Scritto ieri:

Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti, e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nel nome della carità, e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perchè egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno, su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te.

Ezechiele 25:17

Oct 02
Cineforum a Sarzana: Donnie Darko

di nicola pasa

Cineforum a Sarzana: Donnie Darko
Il Dragoncello
via Mascardi 47 Sarzana (Sp)

Visioni di un Mondo Perduto (?)

Mercoledì 8 Ottobre dalle 20 e 30

Donnie Darko

(2001) – 108 minuti - con Jack Gyllenhaal, Jena Malone, Patrick Swayze, regia di Richard Kelly, la vicenda di un ragazzo “diverso” in un mondo “normale”, un film culto per capire cosa è successo davvero negli anni 80 e a quella generazione “perduta”

E’ un film del 2001 uscito nelle sale italiane solo nel 2004. E’ un film d’esordio di un regista ai tempi ventisettenne, prodotto da Drew Barrymore, e interpretato da Jack Gyllenhall, un attore che amo per molti motivi: è bravo, non ha mai scelto un nome d’arte (nel suo caso era consigliabile), è stato fidanzato di quella supergnocca di Kirsten Dunst, ha interpretato accanto ad un altro giovane attore, morto prematuramente, la parte di un gay nel film I segreti di Brokeback Mountain (scelta coraggiosa vista l’omofobia dilagante negli usa e non solo, riflessa anche nelle leggi di alcuni stati).

