Scritto ieri:

L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare. Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.

Franz Kafka

Nov 10
La conversazione- Esercizio di stile

di nicola pasa


la conversazione esercizio di stile

Esercizio di stile

Ovvero come scrivere qualcosa che non vuol dire nulla ma scriverla bene

Mio padre era solito cominciare la conversazione riprendendola dalla fine di un pensiero che egli era andato costruendo dentro di sé e si era modulato in un vivace e asfittico dibattito nella sua mente vizza e antiquata.

 

Non c’è di che pensare… diceva a volte o ho quest’idea così perché è così e così… oppure per questi motivi deduco che non ne caviamo un ragno dal buco…

 

La nostra casa non era nient’altro che un interstizio tra due palazzi governativi. Uno era il palazzo dove una volta aveva sede il ministero per cui aveva lavorato mio padre e dove aveva conosciuto mia madre. Era come se una scatola fosse precipitata tra i due alti muri scuri e lisci e levigati e neri come ebano.

Stavamo su tre piani, uno sulla testa dell’altro.  Tre scatolette una sopra l’altra.

Mia madre è morta.

Non c’è di che dire della strana e perniciosa tendenza che sviluppò mio padre giusto all’indomani della chiusura del  ministero e della sopraggiunta, prematura, morte di sua moglie la madre del suo unico figlio che poi sarei io.

 

Il rito funereo della conversazione si svolgeva sempre alla stessa ora nello stesso giorno nello stesso punto in quell’interstizio originato da una complessa convergenza di spazio e tempo e opportunità.

 

L’ufficio per cui e in cui lavorava mio padre, i trascorsi anni della sua giovinezza triste era annidato al settimo piano dell’edificio che sovrasta tutt’ora incolume e derelitto, come un vecchio in perenne digressione dalla morte, prossima all’orizzonte, ma attardata in qualche annoso ufficio, la nostra catapecchia impilata nell’interstizio spaziotemporale tra i due edifici governativi.

 

a tarda sera cominciai a riflettere sull’importanza del tempo, diceva mio padre rincasando frettolosamente, ansioso di riprendere la conversazione laddove il giorno prima, come il giorno dopo, era stata sospesa

 

volo di una mosca a mezz’aria intrappolata in una bolla d’aria inazzurrata di cenere, cerchi di bottiglia nell’aere immoto, luce diffusa da piccoli fori esagonali al di sopra della finestra oscurata, vetri opachi di noia e polvere, resti di insetti morti sul davanzale, rumore di pioggia al di là del vetro, la sera incupiva lenta

 

 

non che non ci avessi mai riflettuto prima, ma alla nostra età la riflessione acquista un senso più proprio al termine, riflessione leggo dal vocabolario bla bla è un oggetto deviato dalla sua traiettoria originaria da una superficie di qualsivoglia natura

 

sbadiglio retroattivamente (mentre) sorseggio un liquore a base di zucchero e mele, la sporca luce della sera illumina un polpaccio nudo, calzino a mezz’asta, il livore ha un sapore incerto

 

superficie è l’esperienza dura sedimentata su cui il pensiero cozza e devia assumendo contorni e forme nuove e inaspettate,

 

un lento salmodiare, salmone affumicato, salmodiare affumicati dalla puzza di salme putrefatte, curiosi pensieri arzigogoli della mente, la mente mente sempre ergo dice sempre la verità, per cui la menzogna è la verità

 

io non so dirti esattamente quando è nato in me questo nucleo di pensieri o concetti, già bisognerebbe chiarire una volta per tutte la differenza formale e di sostanza tra un pensiero e un concetto

 

le continue digressioni perpetuavano eternamente l’eterna marcescente conversazione, dentro di me, angustia a ritmo composto, una lunga processione di crocifissi, rumore di impiccagioni in pubblica piazza sotto le nostre finestre oscurate,  è semplice, il concetto è una conseguenza del pensiero, un concetto nasce sempre da un pensiero ma un concetto può dare vita a un pensiero così chi può dire se all’origine di tutto non ci fosse un concetto di quelli semplici semplici, ovvero il pensiero è un concetto in divenire, il concetto è un pensiero divenuto e morto,

 

vedi io mi ricordo il mio collega carissimo Ducek, soleva trascorrere le migliori ore della giornata in ufficio a temperare le sue matite, attendeva che i raggi del sole illuminassero a strisce la sua scrivania, ad una ad una le matite venivano colpite, allineate come soldati pronti all’imminente battaglia, quando un raggio sottile nella cui traccia danzavano pulviscoli argentati colpiva una matita solo allora il buon Ducek la prendeva e la temperava con estrema puntigliosa cura, il senso del tempo, mi disse, è un modo per dare valore al tempo, per averne piena coscienza, disse,

