Crea sito

Recovery, una realta'


 



Rimuovere le barriere promuovere il cambiamento



Fare della recovery una realtà


 



GEOFF SHEPHERD, JED BOARDMAN, MIKE SCADE



(2008)



 



Traduzione ed elaborazione del testo inglese di Lisa Freni


 



Principi della recovery


 





Si tratta della costruzione di una vita significativa e soddisfacente nella percezione della persona stessa.





 





Rappresenta un allontanamento dalla patologia e dalla sintomatologia malata e un movimento verso la salute, la forza ed il benessere. Sperimentando un maggior auto-controllo sulla propria vita e vedendo gli stessi miglioramenti negli altri.





 





Il “prendersi in carico da sé” viene incoraggiato e facilitato.





Questo processo è simile per tutti ma può funzionare in maniera molto diversa da un individuo all’altro. Non c’è “una misura che vesta tutti”.



 





La relazione di aiuto tra operatori si trasforma in una operazione paritaria, in un viaggio di





scoperta del sé. I clinici sono a “disposizione” e non a “determinazione”.



 





La solitudine non aiuta la recovery. Sono fondamentali l’inclusione sociale e un inserimento





significativo e soddisfacente nella comunità locale, piuttosto che in dei servizi ghettizzanti.



 





Recovery è la scoperta, o meglio, la riscoperta di un senso di identità individuale diverso





dalla malattia o dalla disfunzionalità.



 





Il linguaggio, le storie ed i significati che vengono via via costruiti hanno grande valore





come “agenti mediatori” del processo di recovery. Infatti questi possono indurre un senso di



speranza o, se ignorati, favorire il pessimismo e la cronicità.



 





Lo sviluppo di servizi basati sulla recovery enfatizza tanto le qualità personali del suo staff





quanto le capacità professionali e cerca di coltivarne la creatività, la compassione (non in



senso cattolico N.D.T.), la disponibilità, il dono di infondere speranza e l’ascolto empatico.



 





La famiglia e le relazioni sono cruciali nella recovery e devono essere incluse il più





possibile nel percorso terapeutico. Inoltre il supporto di altri che seguano lo stesso percorso



è fondamentale per molte persone sulla via della recovery



 



 



 



(Tratto da: recovery-concepts and application



di Laurie Davidson del gruppo di recovery del Devon- GB)



 



 



Introduzione



 



<<Qualche anno fa ho realizzato che potevo riprendermi. Prima pensavo che quando ce l’avevi ce l’avevi e che finisse lì ma ora capisco che esiste effettivamente la recovery. Lo trovo un fatto incredibile…>>



La recovery è un concetto che si può definire attuale, riguarda il diritto della persona di costruire una vita significativa con o senza la presenza continua di sintomi della patologia mentale.



In questo senso diventa una svolta per i Servizi di Salute Mentale.



La ricerca e l’attuazione di Servizi orientati alla recovery hanno già guadagnato terreno negli SSM di Nuova Zelanda, Stati Uniti, Australia, Irlanda e Scozia e anche Inghilterra.



Diversi istitui di salute mentale si stanno orientando in questo senso.



Noi pensaimo che il concetto di recovery richieda un ulteriore sviluppo ma stia già creando una trasformazione radicale dei servizi di salute mentale di questo paese.



 



 



Definiamo la Recovery


 



 



<<Ho preso la responsabilità della mia malattia e mi prendo quella di ciò che faccio o non faccio. Non lascio che la malattia mi controlli perché lei adesso non è più tutta la mia vita ma solo una parte di essa>>.



Recovery è un termine dibattuto. Lasciamo che sia uno dei suoi fondatori intellettuali Bill Anthony a darne una definizione che può trovarne i più, d’accordo: <<La recovery è un processo, profondamente individuale, e perciò unico, di cambiamento delle proprie attitudini, valori, sentimenti, obiettivi, capacità e ruoli.



