno dei suoi libri, deve dare una nuova forma al suo mondo, mondo che lui ha creato e che non esiste al di fuori di quel libro. Deve creare le sue leggi, leggi morali, leggi fisiche, leggi chimiche. Il mondo creato dallo scrittore è un mondo parallelo dove bene e male non sono il bene e il male che conosciamo noi. Il tempo, le stagioni, la materia, lo spirito acquistano nuovo senso. Che cosa rende il nostro mondo conosciuto coerente e coeso? L’essere, dicono alcuni, altri pensano all’amore cosmico e altre cose del genere. Nel libro/racconto tutto è tenuto insieme dallo stile. Solo da questo.
Sovvertire l’ordine del tempo non è un’infrazione nel mondo creato dallo scrittore, dovrebbe essere anzi naturale e auspicato. Certo abbiamo bisogno di una bussola, di riferimenti per non perderci in questo mondo creato dallo scrittore. Un po’ come quando andiamo a visitare una città che avevamo visto tanti anni prima e che ora è un po’ cambiata, molto cambiata e quindi nell’aggirarci smarriti tra le case e le strade cerchiamo quel che avevamo visto e che possa darci qualche riferimento per capire dove siamo e se siamo capitati di nuovo qui o è un altrove che gli somiglia un po’. Il tempo modifica le cose, non possiamo dire di essere nello stesso posto nemmeno dopo un secondo, figuriamoci dopo anni. Pensare che il futuro sia una crescita è un po’ come auspicare che il passare del tempo ci renda più saggi e più onesti, il tempo ha l’unica funzione di corrompere le cose. Le città invecchiano e marciscono. Così come le nazioni e i popoli.
I disegni sopra i paragrafi rimandano ad una cosa raccontata da Julie a Faye sull’infanzia. I passatempi dei due ragazzi infatti, mentre la madre passa da un amante all’altro e da una sbronza all’altra, sono per Julie allineare righelli, per il fratellino imparare a memoria una guida.
I dialoghi. I dialoghi sono le cose più difficili da scrivere. Per una serie di ragioni. La principale, da cui discendono tutte le altre, è che dei brutti dialoghi rovinano tutto e che un dialogo per essere brutto deve suonare falso. La cosa interessante è che i dialoghi non devono essere realistici ma devono essere veri all’interno del mondo creato dallo scrittore. Un dialogo realistico, che imita perfettamente i veri discorsi che si sentono in giro, può suonare falso falsissimo all’interno di un racconto. Anche qui è sempre questione di stile. Lo stile discrimina nell’arte verità e menzogna, non ha alcun senso porre la questione nei termini realtà/finzione, siamo in un altro mondo, un mondo parallelo.
Ecco come dialogano i personaggi del racconto di DFW:

Faye fa uno sguardo assente, scuote la testa.
“La poesia, stavi dicendo della poesia”. Julie sorride, toccando la guancia di Faye.
Faye si accende una sigaretta nel vento. “E’ solo che non mi è mai piaciuta. E’ un modo di girare intorno alle cose. Anche quando mi piace, non è altro che una maniera molto obliqua di dire l’ovvio, almeno così mi pare”.
Julie sorride. Ha una fessura fra gli incisivi. “Olé”, dice. “Ma considera che pochi, pochissimi di noi sono in grado di affrontare l’ovvio”.

Ci sono dialoghi bellissimi in questo racconto, questo è uno dei miei preferiti, un dialogo si capisce se è fatto bene da alcuni dettagli, uno di questi è il fatto che possa sopravvivere anche fuori dal suo corpo. Questo frammento del racconto sembra un apologo zen.
Se dovessi rintracciare qualche antenato illustre di DFW penserei al mio amato Salinger, quello dei Nove racconti o Franny e Zoey.
I dialoghi spesso rivelano il talento di uno scrittore oppure ne rivelano la pochezza. Salinger era un grande scrittore di dialoghi. Lo era perché era un grande scrittore. Proprio come David Foster Wallace, che riposi in pace, io tornerò a parlarvi di lui, intanto vi consiglio di leggere La ragazza dai capelli strani, Minimum Fax.


Gen 25
La depressione secondo Dorothy Parker

di nicola pasa

La depressione secondo Doroty Parker
Dorothy Parker è una scrittrice che dovreste conoscere. Io l’ho conosciuta tanti anni fa per vie traverse, attraverso altre conoscenze, come spesso succede anche nella vita, leggendo Hemingway e Scott Fitzgerald che furono suoi amici. Dorothy appartiene alla cosiddetta generazione perduta, quella straordinaria generazione di scrittori e intellettuali americani che negli anni trenta incendiarono il mondo con la loro vivacità stilistica e con le loro smodate e disperate passioni.
Per entrare nel mondo di Dorothy basta che vi incollo qui la poesia che dà il titolo al libro che recensisco, edito dalla Tartaruga, e che raccoglie racconti, poesie e articoli:

I rasoi fanno male,
I fiumi sono freddi,
L’acido lascia tracce,
Le droghe sono illegali,
I cappi cedono,
Il gas è nauseabondo…
Tanto vale vivere.