Film divenuto di culto grazie al passaparola e ad Emule, e solo in seguito lanciato in grande stile e quindi distribuito nelle sale e non più nascosto, resta un film di nicchia, anche e specialmente per la sua complessità.
Un po’ di trama(solo un cenno): Donnie è un ragazzo schizofrenico, questa è la diagnosi di una psichiatra, è sonnambulo e si risveglia spesso fuori casa (boschi, campi da golf ecc), ha delle allucinazioni e in particolare vede un uomo-coniglio (pensate ad Alice in Wonderland e la tana del Bianconiglio, così per sviarvi un po’) che gli dice delle cose, tra le quali che la fine del mondo sarà tra ventotto giorni o giù di lì. Vive in uno di quei sobborghi dove la middle class americana ha trovato riparo dal degrado delle metropoli dove restano a vivere solo i poveri, e dove gli “onesti” americani si recano solo per lavorare e fare shopping. Siamo negli anni 80, in particolare nel 1988, anno delle presidenziali americane in cui George Bush senior sconfisse il candidato democratico Michael Dukakis (anno quindi infausto, anche se il giorno più infausto per la recente storia mondiale è stato quando il signor Bush senior ha trombato sua moglie generando il Bush junior, se si fosse fatto una pugnetta quel giorno ci saremmo risparmiati un paio di guerre e altre sventure, e poi dicono che le seghe fanno male, ma?). Perché Richard Kelly ha ambientato il suo film in quel periodo? Tenendo conto che nel 2001, anno di produzione, il regista aveva ventisette anni, nel 1988 egli aveva 14 anni. Era dunque un adolescente, un ragazzo degli anni 80.
Ci sono anche altri motivi, legati al tempo in cui viviamo, che vedremo più avanti.
La cosa strana, tornando al film, è che la colonna sonora è fantastica. Richard Kelly è infatti riuscito a trovare nella vasta produzione musicale di quegli anni le poche gemme, tra cui i mai rimpianti abbastanza Tears For Fears. Unica pecca: la presenza di una canzone, Notorious dei Duran Duran, band di merda anche umanamente parlando, ma forse è stata messa per far meglio risaltare le canzoni dei TFF.
La canzone manifesto del film è Mad world dei TFF, cantata qui da Gary Jules e riarrangiata al pianoforte da Michael Andrews.
Donnie Darko è un film molto complesso, ha diversi livelli di lettura, e non è semplice scriverne, forse è anche per quello che ci ho messo tanto a decidermi ad affrontarlo. Va visto almeno tre volte. La prima volta per godere, la seconda per cominciare a capirci qualche cosa, la terza per contemplare la comprensione almeno della trama. Per capire invece tutti i riferimenti, i rimandi, le citazioni, i riflessi, i particolari sfuggenti va visto e rivisto, anche con il tasto reverse.
E’ un film che parla di adolescenti, è rivolto agli adolescenti, ed è grazie agli adolescenti che è divenuto di culto. E’ un film sulla morte, sul senso della morte che si ha a quell’età, è un film per capire cosa pensiamo e viviamo davvero in quegli anni così difficili e tormentati, e capire perché molti adolescenti finiscono per diventare dei “matti”, o la fanno finita, o si perdono in strade sperdute, o semplicemente perché sono sempre scazzati.
Per decenni sono usciti film o serial televisivi sugli adolescenti e per gli adolescenti girati da adulti che hanno: nel migliore dei casi (e cioè quando sono semplicemente dei cazzoni che non capiscono un cazzo della vita, di cinema e di racconto) un’idea dei loro anni distorta dalla malinconia della loro vita infelice di adulti, coniugati, con o senza figli, divorziati, cornuti, proni al potere e a servigi di ogni tipo pur di sfangarla in un mondo che essi trovano di merda, specie se pensano ai beati anni della gioventù; nel peggiore dei casi (quando sono cioè dei produttori cinici e senza scrupoli che puntano sul target, cresciuti a marketing e tramezzini, masters di pubblitalia e consorelle e confratelli vari, la cui mission aziendale è far cassa, attirare investimenti pubblicitari, creare cioè un prodotto e una serie di prodotti a cascata, fare un mucchio di quattrini puntando sulla disperazione e la sprovvedutezza degli adolescenti e la loro malcelata voglia di sesso e di autodistruzione, e di rappresentarsi in qualche modo, di avere un mondo fittizio in cui vedersi vivere sotto mentite spoglie, quelle di superfighe e superfighi, ricchi, belli, felici, spensierati, romantici, finti) una visione dell’adolescenza che è studiata e studiata sul piano prima di tutto industriale, e quindi costruita e ritagliata su una favola bella che essi sanno essere falsa come il mondo in cui essi lavorano e in cui credono di sguazzare come squali o stronzi beatamente a spasso per le reti fognarie dell’industria pseudo culturale, dove fottono dopo essere stati fottuti a loro volta, dove c’è sempre qualcuno prono ad essi come lo sono loro ad altri, e dove essi sanno benissimo di essere in una specie di trenino dell’amore in cui chi fotte sa di essere fottuto a sua volta e che l’ultimo vagone ha sempre qualcosa con cui pararsi il culo, e che non rimpiangono per niente i tempi quando appena entrati nell’azienda erano la locomotiva, giovani e forti, di belle speranze, bisognosi di vasellina pecuniaria, di riconoscibilità, di incentivi, di allettanti promesse, di carriere.
Donnie Darko è esattamente in direzione contraria. Donnie Darko non è un prodotto facilmente fruibile, non è un prodotto fast, easy ecc. E’ una scheggia impazzita in un sistema, il cinema americano, che si crede un mondo in cui nulla può sfuggire, è una gallina impazzita, costruita da un genio, costruita per fare male al sistema produttivo che l’ha mal digerito e solo quando il culto era divenuto troppo fragoroso ha cercato di tappare la falla in qualche modo e di fare soldi, probabilmente con buoni profitti.
Donnie Darko è un film americano, lo è fino in fondo, come lo sono i film dei fratelli Coen, ma all’America non piace, perché vede qualcosa di sé che ha sempre rifiutato di vedere, una faccia di sé che pure conosce bene, che affiora talvolta anche in uno specchio deformante. E’ un film che come certi specchi di certi ascensori ti fa vedere rughe e difetti del tuo viso che altri specchi grazie a effetti ottici e prospettive riescono a mascherare.
