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La conversazione- Esercizio di stile




Esercizio di stile

Ovvero come scrivere qualcosa che non vuol dire nulla ma scriverla bene

Mio padre era solito cominciare la conversazione riprendendola dalla fine di un pensiero che egli era andato costruendo dentro di sé e si era modulato in un vivace e asfittico dibattito nella sua mente vizza e antiquata.

 

Non c’è di che pensare… diceva a volte o ho quest’idea così perché è così e così… oppure per questi motivi deduco che non ne caviamo un ragno dal buco…

 

La nostra casa non era nient’altro che un interstizio tra due palazzi governativi. Uno era il palazzo dove una volta aveva sede il ministero per cui aveva lavorato mio padre e dove aveva conosciuto mia madre. Era come se una scatola fosse precipitata tra i due alti muri scuri e lisci e levigati e neri come ebano.

Stavamo su tre piani, uno sulla testa dell’altro.  Tre scatolette una sopra l’altra.

Mia madre è morta.

Non c’è di che dire della strana e perniciosa tendenza che sviluppò mio padre giusto all’indomani della chiusura del  ministero e della sopraggiunta, prematura, morte di sua moglie la madre del suo unico figlio che poi sarei io.

 

Il rito funereo della conversazione si svolgeva sempre alla stessa ora nello stesso giorno nello stesso punto in quell’interstizio originato da una complessa convergenza di spazio e tempo e opportunità.

 

L’ufficio per cui e in cui lavorava mio padre, i trascorsi anni della sua giovinezza triste era annidato al settimo piano dell’edificio che sovrasta tutt’ora incolume e derelitto, come un vecchio in perenne digressione dalla morte, prossima all’orizzonte, ma attardata in qualche annoso ufficio, la nostra catapecchia impilata nell’interstizio spaziotemporale tra i due edifici governativi.

 

a tarda sera cominciai a riflettere sull’importanza del tempo, diceva mio padre rincasando frettolosamente, ansioso di riprendere la conversazione laddove il giorno prima, come il giorno dopo, era stata sospesa

 

volo di una mosca a mezz’aria intrappolata in una bolla d’aria inazzurrata di cenere, cerchi di bottiglia nell’aere immoto, luce diffusa da piccoli fori esagonali al di sopra della finestra oscurata, vetri opachi di noia e polvere, resti di insetti morti sul davanzale, rumore di pioggia al di là del vetro, la sera incupiva lenta

 

 

non che non ci avessi mai riflettuto prima, ma alla nostra età la riflessione acquista un senso più proprio al termine, riflessione leggo dal vocabolario bla bla è un oggetto deviato dalla sua traiettoria originaria da una superficie di qualsivoglia natura

 

sbadiglio retroattivamente (mentre) sorseggio un liquore a base di zucchero e mele, la sporca luce della sera illumina un polpaccio nudo, calzino a mezz’asta, il livore ha un sapore incerto

 

superficie è l’esperienza dura sedimentata su cui il pensiero cozza e devia assumendo contorni e forme nuove e inaspettate,

 

un lento salmodiare, salmone affumicato, salmodiare affumicati dalla puzza di salme putrefatte, curiosi pensieri arzigogoli della mente, la mente mente sempre ergo dice sempre la verità, per cui la menzogna è la verità

 

io non so dirti esattamente quando è nato in me questo nucleo di pensieri o concetti, già bisognerebbe chiarire una volta per tutte la differenza formale e di sostanza tra un pensiero e un concetto

 

le continue digressioni perpetuavano eternamente l’eterna marcescente conversazione, dentro di me, angustia a ritmo composto, una lunga processione di crocifissi, rumore di impiccagioni in pubblica piazza sotto le nostre finestre oscurate,  è semplice, il concetto è una conseguenza del pensiero, un concetto nasce sempre da un pensiero ma un concetto può dare vita a un pensiero così chi può dire se all’origine di tutto non ci fosse un concetto di quelli semplici semplici, ovvero il pensiero è un concetto in divenire, il concetto è un pensiero divenuto e morto,

 

vedi io mi ricordo il mio collega carissimo Ducek, soleva trascorrere le migliori ore della giornata in ufficio a temperare le sue matite, attendeva che i raggi del sole illuminassero a strisce la sua scrivania, ad una ad una le matite venivano colpite, allineate come soldati pronti all’imminente battaglia, quando un raggio sottile nella cui traccia danzavano pulviscoli argentati colpiva una matita solo allora il buon Ducek la prendeva e la temperava con estrema puntigliosa cura, il senso del tempo, mi disse, è un modo per dare valore al tempo, per averne piena coscienza, disse,

