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L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Testimonianze
Ott 02
Storia di Jacqui Dillon

di angelo arecco

 

TESTIMONIANZA DI JACQUI DILLON, PRESIDENTE DELLA RETE INGLESE DEGLI UDITORI DI VOCI (INTERVENTO AL 1° CONGRESSO MONDIALE DI MAASTRICHT (17-18 SETTEMBRE 2009)

- traduzione di Angelo Arecco - TESTO SCARICABILE dal sito www.parlaconlevoci.it -

C’era una volta una bambina, una bambina qualunque, che come tutti I bambini nacque con tutti i bisogni umani primari: il bisogno di essere nutrita, tenuta al caldo e al sicuro. Come tutti I bambini, aveva bisogno d’amore ed empatia per poter prosperare, crescere e soddisfare appieno le sue potenzialità, come tutti i bambini si meritano. 

Ma come capita ad ognuno e a tutti quelli nati in questo magnifico e misterioso universo, la natura arbitraria di venire al mondo in una determinata famiglia è un fatto puramente casuale e come molti bambini, troppi bambini di questo mondo, la bambina purtroppo ha la sventura di nascere con dei genitori I quali sono semplicemente incapaci di provvedere persino a queste sue necessità fondamentali. Ciò deriva dal fatto che i suoi genitori sono essi stessi null’altro che bambini feriti e spezzati, frustrati e travagliati, racchiusi dentro a corpi di adulti onnipotenti, camuffati l’una da madre e l’altro da padre. 

Quando la bambina per la prima volta guarda dal basso verso l’alto gli occhi di sua madre in cerca di un’immagine di sé, per sapere di essere reale e di esistere, ed infine di sentirsi sicura in questo grande mondo che la spaventa, si trova ad incrociare uno sguardo fisso, freddo e ostile. Poiché quando la madre guarda dall’altro verso il basso questo scarto di umanità che è la sua piccolina, lei non vede quanto è bella ed innocente, bensì la sua stessa impotenza, vulnerabilità, i suoi stessi bisogni insoddisfatti. Tutte queste cose sono quelle che la madre disprezza e non vuole che distruggere, calpestare ed annientare. La piccola allora si mette a piangere disperata dal terrore e protende la manina verso quella donna, la mamma, e per tutta risposta quest’ultima si mette a ridere e morde quella manina, proprio come in passato sua madre aveva fatto a sua volta con lei.  

La madre si carica la bimba sulle spalle ed insieme discendono in profondità sino agli inferi, un luogo nel quale verranno commessi I più indicibili atti di orrore. Gli inferi sono abitati da molti demoni, mostri e streghe della peggior specie. La donna mostra l’oggetto che possiede, la bimba, ad un uomo che non può essere che il diavolo in persona. Poi entrambi ridono profanano la bimba e la derubano della sua innocenza.  

Il dolore, lo choc e il terrore sono insostenibili per la bambina, che viene tradita e sfruttata da coloro che hanno il compito di proteggerla. Non esiste possibilità di fuga, non esiste alcun salvatore, non c’è nessuna luce alla fine della galleria. Per tutto il tempo, la bimba continua incessantemente a ripetere a sé stessa: “Io non sono qui; non è a me che succede tutto questo; io non sono in questo corpo”. D’un tratto la bimba è sottoposta a una terribile pressione che le monta nella testa, mentre il bisogno urgente di fuggir via cozza contro l’orribile presa di coscienza della propria impotenza, e allora… BUM! C’è un’enorme esplosione e la sua minuscola mente si frantuma in mille pezzettini. Serenamente, la bambina inizia a fluttuare nell’etere e con estrema calma volge il suo sguardo da un punto altissimo verso quella stupida bambina rimasta ad urlare laggiù, negli inferi. Compatisce la patetica creatura, tuttavia lei non può affatto  ritenersi responsabile nei confronti di chi non è in grado di aiutarsi da solo.  

La bambina abita un mondo duplice. In uno di questi, è una bambina normale con genitori normali, dotata di talento e che frequenta la scuola, gioca con le sue amiche e che adora ornarsi i capelli di nastri colorati. Nell’altro mondo, è una sporca puttanella, sgradevole e cattiva, trattata con crudeltà e disprezzo da tutti quelli che riescono a metterle addosso le loro luride manacce.  

Tutto quello che ha se lo è meritato. Viene ripetutamente minacciata che se mai osasse raccontare a chiunque di ciò che succede negli inferi, allora verrà rinchiusa in prigione con l’accusa di aver commesso i crimini più nefandi, oppure che tutti penseranno che sia matta per relegarla in manicomio per sempre, gettando via la chiave; nessuno le crederà mai. Oppure, ancora, che i demoni e le streghe riusciranno a trovarla, la scoveranno comunque, le daranno la caccia in modo forsennato e uccideranno lei, i suoi bambini e chiunque, essere umano o cosa, che lei ami. Per quanto possibile lei lo possa agognare, non c’è per lei alcun luogo sicuro, o salvatore che venga in suo soccorso. Quindi, lei fa proprio quello che molti bambini sono costretti a fare, cioè sopravvivere nel miglior modo possibile.  

Le strategie di sopravvivenza che lei inconsciamente sviluppa sin da bambina creano in lei un’illusione di controllo, un’illusione di poter avere un qualche tipo di possibilità di agire su quello che le succede. Nonostante la sua abietta impotenza, utilizza tutte le risorse disponibili in quel momento (mente, corpo e spirito) e lotta per aver salva la vita.  

Allora inizia a sentire delle voci: voci che parlano a lei e di lei, che la confortano, proteggono e la fanno sentire meno sola. Con il passare del tempo, queste voci la controllano e la terrorizzano ma nello stesso tempo la aiutano a rimaner viva. Una delle prime voci che sente è quella della “grande madre”.  Costei è una figura materna potentissima, bellissima e gentile, una figura benefica che è sempre presente per confortarla e rincuorarla. La grande madre è una delle più geniali invenzioni della bambina, poiché lei è una bambina intelligente, tuttavia lei mantiene molto a lungo questo segreto persino a sé stessa. La grande madre riveste un ruolo centrale nel sostenere la ragazza e farla sopravvivere con la sua intatta umanità e la grande madre permette anche alla ragazza di divenire una madre amorevole e compassionevole verso le figlie che avrà, quando verrà il momento. 

Il suo corpo diventa il locus del suo orrore e del suo bisogno, poiché non esiste altro posto per esprimerlo, non c’è nessuno che possa essere messo al corrente. Inizia a tagliarsi e a sbattere la testa contro il muro, lacerarsi, in tutti i modi che riesce a scoprire, di dar sfogo in modo sicuro alle sue angosce. Non richiama attenzione su di sé. Lei non fa male a nessun altro. Nessuno può toccarla. Il suo rapporto col cibo diviene un viaggio di misteriose avventure, durante il quale scopre di possedere poteri speciali. Infatti, controllando ciò che mangia, mangiando oltre misura, costringendosi a vomitare e a lasciarsi morire d’inedia, lei diventa l’ideatrice di molti meravigliosi trucchi, giochi di prestigio che la fanno sentire in una posizione di maggior controllo in un mondo che è pieno di terribile crudeltà ineluttabile e assolutamente arbitraria. Per una volta, riesce ad ottenere il controllo del proprio corpo. Può disporne a suo piacimento. E’ lei la padrona del proprio universo.

La sua creatività si estende al di là del suo corpo e raggiunge il mondo. Adora scrivere storie e poesie, il disegno e la pittura, e leggere quanti più libri possibili, tutti quelli su cui riesce a posare le sue piccole mani. I libri le permettono di accedere ad altri mondi, mondi in cui esistono possibilità illimitate. Nel regno della sua immaginazione, i personaggi e le storie dei libri la affascinano e la incantano, si riempiono di significati fino al punto da poterli interiorizzare in sé stessa al fine di sentirsi meno sola. Il mondo continua a preservare un po’ di magia e di meraviglie. Il suo senso della giustizia è sempre presente e arde come una fiamma nel suo cuore, inestinguibile. La ragazza sogna un mondo dove un giorno si sentirà al sicuro, libera e amata. 

 

Alla fine riesce a fuggire dagli inferi dopo molti anni tormentosi. Ciò avviene quando la ragazza diventa donna. Possono averle spezzato la mente e il corpo ma, grazie al Cielo, il suo spirito è ancora intatto. Lei stessa a questo punto ospita una moltitudine di personaggi e ciascuno di costoro hanno la propria parte da recitare per poterla aiutare a sopravvivere. Lei non si rende ancora conto di questa cosa, poiché lei sente le loro voci e talvolta le capita di intravederli nello specchio, ma fa comunque del suo meglio per nascondere la loro esistenza sia a sé stessa che a chiunque altro. E’ esperta nel riuscire ad abitare svariati mondi ed è anche abituata a mantenere i segreti ben chiusi dentro di sé. Le voci dei diavoli, delle streghe e dei demoni insieme a quelle dei bambini ancora intrappolati negli inferi echeggiano nella sua mente anche molto tempo dopo che il peggio è passato, e sono ancora lì a rammentarle cosa questi esseri mostruosi le faranno se mai dovesse parlare di ciò che le accadde. Quindi lei rimane in silenzio. 

Un giorno, dopo molti anni, accade un miracolo e adesso la ragazza di allora è seduta e guarda gli occhi della sua bambina appena nata. Questa bambina è stata molto desiderata e voluta e la madre è come esterrefatta dalla bellezza e dalla perfezione di questa minuscola creatura. Per la prima volta nella sua vita, il corpo della ragazza ha fatto qualcosa di cui potersi sentire orgogliosa. Sorride alla piccolina e soffonde amore nei suoi occhietti e la bambina sa di essere reale e di essere amata. Sa di sentirsi al sicuro in questo grande e spaventoso mondo. 

Senza preavviso, questa scena idilliaca viene invasa dai demoni provenienti dal passato. Le voci della ragazza si moltiplicano e si intensificano dicendo cose che la turbano e spaventano. Allora inizia a vedere orrende immagini di abuso, tortura e morte. Le può anche sentire nel suo stesso corpo. Segni e lividi le compaiono sulla pelle come stimmate. Inizia a tagliarsi spesso nel tentativo di appagare il diavolo, ma senza alcun effetto. Lui non è mai soddisfatto. Allora la madre si convince del fatto che qualcuno cercherà di fare del male a lei e alla sua piccola in quanto lei sa quanto può essere pericoloso il mondo per i bambini piccoli. Diventa intensamente paurosa e terrorizzata al pensiero di uscire di casa, nel caso in cui qualcuno cercasse di rapirle e trascinarle negli inferi per ucciderle. Ha paura di impazzire come ha sempre pensato di dover fare, come le hanno sempre detto che sarebbe successo. Abita un mondo duplice. In uno di questi è una madre devota, con uno stretto ed intimo vincolo affettivo con la sua bimba, che allatta al seno su richiesta e tuttavia sa che in quei momenti la sta contaminando con tutti i veleni di cui il suo corpo è intriso. Si vergogna profondamente di sé stessa per essere un simile scherzo di natura e inizia a percepire che non esiste via di fuga dagli orrori del passato. Non vede via di uscita eccetto togliersi la vita ma non riesce a sopportare l’idea di lasciare dietro di sé una piccola orfana di madre. 

Disperata, chiede asilo in un posto che deve costituire un rifugio per lei. Spera di trovare sicurezza e sostegno per sé e per la sua preziosa creatura e crede che chiedere aiuto sia un atto responsabile e saggia. Forse quando dirà loro di quello che le è successo giù negli inferi essi potranno persino congratularsi con lei per gli sforzi fatti. Sicuramente essi vedranno quale magnifico successo ha ottenuto nel fare tutto quel cammino da sola.  

Streghe, diavoli e demoni cercano allora di zittirla, di tacitarla con le loro malefiche minacce, tuttavia lei riesce ad iniziare a parlare coi guardiani del cancello del manicomio, che la rassicurano di essere uomini istruiti, dei veri guaritori, e a raccontare dei bambini che hanno sofferto negli inferi. Con sua grande sorpresa, però, quegli uomini confermano le parole del diavolo: gli inferi non esistono. Che lei è pazza. Che è malata. E’ nata con qualcosa di sbagliato. Lei si sente come schiaffeggiata, presa a calci dopo essere stata sbattuta a terra, nuovamente abusata. Questo è un vero e proprio insulto alle sue ferite. E’ furiosa dalla rabbia e deve trattenersi per non fare a pezzi quei guardiani. Questa realtà è sufficiente a far impazzire chicchessia. Quel posto dove lei pensava di trovare un rifugio in realtà sta quasi per gettarla di nuovo nell’abisso, e una volta per tutte. 

E’ già fuggita una volta dall’inferno (dopotutto lei è una guerriera) e usa tutti i mezzi che reputa necessari per ingannare e sfuggire dai guardiani. Una volta liberatasi corre quanto più velocemente possibile e riesce a tornare dalla sua bambina. Poi se la stringe forte al petto e affannosamente riprende fiato. Non c’è alcun rifugio, tuttavia non si perde d’animo. E’ venuta sin qui. E’ una donna in missione. Un giorno gliela farà vedere a tutti. 

Dopo aver cercato a lungo, riesce finalmente a incontrare gente davvero saggia, anime coraggiose che hanno la forza e l’integrità di testimoniare la sua verità. Per quanto costoro soffrano nel sentire I suoi racconti degli inferi, essi la ascoltano in silenzio e sentono le terribili sofferenze cui sono sottoposti tanti bambini. Insieme percorrono una lunga strada tortuosa a ritroso verso gli inferi, dove può aver luogo un processo di verità e riconciliazione, di ascolto, di apporto di testimonianza e di affrontamento degli orrori del passato. Il mondo non sarà più lo stesso di prima per loro, poiché essi hanno visto gli inferi. E anche sebbene lei sia uno scherzo di natura essi la amano e la rincuorano. Poco a poco la donna inizia a sentirsi umana. Inizia a sentirsi reale. 

Scopre di non essere sola quasi nello stesso modo in cui ha sempre saputo di esserlo. Inizia ad accettare il sostegno come un atto di coraggio ed impegno verso la vita e il futuro. Solo allora può cominciare a rimpiangere sinceramente tutto ciò che ha perduto. Non sapeva fosse possibile piangere tutte così tante lacrime. Gli altri continuano a tenerla con loro. 

La più profonda presa di coscienza avviene in lei gradatamente, diventando sempre più evidente col passare del tempo. Poi, un giorno, improvvisamente si rende conto di ciò che in cuor suo ha sempre saputo. Le sue voci sono qualcosa di  più che semplici voci. Sono molti e diversi sé, con nomi differenti, età, esperienze, sentimenti, identità; dei sé dissociate che diventano rappresentazioni interiori del suo mondo esteriore. Anziché cercare di sradicare queste diverse parti di lei anche se talvolta la spaventano, lei comincia ad accoglierle. Ciascuna di esse è una parte della sua interezza. Lei comincia ad ascoltarle e a capirle e le saluta con compassione e comprensione. Con suo compiacimento, le voci cominciano ad insegnarle I misteri della guarigione, dell’alchimia e della magia. Poco a poco lei prova meno vergogna di essere chi è ed inizia a meravigliarsi di quanto è stata creativa nello sforzo di sopravvivere agli orrori degli inferi. A volte le sembra di aver creato un capolavoro. 

D’altra parte, trova difficile comprendere un mondo che spesso per lei è privo di senso, un mondo corrotto e pazzo che spesso sfrutta i deboli e protegge i potenti. Con tutto quello che sa, che ha visto e ha appreso, non può limitarsi a guardare e lasciare che le cose succedano. Se deve essere una parte del mondo, allora deve fare quello che può per renderlo un posto dove lei possa realmente abitare rimanendo sana di mente.  

Inizia a incontrare altre persone, bambini guerrieri, uomini e donne impazziti, compagni di viaggio che sono sfuggiti dagli inferi o altri tipi di inferno, così come ribelli e rinnegati, portatori di verità, pionieri e combattenti per la libertà, tutti insieme in cammino lungo il suo stesso sentiero, in cerca dello stesso genere di giustizia. Anch’essi sentono di avere una responsabilità collettiva di esporre la verità e non permettere che ulteriori ingiustizie vengano perpetrate. Essi capiscono che rimanere in un angolo e in silenzio equivale ad essere complici. Essi sanno che la libertà non viene mai concessa liberamente da chi detiene il potere: si deve combattere per averla. Essi comprendono che solo la verità ci renderà liberi. 

Dopo un lungo ed arduo viaggio durato molti, molti anni, la ragazza finalmente capisce di essere arrivata a casa. Adesso è al sicuro, è libera, è amata. Ostenta le sue cicatrici di guerra con orgoglio. Può ancora sentire gli echi del passato ma si considera fortunata. In molti sensi lei è benedetta. La sua vita e tutto ciò che ha fatto per arrivare sino a qui, è un trionfo.

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Set 28
Angels & Demons

di angelo arecco

di Angelo Arecco

 

 

Avevo già espresso a maggio di quest’anno la mia profonda rabbia e frustrazione, anche con accenti molto forti e sanguigni ma sinceri, per essere stato visto da uno dei miei operatori solo attraverso i miei lati più oscuri, negativi e peggiori del mio stato d’animo di allora. Una sorta di specchio deformante che mi rifletteva solo il mio lato nero. Questa persona (ora mi appare finalmente chiaro che l’uso di tale termine è un’offesa verso le persone vere) mi trattava in quel frangente e continua tuttora a trattarmi semplicemente come uno “psichico” e pertanto con un suo atteggiamento meramente giudicante e castrante nei miei confronti, cercando incessantemente di ricacciarmi indietro nel mio ruolo di paziente azzerando così le tappe incessanti e susseguenti del mio percorso personale ed intimo di guarigione, ben lungi quindi dal rapporto ideale di ascolto e incoraggiamento che un buon operatore dovrebbe idealmente avere con il suo cliente. Questo a mio modesto avviso è qualcosa di intrinsecamente malvagio e deleterio non soltanto nell’ottica di un rapporto professionale che dovrebbe essere ispirato a sani criteri etici e terapeutici, ma alla base di un qualsiasi rapporto interpersonale tra esseri umani, che sono per definizione unici e irripetibili, ognuno con i propri pregi e difetti. In pratica questo essere persevera nella sua opera devastante nei miei confronti e finora è riuscito a farla franca approfittando del mio ruolo di sudditanza psicologica oggettiva in quanto suo paziente. Come è stato notato da uno degli altri miei operatori, la connotazione più eclatante e manifesta di questo elemento malsano è proprio la cattiveria. Oggi ne ho avuto la prova del nove durante il colloquio settimanale quando, per sua stessa ammissione, si è definita “bastarda dentro” (sic). Circa un mese fa, alla presenza di altre tre operatori che mi seguono, nell’imminenza della mia partecipazione al 1° Congresso Mondiale degli Uditori di Voci, costei si espresse letteralmente in questo modo: “… e poi tra l’altro, Angelo, dove cazzo deve andare? A Maastricht?”. Non è certo finita qui: proprio stamattina, nonostante alla fatidica domanda “come sta?” io avessi risposto “mi sento sereno”, l’operatore (ma può ancora definirsi tale, mi e vi domando) ha commentato che secondo lei “stavo indossando un vestito confezionato da altri” e mi ha chiesto, stavolta in occasione del 2° Raduno Nazionale degli Uditori di Voci: “Ma lei se la sente davvero di andarci a Reggio Emilia?”, mettendo così ancora in discussione una mia soffertissima decisione se farlo o meno, cosa che avevo già risolto da solo. Per non parlare poi delle infinite allusioni malevole trasformatesi in vere e proprie pesanti ingerenze in una mia relazione sentimentale, poi finita male, con una paziente definita, non solo da lei ma anche da un’altra collega – con lo stesso nome di battesimo, per giunta – “un caso senza speranza”. Quindi benzina sul fuoco, altro che aiuto e comprensione!

Ora che le carte sono scoperte, voi come vi comportereste al mio posto? Francamente sono arcistufo di far buon viso a cattivo gioco e mi riesce difficile restare immune dalla malvagità di costei, al punto che personalmente ho deciso di estirpare questa mala pianta dal giardino della mia consapevolezza, e dato il mio carattere innato di combattente della Vita qualcosa mi dice che in un modo o in un altro prima o poi ci riuscirò. O quantomeno a trovare un modo per svuotare questa cattiva voce incarnata del suo malefico potere che sinora esercita su di me, annientandola all'interno del mio sé.

Chiunque desideri commentare questo mio sfogo è benvenuto e farò tesoro dei suoi consigli preziosi.



Giu 24
Buongiorno mi chiamo LSF e sono borderline

di nicola pasa

26 aprile 2006 alkmaar (de nederlands)

un anno e mezzo di Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) per osservare e studiare su me stessa cos'è il Disordine di personalità Borderline(BPD).

Ho pazientemente e meticolosamente, all’olandese,cercato di capirne le perdite di controllo, di identità e di senso che ne costituiscono il nucleo e ne causano la sofferenza.

Ed eccomi ancora qui, più cosciente eppure ancora così fragile!

13 giugno 2009 s.stefano magra (la spezia)

buongiorno mi chiamo LSF e sono borderline da quando mi ricordo.

La prima volta che per me fu usata la parola *caratteriale (arcaico di BPD) fu tra i 13 e i 14 anni quando , senza cause apparenti, ingurgitai una bottiglia di jonnhi walker e tutte le pillole che potei trovare in casa.

Dopo la lavanda gastrica forse qualcuno si chiese cosa mi fosse successo fuorché mia madre che ha sempre sistematicamente rimosso ogni accenno ad una mia eventuale patologia.

Correva l'anno di grazia 1969, l autunno caldo e i figli dei fiori, tra una manifestazione e l altra mi facevo manciate di acidi. Svariati , più o meno goffi tentativi di suicidio, spesso con overdose di ogni droga reperibile. Vita di strada e svariati ricoveri. Nella mia simpatica famiglia, agiata e colta, si continuava a far finta di nulla......E io alzavo il tiro......Ormai le anfetamine erano il mio pane quotidiano, 50 metedrine in vena, due tubetti, per il fisico minuto di una ragazzina pelle e ossa! Amavo il delirio indotto dalle anfetamine e vedevo cospirazioni ovunque. Una notte spaccai la vetrata di una grossa ditta americana di computer, scienza allora agli albori, la Burroughs. Il messaggio ricevuto era di colpirli e smascherarli al più presto, prima che potessero dominare il pensiero umano. Mi sentivo teleguidata.....Cominciai a distruggere macchine,mettendo insieme le prove della loro disgustosa congiura ai danni dell’umanità. Dopo aver seminato il caos nei tre piani di uffici della ditta, stringendo in mano scritti e documenti chiave, stanca per il grosso sforzo e in una specie di trance, sono stata trovato dalla polizia in assetto antisommossa, sorpresa di trovarsi davanti una marmocchia...io felice di vederli e fiera del successo della mia missione....dopo un breve soggiorno in questura fui portata al Paolo Pini l allora ospedale psichiatrico di Milano.Fu durante quel soggiorno che vidi atterrare nel cortile le forze extraterrestri alleate,alla testa una madonna scintillante ed in mano una spada dorata.

Sempre di quel periodo è un altro evento che dovrà cambiarmi la vita,ancora una volta è una droga il tramite: i semi di un fiorellino azzurro, il liseron bleu di Rimbaud, ben noto a Maya ed Aztechi, che contiene LSD naturale oltre a varie altre sostanze poco conosciute. Mio padre era abbonato a una rivista “Atlante” di geografia ed antropologia, su uno di questi giornali lessi il resoconto di una spedizione nella giungla messicana alla ricerca degli sciamani che ancora si tramandano antiche tradizioni. Essi raccontavano l esperienza di questa droga rituale, spiegando anche il procedimento e le dosi da usare....ancora una volta mi sentivo teleguidata. Il seme si trovava allora presso i grandi rivenditori di sementi e a Milano, Ingenioli era il meglio.