Il film di Kelly è costruito con precisione certosina e ogni scena, ogni dettaglio, è funzionale al disegno totale del film, anche se è in qualche modo sgangherabile dalla trama e quindi goduto come un pezzo a sé. Ho usato il termine sgangherabile mutuandolo da un pezzo di Umberto Eco, pubblicato nella sua celebre rubrica, la Bustina di Minerva sull’Espresso, che la usava a proposito dei criteri per cui un’opera possa essere definita oggettivamente un’opera d’arte eccellente. In sostanza in un’opera d’arte (concezione dell’organicità) le parti devono essere funzionali al tutto, ma possono anche essere viste separatamente e isolate in qualche modo, senza per questo mutilare l’opera e senza peraltro soffrire dell’unità perduta. Eco citava la Divina Commedia come l’opera organica per eccellenza e sgangherabile per eccellenza.
Nel film in questione ogni dettaglio e ogni scena si riflette sull’organicità dell’opera a due livelli, quello lineare e quello che potremmo definire indiziario. Ha cioè un senso sia seguendo la trama dal punto di vista lineare, come si fa in genere per qualunque film e ha un senso seguendo la trama nel suo procedere per rivelazioni, simboli, rimandi al tempo della storia futuro e passato. Per questo è un film che va rivisto e rivisto per capire il doppio a volte triplo livello di senso che ha un dettaglio o una singola scena. E per questo il lavoro di Kelly mi ricorda molto Hitchcock, il suo modo di costruire i film, senza mai mettere qualcosa di superfluo o che non abbia senso nella storia. Il maestro inglese spiega molto bene il suo modo di lavorare nel libro meraviglioso di Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, probabilmente il libro più bello mai scritto sul cinema.
Ora voglio sottolineare una chiave per cominciare a decifrare l’enigma: DD scampa alla morte, e quindi al destino, a causa della sua patologia: è la sua allucinazione, l’uomo-coniglio, a salvarlo dal motore piombato dal nulla.
Alcune note di tecnica cinematografica: Kelly dimostra una padronanza del mezzo tecnico molto matura, a differenza dei giovani registi clipettari non si lancia in virtuosismi inutili, rispolvera il piano-sequenza dei grandi maestri arricchendolo con tecniche poco diffuse o utilizzate a sproposito o per creare banali effetti drammatici, come lo slow motion e il forward. Ci sono molti esempi di questo tipo di piano-sequenza nel film. Subito all’inizio dove viene utilizzato per mostrarci la sua famiglia, e in seguito, come vedremo per mostrarci i personaggi gravitanti nella scuola che frequenta. C’era un grandissimo regista che utilizzava spesso tecniche particolari e innovative nell’epoca in cui girava, come il forward, lo slow motion, lo zoom digitale, la ripresa steady: Stanley Kubrick. Arancia meccanica: sequenza della scopata del drugo Alex con le due ragazze rimorchiate nel negozio di musica con forward molto veloce, da comica, e musica del dolce Ludovico Van; sequenza della ribellione dei drughi verso il loro capo Alex e conseguente reazione violenta con slow motion.
Ricordate poi Taxi driver di Martin Scorsese, il piano-sequenza finale in slow motion, la camera che dal primo piano sulla faccia insanguinata del protagonista, il grande De Niro, si allontana, esce dalla stanza e percorre le scale seguendo la scia del sangue versato nella casa dove veniva prostituita la bambina (Jodie Foster).
Kelly usa il piano-sequenza e le due tecniche alternate per presentarci visivamente i personaggi della sua storia. Una sorta di “Dramatis personae” visivo. Quando la camera inquadra un personaggio c’è lo slow motion seguito poi da un forward che sembra simulare un occhio che vaga in cerca del suo oggetto del desiderio e quando lo trova ecco che riparte lo slow motion. Il piano-sequenza tecnicamente parlando è una sequenza continua girata senza stacchi di camera, senza cioè montaggio. E’ una tecnica poco usata, soprattutto nel cinema degli ultimi decenni. Il maestro indiscusso di questa tecnica era Orson Welles, famosissimo l’incipit dell’Infernale Quinlan, ma è stata usata da molti grandi maestri come lo stesso Hitchcock, il già citato Kubrick, Sergio Leone, Francois Truffaut, Robert Altman, insomma è una specie di marchio di fabbrica che distingue il regista mediocre dal genio. Ma torniamo alla trama, e vediamo di cominciare a capire perché Kelly ha deciso che DD è uno schizofrenico. Non conosco la storia personale di Kelly, so solo come già detto che l’anno in cui è ambientato il film lui aveva quattordici anni, non so altro di questo regista e non mi interessa per il momento approfondire il suo personaggio. Vorrei restare nel film, se riesco.
Prima considerazione: da un punto di vista funzionale della trama era necessario che DD fosse un sonnambulo e che avesse allucinazioni, senza queste due caratteristiche egli non avrebbe potuto scampare alla morte e non avrebbe potuto compiere tutta una serie di azioni sovversive che costellano tutta la pellicola e non avrebbe potuto raggiungere quel grado di conoscenza sulla teoria dei viaggi nel tempo che avrà un ruolo decisivo nel racconto e che darà un nuovo senso a tutto quello che avevamo visto fino al momento della rivelazione, del bellissimo, sconvolgente e geniale finale.
Seconda considerazione: DD è un personaggio fuori dell’ordinario, non è un ragazzo “normale”, è dotato di un intelligenza profonda unita ad uno spirito sovversivo e ribelle che lo porta ad essere in qualche modo un “distruttore”.
Terza considerazione: il film muove una critica radicale alla struttura del sistema politico e sociale del paese. In quest’ottica le implicite critiche alla psichiatria, sottolineate nell’espressione “maledette pillole” e poi nell’ironia dissacrante della figura della psichiatra di DD, se si uniscono alla critica verso la rigidità delle teorie proclamate da un personaggio chiave della vicenda, quelle racchiuse nella linea della vita ai cui estremi ci sarebbero “paura” e “amore” e nulla più, per dare luogo ad un attacco alla deriva culturale, morale e civile del sistema, sempre più tenacemente votato a difendere valori obsoleti e retorici che garantiscono il perpetuarsi di quel sistema produttivo, industriale e culturale che uccide e violenta gli individui, li rende mansueti e illusi, li seda con psicofarmaci e brutta televisione, brutto cinema, brutti libri, brutta politica: in sostanza vuota retorica priva di una morale autentica, colma di melensaggine, pudicità e prurinosità mescolate e frullate assieme, disvalori e stupidaggini propagandati come idee e valori saldi di una nazione, un putridume ideologico, morale e politico ben rappresentato da alcuni personaggi sui quali spicca come vedremo quello interpretato da Patrick Swayze.
Dopo il film si potrà chiacchierare amabilmente, buona visione.