 

i giorni in cui il ministero venne sigillato sarà ricordato per l’immensa traboccante folla che si era radunata al margine della strada bagnata, il giorno prima e quello prima ancora era piovuto forte, una pioggia insistente e tenace, fredda, aveva reso tutto più lucido e squallido, le case e la città visti sotto la pioggia hanno un colore livido, una pletora di impiegati, segretarie, uscieri, archivisti, fattorini, cancellieri, praticanti, dirigenti, stagisti, factotum, tecnici e operai addetti alla manutenzione del gigantesco e labirintico edificio, radunati tutti lì sotto, precisi incasellati come le matite di Ducek, seguirono in silenzio, rabbia spenta da troppi anni consumati nei polverosi e umidi uffici, i volti sgomenti e attoniti, lo smantellamento del palazzo, gli operai che entravano e uscivano in continuazione portando via oggetti, occhi cupi e rassegnati guardavano sigillare ad una ad una le infelici finestre, la folla muta immensa traboccava dalla strada lucida di pioggia, mio padre in terza fila alle spalle dei suoi capi, di fianco a Ducek e ai suoi colleghi, ombrelli aperti a macchie, dall’alto sembravano tanti scarafaggi dormienti, l’esercito schierato di fronte a vigilare sull’opera degli operai, i fucili puntati sulla folla ministeriale, dalle finestre del ministero accanto tutti penzolavano per assistere alla morte del ministero rivale,

 

nelle ore trascorse al ministero ho maturato progressivamente un senso di sconforto dovuto alla perdita, il senso del tempo del suo correre inesorabile e della sua percezione emotiva mi è sempre parso lontano evocato mai raggiunto davvero, sempre ai margini di qualche pensiero ma mai a fuoco come lo è ora, hic et nunc,

 

nel vuoto pneumatico che seguì quella grandiosa ristrutturazione ministeriale mio padre si gettò nella metafisica contemplazione del vuoto, mia madre come detto preferì morire, andarsene all’altro mondo, clean pulita, pulito e vuoto sono assonanti se astraiamo il termine assonante e lo lasciamo libero di gironzolare per il nostro universo linguistico costellato di cadaveri putrefatti che deambulano sentendosi vivi, impiegati suicidi, leggasi sul giornaletto governativo, taglio basso bassissimo, gli impiegati del ministero bla bla font microscopico quasi impossibile da percepire, notizia rimossa, suicidio di massa, inspiegabile, omissis tipologia dei loro harakiri, acutezza, sensibilità, protervia, la gentilezza e i modi raffinati di pari passo alla repressione, ne conseguì un grandioso e grottesco funerale,

 

la prima volta che ebbi la folgorazione ero fermo di fronte a quel grandioso faro eretto dove una volta infuriava un mare impetuoso, me ne stavo a contemplare il deserto infinito su cui vigilava come una torre decaduta l’antico faro e non potevo non avvertire come il ritmo del tempo non fosse per nulla percepibile se non modulato da un qualche organigramma, sentivo che era tutto fermo ed eterno, illusione dell’eterno, nessun movimento, l’aria ferma, gettai via l’orologio tra le dune immobili, la notte non giunse mai, fuggì impaurito, scosso da una scoperta dolorosa e terribile, il tempo non esiste, il tempo come lo abbiamo sempre definito, d’altronde non fu Ducek, il caro vecchio Ducek a volermi convincere di questo con la cerimonia della tempera delle matite?

 

Il funerale, lenta e infinita processione, un lungo snodarsi di un serpente nero, si contorceva sotto una pioggia maligna e insistente, fredda come il gelo della morte, la mano di mia madre penzolante senza vita lungo i fianchi del letto, corpo senza vita, corpo inerte, pura materia nuda in disgregazione, quel che chiamiamo vita è un principio meccanico, la respirazione e quel che ne consegue in flusso sanguigno ecc ecc

 

Ne consegue che il concetto di tempo è strettamente connesso ai processi di riflessione e rifrazione, voglio dire gli egizi misuravano il tempo con l’ombra, l’ombra è assenza di luce prodotto della riflessione, la luce investe un oggetto, l’oggetto si frappone fra la luce e il terreno, la luce riflessa dall’oggetto si polverizza e svanisce, dove? Il buio o assenza di luce misura il tempo sul quadrante, le matite di Ducek, soldati in fila pronti per il plotone di esecuzione, ma sono loro i condannati, soldati nell’alba gelida e nebbiosa, attendono, il tempo, c’è sempre un tempo da attendere, come se il tempo ci desse la misura del valore delle cose, della loro importanza, questo mi ha insegnato Ducek

 

Confusi ronzii, le mosche aleggiano sui cadaveri, la folla consegnata nelle mani del boia, un immenso esercito apre il fuoco sulla distesa di impiegati, non fuggono restano e accolgono le pallottole a bocca aperta, non c’è sorpresa né rassegnazione, sono incapaci di qualsiasi tipo di reazione, come oggetti colpiti della luce, riflettono, nient’altro, cadono come matite spezzate, si ammucchiano uno sull’altro, l’edificio resta in piedi solenne e maestoso, domina la carneficina, non c’è logica, la morte è la cosa meno logica che ci sia, che senso ha la morte?