Attesi le vacanze ,nella grande casa di campagna avrei avuto le mani più libere. Così una notte che i miei non c'erano, le mie sorelline dormivano la tata pure, mi preparai la mistura, schifosa da ingoiare, ma la mandai giù tutta. Lì per lì non succedeva nulla poi apparve il gatto e dal suo miao mi accorsi che stavo cambiando dimensione. Ero seduta a gambe incrociate sul letto quando sentii mani invisibili afferrarmi e stringermi il collo, li senso di soffocamento era tremendo. Una voce dentro mi disse che resistere era inutile e quindi mi lasciai andare. Il mondo esterno scomparve e mi trovai in un mondo sconosciuto eppure molto familiare dove tutto era tutto: io, come entità separata avevo cessato di esistere. La bellezza, l'armonia e la saggezza di quella sfera era infinita,il senso di meraviglia indicibile. Ad un certo momento appare una voce/pensiero che esprime questo: se prosegui oltre non potrai fare ritorno al mondo da cui provieni.....contemporaneamente una forma di identità personale insieme alla visione fugace del mio corpo privo di vita su un lettino in una stanza del pianeta terra avevo coscienza di poter anche scegliere di tornare. Quando optai per il ritorno la stessa voce/pensiero mi informò che avrei potuto ricontattare la sfera con lo sforzo di una vita ,che avrei dovuto dedicare tutto alla conoscenza infinita che avevo avuto il privilegio di sperimentare. In quel preciso istante gli occhi mi si sono riaperti:ero sul lettino nella stessa posizione della notte e la luce del giorno entrava dalla finestra,io mi sentivo come se mi fossi semplicemente svegliata, nessun postumo, nessuna traccia di una serie di eventi così spettacolari. Ma da allora l'idea di dio cominciò ad ossessionarmi,cominciai a cercare disperatamente in gruppi di cattolici marginali, nel panorama allora fiorente delle sette e dei culti esotici.....poi in india l'india,madre India che ti da tutto dalla morfina all'illuminazione... e tutto con una sovrabbondanza travolgente,la terra più ricca di paradossi,dove l’impossibile è di casa e l’Apocalisse è già arrivata ameno un paio di volte a memoria d uomo. Va beh, questa introduzione dura parecchio, ma dovevo farvi sapere qualcosa dei miei esordi.

A 19 anni, nel 1974, con sulle spalle il suicidio di mio padre e a ruota un overdose di eroina e dopo ben tre viaggi in india nel più puro stile hippie, incontrai il maestro di meditazione e di vita Bhagwan Shree Rajneesh,il chiacchieratissimo guru degli arancioni, del sesso e delle 75 rolls royce, noto oggi con maggior rispetto come Osho. Con lui mi ritrovai ancora una volta nella sfera, nella conoscenza senza oggetto, senza ricorrere a nessuna alterazione ed ebbi la conferma dell’esistenza di quel Dio che poteva placare la mia smania. Ed ecco che capivo cosa cercavo in tutti quegli eccessi, in tutte quelle esperienze di confine … Ma anche lì, come mi aveva già a suo tempo ammonito la sfera, né una droga né un’altra persona potevano darmi ciò che cercavo....la meta continuava ad allontanarsi.....dopo più di sei anni passati all’ombra del maestro,facendo relativamente pochi casini,ero di nuovo a briglia sciolta. Stiamo arrivando per grandi linee a tempi più recenti.

Pace nella mia vita non c’è n’è mai stata:un demone mi si arrovella sempre dentro, un demone che ogni tanto si gonfia a dismisura, e travolgendo le mie fragili difese, stravolge qualsiasi mio tentativo di stabilità, di continuità, di identità. Questo demone ci ho messo 54 anni a identificarlo e a chiamarlo col suo nome: disturbo borderline di personalità. Un’efficiente operatrice sociale incontrata in olanda definisce le vite borderline come sicuramente non noiose.

Secondo le ultime, o penultime scoperte fondamentali in questo campo esiste una specie di termostato psichico che regola l intensità delle emozioni all’interno di una soglia di pericolosità, nelle persone con BPD il termostato non funziona:ogni emozione intensa ed improvvisa si gonfia, esplode ed erutta portando via ogni traccia di volontà e di identità stessa, in negativo per lo più, ma mi è capitato anche che un intensa gioia mi provocasse mi provocasse un impulso suicida.

Ne parlo e ne scrivo ora per capire meglio io stessa il percorso per uscire o almeno per convivere con un fenomeno psichico che mi ha portato a distruggere ciclicamente tutto quello che via via creavo e che mi ha portato ripetutamente al limite della sopravvivenza stessa. Ogni tanto incontro qualcuno come me ma spesso restio a dare di se una definizione arida come è una diagnosi psichiatrica. La psichiatria stessa malvolentieri accoglie questo tipo di pazienti,di per sé sfuggenti ed ostici, difficili da definire e troppo diffusi nelle loro differenti gravità. Io sono stata presa in carico dal servizio sanitario in Italia solo quando mi è stato chiaramente diagnosticato un disturbo bipolare cronicizzatosi con gli anni e con le sregolatezze.

Eppure è il disturbo borderline con le sue tremende asperità che mi ha rovinato la vita più volte e chiunque mi abbia visto in uno dei miei attacchi, quelli in cui perdo il controllo, non mi vuole più vedere acuendo così il dolore con l’isolamento. In tutti i miei travagli ho fatto anche due figli ed è tanto per loro che ho cercato aiuto psicologico e psichiatrico, per coinvolgerli il meno possibile nei miei alti e bassi. Nel mio caso una terapia farmacologica azzeccata mi ha regolato i picchi di esaltazione e le brusche sterzate nella depressione più nera, ma sono ancora soggetta a quelle repentine perdite di controllo in cui non vedo più nulla davanti, un velo è calato sui miei occhi e mi vedo dall’esterno che urlo come un’aquila o mi butto a terra contorcendomi dall’angoscia o divento così manesca che con i miei 40 kg e 149 cm due uomini ben piazzati fanno fatica a tenermi e mi sono vista anche a volte spaccare vetri col braccio e tagliarmi a bella posta senza provare alcun dolore come se fossi diventata un fantoccio, una bambola spaccata, lacerata, devastata.

Ed è questa sensazione che è intollerabile: di vuoto doloroso, di alienazione totale, di essere uscita dal consesso umano, di avere una mostruosa emorragia emotiva e nessuno a soccorrerti, intorno soltanto sguardi di riprovazione.....come sei cattiva....cerca di darti una regolata....porca malvagia.....malvagia cattiva ribelle....devo morire per convincervi che volevo solo essere rassicurata, accolta, curata e invece il risultato puntuale è di essere trattata come un cane rognoso, come un traditore schifoso dei sacri valori che regolano la vita degli umani. Io sono esclusa, scacciata, ripudiata, mi tengo la pancia che scoppia dall’angoscia la gola chiusa l’anima in fiamme. E sono sola....sul confine....aiuto....aiuto....aiuto....ma nessuno mi sente......sono qui....sono qui.....sono qui....ma nessuno mi vede....l’indifferenza mi uccide....ma non gliene frega niente a nessuno. Terrore puro. Il panico scatena la crisi e la crisi scatena il panico, senza via d uscita e,intorno,quegli odiosi sguardi di condiscendenza: dai su smettila,sono solo modi malsani di chiedere attenzione, non farla tanto tragica, vattene o ti gonfio di botte e un giorno una mi ha gonfiato davvero di botte, per fortuna quando sono in quello stato fisicamente non sento più nulla ma l umiliazione mi ha ferito tantissimo, per mesi avrei voluto solo morire da tanto che stavo male e non avevo più voglia di nulla come se dentro mi si fosse spenta la luce. Ricominciare sempre da capo , cambiare cttà, lavoro, amici, fino alla prossima crisi e poi d’accapo.

Le crisi hanno scandito la mia vita, determinando quello zig zag per il mondo, quella ghirlanda di situazioni strambe, di incontri inusuali, di paesaggi esotici che molti mi invidiano: altro paradosso della mia ingombrante personalità. Se qualcuno si riconosce nelle mie peripezie, vi invito a contattarmi sul sito del Mondo di Holden.

LSF



Mag 24
Piccola esperienza sull'abitare ed altro

di angelo arecco

Sono seguito dai servizi dal 1989 ma l’inizio della mia esperienza di coabitazione in AP risale all’aprile del 1999 in un centro dell’entroterra di Savona. Si tratta di una palazzina suddivisa in quattro piccoli alloggi da due posti letto in grado di ospitare quindi otto persone più un locale comune adibito a refettorio e alle riunioni con gli operatori. Inizialmente mi era stata proposta questa esperienza per problemi conflittuali con mia madre, con la quale ero andato ad abitare dopo il mio trasferimento in Liguria da Milano dove avevo perso il lavoro e mi ero separato da mia moglie. Col senno di poi e per come mi sento oggi, la permanenza che è durata circa sei anni, la giudico molto positiva, soprattutto per aver stabilito una distanza geografica oltre che psicologica da mia madre. Nel periodo in questione ritengo di aver fatto molte cose che mi hanno aiutato nel mio percorso di guarigione, come ad esempio il volontariato in una Pubblica Assistenza, che mi ha aiutato a trovare spazi alternativi a quello di semplice ospite/paziente e a confrontarmi e integrarmi con la comunità locale, la frequenza di un corso di formazione professionale che in seguito mi ha consentito di ottenere una borsa lavoro e la partecipazione ai primi anni di attività di un gruppo di auto aiuto della zona. Chiaramente secondo me è necessario che la persona acquisisca un minimo livello di autonomia e responsabilità, anche attraverso cose molto pratiche come la cucina, la cura dell’alloggio e le mansioni domestiche, ma è anche importante il rapporto che si instaura con chi condivide la sua collocazione abitativa e quello con gli altri ospiti. Quindi spirito di adattamento, rispetto reciproco e perché no anche una forma molto elementare di sostegno tra persone con problemi analoghi ai suoi. Oltre a questo è fondamentale che la persona si metta davvero in discussione e si impegni a migliorare facendo ricorso alle proprie risorse individuali magari trascurate a causa dello star male. Ad esempio, nel mio caso personale, una buona conoscenza acquisita sia a scuola che sul lavoro quando ancora stavo “bene” della lingua inglese, che mi ha dato l’opportunità di tradurre in italiano alcuni libri di Ron Coleman e in seguito fargli da interprete, oltre ad avere un rapporto d’amicizia ed empatia. Attualmente vivo in un appartamento di casa popolare con due posti letto, con affitto e utenze a carico dell’ASL. Infatti, all’inizio lo condividevo con un altro ospite, ma da molti mesi ci abito solo io e a lungo andare questo mi ha portato a sentire un po’ il peso della solitudine, il che non è necessariamente o meglio, non sempre, uno svantaggio e in parte lo affronto facendo ricorso alla rete sociale che mi sono creato in questi ultimi dieci anni. In un prossimo futuro il mio progetto è ritornare ad abitare nell’appartamento lasciato vacante da mia madre dopo il suo ricovero in casa di riposo poiché purtroppo nel frattempo ha contratto la malattia di Alzheimer e i nostri ruoli di paziente e familiare curante si sono invertiti. In base alla mia esperienza, secondo me non si deve mai cadere nell’errore di considerare il soggiorno in strutture residenziali di tipo istituzionale a tempo indefinito o peggio definitivo, ma aver sempre ben chiaro che ogni persona ha sia il diritto che il dovere di partecipare alla progettazione del proprio percorso terapeutico in vista del ritorno futuro al mondo esterno, compresa anche una definizione per quanto possibile certa dell’uscita da questa sistemazione che è temporanea. Con questo non voglio dire che si debbano per forza rispettare scadenze prefissate, in quanto si sa che ciascuno ha i suoi tempi e c’è sempre l’eventualità di una crisi che manda all’aria il progetto originale. Ovviamente non si può mandare la gente a vivere sotto un ponte ed è indispensabile che per ogni persona sia prevista, prima o poi, un’alternativa al suo abitare secondo le possibilità concrete di cui dispone e soprattutto mirata ai suoi bisogni, che possono anche mutare nel tempo e nelle modalità. Nel caso queste non esistano o siano insufficienti, allora i vari attori, sia dentro che fuori dalle istituzioni, dovrebbero attuare una sinergia per rendere fattibile questa possibilità. Magari qualcuno dirà che questa è una cosa fin troppo ovvia, ma a volte le cose ovvie sono le più difficili da mettere in pratica.

 

 



Mag 15
Testimonianza

di angelo arecco

Di recente ho avuto una crisi e sono stato ricoverato in SPDC. Durante gli ultimi giorni del ricovero, sono stato testimone di un episodio esemplare del vero volto della psichiatria, quello che per molti e molte di voi non sarà una novità, visto che quello che andrò ad esporre è tutto sommato "normale" e "secondo la prassi".

Un ragazzo, il giorno della sua dimissione, nonostante non si sentisse ancora pronto e dopo aver detto questo al medico che invece insisteva per dimetterlo, stava tranquillamente parlando della sua storia di vita con una specie di "gruppetto di auto aiuto" improvvisato con alcuni pazienti, tra cui io, quando ha ricevuto una telefonata che lo ha mandato "su di giri". A quel punto il ragazzo ha dato in escandescenze e ha preso a pugni il muro e un paio di colonne di ferro, ovviamente facendosi anche male, ma senza aggredire nessuno. Gli infermieri sono intervenuti e (a modo loro) hanno cercato di calmarlo dicendogli che il medico di guardia (era sera) si trovava in ps ma sarebbe arrivato subito per occuparsi di lui.

Dopo pochi minuti, lo psichiatra è arrivato. I poco esperti e i pazienti "freschi" si aspettavano che le dimissioni venissero procrastinate, che lo avrebbero sedato, ecc. ecc. Invece il buon medico, fedele alla legge e al giuramento di Ippocrate per tutta risposta gli ha detto di raccattare la sua roba e uscire, visto che era dimesso. Il ragazzo, nonostante non volesse, ha preso la valigia e se ne è andato. A quel punto, il medico ha detto a tutti i presenti: "Ora che lo spettacolo è finito, tutti nelle vostre stanze". Ovviamente nessuno si è mosso e si sono formati vari gruppetti a commentare l'accaduto.

Il giorno dopo, in refettorio, essendo presente l'ausiliaria che la sera prima era stata l'unica a comportarsi umanamente semplicemente mettendo un cerotto sul pollice ferito del ragazzo e cospargendogli il dorso della mano già viola e gonfia con un po' di gentalyn, ho detto pubblicamente che "lei è la sola vera persona di questo reparto". Faccio notare che la signora in questione si occupa solo di preparare il the del pomeriggio e di annaffiare i fiori del giardino del reparto, oltre alle sue mansioni di ausiliaria.

Piccola morale della favola: ho deciso di non prestarmi più ai giochetti degli "Ippocriti" riservati ai bravi pazienti condiscendenti che non danno mai problemi. Anche perchè chi è uscito da anni di psichiatria come paziente e adesso fa il formatore e tiene conferenze in tutto il mondo può concedersi il lusso di dichiararsi "non antipsichiatra ma anti-cattiva psichiatria". Io, invece, che ci sono ancora dentro sia perchè abito in un alloggio protetto e continuo diligentemente ad assumere farmaci (dopo il ricovero mi è stata cambiata la terapia e adesso mi fanno un'iniezione a rilascio prolungato ogni 15 giorni) ed usufruisco di privilegi economici (affitto e utenze gratis, buoni pasto, borsa lavoro, invalidità) non posso onestamente essere antipsichiatrico, ma tutto sommato ho ancora una coscienza che si rivolta di fronte ad episodi come quello di cui sono stato testimone.

Saluti a tutti e tutte.

Angelo Arecco



Mag 05
"Lettera dall’Abruzzo"

di Maïté


"Lettera dall’Abruzzo"

Ricevo una lettera scritta da Laura, giovane studentessa universitaria di Colle di Roio, paesino colpito dal terremoto. Il testo mette in luce il punto di vista di chi il terremoto lo ha subito e, al di là dei proclami e la propaganda del governo del tipo "tutto sotto controllo" che tutti i giornali e le televisioni si sono affrettati a divulgare senza il minimo spirito critico, sta sperimentando come funzioni in realtà la macchina degli aiuti... (E' la stessa Laura che mi chiede di far circolare il più possibile la sua lettera, come potrete leggere nelle ultime righe)

29 Aprile 2009 –
"Ciao a tutti, oggi è il 20 aprile 2009. Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all’alba del 6 Aprile 2009. Io, fisso il mio sull’ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l’ombra".
"Vi scrivo da Colle di Roio (Aq) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009. Il mio paese... Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò. E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell’autore".
"Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall’inaspettato evento), era andata sviluppandosi".
"Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc...), inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo".
"La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da’ l’impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall’inizio".
"Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell’inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L’Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa...) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni...>/i>"
"Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza. Ed invece mi trovo a dover raccontare che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti dal sisma), con l’aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di proprietà di mia proprietà, acquistato "sia mai dovesse servire", e con quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso...) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell’intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende".
"Vi ricordo che in Abruzzo e a L’Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera...), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa".
"Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento".
"Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all’atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni".
Cosa comporta tutto questo?
"Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra...poveri".
Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?
"La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l’aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale??? A questo si aggiungano l’inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza".
Qualcosa di buono però ragazzi l’ho imparato.
"Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune".
Un’ultima noticina.
"Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all’alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l’economia e la vita di migliaia di persone...ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico..."
Però dei regali li ho ricevuti".
"Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento".
Un’altra cosa.
"Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l’aereo o la macchina e si faccia un giro per L’Aquila e d’intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle".
"I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa... Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville? Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini".
Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.
Un saluto a tutti
Laura

Da: Assunta Signorelli [mailto:assuntasignorelli@gmail.com]
Inviato: sabato 2 maggio 2009 23.25
A: Forum Segreteria

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Apr 13
Cronache di una strana pasquetta

di nicola pasa

Oggi ho trascorso una giornata vuota. Questa mattina a casa della mia compagna ho scritto poco mentre lei cucinava un dolce alle nocciole per la sorella, dalla finestra filtrava un bel sole caldo, nel parco al di là del canale pochi bambini e una ragazza che faceva footing attorno con l'ipod nelle orecchie. Ho smesso di scrivere, mentre lei infornava il dolce e un piccolo dolcetto per me, e ho aperto il romanzo di Shirley Jackson che da qualche giorno è mia abitudine aprire, "Abbiamo sempre vissuto nel castello", un romanzo che parla di una ragazza che forse ha avvelenato tutta la sua famiglia a parte zio e sorella, lo fa, come nello stile di Shirley Jackson, in  modo leggero ed elegante come se si trattasse di una vicenda amabile, e in effetti lo sembra, c'è un'atmosfera da romanzo inglese, con suntuose merende e té e conversazioni ricche di dettagli crudeli e maliziosi, mi piacciono molto questi personaggi, sono malsani ma senza essere disturbanti come in certi film dell'orrore che pure non mi dispiacciono. La vecchia Shirley non ha mai avuto bisogno del sangue e della violenza per raccontare l'orrore.  Da tempo faccio fatica a leggere, scrivere un po' meno ma anche qui non posso ritenermi soddisfatto, sto ritrovando il rapporto continuo e quotidiano con il romanzo che prima o poi dovrò concludere ma ci sono giorni che passano senza che io non scriva nulla (benché uno scrittore scriva sempre anche quando non scrive). In questi giorni di festa non sono stato tanto bene, la nera signora si è decisa dopo tanto tempo e mi ha rifatto visita, ha lasciato la sua gelida dimora per venire da me credendo avessi bisogno di lei. Non sapevo cosa dire alla mia dolce compagna, mi vedeva un po' triste e si faceva delle domande e io non sapevo che cosa rispondere se non che non era colpa sua e che anzi lei era il mio raggio di sole appena alzato, quello che ti accoglie dopo una notte di tempesta appena scosti la tendina e ti aspetti di vedere un cielo grigio e ancora pioggia e invece ti colpisce il verde e la luce abbagliante, così lei è per me e lo sarà sempre. E questa mattina sentivo un gran peso sul cuore con le mie dita che non sapevano cosa scrivere alla tastiera mentre lei impastava la farina il burro e le nocciole tritate, guardavo fuori dalla finestra e sospiravo, non volevo che lei mi vedesse così, non sapevo cosa dire quando lei mi chiedeva se andava tutto bene con quella sua voce dolce da ragazzina. L'impossibilità di esprimere il dolore che senti, la fatica di capire da dove viene questa angoscia che ti colpisce in un momento in cui tutto sembra così luminoso e sereno... poi senti che qualcosa nel futuro è incerto che ci sono cose che non puoi sapere del tutto su di te sulla tua vita e sugli altri attorno a te, che non puoi avere il senso appieno di cosa ti sta succedendo, se il lavoro continuerà e se sta andando bene come pensi o ti stai solo illudendo perché magari ci sono cose che non sai e che in futuro produrranno conseguenze nefaste, se fra un mese ti potrai ancora raccontare felice o dovrai piangere e disperarti, che tutto in fondo è così instabile e precario, come le case nell'Abruzzo che la terra ha voluto per imperscrutabili motivi scuotersi di dosso, e che quello che semini oggi un domani può essere distrutto in poche ore da una grandine o altre catastrofi e ti domandi se abbia un senso ricominciare tutto di nuovo e ti domandi anche se abbia un senso porsi la questione dal momento che non potrai fare altro che questo, rialzarti e ricominciare. Come quando il mare distruggeva i nostri castelli di sabbia, che noi il giorno dopo ricominciavamo a erigere dimenticando la fatica del giorno prima e dei giorni andati e perduti. Così questa mattina il profumo di quel dolce alla nocciola che entrava nelle mie narici e la lettura di qualche pagina di un buon libro e la dolcezza di lei che mi preparava un caffè ho sentito che era giusto e che non poteva che essere così, e che domani avrei ricominciato la mia settimana di lavoro e che avrei ripreso a scrivere e a leggere e ad amare e che la nera signora sarebbe tornata alla sua gelida dimora e che in Abruzzo avrebbero ricominciato a rimettere su le case e questo è il mio modo di essere vicino alle persone nelle tende e il mio modo di incoraggiarli a riprendere la costruzione del loro castello di sabbia dimenticando la fatica dei giorni perduti e del tanto dolore che il loro sangue ricorderà loro malgrado per quanto essi si adoperino per continuare a sperare e a lottare.