Per info e/o prenotazioni:
Il Dragoncello tel. 0187 626941
Il Mondo di Holden tel. 3295937298

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Sep 29
Sulla pericolosità sociale

di nicola pasa

Sulla pericolosità sociale

Apro questa meditazione sul concetto di disagio psichico e sulla pericolosità sociale reale o presunta del malato psichico con alcune citazioni doverose di medici, giuristi e intellettuali che si sono occupati di questo tema.
Le questioni della natura del disagio psichico e dello stigma sono intimamente legate, come si evincerà dalla lettura di questi passi, in seguito dirò con parole mie, le parole di uno scrittore, di un umanista e di un portatore di disagio psichico e non di uno scienziato o di un tecnico del diritto, quel che penso e perché ritengo che sia necessario affrontare in un seminario queste due questioni.


“…In tutti i processi ci sono sempre pareri opposti sullo stesso imputato e sul medesimo reato. Come è logico, per lo più il pubblico ministero sostiene che l'imputato è sano di mente per ottenere la condanna giuridica mentre il difensore chiede il riconoscimento di infermità di mente anche se il manicomio giudiziario per l'imputato è una sorte più tragica del carcere. Le perizie però sono in ogni caso senza fondamento. Infatti non ci sono il furto di radio o l'omicidio frutto una volta di saggezza e l'altra di pazzia,ma soltanto scelte motivate da diversi punti di vista e da differenti concezioni del mondo. Che poi un reato sia giudicato piu' o meno grave a secondo le circostanze, le intenzioni, l'esecuzione, la premeditazione, le passioni, il grado maggiore, o minore di lucidita' del momento o nell'intera storia con possibili attenuanti e aggravanti e conseguenti variazioni di pena e' un puro fatto giuridico e processuale che puo' essere indipendente ed estraneo a ogni pregiudiziale psichiatrica e a ogni intervento specialistico….”
Da Il giudice e lo psichiatra di Giorgio Antonucci
“Dato che la malattia mentale nega i nostri presupposti di razionalità non riteniamo responsabili i malati di mente. Non tanto perché li scagioniamo da una situazione che, a prima vista, è di responsabilità quanto, piuttosto, perché, trovandoci nell'impossibilítà di considerarli esseri completamente razionali, non possiamo affermare la condizione essenziale per incominciare a considerarli anzitutto come agenti morali. In questo i malati di mente raggiungono, in modo decrescente, il livello dei bambini, delle bestie selvatiche, delle piante e delle pietre, nessuno dei quali è responsabile a causa dell'assenza di qualsiasi presupposto di razionalità”
Michael Moore, docente di diritto penale dell'università del Kansas
“Costruita su uno stereotipo che non ha nulla a che vedere con i risultati della moderna ricerca scientifica, l'idea del paziente psichiatrico proposta ogni giorno dai media è un'idea insieme fuorviante e pericolosa […] la moderna deformazione giornalistica del paziente psichiatrico non deve essere considerata una invenzione pura e semplice di giornalisti poco informati. Essa corrisponde, infatti, allo sviluppo di una corrente di pensiero psichiatrico, potentemente sostenuta dal denaro dell'industria farmaceutica, che sta portando la psichiatria in un vero e proprio vicolo cieco. Il torto del giornalista poco o parzialmente informato sta, a questo punto, nella collusione che il suo modo di presentare o di titolare le notizie produce fra la teoria sbagliata e le emozioni del lettore. Costruendo consenso intorno a quella che si rivela, ad un'analisi attenta, come una grande, ridicola bugia.”

Luigi Cancrini, Recensione al libro “Il nostro folle quotidiano”


“La percezione pubblica, sostenuta dai media che la malattia mentale sia strettamente correlata alla violenza non è convalidata da alcuna evidenza scientifica. È invece purtroppo vero che chi soffre di gravi disturbi è più facilmente oggetto e non soggetto di crimini”.

Associazione Mondiale di Psichiatria
“E’ in atto, ma e’ destinato a crescere esponenzialmente in tempi rapidi, un enorme sviluppo:
(i) della genetica, in particolare sul genoma umano, che ha ed avra’ sempre maggiori riferimenti non solo a malattie ma ad aspetti comportamentali (e psicologici) ed in particolare a capacita’ e condotte fuori della norma, in qualche senso devianti (specie socialmente);
(ii) delle neuroscienze ed in particolare della mappatura cerebrale delle funzioni cognitivo-affettivo-comportamentali; i diversi tipi e tecnologie di “brain imaging” e affini, in prepotente sviluppo e sotto l’eccitato interesse di tutti (dai media agli studiosi);
(iii) della psicobiologia e biochimica cerebrale e neuro psicofarmacologia...”