E’ un modo di vivere con soddisfazione, speranza e gratificazione anche con le limitazioni causate dalla malattia. Recovery include lo sviluppo di un sistema di significati e obiettivi che vadano oltre i catastrofici effetti della malattia mentale.>>



 



Quali sono i suoi elementi essenziali?


 





Trovare e mantenere la speranza: credere in se stessi, avere un senso di determinazione personale, essere ottimisti sul futuro





 





Ristabilire un’ identità positiva: trovare un’identità che incorpori la malattia mantenendo un nucleo di senso di sé positivo





 





Costruire una vita significativa: capendo la propria malattia, trovando un senso nel vivere, malgrado la malattia, impegnandosi e partecipando alla vita.





 





Prendersi la responsabilità: stabilendo un rapporto di controllo sulla propria malattia e sulla





propria vita.



 



Un assunto centrale della recovery è che non necessariamente implica la cura in senso clinico,



al contrario enfatizza il percorso unico, di un individuo unico, che nonostante i suoi problemi



di salute mentale cerca di costruirsi una vita oltre la malattia, muovendosi in un contesto



sociale. Quindi una persona può riprendere in mano la sua vita senza necessariamente



riprendersi dalla sua malattia. Chi soffre di problemi fisici deve imparare a convivere con i propri sintomi così chi soffre di problemi psichici deve accettare e superare l’impatto traumatico avvenuto all’insorgere della malattia e incorporare l’esperienza in un nuovo senso di identità personale. Cosa mi è successo? Cosa significa ? Perché è successo a me?



Queste domande emergono a tutte le età ma sono particolarmente significative nei giovani in cui il senso di identità personale si sta ancora formando.



In tutti i settori della salute mentale può essere applicato il concetto di recovery, ma anche in campi come la psichiatria forense, nei problemi di alcool o droga, nella salute fisica in presenza di disturbi cronici come asma, diabete, artrite reumatoide, problemi cardiaci ecc.



 



Le origini del concetto di recovery


 



<<Mi domando se negli anni, nei colloqui fra gli psichiatri ed i loro pazienti, qualcuno avrà pur detto: Ti puoi riprendere?



Non risulta>>



Molte delle idee che sottendono al concetto di recovery non sono nuove. L’impulso più forte si deve al movimento per la sopravvivenza degli utenti degli anni ’80-’90 basato sull’auto aiuto, la mutualità e la presa di coscienza. Queste idee a loro volta provenivano dal movimento per i diritti civili degli anni ’60-’70 negli Stati Uniti e da gruppi di auto aiuto come l’Anonima Alcolisti dove il concetto di recovery come ripresa in carico di se stessi erano già soggetti centrali. L’impeto degli anni ’80 era anche dovuto al fatto che venivano diffusi i dati riguardanti gli studi su pazienti cronici con serissime patologie mentali come la schizofrenia. Questi dati si contrapponevano all’idea prevalente che in tutti i casi la malattia mentale comportasse un deterioramento inevitabile e dimostravano una varietà di risultati in tutti i campi.



Dal 25% al 066% delle persone che avevano manifestato episodi psicotici arrivavano ad una ripresa parziale o totale. La maggior parte delle persone affette da disturbi cronici poteva sperare realisticamente di sperimentare una recovery parziale e solo il 25% di loro sarebbe verosimilmente rimasta disfunzionale in modo permanente e anche questi ultimi casi potevano sperare in una recovery sociale in un contesto favorevole.



Ci sono importanti connessioni con il movimento che dagli anni ’70 favorisce le comunità terapeutiche basate sull’auto mutuo aiuto.



Nella riabilitazione viene sempre più incorporato il concetto di recovery. C’è infatti una maggiore enfasi sull’aspetto sociale oltre che medico e sull’importanza di mantenere alto il morale e le aspettative di una collaborazione fattiva con i servizi, così la recovery fornisce uno schema concettuale più ampio alle pratiche riabilitative.