Feb 27
A proposito dell'auto aiuto

di federico migone

Sono Federico, vi mando uno scritto di Emilia Vento.
A proposito dell’auto-aiuto
Mi chiamo Emilia Vento e sono diversi anni che conosco e pratico l’auto mutuo aiuto.
Ho partecipato a diversi incontri in contesti differenti, da quando, convinta che “ci si aiuta aiutandocisi” ritenni che l’auto- aiuto fosse uno strumento fondamentale nell’approccio al disagio psichico. Frequentai inoltre corsi di formazione sulla figura del “facilitatore” nei gruppi di self help.
Sono cominciate successivamente le esperienze pratiche ed in quelle specifiche sedi, nel corso degli anni, ho dovuto rinnovare e rivedere il mio iniziale bagaglio formativo e modificare le impostazioni teoriche alla luce di quanto accadeva nei vari gruppi a cui ho partecipato.
Nel 1° gruppo venni investita o mi appropriai (ancora non so, ma sono propensa a credere che le due cose crebbero insieme) di un’autorità che non mi spettava e che vanificava il gruppo stesso (ne ebbi la conferma quando deliberatamente mancai a qualche incontro ed il gruppo saltò sino a dissolversi)
Limitandomi a brevi considerazioni sottolineo che:
A) il gruppo era centrato su di me (venni spesso confusa e/o creduta una terapeuta, orrore!)
B) che questo probabilmente accadde perché il gruppo e l’idea del gruppo vennero calate dall’alto ed indipendentemente dalle buone intenzioni di chi propose l’iniziativa, la propose in uno spazio fisico e in uno spazio relazionale poverissimi dei substrati necessari nonostante lo spazio fisico fosse una comunità terapeutica.
Fui spaventata dalle possibili ripercussioni e mi ritirai in me stessa. Poiché sono bisognosa di relazioni intense e vitali (come tutti gli umani consapevoli o no) soffrii in solitudine a lungo sino a ricadere in una profonda depressione con una pesante deriva di alcol dipendenza.
Andai in una comunità e lì, tra i molti gruppi terapeutici e colloqui individuali, ricordo come “proficuo” il gruppo di auto aiuto di sole donne al quale partecipava una psicologa il cui compito si limitava all’osservazione od al più ad una mediazione direttiva, tenendosi al di fuori da ogni coinvolgimento personale, privandoci e privandosi, nel non mettersi in gioco come persona, di possibili sviluppi che non so immaginare. Ho sempre pensato che il gruppo sarebbe stato più “libero” se avessimo scavalcato questa barriera di ruoli.
Attualmente sto partecipando ad un nuovo e diverso gruppo di auto aiuto che si differenzia profondamente da quelli sin ora descritti, ma prima di parlarne, per dovere di cronaca, devo soffermarmi brevemente su altre due esperienze alle quali ho partecipato.
La prima si riferisce alla frequentazione di un gruppo donne nato all’interno di un’associazione che si occupa del disagio mentale e svolge molte attività in una sua sede territoriale, dove paradossalmente non si teneva però il gruppo di auto aiuto. Non mi sto arrampicando sugli specchi: il gruppo si riuniva all’interno della salute mentale quasi a sottolineare il dominio dell’impianto terapeutico su quest’iniziativa, svalutando, contemporaneamente, le persone riducendole al ruolo di pazienti nel senso più passivo del termine. Non avevamo neppure una stanza adibita all’uso; ho avuto a volte l’impressione sgradevole e frustrante che venissimo riconosciute come un gruppetto di vicine di casa sedute a chiacchierare del più e del meno. (ne fui allontanata, dall’alto, senza nessuna motivazione esplicita, su questo aspetto non ci sono commenti che mi senta di esprimere)
La seconda si riferisce ai C.A.T.( club alcolisti in trattamento) nati come gruppi di auto aiuto ai quali partecipano alcolisti e familiari, ex alcolisti ed il “servitore-insegnante” che altri non è se non guida, facilitatore e “giudice” della situazione. Il “servitore-insegnante” (definizione da brividi, non trovate?) ottiene la “qualifica” dopo diversi corsi di formazione ed è così dominante sul gruppo da non essere tenuto a parlare del proprio rapporto con l’alcol qual esso sia e della propria sobrietà. ( il servitore-insegnante può essere anche un ex alcolista). Quando manca il servitore-insegnante un “anziano”del gruppo lo sostituisce. E’ facile immaginare che alcuni C.A.T. possano funzionare ed altri no (si può vincere alla lotteria, ma in genere non succede). Personalmente ho lasciato i C.A.T. poiché ne uscivo con molta più voglia di bere di quanta ne avessi avuta entrando.
Inoltre penso che appartenere ad un’unica “categoria” possa sviluppare comportamenti imitativi e/o agonistici i cui effetti sono ovviamente negativi, immaginate cosa può succedere quando ci sono i “buoni” ed i “cattivi” e quando le “vittime” sono in parte “carnefici” e viceversa.
Dopo questo percorso lungo e travagliato ho finalmente trovato un auto aiuto efficace, in un contesto costruttivo.
Il ritorno,la serietà, la disciplina come forma di rispetto verso se stessi e gli altri (puntualità, avviso della mancata presenza, considerazione dell’altro, attenzione al non sovrapporsi verbalmente all’altro) e soprattutto la mancanza di una figura dominante (passi pure questa con l’eufemistica quanto ambigua denominazione di “facilitatore”) ed ancora l’ascolto, lo scambio e lo spogliarsi del proprio ruolo ( né pazienti, né operatori) sono fattori chiave per perseguire l’obbiettivo dell’auto aiuto; strumento, non dimentichiamolo, atto a costruire e ricostruire, a riappropriarsi della propria esistenza.
Noi persone, sedute in cerchio, senza oggetti interposti tra noi, scegliamo di affrontare un tema già emerso o proponiamo altro sorto da una più immediata esigenza e ne parliamo attraverso il nostro individuale vissuto.
Non ci sono magie, ma concretezza e presenza, non ci sono confidenze e/o segreti, ma il desiderio di migliorare la nostra qualità della vita nella libertà di dire e/o di tacere. Non ci sono smancerie, non ci vogliamo né bene né male, ma ci rispettiamo nelle nostre unicità.
Personalmente esco dal gruppo di auto aiuto in questione con qualche risorsa in più e spesso la notte successiva al gruppo i miei sogni sono significativi e mi offrono ulteriori spunti di riflessione.
Dopo il gruppo (che ha una sua sede fissa-la casa dell’auto aiuto) consumiamo insieme il pasto; un bel modo utile per passare gradualmente da una esperienza intensa alle relative quanto differenti quotidianità: il pasto sancisce il termine definitivo del gruppo senza interrompere le relazioni in modo definitivo.
L’esperienza di cui sto parlando e che sto vivendo ha una lunga storia, essendo l’associazione Prato onlus presente con varie iniziative già da anni sul territorio urbano; la mia aggregazione è abbastanza recente, ma la spinta a continuare in questa direzione si rafforza di volta in volta incoraggiata dalle frequenti conferme e ancor di più dalla trasparenza e dalla chiarezza che sono elementi portanti dell’associazione stessa ed offrono a me personalmente la sicurezza di non venir gestita dall’alto e di non sentirmi oppressa da terrificanti sensi di colpa.
 


Gen 20
Le parole di Eva

di nicola pasa

Eva Z., 32 anni, pianista
(da “Salute Mentale e organizzazione che cura” di L. Bicego, C. Brandolin, A. Cociani, A. Fascì, N. Semeria. Maggioli Editore, novembre 2008, pag. 137)

Io proprio non volevo venire, non so perché. E’ perché ho paura dell’auto, io pensavo che sarei stata senza medicine, me ne danno poco, ma io ne vorrei ancora meno. Lo psichiatra ha detto che quando torno mi toglie via le medicine. Però sono venuta!
Mi trovo bene: intanto perché siamo in vacanze in Croazia, mi piace anche mangiare insieme alle altre amiche anche se ancora non mangio carne e neanche verdura (non so perché) forse perché mia madre non mi ha dato da mangiare per due mesi perché era cattiva con me.
Io trovo tutte le donne del gruppo molto coccole e simpatiche, anche le infermiere sono per me come le altre persone.
Mi piace molto il mio bungalow, per me è la prima volta. Prendo il sole, mi fa star bene e anche il paesaggio mi rilassa.
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Gen 18
Primi incontri nel reparto psichiatrico di Sampierdarena

di nicola pasa

Primi incontri nel reparto psichiatrico di Sampierdarena

Pubblico i primi verbali sugli incontri che il Coordinamento Ligure Utenti ha iniziato lo scorso autunno nell'spdc dell'ospedale di Sampierdarena a Genova, due membri del CLU entreranno ogni lunedì nel reparto e parleranno in una specie di gruppo di auto aiuto con gli utenti ospiti.

verbale riunione SPDC 16 dic. 2008

La riunione inizia alle 15.30 sono presenti 13 ospiti (alcuni vengono più tardi) 4 infermieri il primario e una psichiatra.
Apre la discussione il primario spiegando i motivi della riunione stessa: migliorare le condizioni del ricovero in reparto e favorire la comunicazione tra pazienti e curanti, presenta i membri del coordinamento ligure utenti (CLU) che hanno vissuto esperienze di ricovero e di cura e che si impegnano per dare voce ai bisogni degli utenti. La loro presenza sar‡ costante nel tempo.
Dopo le presentazioni reciproche si apre la discussione.
Una infermiera chiede agli ospiti cosa vorrebbero cambiato nel reparto, come lo vorrebbero e come migliorare .
Seguono vari interventi
ospiti
1- vorrebbe mangiare meglio e di più, ricorda i pasti di anni prima 2. - introduce il problema della gestione delle sigarette, gli infermieri sono caricati della gestione e spesso aspetta per poter fumare, il chiuso soffoca . 3. sottolinea che il fumo va regolato quando ad esempio si è anziani 4. chiede rispetto per l'anziano 5. ribadisce la necessità di una gestione controllata. 6. introduce il problema della noia 7. introduce la necessità della porta aperta. 8. fa rilevare che ci sono pochi spazi 9. dice che mancano sufficenti infermieri 9 . esprime la necessità di fare qualcosa per non rimanere fermi, aiutare nelle pulizie, aiutare altri. 10 . di nuovo sulla noia, propone DVD da vedere 11. oltre che per essere seguiti meglio gli infermieri servono per maggiore sicurezza. 12. Parla della sicurezza interna minacciata da chi sta male ed anche dell'insicurezza esterna quando si viene dimessi 13. come ricoverati abbiamo un marchio (stigma)14. ci si vergogna ad esporsi e parlare dei propri problemi mentre è necessario buttere fuori le proprie cose 15 ed altri. dicono di trovarsi bene solo la noia è presente.
16. chiede più comprensione e avvicinamento degli infermieri, più ascolto.
infermieri
1. cercare di creare un ambiente diverso che implica un coinvolgimento maggiore da parte dei colleghi ospiti e psichiatri, bisogna cambiare dentro e ci vuole tempo 2. elenca la mancanza di una libertà personale per chi è ricoverato, l'ambiente è angoscioso, non ci dovrebbero essere gli SPDC, lamenta un carico eccessivo che porta a non essere a volte disponibili 3. SPDC come carcere, maggiori spazi per l'intrattenimento. 4. Spdc deve essere più flessibile, non irrigidirsi, proporre attività ricreative, e partecipazione alle attività di reparto (pulizia ecc.) 5. riferisce che è arduo farsi capire con chi ha una cultura e tradizioni diverse, facile per lui non sentirsi compreso.
Primario
parla della sicurezza non solo nel reparto ma fuori, problema sociale che porta a chiudersi nel reparto e non affrontare l'esterno, perchè senza risorse sufficenti. Riferisce la sua paura che attività ricreative interne siano ancora più in contrasto con l'uscire dal reparto, che non desidera che l'SPDC viva per sempre, lo vorrebbe idealmente abolito
CLU
1. la discussione evidenzia sopratutto tre aree: la noia, la voglia di una maggiore libertà, porta aperta, e la sicurezza in reparto e fuori 2. riferendosi alla possibilità di tenere aperte le porte del reparto dice che uno che riceve fiducia più facilmente risponde positivamente a nuove libertà riferendosi anche all'esempio di una ospite. 3. la necessità di una mappatura delle risorse esterne, delle associazioni, dei centri di incontro, delle iniziative 4. si parla della possibilità di un auto aiuto all'interno in cui le persone espongano i loro problemi, sentano i problemi degli altri, si sentano meno soli. 5. si sottolinea l'importanza di ritrovarsi, avviene nel CLU in cui si condividono non solo iniziative ma anche momenti di scambio di vicinanza riuscendo ad essere meno soli .

Alcuni ospiti intervengono parlando della loro solitudine e sofferenza. Altri ribadiscono la necessità della porta aperta . La porta è stata aperta un pomeriggio e non è successo niente ed è stato gradevole per tutti ma sia il primario che alcuni ospiti introducono il problema dell'abuso alcolico possibile mentre una persona del Clu sottolinea anche l'abuso di caffè possibile. Il problema resta sospeso e da ridiscutere. Il problema della noia può trovare risposte nell'iniziative degli stessi ospiti che si possono organizzare puntando sulla propria iniziativa e se ne discuterà ancora. Oggi non si sono annoiati. Un ospite parla della contenzione necessaria per chi è aggressivo si rimanda l'argomento molto importante. Viene ribadito l'auto aiuto in reparto.

Alle 16.30 finisce la riunione dandosi un appuntamento per la settimana prossima e garantendo un verbale della stessa.

Verbale SPDC del 22-12-08
(2° incontro in reparto)

Presenti: 15 pazienti, 2 infermieri, 2 medici, 2 rappresentanti del CLU.
Cipresso espone il verbale dell’incontro precedente, letto il quale invita Emilia e Federico (CLU) a presentarsi. Dopo una breve esposizione in cui si parla tra l’altro di reti sociali e di attività varie affrontate dal CLU, inizia l’assemblea.
L’inf. Antonella propone come tema di discussione il rapporto fra i vari pazienti e i rispettivi servizi territoriali.
Gerardo dice di essere stato seguito dal Ser.T , di essere al suo primo ricovero ospedaliero e di sentirsi pessimista riguardo al futuro dati i pregressi rapporti col servizio stesso.
Luciano sposta l’attenzione su un proprio problema personale (la sparizione delle scarpe) e racconta di essere stato contenzionato perché voleva fumare una sigaretta.
Alessio ribatte che la cosa, successa per altro anni fa, è poco credibile e sostiene che probabilmente Luciano fosse agitato e gridasse. Rientrando in argomento parlando di sé racconta di essere stato seguito anche domiciliarmente, ma in modo meccanicistico, quindi senza risultati sino a rifiutare le visite.
Mauro si sente seguito sufficientemente bene dal servizio di S.M. di Sampierdarena , ma in SPDC soffre l’ambiente chiuso.
Ansar (?) chiede che fumare sia lecito più spesso, racconta di essere seguito dal S.M. di Sampierdarena, di non partecipare alle attività, ma di essere stato indirizzato ad una comunità della Redancia, dove dovrebbe entrare tra pochi giorni.
Giov.Battista espone 2 problemi: il primo è che all’interno dell’SPDC la sala mensa è troppo stretta (altre persone si lamentano anche della scarsità del cibo) il secondo riguarda il tema posto. Racconta di vedere lo psichiatra ogni 6 mesi solo per i farmaci e denuncia che presso il suo servizio, S.M. Bolzaneto non c’è incoraggiamento a parlare.
Gerardo interviene dicendo che è deluso al punto di non frequentare più né S.M. né Ser.T perché il rapporto era così carente di attenzione che assunse un farmaco per ben 6 mesi senza conoscerne la funzione e tantomeno gli effetti collaterali, sentendosi disumanizzato.
Calogera si ritrova scoperta perché, assente il suo medico manca il sostituto, per mancanza di questo appoggio si ritrova nuovamente ricoverata in SPDC.
Silvia racconta della propria storia in cui viene sballottata dimessa e nuovamente ricoverata presso vari ospedali di Genova sentendosi più un pacco postale che un essere umano sofferente quale è. Sola anche in famiglia chiede con forza un sostegno costante al servizio di appartenenza.
Franco racconta che presto entrerà a Villa Cristina grazie all’interessamento della sua ass.soc. che gli procurerà successivamente all’interno di una struttura residenziale un posto dove intende vivere per sempre. Riconosce di non sapere fare a meno dell’alcol e di essere responsabile della propria dipendenza. Aggiunge che, all’interno dell’SPDC forse perché il senso di sorveglianza varca la porta esterna, questa potrebbe rimanere qualche volta aperta.
Gerardo espone lo stesso concetto con più chiarezza giungendo a denominare questa sorveglianza psicologica come “guinzaglio” . Con l’allontanamento dalla struttura si perdono i legami e di conseguenza le difese.(anche qui si avverte una richiesta di sostegno e di protezione).
Maria Rosa racconta di 2 tentati suicidi a distanza di anni uno dall’altro e di essere stata liquidata dopo le cure effettuate dopo la prima depressione (è necessario un monitoraggio sui pazienti anche dopo lunghi trascorsi?)
Maria Grazia è sufficientemente soddisfatta dei suoi rapporti col servizio e tenta un approccio positivo con la vita frequentando una palestra e gestendo la propria casa.
Silvana ha come sostegno figli e nipotini che la amano e la seguono, ha finalmente trovato uno psichiatra con il quale parlare e dal quale essere ascoltata ed ha creato con alcune pazienti conosciute in reparto un piccolo gruppo che allievi la comune e precedente solitudine.
Rita porta con difficoltà all’interno del gruppo molta sofferenza e dolore, ma si è fermata a parlare e a raccontarsi a differenza di quanto aveva fatto nel primo incontro. Ci ha dato il suo numero telefonico perché è emerso in lei come negli altri il desiderio di continuità e di approfondimento di rapporti che ci facciano raggiungere stati di vita più soddisfacenti e dignitosi.
Tornando all’intervento di Gerardo sul “guinzaglio” Antonella prova a sostituire la parola “guida” a quella usata da Gerardo.
Emilia racconta che anche per lei il bere diventa un problema se la sua vita viene vissuta come insostenibile. Per meglio affrontarla si è creata una rete tecnico-terapeutica molto forte ma consapevole di quanto questo sia solo un aspetto della “cura” ha individuato nei rapporti sociali e soprattutto nell’auto aiuto la parte più vitale per migliorare la propria e le altrui esistenze. Cita un gruppo di self-help “donne in evoluzione” che si tiene presso la S.M. di Bolzaneto ogni martedì dalle 15 alle 16.
Federico che precedentemente era intervenuto chiarendo le finalità e le attività del CLU ha anche reso noto che parallelamente si è formato un gruppo denominato “reti sociali” composto anche da medici, operatori ed utenti allo scopo di sviluppare e condurre a buon fine, affrontandole, quelle tematiche- abitare, lavoro, auto aiuto- che permettono ad utenti ed ex di superare stigma e difficoltà che da soli sono di fatto insormontabili. Federico nota che questa assemblea è molto vicina ad un gruppo di auto aiuto nelle modalità e nei comportamenti rilevati.
Antonella esprime con chiarezza il desiderio e la necessità di quanto sostenuto dall’intera assemblea che ci siano cioè continuità e collaborazione tra gli operatori dell’SPDC e quelli operanti sul territorio.
Concludiamo invitando chiunque fosse interessato a partecipare alle riunioni del CLU per non disperderci ed interessarsi anche da dimessi alle rispettive storie che sono simili e tutte dello stesso valore (nessuno è il 2 di picche) e speriamo di ritrovarci ricchi di rinnovata energia la prossima settimana.

Verbale riunione del 29 dicembre 2008

Alla riunione sono presenti 13 ospiti ( Franco, Maria, Silvana, Gerardo, Patrizia, Luciano, Rita, GB, Mauro, Mirko, Silvia, Michelina, Andrea) Il primario e uno psichiatra del reparto, alcuni infermieri (Luigi, Mario, Mirella e altri) a rotazione, Chiara e Roberta del CLU.

Dopo l’introduzione sugli scopi dell’assemblea e osservato che la assemblea è conosciuta (molti hanno già partecipato) inizia la discussione .
Maria introduce l’argomento del cibo che si sviluppa con gli interventi successivi anche degli infermieri .
Scarsa la quantità e la qualità, la cucina è in appalto e non funziona come in altri ospedali come S.Martino. Gli infermieri sottolineano la quantità, assolutamente scarsa per persone non fisicamente malate, gli ospiti insistono anche sulla qualità che è variabile, a volte discreta a volte immangiabile, pasta scotta o troppo salata o insipida. Per alcuni è un problema secondario ma presente (Rita chiede più carne, Gerardo definisce non drammatica la situazione).
Scaturisce la proposta di fare un documento di protesta ad opera degli ospiti e da loro firmato da far pervenire all’Amministrazione.

Luciano ripropone il problema del fumo, le fasce orarie a volte non rispondono ai suoi bisogni. Silvia espone il diverso rapporto con infermieri diversi, migliore con alcuni, peggiore con altri. Rita parla del caos a volte presente per cui gli infermieri sono occupati e Silvia del numero minore di questi e conseguente minore disponibilità quando sono impegnati fuori.
L’argomento non viene approfondito.

Silvia introduce un problema personale, le crisi di panico di cui soffre.
Maria prossima alla dimissione esprime il timore di non trovarsi come prima in difficoltà. Tanto da aver fatto un tentativo di suicidio. Racconta come è arrivata al gesto inconsulto. Rita dice di capirla, di conoscere quei momenti. Gerardo dice che alla prima avvisaglia di un malessere bisogna chiedere aiuto. Questo argomento, la necessità di avere un aiuto tempestivo, di non restare soli, di chiamare amici o curanti continua nella discussione. Un’infermiera (Mirella) dice che in reparto risponde sempre alle telefonate di chi sta male, telefonate in ricerca di aiuto, Gerardo dice che non conosceva questa possibilità. Il problema della solitudine, della necessità di trovare qualcuno che si occupi di te prima di essere in una spirale che ti butta in un buco nero, di avere un amico vero, a cui chiedere anche alle 5 di mattina, viene condiviso in tutti gli interventi. La richiesta è di avere un punto di riferimento nel momento del bisogno. Alessio telefona di notte agli ospedali, Galliera, S.Martino, dice di trovare risposte. Mirko ringrazia il primario per la disponibilità avuta da lui, l’ha accompagnato a casa due volte. E’ stato di aiuto a differenza di altri primari.
Silvia esprime la difficoltà a chiedere aiuto, la vergogna di sentirsi diversi dagli altri Roberta chiede se parlano tra loro così come oggi in reparto, Gerardo dice che non si fa, che si dormicchia nel letto, che si parla col vicino di stanza, molti concordano. Gerardo dice che si ha bisogno di un sogno da realizzare, un obbiettivo, per poter mettere da parte i problemi.
Si parla del sogno di ciascuno: avere un figlio, avere un lavoro, stare meglio, che questo gruppo funzioni, non avere crisi di panico.

La conclusione è su come è difficile stare fuori da soli.

Verbale riunione SPDC 12 gennaio

Sono presenti Luisella, Mirco, Rita, Fulvio, Savina,Silvia, Mauro, Mariangela, Paolo (ospiti del reparto)
Andrea Federico del CLU
Marta (psicologa) e il primario.
Milena (infermiera) ed una allieva

Dopo la presentazione Andrea parla dell’esperienza di auto-aiuto all’associazione a cui appartiene. Vengono richiesti chiarimenti da parte di Savina e Paolo.
Il primario propone di fare un giro di argomenti che interessano i presenti.
Inizia una discussione sulla propria situazione. Mauro parla di un episodio di aggressività imprevista in Comunità. Mirco esprime le sue perplessità sull’efficacia dell’auto.aiuto, il suo unico rifugio è l’ospedale, crolla all’esterno. Non riesce a continuare la terapia farmacologica. Luisella pur trovandosi bene sta meglio a casa. Rita è sempre entrata con T.S.O., si sente costretta e preferisce la casa. Lamenta il vitto non buono. Fulvio riferisce invece un ambientamento buono ed una terapia che se discussa e chiarita nei suoi effetti con lo psichiatra va bene. Savina espone i suoi problemi insorti dopo il parto e il lutto del marito ed i suoi abusi alcolici. Parla della solitudine. Chiede sia chiarimenti sull’alcolismo sia sulla possibile partecipazione alla associazione di Andrea e Federico. Il primario consiglia di parlarne semai al curante del C.S.M mentre dice quanto sia comune il problema della solitudine,così come si potrebbe parlare ancora delle sostanze di abuso. Mauro esprime la preferenza di un altro ospedale a Pontedecimo. Seguono interventi di Silvia (non interviene perché sta fisicamente male) di Mauro (vive a san Marcellino) Mariangela (importante parlare di sé) . Federico ed Andrea chiedono se parlano tra loro dei loro problemi. Rita dice di aver fatto qualche amicizia. Paolo esprime problemi di relazione e il desiderio di andare in Comunità. La porta è rimasta aperta con un addetto alla porta. Questo espone al rischio di abusi alcolici al bar ma il primario sottolinea come la fiducia data provochi più responsabilità. Viene riproposto il problema della noia in reparto (Paolo) della solitudine (Luisella) del lavoro che manca. O che non si riesce più a sostenere.
Viene introdotto il problema della guarigione: Mirco chiede quanto ci si deve curare per guarire . Risponde il primario dicendo che dipende sia dalle diverse situazioni personali (maggiore minore gravità) sia dalle risorse esterne. Marta esprime la sua idea sulla guarigione, significa volerlo, non demoralizzarsi dicendosi che si può guarire , si può avere un equilibrio anche se si è ancora in parte malati, guarire è non arrendersi. Luisella sottolinea la necessità di un aiuto morale oltre all’intervento dei farmaci. Mirco è perplesso sulla guarigione per tutti, ha dei dubbi sulla sua diagnosi . Rita Fulvio e Savina sono d’accordo sull’importanza del contesto. Mauro dice di stare un po’ in mezzo, di non pretendere di stare troppo bene, l’importante è avere equilibrio e risolvere i problemi uno alla volta. Paolo dice di convivere con la malattia, anche se non si riesce a guarire. Il primario propone di scegliere un argomento da discutere nella prossima assemblea e chiede il parere degli infermieri sull’importanza delle cure nella guarigione: prendere le cure vuol dire guarire? Milena dice che i farmaci sono necessari ma che è importante convivere con il proprio malessere per stare meglio. Michela conferma. Luisella dice che le medicine servono poco. L’allieva dice che è fondamentale porsi degli obiettivi e sapersi gestire la vita. Accordo generale per la scelta di un argomento per la discussione nella prossima assemblea.