Cristiano Castelfranchi ISTC CNR



Ci rendiamo sempre più conto di un clima di paura generalizzata legata al concetto di diversità, paura che nasce in primo luogo dalla non conoscenza della realtà, e in secondo luogo dalla radicata convinzione che i diversi siano sempre gli altri da noi e che essendo altri da noi non possano che essere una minaccia. Mentre la realtà è che ciascuno è diverso anche a se stesso, così come l’identità è una chimera. Ci sono persone che cercano tutta la vita di capire chi sono, altri pensano di saperlo senza aver mai cercato e credono di conoscerlo in relazione all’identità altrui che sembra loro afferrabilissima, a patto che non ci si avvicini troppo. L’illusione di carpire l’identità altrui e in base a una presunta diversità trovare la propria di identità è costata già parecchio anche in termini di vite umane nel 900, non si sente la necessità di ripetere errori del passato.
In questo contesto chi è affetto da disagio psichico non fa che andare ad arricchire il repertorio di fantasmi minacciosi dell’uomo perbene:
il tossico, il barbone, lo zingaro, lo straniero, il matto.
Isolate queste maschere della diversità l’uomo perbene si sente più sicuro tra le sue mura, sempre più alte e cosparse di cocci di vetro, e tuttavia non è tranquillo, in un barlume di coscienza si rende conto a volte che anche in lui può affiorare un tratto che egli ha creduto di identificare nei cinque personaggi, è molto spaventato da questo e allora la sua rabbia si scatena ancora di più nei confronti di quei diversi a volte troppo troppo uguali. Così come l’omofobia rivela un lato della propria personalità da tenere ben nascosta alla famiglia e agli amici, così la fobia per tutto ciò che non si comprende o che va al di là della nostra comprensione rivela la paura della propria follia, o della propria depravazione.
Il riduzionismo biologico, definizione felice del professor Castelfranchi non è altro che il lato scientifico o pseudoscientifico della questione:
“Ogni forma di “devianza” umana verra’ ridotta ai suoi ‘meccanismi’ biologici e medicalizzata come visione e come intervento.
Gli aspetti di relativita’ e di valori e componenti culturali, gli aspetti relazionali, istituzionali, e quelli psicologici in senso classico verranno ignorati come determinanti della condotta, modelli causali, spiegazioni scientifiche..”

Ora torniamo un attimo indietro, bé forse un attimo è un intervallo di tempo troppo breve e anche indefinibile, tutto sommato, torniamo ai primi dell’ottocento, e precisamente intorno al 1807 in un luogo dove è nata la psichiatria così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, un luogo e un tempo divenuti cardini dell’agiografia medica, Bicetre, l’asilo dove in quegli anni uno dei fondatori della psichiatria, Pinel, stabilì la sua dimora e diffuse il suo mito.
La storia è conosciuta, conosciuta è anche la confutazione che sia accaduta davvero, ma qui poco ci importa, il mito come tutti sanno o quasi, non trae la sua forza e la sua verità morale dal fatto che sia vero o meno ma da ciò che alla storia e all’umanità serve di quel mito per sostanziare pratiche, leggi, morali, rivoluzioni ecc. Mi riferisco alla leggenda della visita di Couthon a Bicetre. Couthon era un membro illustre della Convenzione, un paralitico dalla fama sinistra, uno spietato taglia teste, egli portato a braccia a Bicetre per indagare se all’interno di quell’asilo vi fossero dei sospetti che si nascondessero sotto le mentite spoglie di folli, di fronte a quell’umanità liberata da Pinel indietreggiò disgustato, li qualificò come “animali” e rinunciò ad indagare se tra quelle “bestie” vi fossero dei simulatori.
Da questo “mito” Pinel trae la sua forza riformatrice. Egli procede alla liberazione dei folli dalle catene, folli che di colpo ritrovano la ragione. Ora, il mito di Couthon serve a Pinel per dimostrare che la follia è vizio, corruzione, violenza, e solo nella gerarchia, nella stabilizzazione sociale e morale l’individuo folle trova la sua guarigione. Pinel dunque contrappone alla società folle della rivoluzione una società basata sulla conformità ai tipi, nella liberazione nell’internamento egli concepisce una società virtuosa, regolata o dominata dalle forme tradizionali morali e sociali. Couthon rappresentava per Pinel la cattiva libertà, quella della furia rivoluzionaria, del rovesciamento dei valori e dei principi che avevano retto l’Ancien Regime, mentre egli rappresenta la buona libertà, quella che doma i più violenti e insensati degli uomini introducendoli in un mondo in cui le passioni sono temperate dalle virtù e dal ruolo sociale.

Perché sono tornato così indietro? Perché è da Pinel in poi che la psichiatria assume la sua ambigua veste: da un lato è una branca della medicina o almeno cerca di esserlo, dall’altra assume un ruolo da vigilante sociale. Questa doppia veste è tristemente riassunta nelle prime righe della legge del 1904:

DEBBONO ESSERE CUSTODITE E CURATE NEI MANICOMI LE PERSONE AFFETTE PER QUALUNQUE CAUSA DA ALIENAZIONE MENTALE, QUANDO SIANO PERICOLOSE A SE' O AGLI ALTRI E RIESCANO DI PUBBLICO SCANDALO E NON SIANO E NON POSSANO ESSERE CONVENIENTEMENTE CUSTODITE E CURATE FUORCHE' NEI MANICOMI.

Ciclicamente quando esce qualche notizia di un crimine commesso da un “malato di mente” spuntano su giornali e siti vari riflessioni (così vengono definite) che si interrogano sulla pericolosità sociale, che per carità la legge 180 è sacra però un ritocchino sarebbe opportuno ecc.
In realtà nella maggior parte dei casi non si tratta di riflessioni ma di emozioni, a essere buono, conati, a essere cattivo. La confusione mentale di questi pensatori è tale che riescono a contraddirsi nello spazio di una paginetta. Giova ricordare a questi dilettanti della riflessione che per riflettere bisogna per prima cosa attaccare il cervello, seconda cosa essere distaccati e non farsi catturare dall’emotività di un evento, terza cosa bisogna avere strumenti culturali.
Il tema della pericolosità sociale è troppo importante per lasciarlo discutere a filosofi improvvisati o cazzeggiatori di professione, per non parlare dei giornalisti che per loro costituzione e formazione risultano pesci fuor d’acqua quando si avventurano nelle acque insidiose del pensiero, pensino a raccontare bene i fatti, piuttosto, di questo ci sarebbe bisogno e invece non sanno fare nemmeno questo, tanto che per farsi un’idea di un fatto bisogna leggerne cento di giornali e alla fine si rimane confusi e storditi.