 



I servizi orientati sulla recovery


 



“sempre più gli obiettivi dei servizi di salute mentale vanno oltre la tradizionale pratica clinica per aiutare il paziente a rientrare nel contesto sociale comprendendo la ricerca di una migliore qualità di vita, un lavoro, un posto decente dove vivere, rapporti con gli amici e una più gratificante vita sociale”.



Si afferma l’importanza che l’esclusione sociale ha sulla persistenza dei problemi di salute mentale e del coinvolgimento dei servizi di salute mentale nello spettro totale della vita del paziente.



La differenza tra i servizi di stampo tradizionale e quelli orientati alla recovery è che quest’ultimi giocano un ruolo chiave non solo nel miglioramento dei sintomi patologici ma anche nell’inserimento sociale del paziente e sulla qualità della sua vita.



 



Il ruolo dei professionisti nel processo di recovery


 



L’approccio della recovery richiede una diversa relazione fra gli utenti del servizio e i suoi professionisti: da una posizione di esperti ed autorità essi devono assumere quella di chi, offrendo abilità e conoscenza professionale, impara dal paziente e valorizza le sue capacità.



Questo mutamento si basa sull’apertura, la fiducia e l’onestà da entrambi le parti.



Il proposito del professionista diventa quello di fornire alla persona le risorse per gestire la sua condizione: l’ informazione, gli strumenti, la rete di supporto e l’aiuto pratico.



Questo implica un rapporto di potere molto diverso tra il professionista e le persone a cui egli deve servire.



Dovrà incrementare la fiducia dell’utente in se stesso senza allontanarsi da un atteggiamento realistico nei confronti dei problemi né incoraggiare atteggiamenti naif o troppo irrealistici.



In un certo senso tutto ciò è semplicemente pragmatico.



E’ anche da notare che normalmente viene sottostimato il potenziale dei pazienti.



Tutto ciò non deve portare all’idea che le opinioni dei professionisti siano prive di valore ma a volte anche aspettative apparentemente irrealizzabili possono rivelarsi adeguate.



Se il cambiamento sintomatico diventa un obiettivo secondario l’aiuto di altri servizi oltre quello di salute mentale diventa essenziale: impiego, educazione,partecipazione sociale, attività ricreative ed alloggio diventano obiettivi centrali, non sottoprodotti di una ipotetica “cura”.



Questo significa praticamente ribaltare la priorità dei servizi di salute mentale.



“Qualsiasi servizio, trattamento o intervento deve essere giudicato in base a quanto ci aiuta per condurre la vita che vorremmo”.



 



Il viaggio nella recovery


 



“Crea una visione di dove vuoi essere e poi trova il modo di esserci. Niente può dissuaderti dall’essere ciò che sedi. Non lasciare che nessuno ci si intrometta... è la tua vita”



Si possono delineare cinque stadi della recovery:



 



• Moratoria Un periodo di ritiro caratterizzato da un profondo senso di disillusione, abbandono



e perdita.



 



• Consapevolezza La realizzazione che non tutto è perduto e che una vita decente è ancora



possibile.



 



• Preparazione La persona raduna in sé forza e debolezza, le esamina con cura e comincia a



lavorare alle premesse della recovery.



 



• Ristrutturazione Lavorare attivamente per crearsi un’identità positiva, dandosi degli obiettivi



significativi e prendendo nelle proprie mani la propria vita.



 



• Crescita Vivere la propria vita con pienezza gestendo la propria malattia



e un senso del sé positivo.



 



Questi stadi non sempre seguono un andamento lineare ed alcuni si fermano prima di aver ottenuto cambiamenti apprezzabili.



Le ragioni di questi insuccessi vengono attribuite sia alla gravità del disturbo sia ad una scarsa fiducia nell’aiuto del servizio dovute ad esperienze precedenti nella salute mentale oppure a penosi effetti secondari dei farmaci o, semplicemente, che c’è qualcosa di troppo doloroso da affrontare e la malattia è diventata un rifugio.



Alla luce di tutto ciò diventa di vitale importanza che gli operatori coinvolti sappiano ascoltare.