(spero che Alice mi autorizzi ad usare un suo bellissimo quadro a corredo di questo articolo)

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Dic 01
Il malato mentale ha diritto solo al licenziamento!

di Maïté

Vivo, come tanti altri, l’inferno della malattia mentale di Massimo con tutte le conseguenze che ogni famiglia di questi malati deve accollarsi e gli infiniti difficilissimi problemi da affrontare quotidianamente, primo fra tutti la difficoltà di far riconoscere a Massimo che è malato e quindi accettare completamente le possibili cure.

Ma Massimo sta anche perdendo il posto di lavoro, perché si è ammalato, come può capitare a tutti, perché non c’è una legge che lo tuteli in tal senso, perché esiste, per quello che ne so, solo la legge 68/1999 che determina l’assunzione obbligatoria, da parte delle aziende, dei disabili psichici e, di fatto, non lo fa. Pur essendo una legge che prevede agevolazioni, finanziate dai vari Fondi regionali, per le stesse aziende, come la fiscalizzazione dei contributi assistenziali e previdenziali del disabile, il rimborso forfettario delle spese necessarie per la trasformazione del posto di lavoro e adeguarlo alla capacità del disabile, l’apprestamento di tecnologie di telelavoro, e ogni altra provvidenza in attuazione delle finalità di questa legge, la stessa non viene attuata o viene raggirata dalle aziende che preferiscono pagare le multe prescritte, anche perché sono di entità risibile.

Nessuno ha mai pensato o voluto estendere i benefici e le agevolazioni di questa legge anche a chi è già assunto e si ammala, come nessuno veramente crede, se non sulla carta e forse neanche su quella, che il malato mentale è anche una persona, con diritti come ogni altra persona, con bisogni grandissimi, perché è un debole ed anche emarginato. Non mi risulta che esistano leggi che tutelino il lavoro del malato mentale.

Massimo avrà diritto solo alla pensione d’invalidità (€ 200 ca) e l’accompagno (€ 450), per un totale di € 600/700, con questi dovrà vivere, pagare l’affitto, e soprattutto pagarsi le cure che sono lunghe e costose, perché le strutture sanitarie pubbliche non riescono a soddisfare la richiesta per queste malattie; inutile aprire il penoso capitolo della psichiatria pubblica.

Naturalmente in Italia, anche in tempi di crisi, si trovano soldi per risolvere il caso Alitalia, finanziare le banche, non far pagare le tasse ai ricchi, e chi più ne ha più ne metta, ma non c’è cassa integrazione, esondazione, prepensionamento o altro per Massimo, che è malato di una malattia terribile e non ha la possibilità di rifarsi una vita, per Massimo che ha bisogno di tempo per uscire dal tunnel.

La psichiatria sottolinea il valore riabilitativo del lavoro, valido anche come reinserimento sociale, io aggiungo un lavoro dignitoso che non umili inutilmente il malato. Massimo non solo non potrà continuare a fare quello per cui si è laureato, specializzato, ha costruito, con molta fatica e competenza, una lunga esperienza, perché si è ammalato in età adulta, ma sarà espulso, come pesantemente “indesiderato”, dall’ambito lavorativo, così com’è già stato espulso e allontanato da ogni relazione umana, perché il malato mentale è solo rigettato da questa società e mentalità ferocemente efficientista.

Se si risveglierà da questo sogno folle che lo abita, oltre alle macerie della sua vita che lo stanno accerchiando (matrimonio distrutto, amici, parenti o sedicenti tali scomparsi, stigma sociale, ecc.), non troverà più neanche il suo lavoro, quello per cui ha lottato con molta fatica. Se si è molto malati, si è licenziati, non ha importanza se questo spinge ancora più nel baratro una persona che non è più utile a questo sistema così beceramente crudele. C’è da meravigliarsi se i malati psichici restano tali, o peggiorano, se sono così respinti da tutti, così poco rispettati e se sono meno, molto meno, cittadini rispetto a tutti gli altri, perché non hanno neanche la capacità di difendersi?

Sono uscita per un momento dal pesante e opprimente silenzio cui sono costrette le famiglie dei malati mentali, dalla fatica quotidiana della convivenza con la malattia, dal dolore e dalla rabbia che sfiniscono, solo per dare a Massimo la voce che lui non può avere, almeno in questo momento.

Maria Annasi

Vi mando questa lettera che è già stata pubblicata da Repubblica, perché sto cercando di dare visibilità a questo problema dei malati mentali che sono così emarginati: Penso che la visibilità sia importante perché le nostre voci, noi e dei nostri malati siano ascoltate e non rimosse, come avviene.

Vi chiedo, qualora decidiate di farlo, di non pubblicare la mia mail, né il mio telefono. Grazie

Maria Annasi

 

----- Original Message -----

From: Forum Segreteria

Sent: Monday, December 01, 2008 2:53 PM

 

 

 

 



Ott 24
Articolo di

di angelo arecco

L'articolo che segue è apparso sul quotidiano britannico "The Guardian" del 9 settembre di quest'anno a firma di Darian Leader. Parla della terapia cognitivo-comportamentale e mi sembra abbastanza interessante. Il titolo è "A quick fix for the soul" che più o meno vuol dire "Un rimedio bell'e pronto per l'anima":

 

 


Una signora convinta di emanare un odore sgradevole viene convinta a viaggiare sui mezzi pubblici con una porzione di “fish and chips” per monitorare le reazioni degli altri passeggeri. Ciò le permetterà di stabilire la “prova”: si accorgerà che esiste una disparità tra le volte in cui ella è portatrice di un forte odore e quelle in cui non lo è. Questo la aiuterà a “correggere” le sue convinzioni.
Benvenuti nel mondo della terapia cognitiva comportamentale (CBT), che ha goduto di un’espansione massiccia nel corso degli ultimi 10 anni, non solo in Gran Bretagna ma in molti Paesi occidentali. Dove prima fioriva una varietà di terapie, oggi la CBT sta progressivamente rimpiazzando i vecchi metodi terapeutici. Costa poco, dà risultati tangibili ed è consono ad una visione del mondo dettata dal senso pratico ed orientata alla risoluzione di ogni tipo di problema.
Sviluppata dallo psichiatra statunitense Aaron Beck negli anni Sessanta, la CBT si basava sull’idea che i nostri umori e le nostre emozioni sono influenzate dai nostri schemi di pensiero. Scopo della terapia era "correggere" questi processi, “per pensare ed agire più realisticamente". Permetteva al paziente di evitare l’interpretazione errata della realtà che l’aveva portato ad avere problemi. Anziché focalizzarsi sulla storia del paziente (ad es. l’infanzia e le prime esperienze, come quasi tutte le altre psicoterapie) la CBT si occupa in primo luogo del “qui e ora”. Paziente e terapeuta concordano obiettivi e formulano modalità per raggiungerli in ciascuna seduta. Vengono individuati schemi di pensiero negativo, e si discute delle alternative. Alla fine di ogni seduta, al paziente viene assegnato un “compito a casa”, tra cui l’auto-monitoraggio, la registrazione di eventi ed altri strumenti di auto-ispezione. Dopo il suo stravagante soggiorno in metrò, la signora dei “fish and chips” andrà dal suo terapeuta e discuterà con lui o lei i fatti della giornata. Se si sarà resa conto che gli altri passeggeri di fatto erano meno reattivi erso di lei quando non portava con sé il suo pranzo maleodorante, allora sarà in grado di cambiare il suo schema di pensiero, per vedere la sua vita in maniera più positiva. Allora, imparerà che il suo sintomo non era altro che un’interpretazione erronea della realtà, al fine di vedere il mondo come tutte le altre persone. Ma perché innanzitutto soffriva di questo sintomo olfattivo? Quale funzione aveva nella sua vita? Se ne era certa, che ruolo giocava su di lei questa certezza? Poteva rappresentare una soluzione a qualche altro problema, meno ovvio? E in questo caso, quali potrebbero essere le conseguenze del tentativo di rimuoverla? Molte delle terapie hanno per scopo di sentire cosa esprime un sintomo, non di soffocarlo, ma di dargli voce e cercare di capire quale funzione abbia per il soggetto. La CBT , al contrario, mira alla eliminazione del sintomo.
La diffusione della CBT presso le agenzie governative non deve sorprendere più di tanto. Quest’anno, nel Regno Unito, c’è stato il lancio del Miglioramento dell’Accesso alle Terapie Psicologiche (Improving Access to Psychological Therapies - IAPT), un’iniziativa per formare una “forza di intervento” quasi interamente composta da terapeuti cognitivi per prendersi cura degli abitanti ansiosi e depressi del nostro Paese. Lord Layard, il cosiddetto “zar della felicità” e uno degli artefici di questo nuovo progetto, è lusingato. Finalmente, chiunque potrà accedere a cure di provato effetto e con credenziali scientifiche in ordine.
E risparmieremo un sacco di soldi con questo affare. La depressione e l’ansia costano alla nostra economia circa 12 miliardi di sterline l’anno - 1% del reddito totale nazionale – mentre invece con le nuove terapie si potranno curare le persone con sole 750 sterline a testa. Il risparmio sulle ricette di farmaci e sulle pensioni di invalidità sarà assolutamente sorprendente.
Ma quali potrebbero essere i costi reali di questa iniziativa? E il successo della CBT cosa ci dice sul mondo in cui viviamo oggi? Il governo progetta anche di regolarizzare medium e spiritisti. Non spetterà più a noi se credere o no a queste persone, ma un potere al di sopra di noi ci dirà chi è legittimato a svolgere queste professioni e chi no. Proprio come la nuova retorica della “scienza” ci dice che la CBT è la miglior cura possibile, allo stesso modo arbitrerà l’”altra parte”, e tutto quello che resta da fare al governo è suffragare la scienza tramite atti legislativi.
Questi sono gli straordinari sviluppi dei nostri tempi. Ed evidenziano con chiarezza uno strano paradosso del sé moderno. Ci dicono che siamo responsabili delle nostre vite e che abbiamo il potere di trasformarle. Ma allo stesso tempo ci trattano come minorenni cui manca la facoltà di giudizio critico e devono essere protetti da predatori pericolosi e privi di scrupoli.
Oggi sono la plasticità e il cambiamento che dominano l’immagine che abbiamo di noi stessi. La stessa personalità viene rappresentata da un insieme di abilità che possiamo imparare e modificare. Proprio come è possibile alterare i nostri corpi attraverso la chirurgia estetica, allo stesso modo possiamo cambiare i nostri comportamenti tramite il “lavoro” su noi stessi. I reality della televisione mostrano principi che diventano poveri, bambini che si scambiano i genitori e imbranati che si trasformano in dongiovanni. Le possibilità di trasformazione sembrano infinite. Il sogno della signora Thatcher della mobilità sociale non è più solo un passatempo notturno, ma anche un imperativo individuale.
La CBT promette un cambiamento altrettanto repentino. Tratti o sintomi non desiderati non vengono più visti come indizi di una verità interiore, ma semplicemente come disturbi alla nostra immagine ideale che possono essere recisi ed asportati. Anziché considerare un inizio di depressione o un attacco d’ansia come segnali di processi inconsci bisognosi di essere attentamente valutati ed espressi, essi diventano solo aspetti comportamentali da eliminare.
Qui il mercato trionfa, mentre il nostro mondo interno diviene uno spazio di compravendita. Paghiamo esperti come maestri di vita perché ci insegnino a cambiare nel modo desiderato. Aspetti di noi stessi, come la timidezza o la sicurezza, diventano merci che possiamo perdere o viceversa amplificare, pagando. La depressione o l’ansia diventano problemi isolati che possono essere localizzati a livello locale senza tirare in ballo il resto della nostra esistenza, allo stesso modo in cui un attacco missilistico contro un’installazione terroristica dovrebbe sbarazzarci del problema posto dal terrorismo.
Questo è un sé moderno, per il quale la profondità è diventata superficie. Nelle soap opera e nei reality i protagonisti condividono i loro sentimenti e le loro emozioni più intime, come se non esistesse soluzione di continuità tra vita interiore e vita esteriore. Se dovesse manifestarsi un’ambiguità, c’è una task force di esperti pronta, come nel Grande Fratello, per spiegare le motivazioni delle persone. Il sé non è più un antro oscuro; tutto viene esposto, nudo. In realtà, siamo stati derubati delle nostre vite interiori.
Molti teorici sociali considerano questa atomizzazione come la conseguenza di un’economia fondata sul mercato. Dal momento che il mercato tutto governa, era solo questione di tempo prima che le caratteristiche proprie degli esseri umani potessero essere considerate merci e le relazioni reciproche come transazioni d’affari. Gli studenti diventano clienti dei servizi educativi, i bambini clienti dei loro genitori. E non c’è da stupirsi che la visione degli esseri umani come soggetti in competizione sul mercato per acquisire merci e servizi necessiti di una psicologia “ad hoc” per supportare tale visione mercantile.
Questa nuova psicologia ha rotto in maniera radicale con le idee tradizionali. Il sé un tempo veniva inteso come un luogo di conflitto: tra ragione e passione, tra volontà e capacità di comprensione, tra desideri repressi e inibizioni. Ma, come ha osservato Nikolas Rose nel suo studio “Governare l’anima”, il sé non è più intrinsecamente fratturato, ha solo bisogno di “attualizzarsi”.
Il sé diviso, tanto caro all’epoca degli anni Sessanta, è scomparso insieme al riconoscimento che il dolore, la disperazione e la frustrazione colpiscono al cuore la nostra immagine di auto-possesso e realizzazione. La psiche è diventata come un muscolo che occorre sviluppare ed addestrare. Non c’è più posto per la complessità e le contraddizioni: il soggetto moderno è rappresentato come unidimensionale, alla ricerca di realizzazione. La possibilità che la vita umana tenda verso la riuscita e il fallimento e mai semplicemente alla ricchezza, al potere o alla felicità non ha più senso. Improvvisamente, il mondo delle relazioni umane descritto da romanzieri, poeti e drammaturghi degli ultimi secoli può semplicemente essere cancellato. Autosabotaggio, masochismo e disperazione ora sono colpe da correggere, anziché elementi pregnanti alla base vera e propria del sé.
La nuova psicologia è così al servizio del mercato. I sintomi vengono intesi come deviazioni, schegge di condotta appresa che possono essere disfatti da brevi corsi di rieducazione. Questo è il terreno in cui la CBT ha prosperato. Nei suoi manuali si parla senza vergogna di “modifica dei convincimenti" e di “vendere la cura” al paziente. Esso segue una visione della psiche guidata dal mercato, nella quale un sintomo, ad esempio depressione o insonnia, non è visto come un problema generale nella vita di una persona, che, se districato, può portare alla rivelazione del sé, ma come un disturbo locale che può essere gestito e rimesso a posto.
Questa mercificazione della psiche si riflette nel cambiamento delle diagnosi di salute mentale. All’inizio del 20° secolo, esistevano una decina o una ventina di categorie diagnostiche discrete – suddivise tra i vari aspetti della salute mentale. Entro i primi anni Novanta erano diventate più di 360. Sintomi superficiali facilmente osservabili come la timidezza, sono stati portati come definizioni di disordine mentale. Molti di questi sono stati sviluppati e pubblicizzati dall’industria farmaceutica per poter creare nicchie di mercato per nuovi farmaci. La fobia sociale, ad esempio, è stata contrabbandata come diagnosi dai fabbricanti di un farmaco (il moclobemide) che pretendeva di curarla.
Il nuovo focalizzarsi sul comportamento di superficie fa sembrare più scientifiche le terapie di stile cognitivo. Come osserva Ian Parker, professore di psicologia alla Manchester Metropolitan University, se un disordine è definito in base ai sintomi, sbarazzatevi dei sintomi e la stessa cosa accadrà al disordine. Il terapeuta svolge un procedimento più o meno meccanico, una serie di protocolli formulati in anticipo, che sono stati approvati dalla direzione e controllati dai supervisori. Sulla carta sembra che funzioni: i sintomi sembrano ridursi. Ma mancano le tracce dei cosiddetti "sintomi alternativi”, i problemi che tendono ad emergere nella mente o nel corpo dopo la rimozione dei sintomi iniziali. Una signora affetta da fobia per i cani può riuscire a vincerla con una cura comportamentale, ma che ne sarà del suo rapporto col padre, un sopravvissuto ai campi di sterminio che dopo la guerra ha il terrore dei pastori tedeschi? Se il sintomo manifestato dalla signora articolava una certa identificazione con l’ansia del padre, come potrebbe trovare ora un modo per esprimersi, una volta che la donna è privata della sua fobia?
Queste importanti complessità hanno ben poco spazio in una società dove la profondità è diventata superficie. Quello che conta sono soluzioni cosmetiche di pronto effetto, con il timbro di convalida dei cosiddetti esperti. Dove prima gli articoli e le pubblicazioni sviluppavano concetti ed idee, oggi l’espressione “La ricerca dimostra che…. “ ci spinge a smettere di pensare. Non molto tempo fa i mass media riportavano eccitati la “notizia” che la ricerca aveva dimostrato che i padri depressi avevano un effetto sul benessere dei propri figli. Beh, seriamente, chi avrebbe pensato altrimenti? Era davvero necessario avere un finanziamento governativo per scoprirlo? E in effetti, la metodologia di molti di questi studi è profondamente viziata.
Questo è un mondo in cui nulla conta a livello di conoscenza, a meno che non sia ratificato da esperti. I consigli sull’allevamento o la nutrizione dei bambini potrebbero avere un senso, ma ci può essere davvero un modo giusto per condurre una relazione, per innamorarsi o avere convincimenti? La conoscenza è quasi diventata un sinonimo di prodotto: ogni nuova idea o scoperta deve dimostrare come può avere un utilizzo pratico, cioè venduta. I ricercatori devono poi specificare i “risultati” che cercano e quali saranno i benefici di tali risultati. Anche il progetto di una scultura da esporre in pubblico necessita di una spiegazione dettagliata della sua utilità.
Nell’odierna società ossessionata dai risultati, le persone devono diventare computabili, quantificabili, trasparenti. E questo ci porta al nuovo e grottesco concetto di psicoterapia. La terapia viene ora concepita come un insieme di tecniche applicabili a un essere umano. Questo ha senso se la consideriamo una transazione d’affari con un compratore, un venditore e un prodotto. Ma ciò ignora completamente il fatto fondamentale: che la terapia, cioè, non è come un cerotto che si può mettere su qualsiasi ferita, ma è una proprietà di una relazione umana. La terapia si basa sull’incontro tra due persone, e il lavoro vero non viene svolto dal terapeuta ma dal paziente. Come ha osservato lo psicanalista Donald Winnicott, il terapeuta fornisce uno spazio in cui il paziente può costruire, creare qualcosa. Il terapeuta incoraggia e facilita, ma se una terapia si realizza o meno dipende interamente dal paziente.
Al contrario della CBT, le terapie tradizionali non mirano a fornire l’accesso a una realtà scientifica di uso comune, ma prendono seriamente in considerazione la situazione reale del paziente: per analizzarla, definirla, elaborarla e vedere dove porterà. Nessun risultato certo può essere previsto in anticipo: il paziente potrebbe tornare al suo lavoro ma potrebbe anche rinunciare a un lavoro ben pagato, pur di perseguire un altro cammino.
Le terapie come la CBT , che pretendono di garantire un prodotto, possono certamente essere utili per qualcuno. Ma è di cruciale importanza evidenziare la questione se una terapia funziona e come funziona. Poiché per iniziare una qualsiasi terapia, occorre mobilitare i sistemi di convincimento inconsci. Il convincimento umano è un fattore estremamente potente, e nessuna autorità esterna può dirci in cosa dobbiamo credere, sebbene la persecuzione di gruppi religiosi dimostri quanto ciò sia sotto gli occhi di tutti.
Lord Layard sorprese i terapeuti all’inizio di quest’anno con questo aneddoto: “La cosa che mi ha più colpito in questi ultimi anni è stata quando il direttore esecutivo di una fondazione della salute mentale ... mi disse che doveva la sua vita alla CBT… Mi ha rivelato di essere un caso di bipolare manifesto, ma non ha mai fatto un giorno di assenza dal lavoro in 15 anni. Possiede un libricino che porta sempre con sé e quando gli vengono in mente strani pensieri, cerca la pagina adatta secondo il tipo di pensiero che gli capita, oppure se ha un calo dell’umore, e fa esattamente quello che c’è scritto in quella pagina. Ora, voi potreste dire che è meccanico. Io dico che è geniale e non così diverso, dopotutto, da quello che Gesù o qualunque altro grande benefattore ha elargito al prossimo”.
A Mao-Tse-Tung forse sarebbe piaciuta questa storiella, magari sperando che il libricino in questione fosse il suo. E in effetti, la terapia cognitiva forse è stata usata moltissimo durante la Rivoluzione Culturale in Cina, dove alla gente veniva insegnato che la depressione era solo “pensare sbagliato”. Separati dalle loro famiglie, incapaci di contattare i propri cari, soggetti a punizioni crudeli e testimoni dell’assassinio o della “sparizione” delle persone più prossime, a milioni di persone fu "insegnato” di svilire le proprie emozioni. Si doveva pensare al mondo in un modo diverso, e la felicità e l’entusiasmo dovevano sostituire la disperazione e lo scoramento. Il pensiero positivo avrebbe bandito gli atteggiamenti negativi ed inutili.
Questa negazione della legittimazione dei sintomi delle persone può avere conseguenze pericolose. Sviare i processi psicologici dal proprio lavoro introspettivo può portare sia a nuovi sintomi sia ad atti violenti. L’impegno della CBT nell’ignorare gli effetti della storia di un paziente, a favore di una futile analisi del “qui e adesso” denota uno squallido esempio per coloro che credono che una delle lezioni che ci ha lasciato il 20° secolo è precisamente quella di non negare il significato della storia e della memoria umana.



Ott 22
Cara compagna Chiara....

di angelo arecco

Cara compagna Chiara....