 

Ebbene ne consegue figlio mio che la logica di tutto questo è solo nello stile di disposizione delle matite, ma approfondiremo il discorso domani e poi domani ancora e ancora e ancora…



Ott 24
Cineforum Acchiappasogni

di nicola pasa


 

 

PROGRAMMA FILM

Ci interessa la tua opinionelocandina film

   
3 novembre 2009  
 
ORE   14.30



Multisala Moderno – Sarzana

Ingresso Gratuito
 
Nessun messaggio in segreteria 
                               di P. Genovese e L . Miniero 
 
Dopo "Incantesimo napoletano" Paolo Genovese e Luca Miniero tornano per farci una bella sorpresa.
"Nessun messaggio in segreteria" è la storia di Walter (Carlo Delle Piane), pensionato sui generis che soffre la solitudine e gira in cerca di amici. Un giorno leggendo il giornale, apprende che per ogni pensionato che sta a casa, c'è un giovane che lavora, decide quindi di cercare "il suo giovane" e di prendersi cura di lui. Inizia la ricerca aiutato da Sara (Nicole Murgia), una ragazzina sua vicina di casa, e la conclude trovando Piero (Pier Francesco Favino) un timido impiegato. Tra diversi colpi di scena e tante risate si arriverà ad un insolito lieto fine.
Carlo Delle Piane si cimenta per la prima volta in un ruolo brillante, un ruolo completamente diverso da quelli a cui ci aveva abituato, e lo fa in maniera impeccabile. Nel cast compaiono anche Lorenza Indovina, che interpreta con freschezza e naturalezza la parte di Francesca (mamma di Sara e spazzina che fa il turno di notte), Simona Caparrini e Anna Falchi che si cimentano in alcuni siparietti, divertentissimi quelli della Caparrini (che è la portiera dello stabile in cui abita Walter), un po' mielosi quelli della seconda (spogliarellista e amica del nostro pensionato).
Da spunti surreali si arriva a raccontare storie di tutti i giorni, di chi va al supermercato a fare la spesa a chi la sera guarda la televisione da solo.
Genovese e Miniero, anche se reduci dalla pubblicità e ancora alle prime armi nel cinema, sanno trattare le tristi tematiche odierne, come solitudine ed incomunicabilità, con un tocco lieve, asciutto e divertente, non si abbandonano a facili sentimentalismi, e riescono a rendere alla perfezione, il gusto agrodolce della vita.
Sceneggiatori oltre che registi del film, riescono anche a farci ridere, senza far uso della volgarità tipica delle commedie che più riscuotono successo oggi, né scegliendo personaggi ultrafamosi che attirano folle in sala. Questo film, sebbene non abbia particolari tocchi di genio registico, riesce a mostrare tutta la sua sostanza; si potrà già dire che Genovese e Miniero sono degni eredi di Monicelli? Lo si era fatto precipitosamente per Pieraccioni, ma questa è tutta un'altra storia…

La frase: "Lo sai perché molti sono infelici? Perché non accettano di non avere talento".

Ilaria Ferri (recensione da FilmUp)
 
Prossimi film 

26 novembre    La giusta distanza  
                               di Carlo Mazzacurati
14 dicembre         Tickets
                              di Olmi, Kiarostami, Loach  
 
 
ORE   14.30
 
 
 
Multisala Moderno – Sarzana
 
Ingresso Gratuito
 
INCONTRIAMOCI
 
 
Insieme vedremo film, parleremo e costruiremo una strada fatta di immagini, suoni, colori e sentimenti.
 
 
 
 
 
 
Agli interessati verrà rilasciato un
attestato di partecipazione dall’Ente Formazione Val di Magra

 

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Ott 16
Il ritorno di Holden

di nicola pasa

Il ritorno di Holden

L'ultimo direttivo dell'associazione Il Mondo di Holden mi ha incaricato nuovamente di assumere il ruolo di presidente dell'associazione.
Ho accettato volentieri e ora vi spiego quali saranno i progetti che seguirò personalmente nei prossimi tre anni.
Prima però una piccola nota:

per circa tre anni abbiamo avuto la possibilità di fare due gruppi di auto aiuto a La Spezia presso una sede distaccata dell'Arci di via Sardegna, una stanzetta, in un garage delle case popolari vicine, che un tempo ospitava un'associazione che si occupava di infanzia russa abbandonata.
I gruppi erano frequentati da persone con vari disagi (non specifico quali) che in quei gruppi hanno quantomeno trovato amicizia, conforto, solidarietà, persone che condividevano il loro vissuto.
Per tre anni ogni mese chi frequentava i gruppi versava un obolo che giravamo all'Arci di via Sardegna, il cui presidente è tutt'ora il signor Pistorello, per le utenze varie. In questi tre anni non si sono registrati episodi spiacevoli, sia da parte nostra che da parte del "democratico" ospite.
Qualche settimana fa è accaduto che una delle signore del direttivo abbia perduto le chiavi della stanzetta.
Mortificati siamo corsi all'Arci dicendoci dispiaciuti e offrendo di pagare a nostre spese il cambio di serratura e la creazione di nuove chiavi.
Ebbene, sulle prime i signori dell'Arci ci hanno detto che non ci avrebbero dato più le chiavi e che ogni volta sarebbero venuti loro ad aprire e chiudere.
Poi il giorno in cui doveva esserci un gruppo abbiamo avuto la spiacevole sorpresa di una signorina dell'arci che ci ha rifiutato le chiavi.
E' stato chiamato il presidente dell'Arci, il signor Pistorello, il quale a giustificazione del cambio di iniziativa ci ha qualificati come matti, persone che dovrebbero curarsi (sic). Con ciò, impedendo all'interlocutrice di replicare, ha concluso che i rapporti tra l'Arci di via Sardegna e l'associazione Il Mondo di Holden erano chiusi.
Grati al signor Pistorello per averci ospitato per tre anni nella SUA stanzetta e grati anche per il generoso epiteto di pazzi o gente da curare, vorrei solo rimproverargli il fatto di essersi accorto solo dopo tre anni che noi eravamo matti.
Ciò manifesta una carenza di spirito di osservazione o quantomeno una volubilità nelle relazioni interpersonali o intersociali.
Non prendo nemmeno in considerazione l'ipotesi che il signor Pistorello abbia colto la palla al balzo per sbattere fuori finalmente noi matti e dare la stanza in modo permanente al circolo del Partito democratico così impegnato in queste primarie alle cui sorti tutto il paese è aggrappato, no non sono così maligno.

Detto questo ecco i progetti a cui di dedicherà l'associazione:

1) facilitatore sociale - fase tre :
dopo la fase 1 che consisteva nel presentare il progetto alla provincia, farlo approvare e costruire il corso, e la fase 2 del corso di facilitatore sociale che dovrebbe concludersi a Novembre, partirà una fase in cui cercheremo di costruire insieme agli attori che hanno condiviso questo progetto, l'ASL prima di tutto, un percorso che porti i corsisti alla qualifica e poi ad un lavoro vero e proprio. I terreni su cui agire sono molteplici, uno riguarda Genova, bisogna agire sull'assessorato competente in modo che la qualifica sia approvata in tempi stretti, un altro terreno riguarda quello sociale, bisogna costruire dei progetti assieme all'asl e ai distretti sociosanitari della provincia della Spezia in modo da inserire gradualmente nel mondo del lavoro sociale i facilitatori sociali, un altro terreno riguarda l'aspetto lavorativo, bisogna costruire una cooperativa sociale che possa dare lavoro a queste persone. Inutili dire che abbiamo bisogno di aiuto da parte di istituzioni, associazioni e famiglie.

2)  -reclutamento:

 vogliamo mettere in luce forse anche in un piccolo convegno quanto sia importante e decisivo ai fini riabilitativi lavorare in un'associazione come la nostra, cercheremo di pubblicizzare maggiormente i nostri valori e quello che andiamo via via costruendo con fatica e passione.

3) -casa auto aiuto:
non abbandoniamo il progetto della casa dell'auto aiuto, riprenderemo le fila del progetto assieme ai distretti sociosanitari, all'ASL e alla Fondazione Carispe.

4) -lavoro:
è un mio pallino, dobbiamo costruire dei progetti lavorativi seri che possano reincludere nel mondo del lavoro le persone con disagio psichico che l'hanno perduto o che faticano a mantenerlo e rischiano così di perderlo, il lavoro è fondamentale per ritrovare un equilibrio, trascorrere le giornate a ingoiare pillole e a frequentare centri diurni o fare decoupage non è sufficiente per molti.

5) -legge 180:
è necessario riempire la legge quadro, che è una legge vuota, di contenuti, di articoli di legge precisi che definiscano strutture e metodi di terapia e riabilitazione, che stabiliscano tetti di spesa seri e non ridicoli come ora e che prevedano programmi di prevenzione nelle scuole e nel mondo del lavoro.

Ringrazio le mie compagne per la fiducia rinnovata, presto verrà convocata un'assemblea straordinaria dei soci che eleggerà il nuovo direttivo, grazie.

Nicola Pasa



Ott 02
Storia di Jacqui Dillon

di angelo arecco


 

TESTIMONIANZA DI JACQUI DILLON, PRESIDENTE DELLA RETE INGLESE DEGLI UDITORI DI VOCI (INTERVENTO AL 1° CONGRESSO MONDIALE DI MAASTRICHT (17-18 SETTEMBRE 2009)

- traduzione di Angelo Arecco - TESTO SCARICABILE dal sito www.parlaconlevoci.it -

C’era una volta una bambina, una bambina qualunque, che come tutti I bambini nacque con tutti i bisogni umani primari: il bisogno di essere nutrita, tenuta al caldo e al sicuro. Come tutti I bambini, aveva bisogno d’amore ed empatia per poter prosperare, crescere e soddisfare appieno le sue potenzialità, come tutti i bambini si meritano. 

