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Contributo al dibattito sui servizi socio-sanitari


 



Alcuni giorni fa ho assistito ad una conferenza dove si parlava del disturbo Borderline. Erano tutti psichiatri.



Uno dei relatori ha affermato che questo disturbo mette in discussione quel modello di intervento psichiatrico che prevede nel trattatamento farmacologico ciò che definisce, in modo esaustivo, il ruolo del medico.



Entrambi i relatori convenivano sul gap tra formazione universitaria  e clinica.



La crisi attuale della psichiatria é un fatto esclusivamente specialistico?



Uno dei relatori promuoveva un cambiamento nella tecnica d’intervento che facesse leva sull’ascolto e sul rimettere al centro il paziente con un “colloquio motivazionale”.



La questione é solamente tecnica?



Arriverò subito al nocciolo della questione: in gioco c’é una Paideia, un modello di conoscenza e di formazione, che descrive una relazione specifica con l’atto professionale e non riguarda solo l’ambito psichiatrico (la psicologia per esempio non é immune).



Un modello di conoscenza, del quale il berlusconismo ha costituito l’apice e  il suo imperialismo, dove l’atto professionale é appiattito sul presente, valuta solo gli effetti a breve termine (ammaliato dai vantaggi immediati), rinnega e ripudia le sue origini (anche teoriche),non ha un orizzonte sul futuro come conseguenza della rottura del patto sociale, che questo modello declama. La crisi di tale stile  inizia dalla clinica ma é nello spazio sociale, nell’agorà etico che viene denunciata. Infatti la questione é etica e la sua soluzione deve passare da qui.



E’ vero in gioco c’é il potere del medico ma se si risponde con la contrapposizione tra poteri  si rimane nel campo del sintomo.



E’ scomparso quello spazio di interrogazione sull’origine del proprio atto professionale come conseguenza della rottura  del patto fra generazioni; questo accade quando si rompe il patto sociale.



Rimettere al centro il paziente è una prima risposta ma senza una Vision adeguata che riformuli una Paideia, una relazione tra l’agente, l’atto e il destinatario, si rischia di realizzare solo uno spostamento sintomatico del problema.



La situazione attuale:



Oggi  sono numerose le realtà in Italia che la “pensano” diversamente rispetto al berlusconismo ma a mio avviso mancano di un “contenitore” nazionale; sono costrette all’autoreferenzialità. Recuperare quella responsabilità di “essere padri” verso le nuove generazioni implica agire sia sulla formazione universitaria sia sull’organizzazione dei servizi ,per cui la battaglia non riguarda l’ambito tecnico e specialistico ma è una battaglia culturale.



Il primo passo potrebbe essere l’elaborazione di un manifesto che nel suo insieme descriva un paideia toccando i due ambiti citati (università e organizzazione dei servizi. Del resto questa paideia dovrebbe descrivere anche una logica del bene comune.



 



                                                                                              Stefano Bianco      psicologo


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