Chiara, sono Angelo Arecco. Se ti ricordi a Laigueglia fuori dall'albergo esattamente 4 anni fa al corso per coppie uditore/operatore, io e te abbiamo parlato dei bei tempi andati, tu con immutata passione ed entusiasmo e io con un po' di malinconia ho ripensato alla mia esperienza nei (veri) CUB e in "Avanguardia Operaia" a partire dalla mia militanza nel Movimento Lavoratori/Studenti (ho completato le superiori al serale diplomandomi nel 1974). Per cui mi ritrovo benissimo nella tua affermazione relativa al personale/politico e che il personale "è" politico, ogni scelta comporta una rinuncia ma si deve avere in mente un obiettivo ben chiaro ecc. ecc. Credo di appartenere a una ben strana generazione, di ex compagni diventati bancari, presidenti di qualche grosso ente pubblico (ho in mente un esempio per tutti, Chicco Testa, che quando lo conobbi era segretario di cellula del PCI a Milano poi ha fatto il presidente dell'ENEL). Il problema è che molti di costoro sono diventati anche psichiatri (il simpatico dottor Leo citato da Peppe dell'Acqua nella prefazione al libro di Alice, diventato oggi quello che dovresti sapere chi è). Per cui, noi non siamo solo "doppi" ma, dall'altra parte della barricata, come tu stessa affermi di considerare molti operatori, ci troviamo a che fare con molti nostri ex compagni di viaggio sia pur alterati e diciamolo pure corrotti dalle scelte opportunistiche che hanno fatto nella loro vita. Viceversa credo di non essere il solo ad essermi accorto che le ultime generazioni di psichiatri non sono altro che farmacisti mancati, capaci solo di scribacchiare ricette anzichè disporsi ad ascoltare. Credo quindi occorra ben distinguere tra operatore e operatore, nel senso che se penso per esempio a Marcello, Roberta, e ne ho in mente molti altri, che ho conosciuto gironzolando un po' qua e là per l'Italia a fare da traduttore a Coleman, e ti posso assicurare che non sono affatto mosche bianche, ebbene non tutti sono proprio da buttare e considerare "nemici delle masse popolari" come si diceva una volta. Tutto sta, secondo me, alla vera, genuina e sincera disponibilità, sia da una parte che dall'altra, a mettersi in gioco come persone con tutti i limiti, difetti, pregi, aspirazioni e desideri. Solo in questo modo riusciremo a far salire a bordo della "recovery" (che brutta parola.... non vergnogniamoci più di dire guarigione, punto e basta) quanta più gente possibile e nella misura in cui gli "imbarcanti" vogliano farlo veramente e non solo per imbellettarsi dell'ultima parola di moda nella salute mentale e poi continuiamo il nostro viaggio insieme a tutte queste persone, per giungere finalmente al giorno in cui i pazienti che finalmente decidono di smettere di esserlo e diventare cittadini siano in netta maggioranza rispetto al numero di cittadini ai quali capita di diventare pazienti!!! (a questo punto, se ti ho ben inquadrata, forse mi risponderari dandomi del "riformista".......)

Angelo Arecco

 



Ott 16
La recovery di Angelo Arecco

di angelo arecco

Il mio primo contatto con i servizi di salute mentale risale al 1989, a seguito di un periodo particolarmente stressante della mia vita. All’epoca ero sposato e con un figlio e vivevo e lavoravo a Milano.
Col senno di poi ho identificato i fattori di maggiore stress psicofisico come segue:
- La morte di mio padre nel 1980 quando avevo 25 anni;
- La nascita e la morte nello stesso giorno del nostro figlio nato prematuro nel 1986;
- La perdita del lavoro nello stesso anno e la mia incapacità di adattarmi ad altri lavori;
- La nascita del secondo figlio nel 1988 e la responsabilità di diventare padre;
- La preoccupazione del rimborso di un mutuo di 80 milioni di lire per la nuova casa (1989).
Questo calderone ha fatto sì che mi sentissi “circondato” da tutte le parti e per reazione ho ingerito tutti gli psicofarmaci trovati in casa che le erano stati prescritti per alleviare il lutto del marito.
Dopo una lavanda gastrica, il mio medico mi segnalò al servizio di salute mentale di zona e iniziai ad avere colloqui regolari con uno psichiatra.
La mia prima diagnosi fu di disturbo di personalità borderline e mi prescrissero carbolitio d benzodiazepine. Dopo alcuni anni di questa terapia, la mia diagnosi cambiò a disturbo bipolare dell’umore, conseguentemente la terapia venne modificata. Per un certo periodo piuttosto breve feci anche della psicoterapia.
La vita procedeva tra alti e bassi. Venni ricoverato in psichiatria per brevi periodi di tempo a seguito di altri successivi episodi di impasticcamento, finché nel 1994 (mio figlio Davide aveva 6 anni), decisi di lasciare la famiglia e andai a vivere da solo. Continuavo a cambiare lavoro, incapace di adattamento, fino a quando non persi il mio ultimo impiego nel 1995. Avevo finito i soldi per pagare l’affitto e traslocai a casa di mia madre in provincia di Savona, a Borghetto Santo Spirito.
Appena arrivato iniziai a cercare un lavoro e venni assunto da un mio vecchio amico presso una agenzia marittima di Genova, dove lavorai fino al 1998, quando una ditta spagnola mi offrì un lavoro meglio pagato a Barcellona. Mi recai sul posto per il colloquio e mi promisero l’assunzione. Mi dissero che entro una settimana mi avrebbero confermato il tutto. La settimana dopo la ditta mi telefonò dicendo che si erano fusi con un’altra società e il lavoro non c’era più.
Il problema era che ero convinto che avrei avuto quel lavoro e nel frattempo avevo già dato le dimissioni da quello vecchio.
La notizia mi ripiombò nella disperazione e reagii come avevo fatto quasi dieci anni prima cioè impasticcandomi e finendo ricoverato in SPDC a Savona. Venni trattenuto per quasi tre mesi, poi venni mandato in un centro di recupero e da lì rispedito a casa. Decisi di smettere di assumere farmaci rifiutando di avere colloqui col mio psichiatra. In seguito ebbi violentissime allucinazioni sia uditive che visive. Nel giro di pochi giorni ero di nuovo in SPDC per altri quattro mesi, poi di nuovo nel centro di recupero.
A questo punto il mio psichiatra mi ripropose, come aveva fatto prima, che anziché tornare a casa di mia madre aveva in mente una soluzione alternativa. C’erano questi cosiddetti “alloggi protetti” in Valbormida, a Carcare, ma lasciava a me la scelta se andarci oppure no e mi sarebbe stata offerta la possibilità di visitarli prima di prendere una decisione. Avendo ben presente cosa avesse significato per il fatto di tornare da mia madre e di smettere con le terapie, stavolta presi una decisione diversa e seguii il consiglio dello psichiatra.
Penso che quello fu uno dei punti di svolta nella mia vita.
Non appena arrivato a Carcare, cominciai ad apprezzare l’idea di diventare adulto invece di essere un bambino cresciuto (agli occhi di mia madre). In questo nuovo ambiente avevo un certo grado di libertà. Alcuni ospiti avevano un lavoro, altri frequentavano il Centro Diurno e le sue attività ludico-educative ma se uno voleva poteva dormire tutto il giorno. C’erano solo due appuntamenti “fissi” nella giornata, quando le infermiere ci davano le terapie e solo qualche riunione con gli operatori per parlare di come andavano le cose negli alloggi e per stilare i menù e i turni di spesa e cucina per le cene. Infatti, a cena, dovevamo fare a turno per cucinare e rigovernare mettendoci i nostri soldi. A pranzo, invece, noi ospiti avevamo diritto a un “ticket” da spender nei locali convenzionati.
Ero contento, tranne che dopo un po’ iniziai ad annoiarmi a dormire tutto il giorno. Sentivo di avere il bisogno di qualcosa da fare.
Allora andai da uno dei medici e gli chiesi se poteva trovarmi un lavoro.
Mi rispose che considerando la mia esperienza da impiegato e che i lavori disponibili erano tutti manuali, sarebbe come “far correre una Ferrari alla velocità di una 500”. Nondimeno, mi disse che se volevo poteva presentarmi alla locale “Croce Bianca” dove avrei potuto svolgere volontariato.
Decisi di provare e qualche settimana dopo (Natale del 1999) entrai a far parte della Pubblica Assistenza “Croce Bianca” di Carcare come telefonista e addetto alla radio. Questo si è dimostrato un altro elemento chiave per iniziare il mio viaggio verso la “recovery”.
Mi ricordo la mia prima sera in “Croce”: il mio istruttore aveva appena finito di dirmi come ricevere una telefonata, le cose da chiedere sullo stato del paziente, cosa era successo, l’indirizzo esatto, ecc. ecc. quando la “linea urgenze” squillò. Qualcuno chiedeva un’ambulanza, da bravo alunno presi nota di tutti i dettagli e feci uscire la mia prima ambulanza. Cavolo,m ce l’avevo fatta al primo colpo!
I colleghi all’inizio erano un po’ dubbiosi su di me, sapevano chi ero e chi mi mandava, ma con il passare del tempo impararono a conoscermi, non ero più un’etichetta e per la prima volta dopo qualche anno mi sentii una persona, un cittadino come gli altri. Dopo la fine del tirocinio come centralinista, feci quello per barelliere. Ma dopo due o tre urgenze “serie” (compresa una dove arrivammo troppo tardi, purtroppo) decisi che non avevo i cosiddetti per cose del genere. Quindi continuai a fare il centralinista e solo di tanto in tanto accettavo di salire in ambulanza come barelliere per accompagnare pazienti non autosufficienti a qualche visita specialistica, come radiologia, chemio o radioterapia, dialisi e così via.
Ero contento di fare il volontario, ma pensai che mi ci voleva un lavoro “vero”. Nel 2001, seppi che un centro di formazione professionale doveva fare un corso per traduttori tecnici dall’inglese all’italiano. Io avevo studiato inglese alle superiori e avevo già un buon livello di conoscenza della lingua, ma da qualche anno non facevo più pratica, ero malato. Quindi decisi di frequentare questo corso. Ebbi insegnanti molto in gamba, e alla fine del corso di un anno ottenni una borsa lavoro per conto dell’agenzia di traduzioni che aveva sponsorizzato il corso di formazione.
Poi, nel 2004 il dottor Marcello Macario, quasi per celia, mi diede un manualetto in inglese chiedendomi se me la sentivo di tradurlo.
Mi disse che era un lavoro a livello personale e che mi avrebbe pagato lui oltre la borsa lavoro. Lessi il titolo. Era un manuale scritto da un certo Ron Coleman, Paul Baker e Karen Taylor. Il titolo era semplice e nello stesso complicato da rendere in italiano: “Working to Recovery”. Mi ricordo che il dottore me lo diede un venerdì dopopranzo, dicendomi che c’era tempo per farlo. Iniziai a leggere e contemporaneamente a tradurre usando il mio vecchio computer.
Più leggevo e più ne ero affascinato. Tutte le cose che avevo pensato e molto di più erano lì, messe nero su bianco. Il lunedì mattina successivo, la traduzione italiana era appoggiata sulla scrivania del dottor Macario. Ci avevo lavorato tutto il fine settimana, giorno e notte. Il libro venne pubblicato e presentato a Savona nel settembre del 2004. Fu allora che conobbi Ron e Karen.
Da allora io e loro due abbiamo collaborato e sono diventati per me figure chiave nella mia recovery, non solo come autori e oratori ma soprattutto come amici e sostenitori molto validi.
Ora lavoro come traduttore per conto di un grosso editore di Milano. Vivo ancora in un alloggio protetto, da solo. Affitto ed utenze sono a carico del DSM. Ma questa non è ancora la fina del viaggio iniziato nel 1999 a partire dell’esperienza nel volontariato.
Due anni fa ho incontrato una donna speciale, Liliana, paziente, con la quale intendo condividere il resto della mia vita. Una vita vera, piena, e soddisfacente da vivere insieme come una persona sola.
Termino con un paio di pensieri sulla mia guarigione e anche con quella che ritengo una metafora molto efficace, fatta da un’operatrice in gamba della salute mentale (la mia operatrice...).
Prima i miei pensieri:
1. Quando ho incontrato Ron per la prima volta ero troppo malato per essere un bravo traduttore. Oggi sento di essere un traduttore così bravo da non avere il tempo di essere malato.
2. Spero che un giorno i pazienti che diventano cittadini di questo mondo superino il numero di cittadini di questo mondo che diventano pazienti.
La metafora di Antonella, la mia operatrice che ha lavorato con me dal 1999 ad oggi: “Secondo me, i pazienti si comportano verso gli operatori come le persone che hanno temporaneamente perso l’uso delle gambe a seguito di qualche incidente e sono costrette ad imparare a camminare con le stampelle. All’inizio, in genere si rifiuta l’idea di usarle perché non è facile per nessuno imparare ad usare bene le stampelle. Ma poi ci si abitua, fino al punto di rifiutare l’idea di poterne fare a meno e smettere di usarle. Il viaggio verso la recovery inizia quando la persona comincia a pensare: ‘Forse potrei eliminare almeno una stampella e vedere come me la cavo’. Dopo di che magari si sostituisce quell’unica stampella rimasta, per ricorrere a un bastone da passeggio.
Certamente, ci vuole tempo e bisogna impegnarsi molto per fare a meno sia delle stampelle che del bastone, fino a quando finalmente si ricomincia a camminare con le proprie gambe. Quando questo succede, la persona può dirsi guarita”.

Angelo Arecco


Set 27
Ricordi rubati

di Emanuela

Ricordi rubati

Ritorno a voi con una mia testimonianza.
Nel 1986 sono stata colpita da una grave depressione.
Era difficile per i miei familiari curarmi perché rifiutavo ogni tipo di terapia in quanto non avevo fiducia nei medici che mi seguivano allora.
Dal gennaio 1988 per la prima volta ho cominciato a prendere regolarmente la cura prescrittomi.
Nell’estate dello stesso anno, in considerazione al fatto che la terapia non dava risultati ed io mi chiudevo sempre più in me stessa, rifugiandomi nel silenzio, lo psichiatra mi sottopose, sotto la sua responsabilità, a otto elettroshock.
Di questo metodo di cura ho un ricordo molto spiacevole: sono rimasta ossessionata dall’anestesia che mi veniva iniettata ogni giorno e ancora oggi ho sempre quella fastidiosa sensazione di perdita di coscienza e di nausea.
Tale trattamento non è servito allo scopo per cui è stato messo in essere ed ha comportato una perdita di memoria.
Di quel periodo non ricordo più nulla se non il lungo e triste tragitto che facevo giornalmente con mia madre per andare all’ospedale.
Fortunatamente, tale perdita è circoscritta ad un arco di tempo limitato (circa quattro mesi), ma sono stati buttati al vento momenti di intimità familiare, momenti di crescita del mio bambino, momenti che, purtroppo non torneranno più.
(Nel corso della mia vita passata, ho goduto molto poco mio figlio, è stato allevato dai suoi nonni ed il mio ruolo di madre è stato accantonato per un lungo periodo, questo è per me causa di grande dolore.)
All’epoca a cui mi riferisco ero in montagna con la mia famiglia, in ambiente rilassante e ciò poteva essere un’occasione per stare con mio figlio in maniera meno stressante e più ludica, anche grazie alla compagnia del mio nipotino e di mia nipote.
Anche in silenzio avrei potuto osservare il mio tesoro ed assaporare attimo per attimo ogni suo respiro.
Non avrebbero dovuto farmi l’elettroshock !
Non rispondevo alla cura, benché i farmaci fossero giusti, perché non ero supportata in modo adeguato psicologicamente.
E’ inutile somministrare antidepressivi e poi distruggere una persona nella psiche.
Quando riferivo fatti accaduti o che prevedevo accadessero, per motivi di cui ero certa, venivo derisa dagli psichiatri che mi seguivano in quel frangente.
Questo procurava in me, oltre che sofferenza ed umiliazione, una chiusura totale verso gli altri.
Non so perché si comportassero in quel modo così poco professionale e per niente umano. Eppure sono considerati dei luminari della psichiatria.
Bastava una psicoterapia adeguata per uscire dal silenzio in cui ero caduta.
Psicoterapia che non mi è più mancata con lo psichiatra che mi segue dal 1994. A lui ed alla sua equipe devo la mia risalita.
Io non ho competenze mediche ma, in base alla conoscenza pratica, ritengo di poter sostenere che in casi di depressione l’elettroshock non dovrebbe essere applicato, perché non è giusto che una persona venga privata dei propri ricordi, delle proprie esperienze anche se queste sono dolorose e negative, perché fanno parte della propria vita. Senza il proprio vissuto una persona non è più la stessa, perde la propria identità.
Non entro ovviamente in merito a casi di altre gravi malattie mentali in cui potrebbe essere necessario applicare l’elettroshock, ma devono essere casi limite.
Avendo come effetto collaterale una perdita parziale di memoria, questo trattamento deve essere fatto con cautela da medici ed anestesisti capaci.
Al di là delle linee guida stabilite dal Ministero della Sanità, oggi si sente parlare con troppa leggerezza di un uso più ampio dell’elettroshock, rischiando di innescare meccanismi non rivolti all’effettivo beneficio per il paziente.



Set 29
Concorso a Biella una VERGOGNA. Utenti piantonati dai carabinieri!

di alice banfi

Da "INFORMAZIONE A CHIACCHIERE-UTENTI", gruppo sorto in occasione del Concorso Letterario 'Storie di Guarigione' di Biella.
Di Lia Govers.
e per conoscenza all'assessore Flavio Como, all'assessore alla salute (Regione Piemonte) Eleonora Artesio, nonché alla Segreteria del Concorso Letterario
Buongiorno a tutti, Torino, 29-9-08

Sono venuta a sapere soltanto ieri sera il perché all'improvviso Tristano Ajmone, che tanto aveva contribuito affinchè questo Concorso Letterario potesse aver luogo, durante la premiazione a Biella venerdi scorso all'improvviso ha lasciato la sala, assieme agli amici suoi.
Già la presenza di Tristano non era stata gradita in occasione della Fiera del Libro a Torino il 12 maggio 2008, durante il quale è stato fatto ulteriore pubblicità per questo avvenimento.
Quando la sala era già quasi tutta piena Tristano Ajmone ed i suoi amici, non trovando più posto all'interno della sala hanno deciso di sistemarsi nella loggia bassa sulla destra, quella più vicina al palcoscenico. Preciso che era accompagnato da ca. 5 - 6 amici, tutti (eccetto uno) utenti della Salute Mentale, di cui alcuni pure sotto l'effetto degli psicofarmaci (e magari pure reduci di T.S.O. imposti nel passato e/o di scontri con le forze dell'ordine a causa del loro disagio mentale).
Proprio all'interno della loro loggia, solamente da loro occupata (l'ho visto varie volte io stessa che facevo parte di quel gruppo, ma che ero andata a sedermi nella sala prima del loro arrivo), si è poi aggiunto un Maresciallo dei Carabinieri!
Cos'era questo? Un atto intimidatorio bell'e buono, a dir poco! Vergogna!
E questo per giunta durante un Concorso proprio dedicato alla Salute Mentale!
Le eventuali voci e/o azioni di chi ha contribuito pure alla realizzazione di questo Concorso, stile Tristano Ajmone, e le voci e/o azioni di utenti della Salute Mentale che proprio sulla loro pelle hanno sperimentato minacce o atti 'persecutori' da parte delle forze dell'ordine non potevano trovare spazio PROPRIO in occasione di questa premiazione?
I componenti del gruppo si sono sentiti 'male', probabilmente 'minacciati' e sono usciti dal Teatro Sociale e ancora nel fare questo sono stati 'scortati' dal Maresciallo dei Carabinieri.
A me francamente soprattutto questo comportamento fa schifo!
Io personalmente non vorrò più far parte di iniziative promotrici di eventuali altri futuri eventi del genere a Biella, anche se ciò mi dispiace per qualcuno.
l'utente: Lia Govers.


Alice: "Io sono schifata da questi atteggiamenti e preoccupata... mi chiedo davvero cos'altro ci aspetta... Quando ci incontreremo per il prossimo C.L.U verremo piantonati anche noi? L'hotel Star verrà circondato da camionette dei carabinieri? Che insulto, e davvero che vergogna, non per noi, per gli altri... in molti si dovrebbero vergognare quando accadono certe cose, ma i "malati di mente buoni" e i "sani cattivi" non fanno notizia..." (Quasi quasi accoltello mia madre, così posso presentare il libro su tutti i tg! Sarebbe un'ottima pubblicità!).
Alice Banfi.



Set 15
“Altre Parole”

di Leda Cossu

Stigma, Mobbing, Imprintig? Testimoni, Maestri, Esperti…!!!

LO STIGMA? E’ un’immagine di me

Un vestito che la cultura corrente mi cuce addosso

E che io nell’immaginario,

prima ancora che nel reale...

indosso

L ‘IMPRINTING è l’impronta che conosco

Come l’oca senza mamma .. che riconosce Lorenz

E’ lo sguardo in una sola direzione

la voglia di “appartenere” a qualcuno

fosse anche un mondo “sopra le nuvole”

 IL MOBBING è la persona resa “oggetto”

Posta al di fuori del gruppo

Lo stigma lo giustifica

L’imprinting ne ferma il movimento

.. come in un fotogramma

 Hannah Arendt ne parla, della banalità del male

Indica un’altra via.. che scoprii bambina (*)

LA FEDELTA’ a me stessa, agli altri

tutto l’amore del mondo,

da trovar nell’infanzia,

nelle Storie dei luoghi, delle persone care

nella memoria di sé, di radici “altre”, non di solo dolore

Nella Stagione che torna, nei colori e profumi

Nessuno stigma, o sguardo “esperto” li potrà cancellare!!!

A ME LA PAROLA, sono io che ora parlo.

E’ la mia forza sulla “banalità del male”.

Ecco perché divento “Esperta”, “Testimone”, “Maestra”

del mio dolore e del dolore del mondo,

e della mia ESPERIENZA che mi rende ESPERTA

Io sono “altro”, io sono “io”

Che “mi metto in gioco”.

Nessuno può togliere me a me stessa,

o la Bellezza che incontro,

nessuna caduta, io ricordo, racconto…

son TESTIMONE, ESPERTA, MAESTRA…

di me stessa, del Mondo.

(Scoprii con l’esperienza che l’isolamento di un essere umano, qualsiasi sia l’ambito di vita, è sempre accompagnato da uno stigma sociale… tratto dal mio Diario di lavoro in fabbrica).

 (*) vedi La Musina… alcuni post fa

 



Set 01
Vivere al Bachmann - conquiste di cittadinanza

di Leda Cossu

Vivere al Bachmann - conquiste di cittadinanza
un frammento del filmato e Backstage
http://www.youtube.com/watch?v=8zAVLAJUfak  http://www.youtube.com/watch?v=c_8D7_ogNn0
 
Se passi oggi 1° settembre per la Mostra del Cinema di Venezia.... Cinema Astra-Sala 2
Se ti fa piacere....  
            vengono proiettati alle ore 16.00 all'interno della Rassegna intitolata VENICE FILM MEETING, i filmati su Mestre e Venezia voluti l'anno scorso da rEsistenze (M. Teresa Sega) nel clima creatosi attorno al Laboratorio Mestre '900 (Giorgio Sarto). I filmati su Mestre sono tre, due di questi Rione Pertini e Villaggio San Marco testimoniano le lotte delle donne per costruire servizi, infrastrutture, socialità... civiltà attorno a due insediamenti nuovi (al tempo) dove attorno c'era il deserto. Il terzo, Vivere al Bachmann parla di una lotta per conservare un sito di case a schiera che ha consentito in quegli anni e fino ad oggi di vivere a casa propria persone fragili che sicuramente avrebbero dovuto trovare altrimenti una collocazione istituzionale, con effetti devastanti sulla loro qualità di vita e rompendo una rete di relazione di vicinato importante. 
 
            Sono passati trent'anni da allora. Alcune protagoniste e protagonisti dell'epoca oggi non ci sono più.. rimangono le conquiste e la memoria.

Poco dopo la fine delle riprese di "Vivere al Bachmann", il 7 settembre 2007 è morto Roberto, il mio complice compagno di vita, ci sono le sue ultime immagini in questo filmato sul “toponimo Bachmann”scritto nei mappali della seconda metà dell’800 e che ha dato il nome al filmato

Ora via Bachmann è via Fusinato, ”senza resistenza” sarebbe sorta una grande banca. A fine anni ’70 abbiamo fatto funzionare il primo mutuo regionale per l’acquisto della prima casa e ottenuto una sanatoria regionale dimostrando, con una ricerca storica e documentale di due mesi, l’inedaguatezza tecnica delle norme nazionali per acquisire il mutuo e ottenendo una modifica.

Erano e sono quasi tutte donne le nostre vicine di casa, donna la loro domanda di continuare ad abitare “vicine” per garantire a sé, ai figli disabili, ai genitori anziani, continuità di vita solidale.

Mio marito ed io abbiamo capito e condiviso.

Ho conosciuto Roberto nella sua lotta per mantenere al Piraghetto il campo di calcio di quartiere e per trent'anni uno dei nostri leit motiv più importanti è stata la residenza dal volto umano anche per le persone fragili.