Le poesie sono in-commentabili, questa poesia di Dorothy in particolare non avrebbe alcun bisogno di commenti, l’unico commento possibile è che in questi versi c’è tutta la vita, le opere e lo spirito di Dorothy Parker, una scrittrice (ed una donna) eccezionale.
Il racconto su cui mi soffermo è La donna della lampada. Si tratta di un monologo. Una donna va a trovare una sua amica malata, pare di esaurimento nervoso o depressione o semplicemente un po’ in crisi. Va a trovare l’amica nel momento del bisogno e riesce grazie ad una malafede ad una malagrazia e ad una forma mentis corrotta beghina e borghese a peggiorare le sue condizioni psichiche fino a portarla ad un attacco di nervi.
La grandezza di uno scrittore si misura dallo stile, spiace dirlo, potete raccontare una storia meravigliosa edificante sentimentale romantica con tutti gli ingredienti giusti per commuovere divertire ed eccitare forse anche per riflettere ma se lo stile in cui è scritta non funziona la storia diventa banale fiacca trascurabile noiosa piatta prevedibile insulsa. La differenza in letteratura la fa lo stile non il contenuto. E’ per questo che non ci si inventa scrittori, che non si è scrittori per censo, cultura, titoli accademici e biografie. Si diventa scrittori nella costante e faticosa e inesausta e frustrante (spesso) ricerca stilistica. Non per fare casi personali, ma io a diciotto anni scrivevo come Gadda, se voglio se volessi se ne avessi la necessità potrei scrivere in un linguaggio ricercato oscuro lirico, potrei imitare scrittori defunti e in vita, ma tempus fugit.
Non importa cosa dovete raccontare importa come lo raccontate amen.
In questo racconto Dorothy fa precise scelte di stile: intanto sceglie un monologo, non ci sono cioè descrizioni di alcun tipo, solo la voce di un personaggio, questa donna meschina, falsa, invidiosa, così intrisa di cattivi sentimenti e di idee e mezzi così volgari che quasi quasi si finisce per averne pietà come si ha pietà degli scarafaggi. Un’altra scelta è quella di non riportare altre voci nel testo, così la voce della donna malata non la sentiamo. Ultima scelta stilistica, decisiva, è quella di inferire la voce dell’altra, della malata da quello che dice la donna che parla.
Così dalla voce della donna monologante scopriamo i motivi per cui la donna malata sta male e non esce di casa da giorni, inizialmente la monologante colpevolizza la donna malata per non averla più cercata e di non averla avvertita che stava così male facendola così sentire in colpa. Il meccanismo che scatena Dorothy qui è il tipico senso di colpa della persona anaffettiva e volgare che si trasforma in colpevolizzazione degli altri e in malvagità e malafede. La scelta stilistica di non fare sentire la voce della malata non è fine a se stessa, non è un puro artificio retorico, la donna che parla in realtà non dialoga mai, il suo è un costante monologo, poco importa chi vi sia dall’altra parte, la donna monologante non ha orecchie per le parole degli altri e non comprende e non può comprendere il dolore la passione la caduta degli altri poiché le fa difetto la sua coscienza e la sua intelligenza.
La donna malata è invece, come si inferisce dalle cattiverie e dagli attacchi della persona monologante venuta a portare conforto, una donna sensibile e bella, molto fragile, preda di un sentimento devastante per un uomo crudele che la fa stare male e a cui non riesce a rinunciare. Improbabile che la donna venuta per recare conforto possa comprendere che si può stare male così male per amore, lei infatti si è sposata, ha un figlio, insomma una famiglia, che se ne fa dell’amore? La sua vita è la ricerca di qualcosa di solido e onesto che possa essere una robusta cornice attorno al suo vuoto interiore, qualcosa di tangibile e di ben radicato che le impedisca di farsi del male, di cadere.
In poche pagine Dorothy grazie a precise scelte stilistiche e all’ironia meravigliosa di cui è dotata mette in scena un conflitto tra due mondi opposti e inconciliabili, due mondi in cui chi sta bene in realtà è quello che dovrebbe stare male e chi sta male sta così male perché è stato fatto troppo bene.
Normalità e follia. La donna monologante è la normalità. Tenetevi la vostra normalità e a me lasciatemi Dorothy Parker, una scrittrice eccezionale, una donna coraggiosa, sensibile, intelligente, onesta e... depressa.
Presto vi parlerò ancora di lei, intanto procuratevi e leggete Tanto vale vivere, edizioni La Tartaruga.
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Nov 14
la fine del giorno

di roberta

che malinconia stasera il freddo mi prende le dita sulla tastiera sale nella schiena il letto è sfatto non ho tirato su le tapparelle stamattina e ora sono ancora giù insieme all'odore di una stanza non rifatta la figlia sta forse litigando nella casa vicina e non è venuta a cena eppure una luna piena tra nuvolaglia schiarita dalla sua luce mi rallegrava nel ritorno a casa in autostrada e le gambe le sentivo più forti salendo le scale ma è bastato poco per spegnere la luce della luna una non risposta la tristezza di un altro un'improvvisa stanchezza mi ha impedito di rivedere un film che mi era piaciuto ho spento tutto e ora vado nel letto disfatto che mi rifarò nei movimenti della notte per coprirmi e scaldarmi e ho scritto senza punteggiatura come facevo da ragazza e mi sgridavano così poi l'ho messa a caso periodi troppo lunghi troppo lunghi come questa sera che ora termina con questo stupido scritto e senza punteggiatura per dar retta a Nicola buona notte amici


Nov 06
una serata di pioggia

di roberta

Oggi sono incavolata con gli psicoanalisti, è due volte che mi prendo degli schiaffi da questi, eppure in genere apparentemente simpatizzano con me, devo avere un guasto dentro che li infastidisce, devo farmi curare mi ripetono da 40 anni, e io, cari miei sono stanca, vorrei proprio stare tranquilla e non sentirmi ancora malata, inattendibile come persona oltre che come professionista, in genere non sono colpita, oggi sì. Sono nata in una splendida villa, ma non ero destinata nè ad essere accettata nè a trovarmici bene, ho avuto governanti , ho imparato le buone maniere, ho portato il colletto duro, mi hanno spedito via anche se sono sempre stata convinta di essere scappata io. Ecco oggi anche con la psichiatria colta ho la stessa sensazione, mi hanno spedito via anche se sono io che penso di essere andata via. Forse è più facile spiegarmi mettendo il pezzettino sulla psicoanalisi dell'ultimo spettacolo che ho fatto con Polena che ho scritto e recitato e che corrisponde alla mia vera storia, ho cambiato per educazione il nome dello psicoanalista frequentato per tre anni per tre volte la settimana. PSICOANALISI AH AH SPECCHIO DEI MIEI DESIDERI, DIVENTARE UNA DONNA ADULTA, PRONTA, ..O PRONA, AL PIACERE DELL’AMORE, AH QUANTO ASPETTAVO IO L’INTERVENTO DELLA PSICOANALSI. VIA DALLA DIPENDENZA, DALL’ORALITA’ DALLA PERVERSIONE RAGGIUNGERE LA MATURITA’ …SI VERSO UN VERO ORGASMO. AH CHE BELLO SOGNARE E RACCONTARE. VIA LA STREGA CATTIVA, LA MATRIGNA INVIDIOSA, LA MAMMA, O FORSE ANCHE..VOI CARE AMICHE. VIA LIBERA PER CORRERE FINALMENTE DAL MIO PRINCIPE AZZURRO….DIMENTICA DI QUEL PADRE..O QUELLA GELOSIA…O QUELLA PERDITA ..O QUELLA PASSIONE. CHE BELLO STARE IN SILENZIO, SOGNARE, …DORMIRE SU QUEL DIVANO..BERMI UN GIN PRIMA DI ENTRARE AH SPECCHIO DELLA PSICOANALISI, FATA DEI MIEI SOGNI IMPOSSIBILI, MI HAI LASCIATO UN GIORNO SU UN VIALE DELLA MILANO CIRCONVALLAZIONE CON LA FRASE…FORSE IO NON ERO LO PSICOANALISTA PER LEI.. SI CHIAMAVA ORATA E IO AVEVO SOGNATO DI VOMITARE ORATE GUASTE..A QUESTO NON RESISTETTE E MI LASCIO’ LASCIARLO…IO..DEVO ANCORA DIRE…LO RINGRAZIO. IL PIACERE DI POTER TRONCARE COME QUANDO BAMBINA SCAPPAVO DI CASA OLE' Ieri sera c'era una supervisione da uno psicoanalista e partecipavo con interesse, poi addosso, forte, pesante , ho sentito quanto stonavo, quanto mi sentiva il collega stonata, e mi sono pietosamente attaccata a qualche chiacchera finale, critico-ridanciana con qualche collega mentre il peso di un errore, di un fallimento esistenziale irreparabile, mi avvolgeva , stringeva, mi faceva vergognare, sono scappata in auto sotto una pioggia torrenziale, ho raggiunto una bella villa sul mare dove ho vissuto gli stessi identici sentimenti, c'era mio fratello, circondato da cose belle , veloce, colto, ricco, incazzato, ben vestito, mi sono sentita esclusa , non ho voglia di raccontare come e perchè ma è stata la certezza di essere un accessorio nè piacevole nè desiderato, semplicemente inevitabile per vincoli di sangue, pioveva di nuovo a dirotto, grandinava, sono scappata lungo il viale rischiando un ritorno sconsigliato a Genova. Dopo, dopo mi sono messa in pace contenta di sapere guidare l'auto in quel diluvio. Sola rispondendo al telefono ciao si sono a casa tutto a posto. Ecco il guasto irreparabile di non essere riuscita e di aver dovuto scegliere, forse non scelto che la fuga, l'ombra, la obliquità.