Ma come capita ad ognuno e a tutti quelli nati in questo magnifico e misterioso universo, la natura arbitraria di venire al mondo in una determinata famiglia è un fatto puramente casuale e come molti bambini, troppi bambini di questo mondo, la bambina purtroppo ha la sventura di nascere con dei genitori I quali sono semplicemente incapaci di provvedere persino a queste sue necessità fondamentali. Ciò deriva dal fatto che i suoi genitori sono essi stessi null’altro che bambini feriti e spezzati, frustrati e travagliati, racchiusi dentro a corpi di adulti onnipotenti, camuffati l’una da madre e l’altro da padre. 

Quando la bambina per la prima volta guarda dal basso verso l’alto gli occhi di sua madre in cerca di un’immagine di sé, per sapere di essere reale e di esistere, ed infine di sentirsi sicura in questo grande mondo che la spaventa, si trova ad incrociare uno sguardo fisso, freddo e ostile. Poiché quando la madre guarda dall’altro verso il basso questo scarto di umanità che è la sua piccolina, lei non vede quanto è bella ed innocente, bensì la sua stessa impotenza, vulnerabilità, i suoi stessi bisogni insoddisfatti. Tutte queste cose sono quelle che la madre disprezza e non vuole che distruggere, calpestare ed annientare. La piccola allora si mette a piangere disperata dal terrore e protende la manina verso quella donna, la mamma, e per tutta risposta quest’ultima si mette a ridere e morde quella manina, proprio come in passato sua madre aveva fatto a sua volta con lei.  

La madre si carica la bimba sulle spalle ed insieme discendono in profondità sino agli inferi, un luogo nel quale verranno commessi I più indicibili atti di orrore. Gli inferi sono abitati da molti demoni, mostri e streghe della peggior specie. La donna mostra l’oggetto che possiede, la bimba, ad un uomo che non può essere che il diavolo in persona. Poi entrambi ridono profanano la bimba e la derubano della sua innocenza.  

Il dolore, lo choc e il terrore sono insostenibili per la bambina, che viene tradita e sfruttata da coloro che hanno il compito di proteggerla. Non esiste possibilità di fuga, non esiste alcun salvatore, non c’è nessuna luce alla fine della galleria. Per tutto il tempo, la bimba continua incessantemente a ripetere a sé stessa: “Io non sono qui; non è a me che succede tutto questo; io non sono in questo corpo”. D’un tratto la bimba è sottoposta a una terribile pressione che le monta nella testa, mentre il bisogno urgente di fuggir via cozza contro l’orribile presa di coscienza della propria impotenza, e allora… BUM! C’è un’enorme esplosione e la sua minuscola mente si frantuma in mille pezzettini. Serenamente, la bambina inizia a fluttuare nell’etere e con estrema calma volge il suo sguardo da un punto altissimo verso quella stupida bambina rimasta ad urlare laggiù, negli inferi. Compatisce la patetica creatura, tuttavia lei non può affatto  ritenersi responsabile nei confronti di chi non è in grado di aiutarsi da solo.  

La bambina abita un mondo duplice. In uno di questi, è una bambina normale con genitori normali, dotata di talento e che frequenta la scuola, gioca con le sue amiche e che adora ornarsi i capelli di nastri colorati. Nell’altro mondo, è una sporca puttanella, sgradevole e cattiva, trattata con crudeltà e disprezzo da tutti quelli che riescono a metterle addosso le loro luride manacce.  

Tutto quello che ha se lo è meritato. Viene ripetutamente minacciata che se mai osasse raccontare a chiunque di ciò che succede negli inferi, allora verrà rinchiusa in prigione con l’accusa di aver commesso i crimini più nefandi, oppure che tutti penseranno che sia matta per relegarla in manicomio per sempre, gettando via la chiave; nessuno le crederà mai. Oppure, ancora, che i demoni e le streghe riusciranno a trovarla, la scoveranno comunque, le daranno la caccia in modo forsennato e uccideranno lei, i suoi bambini e chiunque, essere umano o cosa, che lei ami. Per quanto possibile lei lo possa agognare, non c’è per lei alcun luogo sicuro, o salvatore che venga in suo soccorso. Quindi, lei fa proprio quello che molti bambini sono costretti a fare, cioè sopravvivere nel miglior modo possibile.  

Le strategie di sopravvivenza che lei inconsciamente sviluppa sin da bambina creano in lei un’illusione di controllo, un’illusione di poter avere un qualche tipo di possibilità di agire su quello che le succede. Nonostante la sua abietta impotenza, utilizza tutte le risorse disponibili in quel momento (mente, corpo e spirito) e lotta per aver salva la vita.  

Allora inizia a sentire delle voci: voci che parlano a lei e di lei, che la confortano, proteggono e la fanno sentire meno sola. Con il passare del tempo, queste voci la controllano e la terrorizzano ma nello stesso tempo la aiutano a rimaner viva. Una delle prime voci che sente è quella della “grande madre”.  Costei è una figura materna potentissima, bellissima e gentile, una figura benefica che è sempre presente per confortarla e rincuorarla. La grande madre è una delle più geniali invenzioni della bambina, poiché lei è una bambina intelligente, tuttavia lei mantiene molto a lungo questo segreto persino a sé stessa. La grande madre riveste un ruolo centrale nel sostenere la ragazza e farla sopravvivere con la sua intatta umanità e la grande madre permette anche alla ragazza di divenire una madre amorevole e compassionevole verso le figlie che avrà, quando verrà il momento. 