A volte il destino porta incontri puntualissimi e simbolico per me e mio marito è stato, negli ultimi mesi di vita in comune dopo una lunga e gravissima malattia vissuta totalmente in piedi e a casa, incontrare la giovane regista Cecilia Massaggia e i ragazzi di Settimo Binario che hanno raccolto il testimone di una vita condivisa, la memoria di una Mestre significante per gli esseri umani, ancora Comunità.



Ago 28
Comunità o piccoli manicomi

di Maïté

Da: Alibeax - Inviato: Martedi 26 agosto 2008 19:01 

A: Forum Segreteria

Oggetto: Comunità o piccoli manicomi


Carissimi, sono iscritto al forum (Forum Segreteria), vivo e lavoro come infermiere professionale nel basso Salento, condivido gran parte di quello che voi dite. Tuttavia, quello che io intendo evidenziare è il fatto che si dia poca voce e attenzione a quelle che sono le comunità psichiatriche riabilitative, in particolar modo quelle che operano nel privato e che  negli ultimi decenni sono nate come funghi, che io definisco "piccoli manicomi".

Perché pur essendo accreditate talvolta non rispettano gli standard minimi, quali:

1) carenza e in alcuni casi assenza delle figure infermieristiche (regolamento 7/2002), per cui più succede che le terapie farmacologiche vengono somministrate dagli educatori oppure da semplici operatori, privi di formazione specifica, in particolar modo faccio riferimento agli effetti collaterali del farmaco somministrato;
2) accanimento farmacologico;
3) ospiti, che rimangono in comunità per decenni;
4) chi ha una struttura accreditata ne ha altre non accreditate, dove vengono spostati i pazienti senza una logica coerente con conseguente un aumento della cronicità;
5) assenza completa del CSM, che più volte inserisce i pazienti senzaun progetto riabilitativo;
6) in alcuni casi succede che queste strutture vengono avvertite prima dei possibili controlli e quindi si riesce quasi sempre a tamponare (spostando gli ospiti in sopranumero in altre comunità sempre di loro proprietà);
7) più volte le porte sono chiuse o controllate;
8) più volte sono in sopranumero;
9) assenza di formazione e aggiornamento;
10) non vengono rispettate le distanze per l'inserimento in comunità (molti ospiti provengono da province diverse e addirittura da regioni diverse), forse il regolamento dice che la struttura deve essere distante non più di 40 Km., questo per migliorare l'inserimento e lavorare anche con la famiglia.

Io credevo che tutte le figure professionale fossero fondamentali per formare un'equipe pluridisciplinare, credevo che l'Educatore professionale svolgesse interventi di tipo socio-terapeutico e psico-educativo e collaborasse alla realizzazione del progetto terapeutico e non somministrasse farmaci, compito che spetterebbe all'Infermiere professionale, per  conoscenze cliniche e farmacologiche che gli sono proprie. Credevo che il progetto non doveva durare più di tre anni, credevo che l'inserimento doveva essere libero (e non sotto varie pressioni ), credevo che le strutture accreditate non potessero avere altre comunità, ecc.  

Potrei continuare ma mi fermo qui. Anche perché sembra che i regolamenti vengono fatti su misura per le caste delle potenti lobbies, "ammirare"  "VUOTO PER PIENO" che continua a favorire il privato togliendo soldi al pubblico, milioni di euro dispersi, ancora una volta nell'ennesimo vuoto (per pieno), ma la Puglia da tempo ha una situazione anomala per quanto riguarda le strutture. Da non dimenticare poi che con il nuovo governo c'è il rischio che la legge 180 (che a mio parere è una legge che molti ci invidiano ma non correttamente applicata) venga modificata.
Ho l'impressione che, invece, di cambiare in meglio stiamo andando indietro (lungo degenza, elettroshok, accanimento farmacologico, TSO senza rispettare le procedure indicate dalla legge ecc.).

Si continuano a costruire leggi a misura dell'aggravamento a vantaggio delle solite imprese, per cui io continuo a chiedermi  come mai non riusciamo, chi come noi e da tanti che anni opera nel settore della salute mentale, a valorizzare le differenze, le identità, l'autodeterminazione, nell'ottica del rispetto e della libertà della individualità. Ma nello stesso momento mi devo domandare cosa faccio io per
rafforzare e costruire legami sociali per queste persone? Perché non fare prevenzione rafforzando  il territorio, perché non investire in centri diurni possibilmente pubblici? Non dimentichiamo che le strutture psichiatriche del privato sociale già oggi assorbono i due terzi della spesa sulla salute mentale a fronte di un servizio senza alcuna logica sociale e distribuzione sul territorio.
In conclusione aggiungo che  bisogna stare molto attenti perché vi sono comunità che svolgono funzioni di esclusione e di parcheggio per tutta la vita. Il servizio di per sé non è sinonimo di qualità. Ci sono comunità che non dovrebbero avere più di 20 posti e, invece, possono diventare strutture gestite secondo
una logica manicomiale. Vi sono comunità che non dimettono o strutture in cui vi sono ancora pazienti contenuti.
Questa logica, insomma, permane. La nuova concezione presuppone che vi sia dietro tutto un dipartimento attrezzato, che tutti i vari servizi siano collegati tra di loro: assistenza domiciliare, dayhospital, centro diurno, comunità.
Questo per consentire un intervento integrato e finalizzato al reinserimento. Reinserimento che non sempre può essere fatto in famiglia; nel contempo il paziente non può essere lasciato in mezzo ad una strada o per tutta la vita nelle comunità. Laddove non ci sono le condizioni per rientrare in famiglia, per esempio, una possibilità è data dalla creazione di case alloggio. Per tutto ciò non basta un'azione di natura sanitaria ma anche un'opera di sensibilizzazione della società, del condominio o del posto di lavoro, dove il paziente potrebbe anche trovare un'opportunità di rilancio. Un'opera culturale molto difficile da portare avanti ma possibile.
Confrontandomi con operatori noto un fortissimo calo di idealità, di fede in quello che si sta facendo. Non so quanti operatori oramai si identifichino con il messaggio di Basaglia, cioè quello di mettere la persona al centro degli  interessi. Ci sono servizi in cui si fa quello che si può, dove vengono usati farmaci credo in maniera abbastanza corretta, dove però anche molte famiglie devono farsi carico di molti problemi.

Per mia curiosità  vorrei sapere:

1) quale figura professionale è abilitata a somministrare la terapia farmacologia;
2) come mai nessuno prende in considerazione la diagnosi infermieristica. (regolamento 7/2002);
3) perché non ci sono indagini conoscitive su tutte le strutture e sulla forzata e prolungata che porta come ho già accennato  alla istituzionalizzazione;
4) come mai i CSM non supervisionano le strutture (senza avvisare);
5) quali sono le nuove delibere per la regione Puglia, sull'accreditamento delle strutture private visto che vengono modificate costantemente.

Rocco



Ago 15
Braccio di ferro con una bambina di sei anni

di Maïté

Braccio di ferro con una bambina di sei anni

Foto: Manuel Balea

Mio padre era sempre stato molto rigido nel suo modo di educare me e le mie sorelle: quando eravamo alla presenza di persone estranee alla famiglia, bisognava essere composte e non muoverci di un millimetro, non parlare a meno di dover rispondere a una domanda che ci era rivolta personalmente. A tavola poi, guai se aprivamo bocca se non per mangiare. Una volta, (dovevo avere sei o sette anni) eravamo stati invitati a pranzo da un collega di mio padre; al momento dell’insalata, della quale ero molto ghiotta, si sono serviti tutti dimenticandosi di me e ho avuto l’ardire di far notare: “Ma io non ho avuto insalata!”. Non ho finito di pronunciare l’ultima parola, che mi è arrivato un violento man rovescio da mio padre che mi ha fatto cadere all’indietro con tutta la sedia! Mi ricordo che non sono stati né lo schiaffo né la caduta a ferirmi, ma il fatto di essere finita a gambe all’aria davanti ai nostri ospiti e i loro figli. Anche se l’umiliazione è stata mitigata dalla padrona di casa che mi ha poi consolato.

La rigidità e l’intransigenza di mio padre si esercitavano soprattutto a tavola, dove oltre a dover stare sempre composte (non appoggiare i gomiti sul tavolo, stare con la schiena dritta, ecc…) e osservare il divieto di parlare, c’era anche la regola di dover finire tutto quello che ci veniva servito nel piatto, fino all’ultima briciola. E per me il momento dei pasti era una fonte di grande ansia perché siccome era il momento in cui era riunita tutta la famiglia, era anche il momento dei bisticci e degli scontri fra i miei genitori, e quello dei regolamenti di conti con noi. E poiché io ero particolarmente difficile per quanto riguardava il cibo, andavo a tavola come se dovessi salire sul patibolo: era proprio una tortura! Non mi piaceva un sacco di cose ma soprattutto la carne. Un giorno che mia madre cucinò la trippa, già solo l’odore che alleggiava in cucina mi dava la nausea e al momento di passare a tavola non riuscivo proprio a mettermi un boccone in bocca dal disgusto che provavo, ma ci pensò mio padre a imboccarmi con la forza, obbligarmi ad ingoiare e imboccarmi di nuovo e di nuovo….. finché vomitai tutto nel mio piatto! Dopo la mia dose di botte, fui mandata in castigo nel corridoio, mentre loro finivano il pasto. Io piansi tutto il tempo, non capendo perché ero stata picchiata: non l’avevo fatto apposta a sentirmi male, avevo lottato a lungo per contrastare i conati di vomito che sentivo salire ma dopo un po’ non ce l’ho fatta più a resistere. Ricordo ancora il disagio e il senso di profonda solitudine mentre ero rannicchiata lì nel corridoio, al buio…

C’è un altro episodio dello stesso periodo che mi ha molto segnato… Mio padre era un grande stimatore della carne al sangue, e siccome le sue opinioni erano parole di vangelo, doveva a tutti i costi convincere gli altri che lui aveva ragione, anche con la forza. La domenica faceva spesso cucinare a mia madre il roastbeef, un arrosto di manzo con l’interno quasi ancora crudo. Io non ce la facevo proprio a mangiarlo: quando tutto il resto della famiglia aveva già finito di pranzare, io stavo ancora masticando il primo boccone senza riuscire a mandarlo giù. Il più delle volte, finiva che dopo un po’ mio padre mi faceva uscire da tavola senza aver mangiato nient’altro. Ma quella volte s’intestardì, e quando mi disse di alzarmi e andare in camera mia, tirai un sospiro di sollievo, ma non sapevo cosa mi aspettava di lì a qualche ora. Quella sera, andando a sedermi a tavola per la cena, scoprii con orrore che nel mio piatto c’era la stessa fetta di carne che avevo lasciato a mezzogiorno, per di più fredda di frigo. Mio padre mi disse che non avrei avuto nient’altro da mangiare finché non avessi finito la carne, ma rimasi ferma davanti al mio piatto preferendo rimanere a pancia vuota. E il giorno dopo mi sembrò di sprofondare in un baratro di follia quando vidi la solita fetta di carne nel mio piatto, mentre il resto della famiglia aveva tutt’altre cose, e mangiava a capo chino sul piatto, evitando di incrociare il mio sguardo, penso per l’imbarazzo della situazione e per non attirare su di sé l’ira di mio padre che invece era focalizzata sul suo braccio di ferro con me. Insomma quella fetta di carne, il giorno prima di un colore rosso vivo, era diventata scura e con i bordi di un color verdastro. Sapevo che non ce l’avrei mai fatta a mangiarla e mi chiedevo con profonda angoscia per quanto tempo sarebbe durata questa tortura, e dopo quanto tempo senza mangiare si rischiava di morire di fame?…. Però alla sera, vidi che nel mio piatto c’era il passato di verdure come per il resto della famiglia e siccome nessuno accennò alle scene dei tre precedenti pasti, io mi feci piccola piccola per non attirare l’attenzione su di me, pensando che forse mio padre si era dimenticato di ridarmi la solita vecchia fetta di carne e che, se mi facevo notare, si sarebbe alzato per andare a prenderla. E mangiai il passato, che mi sembrò la cosa più buona del mondo, e tutto il resto stando zitta e composta, con gli occhi bassi, la schiena dritta e i polsi rigorosamente ai lati del piatto… Penso che fu mia madre a buttare via quella carne per impedire a mio padre di ripresentarmela un’altra volta, ma nessuno ne parlò più e non ho mai saputo come andarono le cose veramente. Però in futuro mi feci più furba e quando c’era quella carne in tavola, io la masticavo a lungo senza ingoiare e ogni tanto, facendo finta di asciugarmi la bocca, risputavo discretamente il boccone nel tovagliolo e alla fine del pasto li andavo a buttare nel water…

Mettendo insieme, con sofferenza ancora viva, i dettagli di questi ricordi per scriverli nero su bianco, mi sono resa conto che forse, a distanza di cinquant’anni, tutti i miei problemi di disordine alimentare, di bulimia, e di cattivo rapporto col cibo in generale, hanno proprio una loro radice in questi episodi del passato che hanno lasciato il segno e mi hanno marcato per il resto della mia vita…..

Maïté

 

 

 



Ott 15
NON SO PIU' COSA FARE

di ACLEV

Sono la mamma di un ragazzo psicotico-paranoide.
Non so piu' cosa fare per aiutare il mio figliolo D di 21 anni.
La storia inizia anni fa, quando ancora frequentava le superiori, si sentiva perseguitato dai compagni e dai professori. Per aiutarlo mi sono rivolta ad una giovane psicologa e per oltre un anno e mezzo siamo andati insieme in un centro ove ci filmavano con sedute insieme (io e lui)che singole.
Nonostante io avessi avvisato della gravita' della situazione tale dottoressa ha sottovalutato i sintomi,e D, per farla breve, viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell'ospedale.
NON AUGURO A NESSUNO DI ENTRARE IN QUESTI REPARTI.
Mi sanguina ancora il cuore al ricordo, mio figlio ridotto ad una larva, impaurito, "addormentato" ricordo che mi diceva
"mamma ma se tu dici ai dottori che sono bravo mi fanno uscire?".
Dopo 30 giorni è uscito ed ha iniziato a farsi curare da una psichiatra dell' ASL.
E' qui' è stato peggio che andar di notte.
D è terrorizzato da questa dottoressa perche' questa gli ha chiaramente detto che se lei vedeva che dava segni di psicosi gli avrebbe imposto il TSO.
Dopo un po' di mesi D decide autonomamente di non prendere piu' le medicine "Risperdal" e continua sempre con paure ad andare dalla psichiatra.
Non ho buoni rapporti con questa dottoressa, Lei sostiene che essendo D maggiorenne noi genitori non possiamo sapere come stiano andando le cure senza l'autorizzazione di D.
Il bello e che da una parte mi telefona chiedendomi come va e contemporaneamente mi dice che tutto cio' che ci diciamo deve essere riferito a D.
Voi pensate che se vedo qualcosa che non va, oppure ho dei dubbi,glielo vado a raccontare, cosi' poi lei va a dirglielo a D? .....ma in casa con D ci sto io.
Un giorno suo padre ha chiesto notizie alla dottoressa su D
attraverso un'altro psichiatra.
Sapete cosa è successo? che dopo essere stato avvisato dalla dottoressa D non ha piu' voluto sentire, vedere,suo padre per 4 mesi.
D non riconosce di essere malato e di aver bisogno di cure.
Da circa un mese si rifiuta di andare dalla psichiatra è sempre fisicamente molto stanco e sul chi va là.
Qualcuno di voi ha vissuto un esperienza come la mia?
Tenedo conto che non voglio che vada nè all'ospedale nè in
quelle orribili comunità (perchè tali sono!!!)ne che venga iperdrogato cosa posso fare per aiutarlo ?
So che ogni caso è a se stante e non esiste la formula magica per sapere come comportami, parlargli, entrare in contatto con lui.
Ma se anche non riuscissi ancora a trovare aiuto per lui,e non riuscissi a convincerlo che ha bisogno di aiuto, qualcuno puo' indicarmi dove a Torino mi posso rivolgere per
avere io aiuto per relazionarmi con lui,oppure altri genitori nelle mie condizioni per poter scambiare esperienze?
Grazie anche solo per l'attenzione, per lo sfogo che mi concedete.
Mamma V



Ott 08
aiuto

di Antonio

Salve,
mi chiamo Antonio.
scusate nel mio girovagare per internet, unica mia valvola di sfogo ora, mi sono imbattuto in questo forum e avevo una tremenda voglia di parlare con qualcuno.
non so se potete darmi una mano, ma tanto vale tentare.
sono sardo ed emigrato in Piemonte 7 anni fa, per sfuggire ad una vita senza lavoro e senza obiettivi che mi portava ogni giorno a confrontarmi con:
il ricordo di una madre morta di cancro due anni prima a 46 anni, ci ero molto affezionato
un fratello malato e disbile fin dalla nascita, morto l'anno scorso, sempre di cancro.
Mi sento in colpa, tremendamente!
Casualià ha voluto che mi sia innamorato di una ragazza più grande di me che soffre di problemi psichiatrici ed ha tentato due volte il suicidio, ora è ricoverata in ospedale .
mi dispiace tantissimo!
Sembrava essersi ripresa.
Era l'unica persona con cui riscivo a parlare dei miei dubbi della mia depressione e da cui ricevevo un incodizionato affetto, senza rischiedere niente in cambio.
Si tratta di una relazione che si era già interrotta tempo fa ma ci stavamo riavvicinando a prescindere da tutto e da tutti.
La speranza di un riavvicinamento mi dava la forza di continuare a sperare nella vita.
Era l'unica, dico "l'unica con cui riuscissi a parlare.
Mi sono rinchiuso in me stesso e non c'era nessun altro.
senza di lei, che costituiva il mio appoggio, mi sento perso.
Ora so che mi devo allontanare da lei, porca mise... e mi dispiace tantissimo.
stava meglio e mi sto facendo sconfiggere dalla sensazione di aver contribuito alla sua condizione con i miei pensieri negativi e il mio modo negativo di persentarmi al mondo.
Ho avuto un passato di alcolista e ho dilapidato un patrimonio in donnine e facili occasioni d'affetto, perdendomi in un mondo parallelo e perdendo coscienza della realtà.
lei rappresentava il mio tentativo di ricomporre i pezzi di una vita che ormai non c'era più.
vedo tutto nero.non ho più obiettivi, non ho più un amore che mi tiri su, mi sento tremendamente solo ed inutile.
Adesso non posso se non allontanarmi da lei.
Non so darmi pace.
Qualcuno mi può dare una mano?


Giu 01
Togliere il bavaglio

di Cristiana

Questa è per sommi capi la storia degli ultimi 3 anni della mia vita.
Sono felice di poterla raccontare in questo spazio, perche' mi sembra riassumere ed essere in linea con le tante problematiche che riccamente affrontate e discutete e ci accomunano.


Ho 34 anni, soffro da 20 anni di patologia mentale cronica (DOC e disturbo dismorfico corporeo) dismorfico corporeo, vivo a Torino.
Sono da sempre inabile al lavoro per questo motivo, ma nonostante i limiti imposti dalla malattia ho sempre cercato di condurre un'esistenza il piu' possibile "normale", in termini relazionali e pratici (compresi gli studi e da anni una vita domestica autonoma).
Purtroppo 3 anni fa ha avuto inizio per me una vicenda di dissidi condominiali con una famiglia di vicini, che ha ben presto trasceso la natura banale e molto diffusa di questi conflitti.
Da allora sono in corso vessazioni continue da parte di queste persone, portate avanti con l'alibi della mia malattia (di cui erano consci per mia stessa informazione e dei medici) e proprio in virtu' del pregiudizio sociale, senza che io potessi disporre di alcuno strumento di difesa, dal momento che ero gia' stata privata della credibilita'.
Tali vessazioni si manifestano con una vera e propria "guerra del rumore" che ha reso intollerabile e compromessa la mia intera esistenza entro le mure domestiche, dalle quali pero' non ho potuto allontanarmi nemmeno temporaneamente. Infatti nessuno mi offre ospitalita' per via della malattia, non ho potuto cercare una nuova abitazione per ragioni in parte economiche e in parte di vincoli imposti dai miei familiari e non riuscirei a vivere all'interno di una comunita'.
L'unica alternativa valida e' stata, nel momento peggiore e per qualche mese, rimanere per strada soprattutto nelle ore notturne.
Inoltre l'atteggiamento dei vicini e' stato piu' volte denigratorio e diffamante nei miei confronti, inducendo in me uno stato di soggezione psicologica non facile da superare, arrivando infine a minacce fisiche e ad una aggressione fisica purtroppo in assenza di testimoni, che ho avuto timore e impossibilita' a denunciare.
Di quella stessa aggressione, per falsa accusa, mi trovo oggi imputata io stessa e in attesa di giudizio.
E lo stress per la vicenda legale, dall'esito peraltro incerto, va sommarsi al resto.

Ovviamente ho cercato di tutelarmi fin dall'inizio rivolgendomi a tutte le istuzioni giuridiche accessibili (carabinieri, polizia, ufficio del Procuratore), da cui il problema e' stato ritenuto "non di competenza" ed ignorato; ho allora bussato a tutte le porte possibili in termini di assistenza sociale, ad alcune associazioni di specifica tutela dei diritti degli ammalati psichici, le quali sembrano aver messo in atto una drammatico gioco di "scaricabarile" ritenendo ognuna, per motivazioni varie, l'argomento non di loro competenza e rinviandomi sempre ad altre istituzioni in un circolo totalmente sterile e scoraggiante.
Sottolineo che tutto questo avveniva, gia' nel 2005, in uno stato di degrado fisico e psicologico avanzato e con grandissimo sforzo, dal momento che non riuscivo piu' uscire di casa e l'unico canale era il telefono o le emails.
Una situazione che era dunque sotto gli occhi di molti, non solo parenti, amici, medici curanti, ma specifiche istituzioni. Eppure nell'indifferenza o nella dichiarata impossibilita' materiale di porvi fine.

Ma il peggio dovevo ancora venire.
Mi ero da ultimo rivolta ad un Associazione nazionale che nei propri intenti dichiarati comprendeva la lotta a qualsiasi forma di abuso o vessazione perpetrato ai danni di malati psichici. Ho esposto loro il timore e la consapevolezza che a breve sarebbe stata la psichiatria (ero in cura da qualche anno presso il CSM locale) ad abusare del proprio potere per legittimare e coprire l'operato dei miei vicini, cosa che purtroppo si e' pesantemente verificata.
In quella occasione ero stata messa in contatto con un loro operatore sedicente avvocato - del quale non e' stato possibile accertare l'identita', ne' piu' rintracciarlo - il quale dapprima colpito dalla vicenda e disposto a intervenire rendendola pubblica, non appena saputo che le mie condizioni economiche non potevano coprire una spesa legale, ha improvvisamente mutato atteggiamento e ha dubitato della veridicita' di quanto raccontavo, ribadendo che quanto esulava da abusi operati in campo e sedi strettamente psichiatrici esulava dalla loro competenza.
E questo a dispetto di cio' che si leggeva nella dichiarazione di intenti dell'Associazione.
La risposta definitiva e' stata che "la mia storia poteva essere buona al massimo per il Maurizio Costanzo Show".
Cosa purtroppo infondata, visto che la Redazione del MCS ha liquidato la vicenda come "troppo delicata"!
La delusione e la consapevolezza di essere stata privata della credibilita' persino presso gli enti che si proponevano il rispetto dei miei specifici diritti sono stati per me una condanna definitiva e dopo poco giorni ho tentato il suicidio, con conseguente Trattamento Sanitario Obbligatorio presso l'SPDC di un ospedale torinese.
Nonostante quel TSO sia stato perfettamente legittimo e doveroso e abbia salvato la mia vita, esso ha dato il via, come temevo, a una spirale senza via d'uscita: ha infatti consentito ai miei vicini di ricorrere successivamente piu' volte al potere del Primario del reparto con dichiarazioni diffamatorie; ed abusandone questi con la richiesta di altri 2 TSO in due anni, oggettivamente privi dei fondamentali requisiti di legge (pericolosita' per se' e per gli altri), come tante persone e gli stessi operatori del reparto hanno potuto constatare.
Al di la' della privazione della liberta' questo ha significato subire atteggiamenti e manifestazioni verbali molto pesanti, tese a intimorirmi e squalificare la mia persona da ogni punto di vista , stavolta da parte del Primario , anche questo sotto gli occhi degli stessi dipendenti operatori.
Chi conosce l'argomento sa bene cosa un TSO (legittimo o non) determina dopo ogni dimissione: accertamenti santitari obbligatori, violazioni non legali del mio domicilio, l'imposizione anche dopo il ricovero di una terapia che ha messo a rischio la mia salute fisica , interotta per il coraggioso intervento di un medico, mio padre, che oggi finalmente e' l'unico a lottare al mio fianco.
Questo significa aver vissuto in uno stato di terrore e allarme protratto all'interno delle mura domestiche, consapevole che qualunque azione diffamatoria dei miei vicini o tentativo mio di denuncia avrebbe per me significato una nuova reclusione : i medici stessi hanno non troppo velatamente veicolato il concetto ad ogni dimissione.
Un terrore che continua e forse mi accompagnera' per sempre, nonostante l'azione di tutela pratica di mio padre e finalmente un azione legale di diffida dei vicini, intrapresa in questi giorni.
A tutt' oggi infatti esiste il rischio continuo e imprevisto che possano riverificarsi interventi del 118 o 113 e violazioni di domicilio per richiesta dei vicini senza motivazioni plausibili. Questo soprattutto perche' il danno subito, oltre che avermi moralmente annientata, privata della dignita' e di qualunque liberta', e' stato anche di natura biologica, ossia ha determinato l'insorgere di nuovi gravi sintomi (non piu' trattabili e probabilmente irreversibili). Ed essi mi espongono ovviamente ancor piu' all'operato psichiatrico...anche in termini impropri e non adeguati.