Ott 13
Sopra la 180 la capra campa ,sotto la 180 la capra crepa.

di Maïté

Sopra la 180 la capra campa ,sotto la 180 la capra crepa.

 

Se si potesse dire di meno o di più di ciò che nel nostro paese, Basaglia ha iniettato come obbiettivo nella legge 180 è sotto gli occhi di tutti, e se l’effetto sia esaurito, oppure no come un qualsiasi sintesi terapeutica nei confronti di un corpo particolarmente impoverito più che malato nella mente del soggetto!
E' ridicolo non rilevarne l’effetto perché quella esperienza in sostanza, non  significava un esperimento di materia di numeri ma di liberazione naturale ad catenam del soggetto vincolato.
Era l’esplosione al grande mondo dei diritti naturali ad un tempo propizio a quel corpo fragile dell'uomo, di riconoscerne l'esistenza anche e soprattutto nel diritto alla propria  Salute Mentale.     
Più d’una legge, si è trattato in termini valoriali di un’esplosione per il manifesto della Salute  Mentale che giaceva compromessa in ogni secondo e minuto insostenibile per  i soggetti tenuti in condizioni dis- umane, resi ai limiti di ciò che si avverte come negazione della dignità per poter naturalmente campare.
Il resto si sarebbe svelato nel significato della libertà di coloro e con chi non poteva ne avrebbe potuto vivere per nessun motivo al mondo lontano dalla relazione  civile in ogni benedetta città  e paese del mondo.
 Per questo la legge Basaglia è da ritenersi una bene-dizione odierna  per la Salute Mentale, Urbi et Orbi  proprio per quel corpo che  si libera  per il Bene della Salute Mentale.  
La legge 180 non è un punto d’arrivo, ma una partenza obbiettiva per il cammino; la maratona come è stata definita di recente anche al forum di Roma, chi partecipa e in pratica avverte la fatica ad mantenere la libertà in azione al passo con i tempi della vita dignitosa, con  il battito del cuore che irrora la mente tutta per mantenerla   in quel che significa prendere parte al fianco concreto dell’universo mondano  dell’altro simile a noi  in tutto e per tutto.
Se  restiamo dimentichi nel concorso con  altri in modo perenne, di un bene più che un male, per possedere sempre al fianco nostro un orizzonte  veramente raggiungibile e per ciò valido in ogni  momento della nostra cittadinanza , qualsiasi sforzo, registro o cura  in proposito alla necessità  che occorre alla salute Mentale, sarà solamente sospeso un bene  per un male nella la parte  più  fragile del corpo , perché   tuttavia e sempre stata ancora più lesa  la nostra unica e reale vicinanza .
Un salutone campale dalla comunità don.l.milani .
zico perani

Da: giperani@tiscali.it [mailto:giperani@tiscali.it]
Inviato: lunedì 13 ottobre 2008 16.23
A: Forum Segreteria
Oggetto: Sopra la 180 la capra campa

 

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Set 27
Poesia di Emily Dickinson

di Maïté

Poesia di Emily Dickinson

Foto: Jose Ignacio Saez de Ugarte 

Come per Chi ripensa alla Malattia
Nella Mente convalescente,
La valutazione dei Rischi
Dalla Salute benedetta è oscurata –

Come Chi ripercorre un Precipizio
E riduce a Ramoscello
Ciò che Lo trattenne dalla Perdizione
Cosparso a lato del Dirupo

Costume dell’Anima
Molto dopo la sofferenza
Chiedersi l’identità
Dell’evidenza trascorsa –

(1865)
Emily Dickinson



Set 12
Ascoltiamo Emily

di Maïté

Ascoltiamo Emily

Foto: Jose Ignacio Saez de Ugarte

…“Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano”…
Emily Dickinson

 Volevo allentare un po’ la tensione che aleggia sul sito in queste ultime ore, e quel clima da guerra a colpi di botta e risposta. Lo trovo un peccato, e non aiuta nessuno: a me ha fatto tornare l’ansia…

 Un abbraccio affettuoso a tutti, Maïté.

 Ps: Confermo, per averla conosciuta, che Alice è una persona splendida, schietta e limpida come l’acqua di una sorgente…

 



Ago 27
I PERSONAGGI SFUGGITI DAL MIO LIBRO

di alice banfi

 

Non è facile scrivere, parlare del mio libro... come dire, è già scritto.

A me piace scrivere delle persone, forse potrei approfondire qualche personaggio o aggiungere quelli che mancano.

Qualche storia era troppo breve, non avrei saputo come collegarla, come ficcarla in mezzo alle altre.

Un po' mi dispiace, a volte ci penso e mi dico: "Cacchio quella cosa che ha detto Lena, non l'ho scritta" e mi viene il nervoso!

Poi penso alle persone che nel libro non ci sono e che da sempre sono i soggetti dei miei quadri.

Come la regina del mondo: una ragazza di vent’anni, orientale, con lunghissimi capelli neri.

Quando arrivò in reparto gridava come un’aquila: “Sono la regina del mondo! Sono la regina del mondo!” poi piangeva e di nuovo cominciava a urlare, “Sono la principessa della terra!!!”.

Sfondava i timpani a tutti.

Due infermieri cercavano di calmarla.

Non sei la regina del mondo, la smetti di urlare?!”.

NO! IO SONO LA REGINA DEL MOOONDO!”.

Avevano una tecnica infallibile… per farla urlare ancora di più.

Mi stufai di stare a guardare e andai da lei. Era seduta sulla solita unica sedia nel corridoio, io mi accovacciai di fronte a lei.

Ricominciò ad urlare: “Sono la…”

Ed io: “Sì lo so, sei la regina del mondo, sei la regina dell’universo e sei bellissima!”