L’ascolto è una capcità sottovalutata e, anche se a volte può essere penoso, l’operatore deve essere disposto a stare pazientemente seduto a sentire una persona che cerca affannosamennte di esprimere le prorie difficoltà, i propri fastidi e le precedenti esperienze, talvolta negative, dell’assitenza ricevuta.



Si può anche incoraggiare la persona a scrivere i propri sintomi e le strategie adottate per contrastarli, così che, a piccoli passi, aumenti la consapevolezza di avere un potere su eventi scompensanti.



Nello svolgersi del processo si può mettere a punto un piano di gestione delle crisi che coinvolga sia gli educatori che lo psichiatra, riducendo così il rischio di ricoveri involontari.



Quindi se gli operatori potessero fare un passo indietro e offrire le prorie conoscenze senza imporle tutti ne beneficeranno.



Se l’utente impara a gestire i momenti difficili acquisterà sempre maggiore fiducia e autonomia in tutti gli aspetti della sua vita.



 



L’importanza del lavoro e dell’impiego


 



<<La cosa più difficile da sopportare quando si è affetti da una malattia mentale è la sensazione di ricevere costantamente aiuto, di avere sempre bisogno di supporto.


Recovery significa anche scoprire di essere in grado di contraccambiare, di poter dare oltre che prendere>>.



Uno dei principali indicatori del progresso è vedere la persona che comincia ad uscire dal ruolo del malato e diventa qualcosa di più che un recipiente passivo di cure e aiuti.



Questo può avvenire attraverso il lavoro, la cura per i prori cari, la condivisione della propria storia con altri. E’ uno stadio chiave nell processo di recovery.



Il lavoro e l’impiego rimangono i campi in cui principalmente si svolge la vita sociale. Parteciparvi è essenziale per ricostruire un senso del sé positivo. Chiaramente bisogna evitare che il lavoro venga visto come una panacea universale. Dall’altra parte, le istituzioni non devono forzare per un rientro nell’ingranaggio produttivo aumentando così la pressione invece di diminuirla.



Noi crediamo che il perciolo maggiore rimanga l’esclusione. In generale chi ha un problema di salute mentale vorrebbe lavorare ma ha difficoltà a trovare un supporto adeguato.



 



Familiari, amici ed aiutanti



 



I disturbi mentali hanno un profondo effetto, non solo sulla persona che li vive, ma anche su coloro che gli sono vicini. Familiari, amici ed aiutanti sono spesso le persone che forniscono il supporto quotidiano e che facilitano l’inclusione sociale. Per agire in maniera efficace devono essere in grado di capire la situazione e el sfide che la persona deve affronatre e devono anch’essi avere il sostegno necessario. Succede spesso che chi accudisce una persona con problemi di salute mentale si senta male informato, emarginato e a volte colpevolizzato.Anche i familiari, e chi è vicino a colui che faticosamente muove i primi passi sul terreno della recovery, attraversano a loro volta un processo di recovery. Anche loro devono rivalutare le loro vite e fare le necessarie modifiche in tutto ciò che possono essere abbandonati a sé stessi devono essere inclusi nel processo terapeutico.



 



ostacoli alla pratica della recovery


 



<<Non sono stupido. A volte sono psicotico, avolte depresso, a volte ritirato ma non lo sono tutto il tempo>>.



Queste sono le critiche più frequentemente mosse alla pratica della recovery nei servizi di salute mentale:





“Cos’è tutta questa frenesia? la recovery? L’abbiamo sempre fatta!”





E’ vero che molti concetti inclusi nell’idea di recovery sono familiari ma l’adozione nella pratica clinica di questi concetti è un fatto completamente nuovo.



 





“I servizi sono già abbastanza intasati, ora dovrebbero occuparsi anche della recovery dei pazienti?”





Non si tratta di aggiungere qualcosa ma di cambiare il modo di operare magari anche togliendo qualcosa



 





“Recovery significa che il paziente è guarito? Ma se perdurano i suoi sintomi come si può





considerarlo a posto?