Concludendo la mia situazione attuale comporta un senso di diffidenza generale verso qualsiasi persona o istituzione e la difficolta' di riuscire ancora a intravvedere un futuro per me almeno qualitativamente accettabile.
E sul piano pratico le seguenti limitazioni:
- vivere quasi sempre reclusa in casa e perdita di tutte le relazioni sociali prima esistenti
- impossibilita' da 3 anni di lavarmi e accedere senza paura ai miei servizi igienici (per il condizionamento insorto dalle ritorsioni rumorose)
- impossibilita' di gestire liberamente spazi e tempi all'interno della privata abitazione (come sopra)
- privazione del sonno, alterazione ritmi sonno/veglia
- impossibilita' conseguente di uscire a procurarmi il cibo, dunque dipendenza assoluta da chi me lo recapita e alimentazione non adeguata all'equilibrio fisico
(riuscendo talvolta ad uscire, cio' significa comunque accettare la pesante umiliazione e vergogna per le mie condizioni igieniche)

Confesso di temere per la mia vita, perche' sento che presto o tardi le mie condizioni arriveranno ad essere psicologicamente o fisicamente non piu' tollerabili e non ho piu' la possibilita' neppure di ricorrere a cure adegute, visto sarei costretta a tornare, per ragioni di competenza territoriale, nello stesso ospedale e a contatto con la stessa persona che ha causato in buona parte il mio danno. Dilemma che penso possa esemplificare bene fino a che punto puo' spingersi la violazione dei diritti della persona, costituzionalmente garantiti (in linea teorica, ma come ho imparato a mie spese, non per tutti!)
Tuttavia sono fermamente determinata a rimanere in vita e soprattutto a dedicare tutte le forze che restano a rendere pubblica la mia storia, almeno perche' possa essere minimamente utile a una presa di coscienza collettiva e alla tutela di altre persone che vivono un disagio psichico e possono trovarsi ad affrontare identiche vicende (potrei fare il nome di almeno una, ricoverata con la forza come me nello stesso ospedale, per gli identici motivi).
Primo Levi scriveva "Ricordate che questo e' stato", io penso ci sia ancora tanto bisogno di gridare "Ricordatevi che questo e'",ogni giorno, in ogni luogo, comprese le nostre "civili" societa' e a distanza di 40 anni dalla chiusura dei manicomi.
Se certo la mia battaglia - come quella di molti di voi - e' stata e sara' lunga, sul piano legale e prima del recupero e della riaffermazione di quanto mi spetta per diritto come PERSONA, il passo piu' grande e' stato per me decidere di togliere quel "bavaglio" che da piu'parti e per troppo tempo mi e' stato imposto.



Mag 12
Testimonianza Alice

di Maïté

Sono andata a visitare un sito milanese molto interessante: www.ciumbya.splinder.com
Sul quale ho letto una testimonianza drammatica che mi ha molto colpita e che vorrei farvi conoscere:

"Mi chiamo Alice Banfi, ho 28 anni, ho un diploma d'arte di illustratrice e designer, sono una pittrice e sono una paziente psichiatrica. Soffrivo di disturbo borderline di personalità, ora continuo a soffrirne ma cerco di conviverci.
Il primo ricovero a vent'anni: entrata nel reparto psichiatrico dell'ospedale, ho capito che ero all’inferno e che non mi sarei mai salvata; che l’unica via di fuga era la morte.
Mi sentivo circondata da veri matti, i medici, che chiamavano cura le torture che mi infliggevano di continuo: contenzioni fisiche, psicologiche e farmacologiche.
Lì nessuno mi ha mai spiegato il perché, nessuno mi ha mai spiegato cos’avevo, nessuno mi ha mai spiegato veramente come guarire. (..) La mia arte era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire ed anche per coinvolgere gli alti sofferenti come me.... Una volta feci un meraviglioso collage (..) vennero tutti a vederlo, e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo… e a ordinare di toglierlo; "Queste cose, disse, in ospedale non si fanno". La mia opera fu distrutta. Lo odiai. Tornai sull’idea che l’unica via di fuga era la morte e mi tagliai le vene.
Poi mi salvarono. (..)Mi ritirarono tutti i fogli e i colori. Restituii tutte le lamette…o quasi… ed ebbi indietro il mio materiale. Dio, quanto li odiavo, perché dovevo fidarmi di loro? E poi le lamette mi servivano: a liberare i miei amici dalle fascette, perché tutti venivamo legati a rotazione, per i motivi più disparati. Col risultato che il mio amico o la mia amica, finalmente libero, si poteva finalmente rannicchiare sul fianco; rimaneva però immobile nel letto con la paura di venir legato ancora una volta, se scoperto dal personale, cosa che succedeva quasi sempre. Io, come probabilmente altri, quando venivo contenuta, cioè, legata mani e piedi, non mi arrendevo. Mi contorcevo.. ci mettevo ore a liberarmi. Gli infermieri sorpresi mi chiamavano Houdini; e ci mettevano 5 minuti a contenermi di nuovo, anche con lo spallaccio... Lo spallaccio, è un lenzuolo arrotolato, che viene passato dietro al collo, poi sotto le ascelle...in fine viene legato dietro e sotto la spalliera del letto da due infermieri. Il nodo del lenzuolo, viene bagnato con una bottiglia d'acqua, così che non si possa sciogliere. Il risultato è la totale immobilità. Gambe, braccia e busto fino alla testa...bloccate. Quando mi trovavo così; inchiodata a quel materasso non mi restavano che le urla, il pianto...poi il silenzio e l'attesa.(....) Tornando a noi, abitanti del corridoio, quando gli sforzi per renderlo meno grigio e inumano diventavano troppo evidenti, subentravano le minacce di venir puniti: sedati e legati…uno bastava da esempio per tutti. E calavano le tenebre su di me, tornavo a voler sparire, a camminare avanti e indietro per il corridoio, guardando quei due orologi con due ore diverse ed entrambe sbagliate, tanto per essere più confusa; e fumavo, fumavo, fumavo, perché almeno questo era concesso. (...)Dopo 340 giorni continuativi in SPDC, di fughe, rientri, contenzioni, farmaci e disperazione, il primario del mio reparto fu chiaro con mia madre: “Sua figlia è un caso terminale, o si ammazza lei o la uccidiamo noi con i farmaci; non c’è nessuna possibilità, potrebbe averne forse una su un milione, ma neanche, quindi è meglio che se la porti a casa, noi la dimettiamo”.Sembra assurdo, queste persone hanno fatto di tutto per evitare la mia cura e non offrirmi alternative. Dopo la dimissione dall’SPDC e nessuna indicazione per il futuro e, visto il permanere della mia malattia, un familiare ci consigliò la strada della comunità, dove trovare protezione e cura. Comunità che mia madre ha ottenuto per me, scavalcando tutto e tutti, lottando con ogni forza che aveva, per mesi, perché nessuno voleva darmi questa possibilità. Dopo due anni e mezzo di comunità terapeutica, che mi ha permesso di superare i momenti più critici della malattia, venni dimessa e mi ritrovai di nuovo davanti: i servizi, l’ospedale, un’altra comunità, o il nulla. Era estate e in attesa di prendere una decisione andai a Camogli.
A Camogli scoprii di poter avere delle relazioni con gli altri, di poter confrontarmi con la realtà, di poter vivere… ma non sapevo ancora come…
Ora ci vivo a Camogli, dove lavoro come pittrice ed ho una mia galleria.
Grazie anche a chi ha creduto in me sognando con me; i miei amici di reparto, gli amici, gli operatori, la mia famiglia, mia madre e altri ancora, il mio psichiatra attuale, insomma chi mi ha riconosciuto come persona, malata certo, ma con delle capacità. E sono riuscita anche a realizzare un sogno. Ho pubblicato un libro con un amico, un libro di poesie illustrato da miei dipinti e sono felicissima.
Il libro si chiama “La bocca capovolta”.
Con il tempo ho deciso di rispondere io alle mie domande. (..) Ogni paziente è all’altezza di avere una cura adeguata.
* Perché questa cura non c’è?
* Perché i reparti psichiatrici degli ospedali sono i peggiori, i più negletti e non funzionano mai
* Perché vogliono ospedalizzarci, cronicizzarci, toglierci ogni speranza?
* E per finire, perché le persone a cui mi sono rivolta non hanno mai risposto alle mie domande e continuano a non rispondere?"

Grazie Alice per la tua testimonianza che ci ridà speranze e tanti auguri.
Maïté




Feb 22
Testimonianza sull'Auto-Mutuo-Aiuto

di Maïté

Sono Maïté, per più di quindici anni la mia vita è stata tormentata da depressione cronica. Ho cominciato a chiudermi in me stessa diventando sempre più taciturna e riservata, e provando sempre più difficoltà a relazionarmi con gli altri. Sono arrivata al punto di cambiare marciapiede per strada pur di non incontrare una persona che conoscevo, per paura della fatidica domanda : “come stai?” che mi avrebbe richiesto lo sforzo di fingere per rispondere che stavo bene, quando invece mi sentivo morire dentro. Ero sempre in preda all’ansia finché non sono arrivati gli attacchi di panico, e per evitare tutte le situazioni che mi procuravano quei disturbi, piano piano mi sono isolata sempre più dal mondo esterno, uscendo di casa solo quando non potevo proprio farne a meno e facendo finta di non esserci quando qualcuno bussava alla mia porta. Cominciavo a rilassarmi solo la sera tardi, quando ero ormai sicura che nessuno mi avrebbe più cercata. Ma ogni mattina l’angoscia di dover affrontare una nuova giornata mi assaliva, finché un giorno sono crollata... Allora mi sono lasciata convincere di fare almeno un tentativo per farmi aiutare con una psicoterapia e poi di entrare a fare parte di un gruppo di auto-aiuto. Non pensavo che sarei mai riuscita a parlare dei miei problemi a degli estranei, ma sentendo loro parlare, mi sono sorpresa a pensare che mi riconoscevo un pò in ognuno di loro e che la mia sofferenza, che vivevo in silenzio, era la stessa sofferenza di quelle persone. E i problemi che si sono susseguiti nella vita di alcuni di loro mi hanno permesso di ridimensionare i miei. Ad un tratto non mi sono più sentita sola: un filo invisibile mi legava a loro e ho cominciato ad aprirmi, ritrovando il piacere della comunicazione e della condivisione con gli altri. Ora rimpiango di non averlo fatto prima, a causa dei pregiudizi e dello stigma che impediscono a molte persone come me di chiedere aiuto, per la paura di essere etichettati e oggetti di compassione (nel senso più spregiativo del termine). Non sono ancora guarita, gli attacchi di panico ci sono sempre anche se meno frequenti e più leggeri, ho ancora delle difficoltà ad interagire con le persone che non conosco, ma sto risalendo la china piano piano verso una qualità di vita migliore. L’appuntamento settimanale con il gruppo di auto-aiuto è una priorità assoluta e sento che il bene che mi fa vale più di qualsiasi medicina.....




Feb 05
Testimonianza Maïté sul teatro

di Maïté


Testimonianza sul teatro


Per quindici anni la mia vita è stata rovinata dalla depressione cronica, e dagli attacchi di panico. Questo mi ha portato ad una situazione di chiusura quasi totale, evitando i contatti con l’esterno e uscendo di casa solo quando non ne potevo proprio fare a meno. Evitavo qualsiasi circostanza che potesse essere fonte d’ansia e mi rilassavo solo di sera quando ero ormai sicura che nessuno avrebbe più suonato alla mia porta, e che non avrebbe più squillato il telefono. Poi, un anno e mezzo fa, mi sono decisa a farmi aiutare con una psicoterapia ed a frequentare un gruppo d’auto-aiuto dove ho conosciuto persone che frequentavano un corso di teatro al centro diurno della Salute Mentale. Ho subito intuito che questa poteva essere una strada da percorrere per appianare ulteriormente le mie difficoltà a relazionarmi con gli altri.
Quest’esperienza del teatro è stata molto positiva per me: è venuta a completare i benefici gia riscontrati con la psicoterapia e i gruppi d’auto aiuto, ma inoltre è venuta a coronare un sogno rimasto nel cassetto fin da quando ero ragazzina. A teatro ho trovato un gruppo di persone tanto diverse tra loro, con i loro problemi, ma alle quali mi sono subito affezionata e che sento un pò come una nuova famiglia: per nessun motivo vorrei cambiare per un altro gruppo, magari più vicino. In questo periodo stiamo creando una favola che dobbiamo mettere in scena con l’aiuto della nostra regista Fabrizia Fazi. Dobbiamo anche costruire la nostra scenografia e per questo ci trasformiamo di volta in volta in falegnami, pittori, sarti ecc... e tutto questo in un clima d’allegria e spensieratezza che fa bene ad ognuno di noi.
Tutti, la mia psicologa,i miei amici e parenti, i miei stessi compagni di teatro mi dicono che sono molto cambiata, che sono più aperta, e anche se ho ancora dei blocchi e delle difficoltà ad interagire fisicamente ed essere toccata dagli altri, sono migliorata tantissimo. Il giorno della settimana in cui c’è teatro è quello che preferisco, e aspetto sempre con ansia che arrivi quello successivo, perché quando esco da lì mi sento sempre più rilassata e tranquilla......
Quando recitavo nella vita e mi nascondevo dietro una maschera, per non fare trapelare i miei problemi a chi mi stava vicino, era una cosa molto faticosa e dolorosa che mi richiedeva un gran dispendio d’energie. Ora, quando recito a teatro è... come una liberazione!

Maïté
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Feb 05
Testimonianza Maï té sui gruppi AMA

di Maïté

Salve! Io sono Maïté e faccio parte del gruppo di auto-mutuo-aiuto del C.S.M di La Spezia.
Dopo anni di depressione legati a problemi di obesità, in un’altalena di crisi profonde con aumento di peso, alternate con periodi di miglioramento e perdita di peso, ho seguito il consiglio della mia endocrinologa di farmi aiutare in una struttura d’igiene mentale con una psico-terapia. All’inizio ero molto reticente, convinta che non sarebbe servito a nulla, perché non sarei mai riuscita a parlare con estranei dei miei problemi, che da sempre avevo taciuto anche alle personne a me più care. Neanche al mio medico ero riuscita a parlare delle mie crisi di panico sempre più frequenti, per il rifiuto di guardare in faccia la realtà ed ammettere che avevo un problema. E questo problema mi aveva portata a chiudermi in me stessa, evitanto i contatti con gli altri e uscendo di casa solo quando ero proprio obligata a farlo.
Invece la psicologa che mi è stata assegnata dal C.S.M, la dotoressa Eleonora Dall’Ara, ha saputo farmi trovare la chiave per riaprire la serratura arrugginita di quella porta che avevo chiusa da anni fra me ed il mondo esterno, isolandomi sempre di più e limitando le mie relazioni con le poche persone a me vicine, ad un rapporto molto superficiale.
Poi mi è stato chiesto se volevo partecipare alle riunioni del gruppo di auto-mutuo-aiuto ed anche lì ho accettato di assistere ad una seduta, a patto di non intervenire. Ho ascoltato i racconti delle prime due persone, e già piangevo! Mi sono chiesta: “Ma se reagisco così ascoltando gli altri, come potrò mai parlare della mia personale esperienza senza piangere!” Però dopo due tentativi della facilitatrice Simonetta per farmi intervenire o almeno presentarmi, ho accettato di presentarmi a grandi linee. Ma, incalzata dalle domande dei partecipanti, mi sono ritrovata mio malgrado a raccontarmi come non mi capitava più da una vita.
Dopo qualche settimane, le “parole ritrovate” hanno continuato a scorrere come un fiume in piena, avevo ritrovato il piacere della comunicazione e della condivisione con gli altri, e le mie crisi di panico si sono fatte più rare e controllabili. Non aspettavo più con ansia la sera, sapendo che finalmente nessuno avrebbe più bussato alla mia porta e che non avrebbe più squillato il telefono. Proprio quando credevo che la mia vita fosse ormai tutta in discesa, mi ritrovo ad aver fatto nuove amicizie condividendo le mie esperienze con il gruppo di auto-aiuto, ad aver rafforzato le vecchie amicizie aprendomi di più e raccontendomi. Ma soprattutto ho consolidato il rapporto con mia figlia, che ha sofferto anche lei delle mie depressioni, e che mi ha dimostrato il suo affetto ed il suo appoggio, nella mia decisione di farmi aiutare, dandomi una sferzata di fiducia in me stessa.
Adesso alcune persone dei gruppi di auto-aiuto di La Spezia e Sarzana hanno creato un’associazione di soli utenti “Il Mondo di Holden” con lo scopo di aiutare ed ascoltare chi soffre come noi ed è preda della solitudine, proprio come lo eravamo noi fino a pochi anni o pochi mesi fa. Mi hanno coinvolta in questa grande avventura, e sono più che convinta, ora, che aiutando gli altri aiuterò soprattutto me stessa!
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Nov 03
Sono Deborah Magnani

di Maïté

Bologna “ Le Parole Ritrovate” Settembre 2006

Sono Deborah Magnani,
Oggi rappresento l’associazione “Il Mondo di Holden”, la prima associazione della provincia di La Spezia nata unendo le risorse degli utenti della S.M , rivolta agli utenti stessi.
Il nostro scopo è quello di favorire il benessere psico-fisico delle persone che soffrono di disagio psichico, considerando ogni aspetto della loro vita, partendo dai loro bisogni.
Il nostro lavoro insieme agli operatori ha il fine di migliorare i servizi, di superare stigma e pregiudizi, di creare risorse nuove per il superamento del disagio.
A tal fine, seguendo l’esempio dei nostri amici da Massa, abbiamo proposto un progetto rivolto agli utenti per formare alla professione di “Facilitatore Sociale”.
Il nostro obiettivo è quello di riuscire ad avere un centro sociale autogestito dalle varie associazioni (famigliari, operatori-utenti, ma soprattutto utenti). Il luogo dove dar vita a progetti, in collaborazione con l’ASL, volti al reinserimento sociale e al superamento del disagio attraverso i gruppi di auto-mutuo-aiuto e attività socializzanti riabilitative.
Gli obiettivi restano il benessere e l’autonomia degli utenti raggiunti lavorando insieme agli operatori, ma fuori dall’Istituzione psichiatrica, nella città fra i cittadini come ogni cittadino e non relegati ai margini.
Possiamo dire con orgoglio, dopo un anno dalla fondazione della nostra associazione, di aver avuto il riconoscimento a livello nazionale entrando a far parte dell’UNASAM; il nostro impegno è stato riconosciuto!
Mancano purtroppo gli aiuti da parte delle istituzioni per poter realizzare i nostri progetti. Come associazione abbiamo dovuto affrontare diversi ostacoli legati alle nostre problematiche psichiatriche: è lo stigma che vuole vedere il malato psichiatrico come pericoloso per sé e per gli altri.
Abbiamo l’obbligo come associazione ONLUS di aver una polizza assicurativa che indennizzi contro i danni a terzi, ma non siamo ancora riusciti a stipulare in quanto invalidi psichiatrici, possiamo farlo solo a condizioni diverse rispetto alle altre associazioni di persone “normali”.
Nella nostra città non abbiamo ancora un ufficio, non abbiamo il centro sociale, mancano le risorse logistiche ed economiche. Si parla addirittura di accorpare i due servizi territoriali che al momento coprono i poli opposti del territorio, dividendo l’utenza secondo le zone di residenza.
Accentrare tutto comporterà la perdita dei piccoli spazi famigliari dei servizi, che avevamo contribuito a spogliare dei loro abiti strettamente istituzionali, ed un grosso disagio per le persone con problematiche psichiatriche. Tutto questo si ripercuoterà sulla qualità del servizio che è già ridotto rispetto all’utenza.
Siamo nati nella mutualità dell’auto-aiuto dove si ricostruisce il proprio sé in relazione con gli altri, dove si scoprono risorse e ci si mette in gioco insieme al gruppo, che con il passare del tempo rappresenta noi stessi, nell’evolversi nel tempo, specchio del proprio sé.
Sono tre anni che frequento il nostro gruppo “Arcobaleno”, posso testimoniarne il beneficio e quanto importante sia stato per me l’inizio di questo percorso nel raggiungimento degli obiettivi.
Il gruppo è un’importante risorsa per ognuno di noi ma anche per i famigliari e gli operatori.
E’ nostra intenzione proseguire su questa strada, sperando di poterci incontrare nuovamente non più come utenti, ma ex utenti promotori di SM, operatori al fianco di coloro che ci hanno aiutato nel nostro percorso verso una condizione di salute.
Scopro con emozione di aver raggiunto non solo l’obiettivo dell’assenza dei sintomi, ma un benessere totale che comprende ogni sfera di me stessa ed ogni sfera della mia vita.
La mia testimonianza racconta un’esperienza di condivisione che ha portato gli amici di Holden ad unirsi nella solidarietà, per il superamento del disagio…



Set 12
E DOMANI L'AURORA

di Maïté

E DOMANI…… L’AURORA



Da due mesi non vedevo più mia figlia. Un bel giorno è venuta a chiedermi se poteva restare un po’ da me. Me la sono trovata estenuata, l’angoscia mi attanagliava e contemporaneamente mi invadeva una gran voglia di riuscire ad aiutarla a risalire La china.
Le notti trascorrevano insonni, annaspavo nel buio, il mio letto era vuoto, il mio compagno che lo divideva con me era tornato nella sua casa più tranquilla, senza problemi.
Dopo anni di disturbi alimentari, di psicoterapia, siamo punto e a capo. Intorno a me il vuoto, il buio, le mie risorse stanno esaurendosi, mille dubbi mi attanagliano ma non posso arrendermi: lei ha bisogno di me!
Da dove cominciare? A chi gridare la mia rabbia? A chi comunicare il mio e il suo disagio?
Il buio mi avvolge sempre di più, ma in lontananza una spiaggia si apre e mi rivolgo a Donatella, la psicologa. Da tanti anni ci conosciamo, ma non le ho mai confidato i disturbi di mia figlia, non le ho mai parlato della mia preoccupazione, della mia tristezza, del mio disagio. E’ lei che mi invita a partecipare al gruppo di auto aiuto dove conosco persone meravigliose. Lì mi sono sentita subito a mio agio, ho parlato, ho ascoltato, ho chiesto suggerimenti, mi sono confrontata e mi sono messa in discussione come madre e come figlia.
Lì ho trovato un gruppo di amiche con cui dividere e condividere i momenti tristi e gioiosi della settimana trascorsa, e con cui affrontare qualsiasi argomento possa interessarci.
Dividiamo l’ansia, l’angoscia che ci assale nel pensare al domani, al “dopo di noi”, chi penserà a loro? Ma è nella certezza di questo gruppo, nella sua voglia di crescere e di uscire dal buio per vedere “ E domani l’Aurora”, la speranza di non essere più sole ad affrontare i problemi della sofferenza, del disagio psichico che tanto spaventa.
E’ da loro che ho ritrovato la forza, la gioia di vivere ed ho imparato a trasformare il lottare in lavorare. E’ da loro che ho ritrovato la gioia di condividere l’amicizia fatta di piccole cose: una telefonata, un invito a cena, il festeggiare un onomastico, l’ascoltarci, il confrontare le esperienze.
Ho sentito un’accettazione a 360° e questo sta facendo scaturire in me, come un fiume in piena, la voglia di far conoscere ed allargare ad altre persone questo meraviglioso gruppo, perché tutte le persone che hanno un piccolo disagio non si sentano più sole e vengano aiutate a non farlo diventare più grande. A voi tutte un grosso bacio e grazie!

di Anna Maria


Set 30
Ciao a tutti

di Eppursimuove

Che cos'è il disturbo bipolare? questo nome che evoca sconvolgimenti elettromagnetici, centri di gravità in perenne deriva nell'oceano nero scosso da tempeste colossali seguite da repentine zone di calma piatta.
Il disturbo bipolare è una sintomatologia, una manciata di fenomeni osservati e catalogati e che calzano a quanto pare ad alcuni tratti della mia persona. E dietro c'è la Storia, è inutile rifugiarsi dietro l'utopia di una cronaca, come ogni storia la Storia è innanzitutto biografia, biografia personale come personale è la mia visione del mondo, questo mondo che cadrà frame per frame quando me ne andrò, che si scioglierà confuso nella pozzanghera dell'universo, ognuno di noi porta via con se una fetta dell'universo e nessuno può renderla quando se ne va, e quando ce ne saremo andati tutti non rimarrà nulla, soltanto un'apocalisse fulgida e impossibile in attesa della prossima specie senziente che risplovererà questo palcoscenico vecchio quanto il mondo.
Be, eccomi quà, mi sono in parte presentato, fra qualche tempo mi unirò alla vostra associazione, con questo corpo corruttibile intendo, il mio medico mi ha parlato di voi e ho scoperto questo affascinante sito, ora mi leggerò più approfonditamente gli altri articoli, alla prossima.