(Era bella davvero!).

Smise miracolosamente di urlare, mi guardò con i suoi occhietti a mandorla e mi chiese: “Lo sai?”.

Certo, lo so, poi si vede benissimo!”.

Si raddrizzò tutta, la sedia era diventata un trono, fece un gran sorriso e si tolse dal collo una collana.

Era una catenina d’oro bianco con una piccola pietra per ciondolo.Tenendola per le due estremità me la porse.

Tieni è per te”.

No grazie, non posso accettare”.

Come sarebbe! Io sono la principessa della terra!”.

Si, ho capito ma non posso davvero prenderla”.

Aggrotto le sopracciglia indispettita e con voce severa mi disse: “Comando io! Sono la regina del mondo. Tu non decidi, io decido. Ora la prendi!”

Come facevo a rifiutare? Era la regina e mi dava un ordine!

Va bene mia signora, l’accetto”.

Le ricomparve il sorriso sul volto e non gridò più.

Andai dagli infermieri e consegnai loro la catenina controllando che la mettessero tra gli oggetti della ragazza.

Non ricordo altro di lei, eppure ci restò un bel po’ in reparto ma questa è l’unica immagine che mi è rimasta.


La professoressa Capuzzo invece era una di quelle cagacazzi che raramente s’incontrano anche in un reparto psichiatrico!

Si inventava i nomi di tutti, o meglio pensava che le persone che aveva davanti fossero altri.

Andava da Carla, l’infermiera e cominciava: “Erminia! Erminia! Perché stai sempre chiusa qui?”

Signora devo starci, è l’infermeria”.

Ma no, Erminia, lascia stare, vieni via”.

Non posso signora”.

Dai Erminia! Portami a messa… dai” e la prendeva per un braccio tirandola verso di sé.

La domenica se c’era Carla in turno accompagnava la professoressa alla chiesa dell’ospedale.

Grazie Erminia, è così bello andare a messa con te!”.

Bastava poco per farla contenta.

Ma quando mia madre veniva a trovarmi, la professoressa Capuzzo entrava nella mia stanza e non usciva più.

Io ero sul letto e mia madre mi accarezzava la testa, cosa che infastidiva la signora Capuzzo.

Silvia! Cosa fai? Silvia!”.

Mi chiamo Anna, accarezzo mia figlia”.

Ma cosa dici Silvia! Perché accarezzi quella lì, non ti conosce neanche!”

Si che mi conosce è mia figlia e io mi chiamo Anna”.

Allora la professoressa prendeva il braccio di mia mamma con tutte e due le mani e tirando diceva: “Silvia, smettila, vieni via! Dai, vieni via!”

Signora faccia la brava, mi lasci”.

No Silvia, vieni via, accarezza me. Lasciala stare quella lì!”

Alla fine mi veniva l’esaurimento nervoso.

Signoraaa! Questa è mia madre ci lascia parlare in pace?!”.

Ma cosa vuoi tu?” e a mia mamma, continuando a tirarla “Silvia vieni via, vieniii!”.

Non ne potevo più: “Porca puttana! Fuori dalle palleee! Esci dalla mia stanza!”

Mia madre pur di tranquillizzarmi usciva dalla stanza assieme alla professoressa e la stava ad ascoltare con una pazienza che io l’avrei fatta santa.


Poi c’erano i ricoveri assurdi.

Persone che io avrei messo ovunque, tranne che in psichiatria.

Una volta fu ricoverato un signore che doveva avere almeno cent’anni. Dovettero aprire tutte e due le ante della porta per far entrare il signore con il suo letto. Stava su un letto speciale con un materasso ad acqua perché aveva delle piaghe da decubito, il volto era parzialmente coperto da una mascherina per l’ossigeno e al braccio aveva una flebo.

Che diavolo ci faceva lì? Chi era il genio che l’aveva ricoverato in psichiatria?

Gli infermieri si facevano la stessa domanda.

Rimase nel suo letto in reparto due giorni, poi venne trasferito, probabilmente in un reparto più adeguato.


Un'altra volta venne ricoverato un giovanissimo ragazzo marocchino.

Anche quella volta lo fecero entrare dalla porta d’ingresso con tutto il letto e lo trasportarono in stanza.

Io incuriosita andai a vedere chi era.

Non diceva una parola, mi guardava e tentava di sorridermi.

Aveva la faccia piena di ematomi, la fronte deformata dal gonfiore, un occhio così pesto che nemmeno si apriva, le labbra rotte e dei punti sul cranio.

Mi appoggiai alla balaustra del letto, non sapevo che dire… Gli infermieri gli stavano legando mani e piedi.

Pensavo fossero impazziti! Quello non riusciva nemmeno a stare in piedi! Cosa lo legavano a fare?!

In realtà non lo sapevano bene nemmeno loro, eseguivano un ordine e brontolavano l’uno con l’altro: “Perché ci mandano sta gente?!”.

Che ne so, non lo capisco proprio”.

Passarono poche ore. Io passeggiavo come sempre per il corridoio, quando sentii un gran trambusto.

Gli infermieri correvano da una parte all’altra urlando: “Chiama l’ambulanza, presto!”.

E’ andato! È andato!”.

Dai, dai che lo pigliamo, avverti rianimazione!”.

Il ragazzo era andato in coma, lo vidi solo un attimo mentre lo portavano via.

Gli infermieri erano esausti e incazzati neri: “Perchè cazzo l’hanno ricoverato qui!? Conciato com’era non potevano metterlo in medicina d’urgenza!”.

Mi toglievano le parole di bocca!

A volte mi trovo ancora a pensare a quel ragazzo mentre mi guarda, mi sorride e mi domando se quel giorno ce l’ha fatta, se si è ripreso o se è morto.


Alice Banfi.



 

 






Ago 26
Una ruga una storia una vita

di Emanuela

Una ruga una storia una vita
In fronte
ho un'unica ruga
un solco,
una traccia,
dolori passati
che nessuno
potrà mai cancellare.

Offro alla vita
altra vita,
non per dissolvermi in lei,
ma per rinascere
ogni giorno
con colui
che ha sentito
il richiamo
dell'anima mia
e che dolcemente
mi tiene per mano.

Ricordare
pensieri passati
senza rimpianti.
Immaginare
la vita a colori
il rosso, il giallo, il verde,
l'azzurro del cielo,
il blu profondo del mare,
il colore dei suoi occhi.
L'arcobaleno della vita mia.


Ago 26
Cronaca di una Presentazione del libro "Tanto Scappo lo Stesso"

di alice banfi

Cronaca di una Presentazione del libro
 

... In un salone immenso lo "Spazio Rinascita" pieno di libri di tutti i generi e per tutti i gusti e in due punti differenti del salone un libro, il mio, l'unico di stampa alternativa presente...