La recovery riguarda la persona e la sua vita e la consapevolezza della sua malattia. Non si



guarda la persona in termini di cura e guarigione, anche se rimane necesssario un supporto



medico.



 





“Non è realistico pensare a una recovery di pazienti gravemente disturbati”





Bisogna vedere cosa significa per quei pazienti. Tutti possono avere una recovery partendo da dove si trovano e arrivando dove possono arrivare.



 





“La recovery è un modo per i servizi di scaricare i pazienti ed abbandonarli a sé stessi”





Al contrario la recovery significa la convergenza di diversi obiettivi su un unico obiettivo.



 





“La recovery è prodotta dal trattamento clinico e dall’acquisizione di consapevolezza della propria malattia. Come posso parlare al paziente di recovery prima che abbia concluso la terapia?”





La recovery viaggia in parallelo con il trattamento clinico e, come già detto, modifica l’atteggiamento del paziente educandolo a diventare sempre più parte attiva nel trattamento.



 





“Per realizzare la recovery occorrono più risorse ai servizi”





No. Quello che occorre ai servizi è una direzione più orientata verso la persona e non verso la malattia.



 





“Non c’è nessuna evidenza che il processo di recovery si sia compiuto”.





L’evidenza è la testimonianza personale che una maggior presa in carico di sé stessi migliora il benessere e la salute.



 



 





“L’approccio della recovery svaluta il ruolo del professionista”





L’apporto professionale resta fondamentale. Esso fornisce la conoscenza delle tecniche di intervento, il funzionamento dei gruppi e la struttura concettuale. Non si tratta di cambiare la pratica medica, si tratta di modificarne l’orientamento.



 





“La recovery aumenta i rischi professionali. Se la recovery è responsabilità del paziente perché , se poi qualcosa va storto, devo averne io la colpa?”





Questo rischio è sempre comunque presente. Forse la recovery merita il rischio che deve essere



condiviso con tutte le pari coinvolte. Sicuramente non è un’idea utile che il pìrofessionista si



prenda tutto il carico della responsabilità di come un altro vive la sua vita.



 



Come si presenta la pratica della recovery


 



Da cosa si distingue un servizio orientato alla recovery?



Essendo un processo essenzialmente individuale non è facile definirne il contesto che deve incentivare le condizioni in cui l’individuo può crescere e far fiorire il senso di potere su sé stesso.



Questo dipende in massima parte dalla disponibilità degli operatori.



Così arriviamo a porci delle domande sul comportamento degli operatori e su che training debbano avere per praticare l’approccio della recovery.



 



 



 



Qualità e conoscenze degli operatori


 



 



• Ascolto attivo per aiutare l’interessato a capire i propri problemi mentali.



 



• Capire le priorità e gli obiettivi della persona.



 



• Credere nelle capacità di recovery della persona.



 



• Mettersi in gioco parlando anche della sua esperienza e della sua vita.



 



• Identificare quegli obiettivi che portano la persona fuori dal ruolo del malato e che accrescono la



sua capacità di condivisione.



 



• Trovare risorse anche al di fuori della salute mentale, contatti, amicizie e organizzazioni che



favoriscano gli obiettivi identificati come rilevanti.



 



• Incoraggiare l’autogestione delle pratiche terapeutiche dando le informazioni necessarie e le



strategie.



 



• Discutere con l’interessato: la terapia, gli interventi psicologici, il piano per gestire le crisi e il



ricorso a terapie alternative, rispettando la volontà della persona.



 



• Comportarsi sempre con un’attitudine di rispetto, di parità e di disponibilità per un



coinvolgimento personale.



• Accettare le incertezze sul futuro e le possibili regressioni con un atteggiamento di fiducia.



 



Il discorso sul training degli operatori è secondario alla definizione della pratica.



Rimangono alcune domande aperte:



Il training viene costruito e poi proposto o viene definito nella pratica?