Prima di tutto un assioma:
Lo psichiatra è un medico, non si deve occupare dell’ordine pubblico, ma della salute mentale, se ci riesce, di un paziente.

E se un paziente è pericoloso? Non sfuggo all’insidiosa domanda. Intanto per la legge italiana una persona è considerata pericolosa in base ai precedenti penali. Ciò però non implica necessariamente che quella persona sia messa sotto controllo. Anche perché se la polizia o i carabinieri dovessero passare il tempo a controllare le persone che hanno precedenti penali non resterebbe nessuno a vigilare sull’ordine pubblico (paradosso del controllo totale). Mettiamo il caso dunque che un paziente abbia precedenti penali. E che sia stato considerato incapace di intendere e volere. In genere per lui il destino è un OPG. L’OPG è un manicomio criminale. In teoria chi entra in un OPG dovrebbe essere curato o comunque assistito in modo tale che la sua incapacità di intendere e volere non possa essere a danno della collettività. L’OPG però si è rivelata in tutto e per tutto una struttura carceraria molto più dura delle carceri dove sono rinchiusi i criminali capaci di intendere e di volere, inoltre tutte le garanzie di cui godono i carcerati sani di mente non valgono nell’OPG, struttura che a livello simbolico rappresenta la perfezione della contraddizione interna al ruolo dello psichiatra. Nell’OPG si entra infatti per un reato e per una diagnosi o perizia. Ci sono due livelli di custodia: l’una fa riferimento al codice penale e cessa quando la pena è estinta, l’altra fa riferimento alla cura e cessa o dovrebbe cessare quando la cura ha avuto la sua efficacia.
Come tutti sanno chi entra in cura psichiatrica raramente ne esce, se non per un atto volontario. La maggior parte degli ex-utenti sono divenuti ex rompendo in silenzio l’alleanza terapeutica che con il tempo può diventare un’alleanza scomoda.
Ma quali sono i tipi di reato per cui si può finire in un OPG?
Qualcuno rimarrà sorpreso ma nella maggior parte dei casi non si tratta di reati contro le persone, quindi non ci sono solo stupratori e/o assassini, tantomeno serial killer i quali non essendo “malati di mente” vengono affidati per loro fortuna alle carceri dei sani, ma ladruncoli, scassinatori, disturbatori della pubblica quiete ecc. Reati molto comuni e che non implicano necessariamente una grande sanità mentale. Ma si sa se un ricco ruba non è un ladro, c’è una patologia nata apposta per evitare che un ricco con il vizio di rubare finisca in carcere, la cleptomania. Ovvio che il cleptomane non finisce all’OPG ma nello studio di un qualche psichiatra illustre. Se invece chi ruba è un poveraccio e infermo di mente la sua destinazione è l’OPG dove verrà curato ed educato.
Personalmente considero da libertario il carcere come una cosa dura ma necessaria, non credo in alcun modo nel carattere rieducativo della pena, non credo che in un carcere si possa crescere come persona e diventare uomini diversi da prima, credo che ciascun individuo possa trarre dal carcere una lezione diversa, taluni possono persino affinare tecniche criminali. Ritengo dunque che il malato di mente che ruba un autoradio debba essere condotto in un carcere normale e che possa uscire dal carcere dove riceverà una cura psichiatrica tale e quale a quella ricevuta nell’OPG alla fine della pena e non alla fine della cura.
Per chi commette un delitto di sangue il destino dovrebbe essere il medesimo, e non credo che ci possano essere dubbi di sorta. Dal momento che l’OPG è un carcere più duro e che in un carcere ordinario si può ricevere una cura quanto nel manicomio criminale.
Abolire gli OPG mi sembra a questo punto una pura formalità.
Ma veniamo al dunque. Finora abbiamo parlato di pericolosità sociale relativa ai precedenti penali.
Affrontiamo ora la questione della prevedibilità di un reato. Prendiamo il caso di un reato passionale. Quante volte abbiamo letto notizie di mariti che uccidono la moglie e l’amante colti in flagrante adulterio? In genere l’uxoricida non ha precedenti penali, né si è mai distinto nella sua vita in atteggiamenti violenti o aggressivi. In fase processuale la pena ha come attenuante la passionalità del gesto, che in quanto passionale non è premeditato. Era prevedibile che un uomo mite, conosciuto per la sua tranquillità, vedendo la propria moglie fornicare con il miglior amico, diventasse un assassino spietato? No, non era prevedibile. Fine della questione.
Ma mettiamo il caso di un ragazzo, con qualche problema di depressione, anch’egli conosciuto per la sua mitezza, che magari all’ennesima angheria di un prepotente reagisca con violenza e uccida il prepotente. Ebbene credete che per questo ragazzo non possa valere l’attenuante della passionalità del gesto? Era prevedibile che questo ragazzo uccidesse il suo persecutore? Dite di sì? E in base a quale assunto? Perché è un malato di mente? Siete così certi? E cosa bisognerebbe fare di questo ragazzo? Rinchiuderlo in un OPG a vita? Chiuderlo in qualche struttura più umana e pietosa? E perché mai un malato di mente dovrebbe, in quanto non in grado di intendere e di volere (lo stato in cui uccide di solito colui che è preda della passione, che sia sano di mente o no), e quindi impossibilitato a distinguere tra il bene e il male, godere di un trattamento più feroce di un assassino in grado di intendere e di volere, e quindi capace di distinguere tra il bene e il male?