La presentazione su un mega palco con alle spalle il simbolo del P.D, microfoni altissimi, un simpatico giornalista a presentarlo con me. Un mini- giornalista, magro e basso più di me, niente scale per salire sul palco ci siamo arrampicati, poi seduti, noi due soli, minuscoli tra cose giganti.

Ore 19.30... tutti sono a mangiare, 1500 mq di salone del libro semi deserti, ad ascoltarci una decina scarsa di persone.

La presentazione va comunque bene.

Subito dopo corro a mangiare anche io assieme a Roberto il mio propapà. Vengo inseguita da tre persone che mi stringono la mano e mi chiedono la dedica sul libro.

Finisco velocemente di mangiare, torno alla fiera del libro... è inondata di persone, di lettori.

"Cazzzzooooo!".

mi metto accanto ai miei libri ed appena qualcuno si ferma a dare un occhiata attacco a parlare... davvero da matta! li inseguo, "non sapete cosa vi perdete! un best seller! parla di questo e questo e quest'altro! poi potete avere la firma dell'autrice! vale ancora di più!"... forse loro son più matti di me perché li convinco tutti, comprano e mi fanno firmare.

E' tardi, torno nel misero Grand Hotel da 350 euro a notte... (la prossima volta mi porto una tenda e mi faccio dare i soldi della stanza!).

Sveglia prestissimo... insomma alle 8.00, per me è da folli! colazione razzo e corsa in stazione.

Roberto compra il Corriere della Sera Fiorentino , lo sfoglia... "non c'è niente...".

Cambio treno, mi addormento...zzzzz. "Svegliati! Dobbiamo scendere!", tuona la voce di Roberto.

Mi alzo, sudata, rincoglionita, e con la vescica al limite.

Altro treno e poi siamo a casa... Lo aspettiamo seduti su una panchina... fumo, sono esausta.

Roberto mi porge il Corriere, prima pagina della Cultura... foto delle miss... poi un articolo: Letteratura: "Il romanzo di una matta che ci fa ridere". Bel articolo, breve ma intenso.

Sorrido, arriva il treno e  finalmente sono a casa.

 Alice Banfi.






Ago 24
La musina

di Leda Cossu

La musina

La musina: il mio più grande tesoro… il lavoro su me stessa.

Seduta per terra, sulla “caesea”* del letto, rialzai il viso ribelle e bagnato. Avevo pianto a lungo con la testa rannicchiata fra le ginocchia. Mi rivolsi a me stessa, a quando fossi diventata adulta: mi devi ascoltare dissi, puntando severa l’indice all’insù. Da grande non devi dire: “ma” le persone cambiano, la gente è cattiva, è tutto inutile, la vita è dura (quel giorno me l’aveva detto persino mia madre che pure viveva ogni difficoltà con leggerezza), devi restare con i piedi per terra, gli ideali sono sogni, il Cielo è lontano… non le devi dire queste cose, perché i bambini non devono perdere la speranza… 

Cercavo in me stessa una “bricola”* alla quale “attraccare” la mia anima. Mi dicevo: devi vederle le immagini belle, le persone buone, le sensazioni piacevoli: i sapori, gli odori, i suoni... e non solo quelle brutte. Te le devi mettere “in musina”* le cose belle e le persone buone. Da grande la devi aprire e raccontare verità e non cose che nascono solo dalla bocca..

Iniziai lì il mio viaggio. Avevo 8-9 anni. Cercai nel passato, fotografai il presente, lo annotai per il futuro: una casa bella in montagna a Tai di Cadore e la sensazione di stupore che mi allargava l’anima. La vecchia madre di Giorgio-lontano che mi apriva la soffitta e il tepore che faceva nascere nel mio cuore. I libri sui vichinghi e la voglia di conoscere. Le “spiere de sol” che disegnavano ricami sulla parete…. Cercavo di essere precisa nel vedere perché il ricordo doveva essere vero.

Imparai a dire “e” al posto di “ma”.

Scoprii così… che si cresce per imitazione ed anche per differenza. 

Vidi lo sguardo senza anima della mia terribile maestra dalla cultura autoritaria che si apriva ad un silenzioso dubbio guardando assorta oltre i vetri della classe e…  sperai che le si aprisse il cuore. Vidi mio zio Bepi, non solo bevitore. Aveva occhi azzurri e parlava agli uccelli. Ce n’era sempre uno sul tavolo della sua cucina: un passero, o un merlo, o una cocorita. Gli facevano la guardia; all’ingresso ti svolazzavano attorno  gridando ed atterravano sulla sua spalla. Li ospitava e curava se feriti. In osteria facevano capolino dalla tasca interna della giacca. Restauratore del legno, salvava con maestria anche quelli più fragili. Troppo fragile lui invece, per reggere le chiacchere sciocche dei compagni in un intero giorno di lavoro… troppo per lui. Non sempre i gruppi creano comunità. Un pelandrone, diceva qualcuno, ma lui lavorava sempre. Fu in alcuni periodi “ospite” di un manicomio “nell’isola” di San Servolo a Venezia. I manicomi sono così… posti isolati dalla comunità. Morì il giorno di Natale del ’75, in ospedale. Era un bellissimo giorno di sole. Fui risvegliata dalla voce di mia madre, ai piedi delle scale. Le chiesi: era solo?

Mi stupii subito di questa domanda. Seppure adulta, non avevo ancora visto un morente, la mia famiglia era numerosa, che c’entrava la solitudine? Iniziai allora a rispondere ad una domanda di cui intuivo la risposta, ma che non avevo ancora portato a coscienza. Quando stai troppo male per vedere oltre il dolore, devi avere qualcuno vicino che ti riconosca, o che di te abbia un’immagine vera, antica, una foto prima del dolore. Almeno un volto amico che di te sappia il nome, veda la tua bellezza, ti ricordi chi sei… “una bricola” per la sua anima e la tua.

Ho visto molto e molto ho messo in musina, spesso navigando “a vista”.

Ho imparato a scorgere, nella vita di sonno e di veglia, la bricola a cui buttare “la mia sima”*: un Spirito buono che mi lascia libera di scegliere.. ma si fa riconoscere: Cielo, Buddha, Angelo, Dio… e assume il volto della bellezza, dell’accoglienza, della bontà, di un aiuto insperato… chiamato coincidenza, a volte incredibile. Quando un dolore mi vela lo sguardo, quando mi trovo davanti la valigia aperta per un nuovo viaggio di vita, che non ricordo di avere organizzato io, mi guardo attorno… cerco. C’è sempre l’Angelo che mi siede accanto. Che punta l’indice sulla mia musina. Mi regge le mani con cui la apro tremante, una volta ancora.

Dentro la musina c’è accumulato il mio più grande tesoro, il lavoro su me stessa, qualche talento in dono, molta bellezza vista, pensieri e sensazioni piacevoli, un vissuto memore. Non molto, bricole per sostare un po’.