 

i giorni in cui il ministero venne sigillato sarà ricordato per l’immensa traboccante folla che si era radunata al margine della strada bagnata, il giorno prima e quello prima ancora era piovuto forte, una pioggia insistente e tenace, fredda, aveva reso tutto più lucido e squallido, le case e la città visti sotto la pioggia hanno un colore livido, una pletora di impiegati, segretarie, uscieri, archivisti, fattorini, cancellieri, praticanti, dirigenti, stagisti, factotum, tecnici e operai addetti alla manutenzione del gigantesco e labirintico edificio, radunati tutti lì sotto, precisi incasellati come le matite di Ducek, seguirono in silenzio, rabbia spenta da troppi anni consumati nei polverosi e umidi uffici, i volti sgomenti e attoniti, lo smantellamento del palazzo, gli operai che entravano e uscivano in continuazione portando via oggetti, occhi cupi e rassegnati guardavano sigillare ad una ad una le infelici finestre, la folla muta immensa traboccava dalla strada lucida di pioggia, mio padre in terza fila alle spalle dei suoi capi, di fianco a Ducek e ai suoi colleghi, ombrelli aperti a macchie, dall’alto sembravano tanti scarafaggi dormienti, l’esercito schierato di fronte a vigilare sull’opera degli operai, i fucili puntati sulla folla ministeriale, dalle finestre del ministero accanto tutti penzolavano per assistere alla morte del ministero rivale,

 

nelle ore trascorse al ministero ho maturato progressivamente un senso di sconforto dovuto alla perdita, il senso del tempo del suo correre inesorabile e della sua percezione emotiva mi è sempre parso lontano evocato mai raggiunto davvero, sempre ai margini di qualche pensiero ma mai a fuoco come lo è ora, hic et nunc,

 

nel vuoto pneumatico che seguì quella grandiosa ristrutturazione ministeriale mio padre si gettò nella metafisica contemplazione del vuoto, mia madre come detto preferì morire, andarsene all’altro mondo, clean pulita, pulito e vuoto sono assonanti se astraiamo il termine assonante e lo lasciamo libero di gironzolare per il nostro universo linguistico costellato di cadaveri putrefatti che deambulano sentendosi vivi, impiegati suicidi, leggasi sul giornaletto governativo, taglio basso bassissimo, gli impiegati del ministero bla bla font microscopico quasi impossibile da percepire, notizia rimossa, suicidio di massa, inspiegabile, omissis tipologia dei loro harakiri, acutezza, sensibilità, protervia, la gentilezza e i modi raffinati di pari passo alla repressione, ne conseguì un grandioso e grottesco funerale,

 

la prima volta che ebbi la folgorazione ero fermo di fronte a quel grandioso faro eretto dove una volta infuriava un mare impetuoso, me ne stavo a contemplare il deserto infinito su cui vigilava come una torre decaduta l’antico faro e non potevo non avvertire come il ritmo del tempo non fosse per nulla percepibile se non modulato da un qualche organigramma, sentivo che era tutto fermo ed eterno, illusione dell’eterno, nessun movimento, l’aria ferma, gettai via l’orologio tra le dune immobili, la notte non giunse mai, fuggì impaurito, scosso da una scoperta dolorosa e terribile, il tempo non esiste, il tempo come lo abbiamo sempre definito, d’altronde non fu Ducek, il caro vecchio Ducek a volermi convincere di questo con la cerimonia della tempera delle matite?

 

Il funerale, lenta e infinita processione, un lungo snodarsi di un serpente nero, si contorceva sotto una pioggia maligna e insistente, fredda come il gelo della morte, la mano di mia madre penzolante senza vita lungo i fianchi del letto, corpo senza vita, corpo inerte, pura materia nuda in disgregazione, quel che chiamiamo vita è un principio meccanico, la respirazione e quel che ne consegue in flusso sanguigno ecc ecc

 

Ne consegue che il concetto di tempo è strettamente connesso ai processi di riflessione e rifrazione, voglio dire gli egizi misuravano il tempo con l’ombra, l’ombra è assenza di luce prodotto della riflessione, la luce investe un oggetto, l’oggetto si frappone fra la luce e il terreno, la luce riflessa dall’oggetto si polverizza e svanisce, dove? Il buio o assenza di luce misura il tempo sul quadrante, le matite di Ducek, soldati in fila pronti per il plotone di esecuzione, ma sono loro i condannati, soldati nell’alba gelida e nebbiosa, attendono, il tempo, c’è sempre un tempo da attendere, come se il tempo ci desse la misura del valore delle cose, della loro importanza, questo mi ha insegnato Ducek

 

Confusi ronzii, le mosche aleggiano sui cadaveri, la folla consegnata nelle mani del boia, un immenso esercito apre il fuoco sulla distesa di impiegati, non fuggono restano e accolgono le pallottole a bocca aperta, non c’è sorpresa né rassegnazione, sono incapaci di qualsiasi tipo di reazione, come oggetti colpiti della luce, riflettono, nient’altro, cadono come matite spezzate, si ammucchiano uno sull’altro, l’edificio resta in piedi solenne e maestoso, domina la carneficina, non c’è logica, la morte è la cosa meno logica che ci sia, che senso ha la morte?

 

Ebbene ne consegue figlio mio che la logica di tutto questo è solo nello stile di disposizione delle matite, ma approfondiremo il discorso domani e poi domani ancora e ancora e ancora…

1 commento/i

raskolnikov

09//2/12/1

in realtà un senso c'è l'ha eccome questo scritto apparentemente senza capo né coda, il senso è tutto nello stile, ci sono alcuni temi portanti, le matite, la folla, il ministero, la morte della madre, poi ci sono dei concetti, il tempo, la morte, il lavoro, e tutto si tiene magicamente grazie allo stile...

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