Feb 23
DISTURBO (ancora) BIPOLARE

di Acquarelli

"Eravamo una coppia qualsiasi, non si vedeva che io ero una bipolare e lui il mio antidepressivo"

 Io la malattia ce l`ho alle spalle da 3 anni a questa parte. C`è voluto un ricovero in psichiatria, e qualche mese dopo una depressione così grave, ma così grave che m`ha fatto decidere una volta per tutte di assumere il litio. 5-6 mesi dopo ha fatto effetto ed ora io sono una qualsiasi. Prima, prima di andare in cura, prima di 3 anni fa, dai miei 15 anni ai 35 anni ero bipolare come da manuale. Vivevo in Italia da sola, sono figlia unica di madre olandese e padre italiano. I miei genitori si sono trasferiti all`estero quando io avevo 23 anni ed ancora studiavo all`università. Si sono trasferiti per vergogna e per disperazione di quello che combinavo, ogni 7-11 mesi una crisi maniacale. Ho genitori anziani, lei ha 78 anni, lui 75, sarebbero potuti essere i miei nonni. Hanno avuto stà bambina tardi, l`hanno cresciuta con amore ed attenzione, ma la bambina era parecchio impegnativa per loro.

A 13 anni me ne sono andata a studiare in un collegio a una 50ina di chilometri da casa. Se loro venivano a trovarmi gli facevo capire che non lo gradivo. Così non sono venuti più. Andavo da loro solo se ero depressione. Mi chiudevo in casa e mangiavo solamente, non parlavo, non rispondevo al telefono, e se qualche vicino faceva una visita di cortesia io mi chieudevo in camera mia e non uscivo finchè non se ne era andato. Poi mi iscrissi all`università, facendo spendere soldi ai miei, perchè quell`anno ebbi la depressione e non diedi esami. Più di un milione buttato via. Poi mi tornava l`euforia e davo esami. Sfasciavo la macchina a mio padre, oltre a dare esami. Lui la ricomprava ed io la risfasciavo. Mi fidanzavo con i peggio soggetti della città. Sparivo per mesi senza fargli sapere niente. Mio padre era ispettore di Polizia, di provenienza dal basso- Lazio, sai, valori antichi e saldi, etc. etc. Si vergognava come un cane. Voleva farmi ricoverare in modo obbligato, ma purtroppo non poteva farlo fino a che io non avessi costituito minaccia per me stessa o per altri. La minaccia c`era, ma risultava come "figlia ribelle" oppure "lite familiare". Non era sufficiente per un TSO. Così partirono, misero i mobili in un grosso camion, vendettero casa, ed andarono via, a 2000 km di distanza dal bipolarismo che mi mangiava tranquillo. Io mi sono laureata, ho trovato lavoro. Se ero depressa ingrassavo, mi tagliavo i capelli, mi si spegneva lo sguardo, ma scendevo ugualmente a lavorare anche se mi sentivo un`automa. Se ero euforica sfasciavo la macchina, cercavo situazioni estreme che mi esaltassero ancora di più, mi legavo sentimentalmente a personaggi improbabili di cui neppure mi ricordavo il giorno successivo.

Poi...poi, a 34 anni...ecco la mia penultima depressione. Era profondissima. Non quanto l`ultima, che mi fece decidere per la terapia. Ma abbastanza da pensare seriamente al suicidio. Decidetti per la salvezza, invece. Lo feci con il ricontattare un ex, che non avevo mai amato, e che tantomeno potevo amare in quelle condizioni, ma che era un ragazzo protettivo, rassicurante. Prendemmo una casa insieme. Vivere con qualcuno stabile ed affettuoso conforta la persona depressa. Eravamo una coppia qualsiasi, non si vedeva che io ero una bipolare e lui il mio antidepressivo. Lui guarì la mia depressione, e a me scoppiò l`euforia successiva. Giri notturni in compagnia di uomini ignoti, assenze continue da casa. L`ex aveva capito la gravità della situazione, e dopo avere avvertito i miei genitori, scompare di scena. Sfasciai la macchina, tanto per essere fedele almeno al mio copione. Stavolta però non mi andò bene come sempre, polso sinistro, mano destra, e una caviglia sono compromessi a vita. Mentre i chirurghi cercavano di rincollarmi io li mordevo o buttavo per terra i loro arnesi, fumavo in sala operatoria e di notte chiamavo il taxi per fare i giri, tanto in euforia non si dorme mai. E così eccomi in psichiatria TSO in sedia a rotelle, imbottimento di farmaci e imbarco sull`aereo per l`Olanda. I miei avevano prenotato una stanza in una clinica dove fare sia riabilitazione locomotoria (c`avevo più ferro e ingessature che carne) che terapia psichiatrica. Solo che ci voleva il mio consenso. Ed io ero in piena euforia, col cavolo che volevo andare in clinica. Stetti 6 giorni in casa loro.Non ressero alla tensione, quindi seguirono altri 6 giorni in casa della sorella di mia mamma. Poi incontrai il mio attuale fidanzato, e andai a vivere da lui. 4-5 mesi dopo la mia depressione ultima. Segnalai che intendevo iniziare le terapia. Arrivò un barattolino di plastica con 100 compresse di sali di litio, e tutto ciò che ho scritto è passato.

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Nov 23
Testimonianza gruppo AMA

di Maïté

Io mi chiamo Rita, ho 43 anni e vivo ad Ameglia in provincia di La Spezia.

Mi sono ammalata quando avevo appena 25 anni e da allora sono iniziate le tribolazioni ed i patimenti, anche se per due anni ho lavorato in uno stabilimento tipografico ed in quel periodo sono stata un pò meglio.

Purtroppo mi sento emarginata, ma non solo per quello che ho: anche perchè la società ha un atteggiamento di esclusione e di razzismo nei confronti delle persone che vivono come me. A me piacerebbe infinitamente esssere come quei milioni di persone che si alzano la mattina, bevono un caffè, vanno a lavorare e quando ritornano a casa hanno dei figli da accudire. Ma oltre a mancarmi questo, sono ridotta così male che non riesco a portare avanti i lavori da casalinga e mi viene ad aiutare una ragazza che pulisce l'appartamento di sopra dove vive mia suocera, e mi da un grosso aiuto perchè non ce la farei da sola.

Il venerdi c'è il gruppo di auto-aiuto e anche se per me ci sono dei problemi ci vado volentieri ugualmente perchè lì mi sento diversa, non più emarginata, ma una persona che condivide i suoi problemi con altre persone che pure loro hanno dei problemi, anche se molto meno gravi. Io sono addiritura rimasta un anno intero in una struttura psichiatrica e non auguro neanche ad un cane di soffrire come ho sofferto io negli ospedali psichiatrici.

Quindi ritornando a parlare del gruppo di auto-aiuto, tante volte mi hanno incoraggiata a portare avanti quest'esistenza per molti versi tanto infelice.

Spero che quello che c'è adesso nel gruppo si consolidi sempre di più e che ci sentiamo sempre uniti col passare del tempo.

RITA
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Ott 03
mi chiamo Agnese

di agnese

Ero una ragazza che abitava in provincia di Varese, mi sentivo normale come tante altre ragazze
Lavoravo, uscivo con gli amici, mi divertivo.
Orfana di padre a 15 anni ; soffrii molto della sua mancanza ,ma la responsabilità di accudire una madre sempre malata e un fratellino di 5 anni da crescere ed educare mi impegnò molto.
A 17 anni conobbi il mio futuro marito , ero in vacanza a San Terenzo ci conoscemmo in spiaggia
A 21 ci sposammo, dovetti lasciare il mio lavoro di “ annodatrice specializzata “ per diventare una moglie devota , e futura madre di 2 figlie; la nostra unione era molto intensa ed ero felice.
Il problema nacque quando il fratello di mio marito; diagnosticato “ schizofrenico ” (una malattia che non conoscevo ), iniziò ad avere sempre più frequenti crisi , e mi spaventava il fatto che facesse del male alle mie bambine.
Nel frattempo trovai lavoro ed entrai , tramite concorso, nel Ministero della difesa M.M ; l’idea di allontanarmi da casa mi dava sollievo ma,continuavo a pensare a casa dove da un momento all’altro
poteva succedere qualcosa di brutto, questo pensiero mi ossessionava e non mi accorgevo che ogni giorno che passava il mio stato fisico e psichico si debilitava.
Un giorno andai a Pisa per una visita medica , arrivai tardi all’appuntamento e non mi visitarono, delusa di non essere stata puntuale tornai verso casa a Spezia; nella stazione ferroviaria , immersa nei miei pensieri, inconsapevole seguii una luce che mi attraeva e ad un tratto : “ il fischio del treno”! Mi svegliai! Ero sul marciapiede davanti ai binari del treno , mi spaventai e capii che non stavo bene.
Andai dal medico di famiglia che mi consigliò di andare da uno psicologo, cosi cominciò la mia lunga e tortuosa strada della cura sulla salute mentale ; mi diagnosticarono “ sindrome depressiva “.
Ora mi sento meglio faccio parte dall’inizio del 2004 di un gruppo di auto aiuto sostenuto dal servizio di salute mentale di via Sarzana , a mio parere molto positivo,
nutro la speranza confidando in ciò di ricominciare.
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Set 11
aiuto

di pedroo


salve vorrei parlarvi e chiedervi aiuto in merito ad cosa chemi e capitata pochi giorni e che mi fa stare malissimo e iniziato 3 giorni fa ,sono andato con amici in campeggio un week and ,la sera si usciva come o normalmente si fa quando si è in vacanza ,una sera in particolare siamo andati in un locale dove davano musica un po strana chea me nn piaceva molto per per le luci molto forti , insomma non mi e piaciuta cmq siamo tornati a casa il mattino ed io mi sono sveglaito presto , perche in tenda ero molto scomodo , e li e successa la cosa strana ero sveglio ma e come se ancora dormissi sono incominciati a venirmi in mente pensieri senza senso parole o frasi sentite magari giorni prima senza alcun senso logico , e come se la mia mente fosse in un stato di inerzia e non riuscivo a fermarli non riuscvo e ad pensieri logici , li per li ci ho fatto caso, pero la cosa continuava ad andare avanti ed allora ha incominciato l'ansia ho cominciato a chidermi come mai, mi capitava questo e cosa mi stava accadendo poi la cosa doco alcune ore si praticamente risolta pero rimane l'ansia la paura di cosa sia sucesso del fatto che magari starò impazzendo isomma avrei bisogno di un chiarimento su cosa sia sucesso" se esiste una spiegazione" e se e grave,anche se spero con tutte le le mie forze di no, aspetto una vostra risposta con impazeinza ringraziandovi del tempo che mi concederete
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Set 02
Eccomi

di chrysalis

Salve a tutti. Complimenti per l'idea di realizzare questo sito. Lo trovo molto utile per chi, come me, soffre di disturbi depressivi e spesso non sa a chi rivolgersi per trovare una parola di conforto, un aiuto, ciò che nella vita reale gli è negato.
Tempo fa decisi di raccontare la mia storia in un sito, per fornire uno spunto di riflessione a chi si fosse trovato in una situazione analoga alla mia o avesse provato senzazioni simili.
L'indirizzo è http://www.chrysalis2005.altervista.org
Spero che sia una valida testimonianza.
Chrysalis


Ago 30
voglio sapere il motivo

di leonardo

la mia storia non è delle +gravi

ho una vita normale,una vita.... influenzata,da una depressione soft

fin dall adolescenza,oggi ho 44anni.

Ora mi sono rotto,voglio sapere ,il

perchè ,voglio sapere la causa,di

questo mio problema...sembra incredibile ,ma da quando mi sono rotto

sapete cosa,stò meglio,dico quello

che penso e me ne sbatto...però ora

voglio sapere...questa cosa mi ha

rubato la gioventù.Scusate per come mi esprimo..e ciao a tutti


Ago 13
Passi sPiegati

di mariasole

Passi Spiegati
Aprile piove dal basso, oggi, ed io ne ascolto i suoni come gli ubriachi ad occhi chiusi bevono i passi del mondo e le strade conosciute. Una voce calda incalza la sua prigione: è una donna dalla o grande a cui la grata aperta è stata concessa solo per un bacio, una lettera sporca di fondi di caffè, arrotolata tra il ventre e le mani costrette. E’ Claire.
“L’orario delle visite è già oltrepassato. Faremo un’eccezione solo per calmare il suo sangue. So che voleva vederla, parlava di soli e di mari. E’ confusa. L’ha pregata di qualcosa? Richieste invadenti? Lei è una parente?”
“No, solo una voce. Mi apra pure le tasche, mi spogli presto, comandante: è tutto quel che ho. Una voce e un’immagine liscia”
“Aspetti qui, allora.Ricordi bene però:l’ora è scaduta, saranno quindi solo cinque minuti senza se e senza ma”
Cinque minuti sono una mano, Claire. E la mia mano sarà la tua spalla
L’uomo entra nella prima stanza, aggiusta gli occhiali sugli occhi che non ha, spolvera la divisa come se quella veste fosse il preparativo al delineare le differenze tra il condannato che mi porterà e la Norma a cui stare. Abbassa lo sguardo ai piedi a controllarne la decisione, la ripetizione ossessiva della linea di confine fra Loro e Lei. Esce dalla prima, s’incammina verso la fine del corridoio alla seconda sezione.
E in quell'aspetto, il viaggio appena passato scorre ancora alle vene- il tragitto fermo delle gallerie che nel buio riflettono gli interni e i vetri sporchi di Firenze, la linea lenta presa e persa solo per un movimento istantaneo e contrario: scatto la foto con l’occhio del retro e come i volti bianchi che si fermano sulla piazza per una moneta ed un sorriso, ne ricreo la gravità e la rigiro tra le dita: ma chère, quando uscirai dalla stanza ti darò anche questo, la sporgenza di un racconto senza parole.
Tu raccoglimi come hai fatto al colle, al bancone della prima conoscenza, quando alle spalle sei giunta con un succo d’arancia , un caffè e un’atopia: “Posso? -hai detto- Non prendermi per pazza.Anzi, prendimi per pazza,ma dimmi il tuo nome e poi me ne vado”. Io sorrido, cerco una sigaretta e cadono tutte.
“Lo sapevo, io ti conosco”
“Lo sapevo anch’io”.
Due anni fermati nella distanza si contano come i secondi: si cancella la vista negata e il trascorrere ch’è stato solo scritto, lasciato sulle buche di casa dei quando-non-si-è, allunga la distanza ma dilata il restare:
”Fatele varcare la soglia, Signori, portatela all’abbraccio, snodatele l’intreccio e ogni chiusura.”
E la donna dalla o grande avanza il passo piano, si apre una porta grigia con una finestra ad altezza di gigante – per evitare di vedere la clausura, evitare di annusare l’orrore,per evitare di vedersi nell’errore-
Poi il passo accellera come un battito amplificato. Resta però nella leggerezza, la lievità sovversiva di un’acqua che le cammina ai piedi e non l’opposto come un cristo.Ecco dunque, nella naturalezza dell’apparizione che elude dall’apparire,la brevità della follia:
“Marisol, sei qui!”
“Come potevo non esserci,piccola dOnna?”
“Sai, se vedi le cose girare non aver timore: è la mia testa”
“No. Se senti o sentirò il vortice al capo,credimi claire, quello sarà il circo delle cose. Credimi, ti ripeto,rovescia la testa: questo posto ha il peso di un codice già decifrato.”
“Sei bella, petite. Eran due anni ormai.E dio? Io sono bella, oggi?”
“Bellissima. I tuoi occhi bucano.”
“Tu, marisol marimar,hai fessure come occhi. Ho scritto una lettera per te,per la tua voce di poco fa, nell’attesa.Per te e per il Signor G. Aspettami qui, promettimi di restare”
Si volta, fugge al corridoio che è già crepuscolo e corre verso la cella. Il vincolo della prigione odora di merda e di perché ma non c’è alcun perché di senso: solo melma , costrizione e contraddizione.
“Ehi, un secondo solo, donna dalla o grande!”
“Dimmi, sola”
“Torna qui , ho una cosa per te”
Lei apre la mano, tendo la mia per il dono smisurato dell’invisibilie, estraggo l’immagine senza corpo dalla tasca, e sul palmo nudo il mio pensiero senza filtro.
“Questa è magia bianca, marimar!Ed è meglio della prima sigaretta dopo l’ultima. Un istante e torno: contaMi.”
“Ti conterò. Anzi, già ti conto.”
Dopo la corsa a ritroso, d’improvviso noto le sue vesti gialle e la sciarpa porpora, un corpo pieno che contagia il linguaggio e che tra qualche rintocco chiuderanno di nuovo alla torre.
“Eccomi, ci sono parole anche per D. Abbraccialo, digli che mia madre ha un collo di bottiglia ormai, che m’ha rubato ogni cosa, la lingua, il ventre, la strada. Diglielo, che v’amo tutti e due, prendilo per mano, bacialo nella luce”
“Una madre forse può rubare lingua e gola, Claire, ma non può rubare nè il Verbo nè il Vero”
Lei porta il pugno serrato al petto e dice piano: “Già, il vero ancora è qui. Forsè la denuncierò,sai, che i fratelli veri hanno la consistenza della polvere e lei ormai è affogata nel bicchiere. Ma non ho un soldo, nè facoltà , nè tetto. Io comunque da qui me ne vado”
Poi la paralisi obbligata: arrivano in due , abiti bianchi com’è solito a quei luoghi e disinfettante sulle dita:
“ Scaduto il tempo, signorine. Salutatevi”
Salvatevi, avrei preferito sentire.
Ma non serve più alcuna voce, ora: porto l’indice, il medio e il ventre al labbro per un bacio che fingo e poi invero:
Ti accanto, sorella–dico senza suono.
Ti accanto, marisol, marimar, dice la sua lacrima senz’acqua.
Poi la prendono per un braccio, spingono me all’ascensore, mi premo evitando la domanda e ogni risposta di categoria e buco forte il bottone a cancellarmi sino al piano terra -una terra che non è più terra, il grado zero della volontà che rischia e non può rischiarare.
“Oscurare questa oscurità,
ecco la porta di tutte le meraviglie”
Così il pollice all’accendino diventa grilletto ad un fuoco sparato, la cenere della parole che ancora stringo sulla tasca dell’uscita si spegne in un grido: ti porteremo via di qui, claire.Poi, con l’ultimo tabacco, leggo nel cammino:
“Well my dear, i’m writing. Marisol, amore mio, amore nel profondo,nell’Edema della Gioia e in quello del Dolore, nel Midollo Spinale, nell’Essenza, nel cruccio dell’alimento, nella tormenta, nell’Incanto e nella lacrima che non scende.
All’imrpovviso non sono più sole. Non m’interessa quel che i medici di questo stramaledetto posto pensano di me. Al momento, non ho affatto bisogno del loro sozzo aiuto. Un giorno porterò io i megafoni qui dentro e urlerò quieta il loro squallore, le loro stramaledette etichette, scriverò una canzone ironica sugli psicofarmaci dati a casaccio. Un giorno lontano-credimi-forse mi faranno un T.S.O. Bhe, che facciano pure: a questo punto sono loro a toccare il fondi e a subirne le conseguenze. Saranno vie legali. E la verità è sempre la stesssa, Marisol: spero che stasera mia madre si anneghi in 2500 spritz.
Mi spiace aver vesti logore e disordinate. Mai spiace d’essere triste, ma so che ti sorriderò ampia e ti abbraccerò timida. E so anche che mi porgerai benessere, lirismo, ironia, tenerezza, con un solo rintocco d’occhi, Marimar.
Sai, non vomito più gli affetti: le persone veramente care mi entrano nel DNA, mi scorrono nel sangue, mi palpitanto nel ventre e si incastonano nel Plesso Solare.
Amo molto le libertà altrui. Epperò amo molto anche le mie.
Sono serena ,in fin dei conti.
Triste, ma serena.
Sarà forte e Fonte vederti. Ma – te ne prego- cerca di renderlo lieve. Perché da tempo privilegio le emozioni soffici, detesto le relazioni che bruciano e amo tutto ciò che invece accoglie e dona calore.
Mi manca molto la mia chitarra, sai?
Sono diventata davvero brava e scrivo testi molto diversi dai deliri controllati villamargheritensi. Ricerco la semplicità in tutto – e la trovo molto spesso.
Tra poco mi laureo, sai?
Sono preoccupata per D. Ora è solo. E ho paura dei suoi Demoni: proteggilo. Digli che lo amo, che vi amo, che lo sento, che lo cullo, che gli bacio la fronte che non sono più mantide e che me la cavo piuttosto bene, nonostante tutti i nonostante, Digli che talvolta dio è davvero insufficiente. Digli che ho smesso di pregare. Digli che mi son stufata persino del panteismo. E che sono agnostica.
Ho sete dei tuoi occhi.

P.s. comunque sia, adesso sono proprio serena:l’unica cosa che mi manca è la musica. La mia e quella altrui. In realtà mi manca anche un buon libro, la letteratura che rischiava di sparire dalla mia vita e che però è tornata.
C’è il Sole. Così, te lo volevo solo dire: c’è il Sole. Mari-Sol, sai una cosa? Io sono diventata Discepolo dell’Attesa. E del respiro. E della Solitudine. E del Silenzio. E dell’Ironia.
Ora vado. Un caffè.”
C.
Perchè l’attesa dell’incantesimo- sorella non più mantide- e l’incantesimo dell’attesa - amico amante fratello- ci appartengono come la notte di piaga agli appestati: Essere la Frase del mondo, sia questa la forma che scova il buio del buio
e ne annulla l’infermità.






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