Risorse solo per una caparra, il resto so ormai che lo acquisterò in viaggio.

* Caesela, si dice caesea, piccola calle veneziana. Qui lo stretto spazio fra due letti. Bricola: si dice bricoa, palo di legno infisso in acqua, al quale attraccano le barche nei rii veneziani. Musina: salvadanaio. Sima: corda per attraccare la barca alla bricola.

 

 



Ago 23
L'Intelligenza del corpo - n.1

di Leda Cossu

Il corpo, una comune esperienza

     C’è una comune esperienza di chi si prende cura di se stesso, di altre persone: il corpo è importante, sempre. Qualsiasi sia la malattia, l’interruzione di una funzione. Che io sia famigliare di un malato, volontaria, governante, operatore, infermiera di un anziano, o disabile, o sofferente in grave perdita di autonomia motoria, di iniziativa… la mia attività di cura inizia dal corpo.

Il confine fra quello che sperimento, rielaboro, ricordo è sottile.

A volte un profumo, una temperatura, un colore percepito durante un evento doloroso è sufficiente a riviverlo con la carica di emozione e sconvolgimento fisico già vissuti. Le esperienze si imprimono anche nel corpo, nel sistema neurosensoriale, per fortuna anche le positive.

 

 

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Ago 03
quello che la bambina deve sapere

di roberta

ho i piedi a mollo nell'accqua vicino a Cristina, la raggiungo nuotando dagli scogli del mio Hotel, lei è meno brava nel nuoto, le nostre madri appartengono allo stesso ambiente, questo basta, non si parlano ma se io dico, vado da Cristina, mia madre muove la testa dal telo sul cemento in senso affermativo. Io veramente non sono amica di Cristina, più che altro vado via dagli scogli cementati del mio Hotel, dallo sguardo di altri e faccio questa memorabile traversata nuotatoria di 10 minuti, ho 12 anni come l'altra o giù di lì, non glielo chiedo perchè non me ne frega niente, sono a guardare le mie dita, i riflessi dell'acqua, il verde grigio dello sfondo, sento il caldo sulle spalle, mi lecco le labbra salate, sto da dio. Ma l'incantesimo finisce.. -ti ha parlato tua mamma..la mia si -certo..di che? -se non ti ha parlato non ti dico niente brutta stronza cretina allora sta zitta -ma si mi ha parlato a te cosa ha detto? - quello che succede alle bambine, alle donne cioè e succederà a noi.. ho voglia di ricacciarmi in acqua -si certo -ci verrà del sangue .. che cazzo dice -del sangue, segno che possiamo essere mamme, ogni mese, perdiamo del sangue ma ti verrrà a te -mamme e come? -non te l'ha detto? - si ma dimmi tu come ha detto la tua -dunque l'uomo. il maschio ha .. -ho capito vai avanti - questo entra nella vagina, vicino a dove facciamo la pipì e lascia tanti semini che vanno a fare il bambino. sbatto i piedi nell'acqua, mi succhio la spalla salata, decido che devo mollare al più presto questa Cristina perchè sto esplodendo -si certo più o meno mi ha detto così mi guardo in giro -tuo fratello cosa fa -fa il bagno coi suoi amici -è in canotto -no -sai io devo tornare perchè senò mio fratello mi prende il mio e io voglio fare un giro fino alla spiaggia..andrei a prendere la focaccia..scusami sono frenetica logorroica ma dovevo trovare questa imbecille.. Sono nell'acqua e nuoto verso il ritorno al mio posto "a me queste cose non succederanno mai, ne sono certa, magari a 20 30 anni ma io di sangue e di quell'affare che entra ..a me no a me no a me no " Salgo la scaletta mi piazzo sul mio telo prendo Martin Eden e leggo con frenesia anestetizzante. Le bambine non devono sapere.
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Ago 02
Notti bianche, più che bianche, sbiadite!

di Maïté

Notti bianche, più che bianche, sbiadite!

Foto: Joseph Tury

Tra molti fenomeni che accadono in natura, quelli sgraditi restano inevitabilmente memorabili, comunque sia non poche spettacolarità artificiali sono ridotte a non ledere il nostro patrimonio in genere, e ciò che può essere a molti abitanti risparmiato dalla natura, è dato consumarlo avidamente per esigenze ambite di spettacolo.

Suscitano meno malumore quelle circostanze riferite a qualcosa che si consuma ovviamente in tutti i modi senza limiti!

Di conseguenza le risorse non rimangono conservate quel tanto che basta a ogni elemento per essere tale; consta allo sviluppo un punto di vista reale che insegni in seguito a pensare a come soggiornare nella realtà succinta e florida in precedenza alla consumazione che nulla in più del possibile dato, ha da togliere alla stessa opera, per quanto mai piena sia l’appetenza di risorse che non sono tuttavia solo da esaurire come capita spesso tra noi: “ il voto avanza, ” avanza in tutti i sensi.

Poco importa apprendere quel tanto che basta, affinché giorno per giorno tante cose si trasformino nel tempo e in modo non scontato, naturalmente, per fare sì che siano assimilate da tutti, permettendoci di sentire il presente come qualcosa di meno incerto e più concreto in vero, perché potremmo non subire, se non evitare in via del tutto esemplare e significativo, le sventure e le disgrazie umane di svuotamento, che rimane in fine del consumo tra noi con un pieno di solitudine che dilaga.

Propriamente succede che tra l’artifizio di accensioni festose con abbaglianti voltaggi per farci stare sbalorditi in quella che dovrebbe essere sacrosanta illuminazione nel buio della notte di mirabili paesi, città, lo spettacolo non interrompa il consumo notte tempo!

Il fosco è forzatamente stabilimento di potenti fasci e torce a tagliare il buio pesto che ferisce.

Perciò la realtà quella che ci circonda è intravista dal viandante ora a tratti, per chi attraversa quelle zone che restano tra le vie obbligatoriamente in penombra a quell’ora che trascinandosi in un consumo puro, a quella causa solo vorace non appare mai tarda, malata.

Chiedersi se il “successo” che dilaga come la bruma, di sera sull’onda di notti estemporaneamente bianche, quando gli sponsor promettono di farci vedere anche di notte, magari trascinandoci a talloni gonfi per fare sognare le genti poco distese con occhi che si dilatano nell’oscurità, a voltaggi abbaglianti che fasciano a piè di notte la polvere di quella calce che, arsa, tiene in piedi i muri di molte nostre abitazioni affinché di colpo non si sbriciolino: la notte è bianca perché il giorno è buio, non per pochi purtroppo!

Allo scuro anche quando non dovrebbe essere così pesta la vita; perciò oltre il naso non vedi e di conseguenza l’abbaglio ti respinge poco oltre lo scuro, allungandoti l’ombra in quel momento come a provare per una volta a superare dai piedi l’anima di quel corpo, trascinato da tempo a tutte le ore anche a notte fonda un sussurro sfiancato, sarà poi quel che indistintamente ci piglia.