Il suo corpo diventa il locus del suo orrore e del suo bisogno, poiché non esiste altro posto per esprimerlo, non c’è nessuno che possa essere messo al corrente. Inizia a tagliarsi e a sbattere la testa contro il muro, lacerarsi, in tutti i modi che riesce a scoprire, di dar sfogo in modo sicuro alle sue angosce. Non richiama attenzione su di sé. Lei non fa male a nessun altro. Nessuno può toccarla. Il suo rapporto col cibo diviene un viaggio di misteriose avventure, durante il quale scopre di possedere poteri speciali. Infatti, controllando ciò che mangia, mangiando oltre misura, costringendosi a vomitare e a lasciarsi morire d’inedia, lei diventa l’ideatrice di molti meravigliosi trucchi, giochi di prestigio che la fanno sentire in una posizione di maggior controllo in un mondo che è pieno di terribile crudeltà ineluttabile e assolutamente arbitraria. Per una volta, riesce ad ottenere il controllo del proprio corpo. Può disporne a suo piacimento. E’ lei la padrona del proprio universo.

La sua creatività si estende al di là del suo corpo e raggiunge il mondo. Adora scrivere storie e poesie, il disegno e la pittura, e leggere quanti più libri possibili, tutti quelli su cui riesce a posare le sue piccole mani. I libri le permettono di accedere ad altri mondi, mondi in cui esistono possibilità illimitate. Nel regno della sua immaginazione, i personaggi e le storie dei libri la affascinano e la incantano, si riempiono di significati fino al punto da poterli interiorizzare in sé stessa al fine di sentirsi meno sola. Il mondo continua a preservare un po’ di magia e di meraviglie. Il suo senso della giustizia è sempre presente e arde come una fiamma nel suo cuore, inestinguibile. La ragazza sogna un mondo dove un giorno si sentirà al sicuro, libera e amata. 

 

Alla fine riesce a fuggire dagli inferi dopo molti anni tormentosi. Ciò avviene quando la ragazza diventa donna. Possono averle spezzato la mente e il corpo ma, grazie al Cielo, il suo spirito è ancora intatto. Lei stessa a questo punto ospita una moltitudine di personaggi e ciascuno di costoro hanno la propria parte da recitare per poterla aiutare a sopravvivere. Lei non si rende ancora conto di questa cosa, poiché lei sente le loro voci e talvolta le capita di intravederli nello specchio, ma fa comunque del suo meglio per nascondere la loro esistenza sia a sé stessa che a chiunque altro. E’ esperta nel riuscire ad abitare svariati mondi ed è anche abituata a mantenere i segreti ben chiusi dentro di sé. Le voci dei diavoli, delle streghe e dei demoni insieme a quelle dei bambini ancora intrappolati negli inferi echeggiano nella sua mente anche molto tempo dopo che il peggio è passato, e sono ancora lì a rammentarle cosa questi esseri mostruosi le faranno se mai dovesse parlare di ciò che le accadde. Quindi lei rimane in silenzio. 

Un giorno, dopo molti anni, accade un miracolo e adesso la ragazza di allora è seduta e guarda gli occhi della sua bambina appena nata. Questa bambina è stata molto desiderata e voluta e la madre è come esterrefatta dalla bellezza e dalla perfezione di questa minuscola creatura. Per la prima volta nella sua vita, il corpo della ragazza ha fatto qualcosa di cui potersi sentire orgogliosa. Sorride alla piccolina e soffonde amore nei suoi occhietti e la bambina sa di essere reale e di essere amata. Sa di sentirsi al sicuro in questo grande e spaventoso mondo. 

Senza preavviso, questa scena idilliaca viene invasa dai demoni provenienti dal passato. Le voci della ragazza si moltiplicano e si intensificano dicendo cose che la turbano e spaventano. Allora inizia a vedere orrende immagini di abuso, tortura e morte. Le può anche sentire nel suo stesso corpo. Segni e lividi le compaiono sulla pelle come stimmate. Inizia a tagliarsi spesso nel tentativo di appagare il diavolo, ma senza alcun effetto. Lui non è mai soddisfatto. Allora la madre si convince del fatto che qualcuno cercherà di fare del male a lei e alla sua piccola in quanto lei sa quanto può essere pericoloso il mondo per i bambini piccoli. Diventa intensamente paurosa e terrorizzata al pensiero di uscire di casa, nel caso in cui qualcuno cercasse di rapirle e trascinarle negli inferi per ucciderle. Ha paura di impazzire come ha sempre pensato di dover fare, come le hanno sempre detto che sarebbe successo. Abita un mondo duplice. In uno di questi è una madre devota, con uno stretto ed intimo vincolo affettivo con la sua bimba, che allatta al seno su richiesta e tuttavia sa che in quei momenti la sta contaminando con tutti i veleni di cui il suo corpo è intriso. Si vergogna profondamente di sé stessa per essere un simile scherzo di natura e inizia a percepire che non esiste via di fuga dagli orrori del passato. Non vede via di uscita eccetto togliersi la vita ma non riesce a sopportare l’idea di lasciare dietro di sé una piccola orfana di madre. 