C’è un racconto di Philip K. Dick che mi sembra appropriato per chiudere questa riflessione, si intitola Rapporto di minoranza:

Il racconto descrive un ipotetico futuro in cui l'umanità ha completamente eliminato gli omicidi e la maggior parte delle azioni criminali grazie all'utilizzo dei precog, degli uomini che hanno subito alterazioni mentali tali che gli consentono di vedere il futuro e di comunicarlo tramite delle macchine alla precrimine, una divisione della polizia nata per arrestare i cittadini che stanno per commettere un crimine. Il protagonista del racconto è il direttore della precrimine, John Anderton. Nel racconto Anderton viene coinvolto in un complotto ordito dai militari volto all'eliminazione della precrimine dato che questa organizzazione ha progressivamente tolto loro potere e influenza nell'ordinamento statale. Alla fine del racconto Anderton riesce a sventare il piano dei militari anche se questo gli costerà l'esilio dalla Terra.

Ecco la soluzione amici riflettori, i precog. I precog nel racconto di Philip K. Dick sono uomini con alterazioni mentali, dei visionari, dei folli insomma… che strano destino, dunque per prevenire i crimini ci si deve affidare alla follia? Ma si sa che questo è solo un racconto di fantascienza, siamo persone troppo serie e razionali per spingerci su territori così fantastici, o no?

Stiamo pensando di organizzare noi del Mondo di Holden un seminario sul tema della pericolosità sociale, inviteremo a parlare di questo tema intellettuali e scrittori che pensano, e non sono semplicemente dei riflettori.

Nicola Pasa, Presidente Ass. Il Mondo di Holden



Sep 27
Ricordi rubati

di Emanuela

Ricordi rubati

Ritorno a voi con una mia testimonianza.
Nel 1986 sono stata colpita da una grave depressione.
Era difficile per i miei familiari curarmi perché rifiutavo ogni tipo di terapia in quanto non avevo fiducia nei medici che mi seguivano allora.
Dal gennaio 1988 per la prima volta ho cominciato a prendere regolarmente la cura prescrittomi.
Nell’estate dello stesso anno, in considerazione al fatto che la terapia non dava risultati ed io mi chiudevo sempre più in me stessa, rifugiandomi nel silenzio, lo psichiatra mi sottopose, sotto la sua responsabilità, a otto elettroshock.
Di questo metodo di cura ho un ricordo molto spiacevole: sono rimasta ossessionata dall’anestesia che mi veniva iniettata ogni giorno e ancora oggi ho sempre quella fastidiosa sensazione di perdita di coscienza e di nausea.
Tale trattamento non è servito allo scopo per cui è stato messo in essere ed ha comportato una perdita di memoria.
Di quel periodo non ricordo più nulla se non il lungo e triste tragitto che facevo giornalmente con mia madre per andare all’ospedale.
Fortunatamente, tale perdita è circoscritta ad un arco di tempo limitato (circa quattro mesi), ma sono stati buttati al vento momenti di intimità familiare, momenti di crescita del mio bambino, momenti che, purtroppo non torneranno più.
(Nel corso della mia vita passata, ho goduto molto poco mio figlio, è stato allevato dai suoi nonni ed il mio ruolo di madre è stato accantonato per un lungo periodo, questo è per me causa di grande dolore.)
All’epoca a cui mi riferisco ero in montagna con la mia famiglia, in ambiente rilassante e ciò poteva essere un’occasione per stare con mio figlio in maniera meno stressante e più ludica, anche grazie alla compagnia del mio nipotino e di mia nipote.
Anche in silenzio avrei potuto osservare il mio tesoro ed assaporare attimo per attimo ogni suo respiro.
Non avrebbero dovuto farmi l’elettroshock !
Non rispondevo alla cura, benché i farmaci fossero giusti, perché non ero supportata in modo adeguato psicologicamente.
E’ inutile somministrare antidepressivi e poi distruggere una persona nella psiche.
Quando riferivo fatti accaduti o che prevedevo accadessero, per motivi di cui ero certa, venivo derisa dagli psichiatri che mi seguivano in quel frangente.
Questo procurava in me, oltre che sofferenza ed umiliazione, una chiusura totale verso gli altri.
Non so perché si comportassero in quel modo così poco professionale e per niente umano. Eppure sono considerati dei luminari della psichiatria.
Bastava una psicoterapia adeguata per uscire dal silenzio in cui ero caduta.
Psicoterapia che non mi è più mancata con lo psichiatra che mi segue dal 1994. A lui ed alla sua equipe devo la mia risalita.
Io non ho competenze mediche ma, in base alla conoscenza pratica, ritengo di poter sostenere che in casi di depressione l’elettroshock non dovrebbe essere applicato, perché non è giusto che una persona venga privata dei propri ricordi, delle proprie esperienze anche se queste sono dolorose e negative, perché fanno parte della propria vita. Senza il proprio vissuto una persona non è più la stessa, perde la propria identità.
Non entro ovviamente in merito a casi di altre gravi malattie mentali in cui potrebbe essere necessario applicare l’elettroshock, ma devono essere casi limite.
Avendo come effetto collaterale una perdita parziale di memoria, questo trattamento deve essere fatto con cautela da medici ed anestesisti capaci.
Al di là delle linee guida stabilite dal Ministero della Sanità, oggi si sente parlare con troppa leggerezza di un uso più ampio dell’elettroshock, rischiando di innescare meccanismi non rivolti all’effettivo beneficio per il paziente.