Rilancio del gusto?

Spinta del commercio?

Fuori uscita dell’anima?

Artificio ad ogni occasione?

Illuminazione a tutte le ore?

Spettacolo senza prezzo?

A buon titolo di chi conosce le vere notti che non sono mai bianche, ma fredde e buie per chi a quell’ora non ha un riparo, queste che calano sui nostri paesi come notti sbiadite, impallidite e rimbambite come cause perse; radunano molti paesani come fossero tutti quanti più cittadini al buio, verosimilmente uguali, proprio quando erano le vacche non solo nel nostro campo.... tutte allo scuro.

Input, scosse, flash,  fasci .   

Nessuno si vede bene di giorno figuriamoci quando gli abitanti si cozzano l’uno accanto all’altro  di notte; (ma  la notte no….. recitava una canzone).

Quelle ore diventano sbotti di vita quasi sempre scura e buia come pare che si profili  l’affondo,   perché nel giorno seguente  il Sole si alza vanamente per un corpo steso, piombato sul giaciglio del sonno, anche quando batte e rintocca la luce, intanto tu dormi, perché in quella notte trascorsa  hai camminato con tanta gente e non l’hai scorta……, perché quando incontri  invano qualcuno: “di giorno hai sempre  più fretta e  paura nel vederla non difforme e indifferente.”

Con una certa frequenza  capita  un fenomeno di quelli che ti fa sussurrare una nota armonica anche sulla  soglia di un campo santo… nell’intravedere fiori recisi d’ogni colore, dare una tonalità ancora fresca in quel luogo dove sembra esserci troppo silenzio e pace; poi entrando per cogliere  da vicino un nome che ti è caro: noti che i fiori sono finti, imitazioni, artefatti, perché non cedono il profumo  e non smontano il colore appassendo.

La metà, più della metà giace immobile senza flettere un sol filo sul gambo, come naturale  che fosse per tutti poi al tramonto;  un mugugno in petto si stringe al fondo del tuo cuore presso quel campo ancora più spoglio e falso a cui pensavi di appoggiare  in quella pausa che ti concede il mondo per un semplice sguardo!

Vorresti abituarti a non giudicare, sperare oltre la natura, ma questa volta: lì gemi; perché nessuno ti chiede come e quando sei o potevi essere felice avvicinandoti così in prossimità, e poiché poco prima sulla soglia tutto ti appariva uguale ed eri soddisfatto or dunque rifletti e interroghi!

A ragione del vero presso Trieste in un ex manicomio qualcuno ancora stampa non banalmente vicino al cuore su d’un semplice pettorale d’una maglietta colorata, la scritta: “ da vicino nessuno è uguale” Grazie a quel semplice ricordo che ci rende unici al mondo non diversamente ad ogni luogo  ho sentito tuttavia proprio lì la speranza.  

Diversamente sbiadito un saluto tenue e pallido come la Luna che cambiando non volta  faccia .

 Comunità magda e don l. milani zico perani

 

 

Inviato: venerdì 1 agosto 2008 14.51
A: Forum Segreteria



Lug 31
estate

di roberta

estate
l'estate è ancor peggio, la pendenza si fa più forte e la mia obliquità aumenta. Non so dove diavolo cacciarmi in queste giornate se non esiste il lavoro di facciata. Ma devo rispondere al telefono, dire a qualcuno che tutto è normale, scorre normalmente, l'ottimismo, la pazienza, la tolleranza, l'amicizia ed altre minchiate del genere continuano a timonare la mia vita mentre un fiume di insofferenza viene arginato meccanicamente da parole che non sento neanche mie. Si mi piace starmene sola in casa se c'è qualcun altro che fa dell'altro e mi lascia in pace e non mi vede, mi piacerebbe parassitare le case degli altri, ma senza parlare, senza essere persona presente, ricordo quando mi 'addormentavo' in case di altri, di giorno, adducendo a pretesto l'insonnia, spiavo dal divano i rumori le parole gli odori..non dormivo ma simulavo il risveglio quando avvertivo il tempo finito, evadevo. Spiavo la sera le case degli altri, immaginavo le tavole , dalle luci immaginavo la cena, la minestra, i sapori. Amavo i bar dove passare senza intrusioni ma con altri il mio tempo, a bere e leggere il giornale, mangiucchiare, stare quel tempo necessario fino a quando sarei stata inevitabilmente coinvolta, avvicinata. Tempi di studente, maledizione alla crescita al dover prendere un ruolo, ad essermi pervicacemente attaccata a dei doveri, ad aver imparato ad eseguirli, ma oggi non parlo degli sbagli fatti. Ho solo la pesante nostalgia di quella calura estiva a Pavia quando senza impegni, senza tempo, senza dolore o gioia passavo per case, strade bar guardando, ascoltando annusando MA NON PARLANDO. Ero verso la linea obliqua della stramberia. Ed ora ne ho nostalgia. Ho lacci da tutte le parti, obblighi dappertutto, ho un bel tagliare, sono quisquiglie. Mi sento legata. Arrivederci.


Gen 30
Annima smarrita

di Maïté

Annima smarrita
“Anima smarrita”


Mi ero persa in questo mondo ostile
in cui non mi riconoscevo.
Mi sono costruito intorno una fortezza
nascondendomi alle sue grinfie,
ed ho richiuso al suo interno la mia anima,
per paura di soffrire….
Ma era solo un’illusione:
la sofferenza era dentro di me,
mi consumava e mi faceva avvizzire
come una pianta lasciata senza acqua.
Finché una mano gentile ha preso la mia
per tirarmi fuori da questa prigione,
aprire un varco nella nebbia,
e guidarmi sotto quella pioggerella
che mi ha ridato nuova linfa.
Poi altre mani sono venute a sorreggermi,
altri sguardi nei quali ho letto il mio stesso dolore,
mi hanno incoraggiata ad andare avanti.
E anche se mi rimane la paura
di perdere gli affetti,
mi convinco, giorno dopo giorno,
che non sarò mai più sola…

Maïté

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Mar 03
segnalazione

di gabrj

vorrei segnalare il bel libro del cantante Simone Cristicchi "oltre il cancello" che parla della condizione dei reclusi in manicomio;il cantante ,non solo ha presentato a Sanremo una canzone dedicata al tema della reclusione,ma ha raccolto nel libro interessanti testimonianze e ha giato anche un documentario