Disperata, chiede asilo in un posto che deve costituire un rifugio per lei. Spera di trovare sicurezza e sostegno per sé e per la sua preziosa creatura e crede che chiedere aiuto sia un atto responsabile e saggia. Forse quando dirà loro di quello che le è successo giù negli inferi essi potranno persino congratularsi con lei per gli sforzi fatti. Sicuramente essi vedranno quale magnifico successo ha ottenuto nel fare tutto quel cammino da sola.  

Streghe, diavoli e demoni cercano allora di zittirla, di tacitarla con le loro malefiche minacce, tuttavia lei riesce ad iniziare a parlare coi guardiani del cancello del manicomio, che la rassicurano di essere uomini istruiti, dei veri guaritori, e a raccontare dei bambini che hanno sofferto negli inferi. Con sua grande sorpresa, però, quegli uomini confermano le parole del diavolo: gli inferi non esistono. Che lei è pazza. Che è malata. E’ nata con qualcosa di sbagliato. Lei si sente come schiaffeggiata, presa a calci dopo essere stata sbattuta a terra, nuovamente abusata. Questo è un vero e proprio insulto alle sue ferite. E’ furiosa dalla rabbia e deve trattenersi per non fare a pezzi quei guardiani. Questa realtà è sufficiente a far impazzire chicchessia. Quel posto dove lei pensava di trovare un rifugio in realtà sta quasi per gettarla di nuovo nell’abisso, e una volta per tutte. 

E’ già fuggita una volta dall’inferno (dopotutto lei è una guerriera) e usa tutti i mezzi che reputa necessari per ingannare e sfuggire dai guardiani. Una volta liberatasi corre quanto più velocemente possibile e riesce a tornare dalla sua bambina. Poi se la stringe forte al petto e affannosamente riprende fiato. Non c’è alcun rifugio, tuttavia non si perde d’animo. E’ venuta sin qui. E’ una donna in missione. Un giorno gliela farà vedere a tutti. 

Dopo aver cercato a lungo, riesce finalmente a incontrare gente davvero saggia, anime coraggiose che hanno la forza e l’integrità di testimoniare la sua verità. Per quanto costoro soffrano nel sentire I suoi racconti degli inferi, essi la ascoltano in silenzio e sentono le terribili sofferenze cui sono sottoposti tanti bambini. Insieme percorrono una lunga strada tortuosa a ritroso verso gli inferi, dove può aver luogo un processo di verità e riconciliazione, di ascolto, di apporto di testimonianza e di affrontamento degli orrori del passato. Il mondo non sarà più lo stesso di prima per loro, poiché essi hanno visto gli inferi. E anche sebbene lei sia uno scherzo di natura essi la amano e la rincuorano. Poco a poco la donna inizia a sentirsi umana. Inizia a sentirsi reale. 

Scopre di non essere sola quasi nello stesso modo in cui ha sempre saputo di esserlo. Inizia ad accettare il sostegno come un atto di coraggio ed impegno verso la vita e il futuro. Solo allora può cominciare a rimpiangere sinceramente tutto ciò che ha perduto. Non sapeva fosse possibile piangere tutte così tante lacrime. Gli altri continuano a tenerla con loro. 

La più profonda presa di coscienza avviene in lei gradatamente, diventando sempre più evidente col passare del tempo. Poi, un giorno, improvvisamente si rende conto di ciò che in cuor suo ha sempre saputo. Le sue voci sono qualcosa di  più che semplici voci. Sono molti e diversi sé, con nomi differenti, età, esperienze, sentimenti, identità; dei sé dissociate che diventano rappresentazioni interiori del suo mondo esteriore. Anziché cercare di sradicare queste diverse parti di lei anche se talvolta la spaventano, lei comincia ad accoglierle. Ciascuna di esse è una parte della sua interezza. Lei comincia ad ascoltarle e a capirle e le saluta con compassione e comprensione. Con suo compiacimento, le voci cominciano ad insegnarle I misteri della guarigione, dell’alchimia e della magia. Poco a poco lei prova meno vergogna di essere chi è ed inizia a meravigliarsi di quanto è stata creativa nello sforzo di sopravvivere agli orrori degli inferi. A volte le sembra di aver creato un capolavoro. 

D’altra parte, trova difficile comprendere un mondo che spesso per lei è privo di senso, un mondo corrotto e pazzo che spesso sfrutta i deboli e protegge i potenti. Con tutto quello che sa, che ha visto e ha appreso, non può limitarsi a guardare e lasciare che le cose succedano. Se deve essere una parte del mondo, allora deve fare quello che può per renderlo un posto dove lei possa realmente abitare rimanendo sana di mente.  