Sep 29
Concorso a Biella una VERGOGNA. Utenti piantonati dai carabinieri!

di alice banfi


Da "INFORMAZIONE A CHIACCHIERE-UTENTI", gruppo sorto in occasione del Concorso Letterario 'Storie di Guarigione' di Biella.
Di Lia Govers.
e per conoscenza all'assessore Flavio Como, all'assessore alla salute (Regione Piemonte) Eleonora Artesio, nonché alla Segreteria del Concorso Letterario
Buongiorno a tutti, Torino, 29-9-08

Sono venuta a sapere soltanto ieri sera il perché all'improvviso Tristano Ajmone, che tanto aveva contribuito affinchè questo Concorso Letterario potesse aver luogo, durante la premiazione a Biella venerdi scorso all'improvviso ha lasciato la sala, assieme agli amici suoi.
Già la presenza di Tristano non era stata gradita in occasione della Fiera del Libro a Torino il 12 maggio 2008, durante il quale è stato fatto ulteriore pubblicità per questo avvenimento.
Quando la sala era già quasi tutta piena Tristano Ajmone ed i suoi amici, non trovando più posto all'interno della sala hanno deciso di sistemarsi nella loggia bassa sulla destra, quella più vicina al palcoscenico. Preciso che era accompagnato da ca. 5 - 6 amici, tutti (eccetto uno) utenti della Salute Mentale, di cui alcuni pure sotto l'effetto degli psicofarmaci (e magari pure reduci di T.S.O. imposti nel passato e/o di scontri con le forze dell'ordine a causa del loro disagio mentale).
Proprio all'interno della loro loggia, solamente da loro occupata (l'ho visto varie volte io stessa che facevo parte di quel gruppo, ma che ero andata a sedermi nella sala prima del loro arrivo), si è poi aggiunto un Maresciallo dei Carabinieri!
Cos'era questo? Un atto intimidatorio bell'e buono, a dir poco! Vergogna!
E questo per giunta durante un Concorso proprio dedicato alla Salute Mentale!
Le eventuali voci e/o azioni di chi ha contribuito pure alla realizzazione di questo Concorso, stile Tristano Ajmone, e le voci e/o azioni di utenti della Salute Mentale che proprio sulla loro pelle hanno sperimentato minacce o atti 'persecutori' da parte delle forze dell'ordine non potevano trovare spazio PROPRIO in occasione di questa premiazione?
I componenti del gruppo si sono sentiti 'male', probabilmente 'minacciati' e sono usciti dal Teatro Sociale e ancora nel fare questo sono stati 'scortati' dal Maresciallo dei Carabinieri.
A me francamente soprattutto questo comportamento fa schifo!
Io personalmente non vorrò più far parte di iniziative promotrici di eventuali altri futuri eventi del genere a Biella, anche se ciò mi dispiace per qualcuno.
l'utente: Lia Govers.


Alice: "Io sono schifata da questi atteggiamenti e preoccupata... mi chiedo davvero cos'altro ci aspetta... Quando ci incontreremo per il prossimo C.L.U verremo piantonati anche noi? L'hotel Star verrà circondato da camionette dei carabinieri? Che insulto, e davvero che vergogna, non per noi, per gli altri... in molti si dovrebbero vergognare quando accadono certe cose, ma i "malati di mente buoni" e i "sani cattivi" non fanno notizia..." (Quasi quasi accoltello mia madre, così posso presentare il libro su tutti i tg! Sarebbe un'ottima pubblicità!).
Alice Banfi.



Sep 27
Poesia di Emily Dickinson

di Maïté

Poesia di Emily Dickinson

 

Come per Chi ripensa alla Malattia
Nella Mente convalescente,
La valutazione dei Rischi
Dalla Salute benedetta è oscurata –

Come Chi ripercorre un Precipizio
E riduce a Ramoscello
Ciò che Lo trattenne dalla Perdizione
Cosparso a lato del Dirupo

Costume dell’Anima
Molto dopo la sofferenza
Chiedersi l’identità
Dell’evidenza trascorsa –

(1865)
Emily Dickinson



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