Gen 11
Le Mie Compagne di viaggio

di Maïté

Dopo alcuni mesi di esperienze convissute con le persone del gruppo di auto aiuto familiari, ho sentito il bisogno di scrivere due righe su ognuna di loro........
......“Le mie compagne… di viaggio”
Agnese:
Persona meravigliosa, solare, generosa e con una grande carica di umanità; un miscuglio di candore che ti fa provare tenerezza nei suoi confronti, ma anche determinazione e entusiasmo che suscita rispetto.
Anna Maria:
L’abbiamo già ribattezzata “vulcano” e così è: debordante di energie, sempre piena di idee. E’generosa, altruista e molto disponibile. A me qualche volta procura ansia quando si agita un pò troppo, ma questo è un problema mio, non suo…
Anna Rita:
E’ quella che sento più simile a me: quando non sta troppo bene preferisce rimanere in silenzio e ascolta; ha bisogno dei suoi tempi per riuscire ad esternare i motivi della sua sofferenza, che deve prima metabolizzare per potere poi condividerla con gli altri. Ma quando sta bene anche lei è molto solare e con una bella dote di autoironia e umorismo.
Anya:
Mi piace molto come persona: molto posata, tranquilla e discreta, con una buona capacità d’ascolto; interviene poco ma quando lo fa è molto concisa e acuta e dice sempre cose molto intelligenti. E’ una persona che mi rassicura.
Donatella:
E’ perspicace e attenta agli altri; quando ci ascolta mi diverto ad osservarla: strizza gli occhi, è concentrata e sembra che già analizza ed elabora la risposta da darci, e poi quando parla tutto diventa chiaro, ci fa capire ogni cosa. A me da un senso di sicurezza.
Jutta :
E’ quella che conosco meno. E’ molto tormentata e infelice e mi fa molta tenerezza (mi verrebbe sempre voglia di abbracciarla se non fossi così riservata nelle mie dimostrazioni d’affetto), e spero che con il nostro aiuto lei riesca a ritrovare serenità.
Maria:
Mi ha impressionato la quantità di eventi negativi che si sono susseguiti nella sua vita (mi ha permesso di ridimensionare i miei!) e mi suscita anche lei molto rispetto. L’unico rammarico è che le sue traversie l’hanno resa un po’ troppo amara e negativa.
da Maïté


Nov 03
Fare assieme

di Maïté

Fare assieme

Una luce si accende
alle pendici del disagio.

Forza,dolore
sofferenza e amore
si incontrano.

Come i colore dell’ arcobaleno
si abbracciano
cercando il sereno.


Alessandro Rizzo
Gruppo Armonia


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Mag 29
immagini settembre 79

di mariella

Immagino ninfee metallizate
e fiori d'asfalto
rose di luce opalescenti
si incrinano sulla vetrata.
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Dic 15
Bambina obesa

di Maïté



BAMBINA OBESA

Aveva cent'anni, mangiava per non vedere

parlava allo specchio ma non si stava a guardare.

Aveva cent'anni, la disperazione nel cuore

e sempre allo specchio confidava il bisogno d'amore.



Ma quella bambina che si vedeva riflessa

aveva cent'anni solo nel cuore.

Si sentiva vecchia, lo sguardo spento

la tristezza le velava il viso,

se incontrava lo specchio, accennava un sorriso.



Si amava da sola, con cibo e illusioni

sperava in un futuro migliore ma era priva di sogni.

Fasciata di "ciccia", non avvertiva la carezza

che tentava di andare al suo cuore.



perchè l'adipe allontanava da lei l'amore.

Non aveva conferme, non certezze,

aveva solo un estremo bisogno di carezze.



Oggi è una donna, non ha più cent'anni

il cuore leggero, con meno affanni

e, tutto l'amore che andava cercando,

era dentro di lei, dentro ognuno di noi.



Poi un giorno qualcuno le ha fatto capire

che la bellezza stava nel suo cuore

e, come per magia, ha conosciuto l'amore.

di MARIELLA ROCCA



Quando ho letto questa poesia ho provato una grande emozione perchè mi sono riconosciuta, ed è stato altrettanto piacevole conoscere la sua autrice. Grazie Mariella!
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Ago 20
le ali della vita

di bolscevica

quelle ali, chiuse sulle mie spalle, mi sono sempre sembrate inutili. Finchè non ho capito la loro utilità, da molti non condivisa... ora quello che pensano gli altri non mi deve più sconvolgere... molto presto, aprirò quelle ali e volerò via verso la libertà.
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Ago 20
quel vento di nome dolore

di bolscevica


quel vento di nome dolore
Quello che sento è paragonabile al vento, c’è ma non si vede. È come se mi trovassi in una strada lunga e dritta chiusa da un muro ad una delle due estremità. Io cerco di uscire, vedo l’uscita ma non riesco a raggiungerla perché c’è il vento, c’è il vento che rende vani i miei tentativi di avanzare. Cerco di non mollare, di resistere ma ho utilizzato tutte le mie forze per tentare di avanzare e pian piano sto cedendo. Il vento sta diventando sempre più forte, le bufere sono incessanti. Sui muri a lato compaiono le immagini di un documentario intitolato “le cause della furia del vento” lanciate ripetutamente a velocità esorbitante. Intanto vengo spinta sempre più indietro, quando vedo sul muro una porticina. È scura e aperta, con tante ragnatele. All’interno vedo delle persone, persone che non ho mai visto, che vivono lì da diverso tempo e che mi guardano in silenzio, un silenzio ricco di parole, un silenzio ricco di pensieri. Oltre a quell’atrio ci sono due strade, una che riconduce a quella strada dove sono io, in balia del vento e l’altra che riconduce al paese, all’uscita della strada cui tanto ambivo io. E’ un bivio, un bivio che esige una scelta che comprometterà il futuro immediato e futuro. Cosa scelgo? Entro nella porticina anche se poi rischio di ritrovarmi punto e a capo oppure lascio che il vento mi trascini nella speranza che oltre quel muro ci sia una strada migliore?
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Ago 19
quando sorgerà di nuovo il sole...

di fioccodineve

sarà un giorno speciale.. chi come me non ha mai vissuto un problema psichico ma ci ha sempre convissuto fin da piccola sorge spontanea un'incitazione a non mollare mai...lo so non è facile ma quando mai le cose bella della vita lo sono?questo sito però è il risultato di questa tenacia perciò faccio i miei complimenti a te Holden e spero che questo strumento abbia modo di aiutare tante persone a volte si sa basta sapere di non essere soli un abbracio speciale a tutti voi e vedrete che il sole sorgerà di nuovo
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Ago 18
lettera ad holden

di bolscevica

domani, domani sarà il giorno in cui si deciderà del mio futuro... dove finirò? penso sia una domanda che tutti si siano posti quando si è presentata la possibilità di "finire" in un centro di igiene mentale... tutto ciò per la mia mancata forza d'animo... o forse perchè il destino non si è ancora stancato di giocare con la mia vita... non voglio starci caro Holden, c'è tanta gente che ha bisogno di me e io di loro. E anche se questo stesso pomeriggio ho pensato di farla finita, non vuol dire che sono malata no?
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