Inizia a incontrare altre persone, bambini guerrieri, uomini e donne impazziti, compagni di viaggio che sono sfuggiti dagli inferi o altri tipi di inferno, così come ribelli e rinnegati, portatori di verità, pionieri e combattenti per la libertà, tutti insieme in cammino lungo il suo stesso sentiero, in cerca dello stesso genere di giustizia. Anch’essi sentono di avere una responsabilità collettiva di esporre la verità e non permettere che ulteriori ingiustizie vengano perpetrate. Essi capiscono che rimanere in un angolo e in silenzio equivale ad essere complici. Essi sanno che la libertà non viene mai concessa liberamente da chi detiene il potere: si deve combattere per averla. Essi comprendono che solo la verità ci renderà liberi. 

Dopo un lungo ed arduo viaggio durato molti, molti anni, la ragazza finalmente capisce di essere arrivata a casa. Adesso è al sicuro, è libera, è amata. Ostenta le sue cicatrici di guerra con orgoglio. Può ancora sentire gli echi del passato ma si considera fortunata. In molti sensi lei è benedetta. La sua vita e tutto ciò che ha fatto per arrivare sino a qui, è un trionfo.

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Set 28
Angels & Demons

di angelo arecco


di Angelo Arecco

 

 

Avevo già espresso a maggio di quest’anno la mia profonda rabbia e frustrazione, anche con accenti molto forti e sanguigni ma sinceri, per essere stato visto da uno dei miei operatori solo attraverso i miei lati più oscuri, negativi e peggiori del mio stato d’animo di allora. Una sorta di specchio deformante che mi rifletteva solo il mio lato nero. Questa persona (ora mi appare finalmente chiaro che l’uso di tale termine è un’offesa verso le persone vere) mi trattava in quel frangente e continua tuttora a trattarmi semplicemente come uno “psichico” e pertanto con un suo atteggiamento meramente giudicante e castrante nei miei confronti, cercando incessantemente di ricacciarmi indietro nel mio ruolo di paziente azzerando così le tappe incessanti e susseguenti del mio percorso personale ed intimo di guarigione, ben lungi quindi dal rapporto ideale di ascolto e incoraggiamento che un buon operatore dovrebbe idealmente avere con il suo cliente. Questo a mio modesto avviso è qualcosa di intrinsecamente malvagio e deleterio non soltanto nell’ottica di un rapporto professionale che dovrebbe essere ispirato a sani criteri etici e terapeutici, ma alla base di un qualsiasi rapporto interpersonale tra esseri umani, che sono per definizione unici e irripetibili, ognuno con i propri pregi e difetti. In pratica questo essere persevera nella sua opera devastante nei miei confronti e finora è riuscito a farla franca approfittando del mio ruolo di sudditanza psicologica oggettiva in quanto suo paziente. Come è stato notato da uno degli altri miei operatori, la connotazione più eclatante e manifesta di questo elemento malsano è proprio la cattiveria. Oggi ne ho avuto la prova del nove durante il colloquio settimanale quando, per sua stessa ammissione, si è definita “bastarda dentro” (sic). Circa un mese fa, alla presenza di altre tre operatori che mi seguono, nell’imminenza della mia partecipazione al 1° Congresso Mondiale degli Uditori di Voci, costei si espresse letteralmente in questo modo: “… e poi tra l’altro, Angelo, dove cazzo deve andare? A Maastricht?”. Non è certo finita qui: proprio stamattina, nonostante alla fatidica domanda “come sta?” io avessi risposto “mi sento sereno”, l’operatore (ma può ancora definirsi tale, mi e vi domando) ha commentato che secondo lei “stavo indossando un vestito confezionato da altri” e mi ha chiesto, stavolta in occasione del 2° Raduno Nazionale degli Uditori di Voci: “Ma lei se la sente davvero di andarci a Reggio Emilia?”, mettendo così ancora in discussione una mia soffertissima decisione se farlo o meno, cosa che avevo già risolto da solo. Per non parlare poi delle infinite allusioni malevole trasformatesi in vere e proprie pesanti ingerenze in una mia relazione sentimentale, poi finita male, con una paziente definita, non solo da lei ma anche da un’altra collega – con lo stesso nome di battesimo, per giunta – “un caso senza speranza”. Quindi benzina sul fuoco, altro che aiuto e comprensione!

Ora che le carte sono scoperte, voi come vi comportereste al mio posto? Francamente sono arcistufo di far buon viso a cattivo gioco e mi riesce difficile restare immune dalla malvagità di costei, al punto che personalmente ho deciso di estirpare questa mala pianta dal giardino della mia consapevolezza, e dato il mio carattere innato di combattente della Vita qualcosa mi dice che in un modo o in un altro prima o poi ci riuscirò. O quantomeno a trovare un modo per svuotare questa cattiva voce incarnata del suo malefico potere che sinora esercita su di me, annientandola all'interno del mio sé.

Chiunque desideri commentare questo mio sfogo è benvenuto e farò tesoro dei suoi consigli preziosi.



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