Quale è la sede per il training?



Come e da chi viene gestito il training?



Quale è l’importanza di impiegare come docenti persone che siano state utenti del servizio?



In che proporzione dovranno usufruire del training persone che hanno problemi di salute mentale?



Quale contributo possono dare quegli operatori che hanno esperienza personale di disturbo psichico?



Come gestiamo lo stigma tra quelli “sani” e quelli “malati”?



Un approccio dialettico a queste domande non può che portare ad un positivo movimento di crescita.



 



Un’esperienza americana


 



 



Dal 1999 una piccola organizzazione no profit che si occupa di salute mentale, di nome META e Phoenix ARIZONA, ha adottato un approccio radicale per promuovere la recovery.



Nella primavera del 1999 lo staff di META partecipò ad un seminario dove, persone con problemi mentali tra cui un affermato psichiatra, espressero la loro frustrazione verso il modo scoraggiante, demotivante e irrispettoso con cui si sentivano trattati dalle organizzazioni che avrebbero dovuto aiutarli.



Questo evento ha iniziato un processo di autocritica all’interno della loro organizzazione facendogli prendere la decisione di iniziare un percorso di recovery “organizzazionale”.



Essi hanno individuato alcuni punti chiave:



 



• Fare una revisione degli ideali e degli obiettivi dell’organizzazione.



 



• Un impegno ad assumere personale con problemi di salute mentale che ha portato all’esigenza di



formare più operatori con un vissuto di problemi psichici.



Oggi circa il 70% degli operatori ha tale esperienza. Questo mix di esperienze è stato vitale nella



trasformazione della META.



 



• Un passaggio da un modello terapeutico ad un modello educazionale.



META ha velocemente realizzato che, specialmente per quella parte dello staff che proveniva da



un addestramento dovuto all’esperienza, occorreva una formazione specifica. Si sono perciò



attrezzati per fornire corsi di specializzazione per la gestione dei vari settori chiave: abitazione,



occupazione, vita comunitaria.



Parecchie persone appartenenti ad altre organizzazioni pubbliche e private hanno partecipato a



questi corsi. Tanto che essi sono diventati l’asse portante di META.



La filosofia di questa organizzazione si può riassumere in questa affermazione di due dei suoi



membri fondatori Lori Ashcraft e W.A. Anthony:



<< Noi volevamo che il nostro Centro desse alle persone la possibilità di rinforzare e sviluppare



le proprie capacità piuttosto che prestare attenzione a quello che c’è in loro di “sbagliato”>>.



 



 



• La supervisione ed il supporto agli operatori nello svolgimento dei loro compiti.



Questo evita spesso la perdita di contributi unici da parte di coloro che, nello staff, hanno un



vissuto di disturbi psichici.



 



• Una crescita flessibile, aperta a nuove operazioni, senza però perdere i valori di base e cercando



di raggiungere costantemente una qualità migliore.



 



Nei dieci anni da cui META è attiva ha continuato ad aggiungere servizi nei settori dell’occupazione, dell’abitare e nella gestione delle crisi riducendo significativamente la percentuale di ricoveri ospedalieri e migliorando la qualità della vita dei suoi utenti.



Ha vinto così la sfida di esistere nel duro mondo delle organizzazioni indipendenti che si occupano di salute mentale negli Stati Uniti.



 



(Per maggiori informazioni:WWW.recoveryinnovations.org



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



Organizzazioni che si occupano di recovery


 



 



<<Vorrei lavorare in qualcosa dove sento di dare veramente un mio contributo. Sento di avere un potenziale inesplorato che, se riuscissi a stare bene, potrei dare un apporto significativo ad altri e dare un senso alla mia vita. Non vorrei vivere una vita senza senso>>.



 



Orientare i servizi verso la recovery potrebbe rappresentare un cambiamento radicale come l’esperienza di META.



Nel caso di META l’aver dato un importanza centrale all’esperienza vissuta di disagio mentale è sato il fattore di coesione all’interno dell’organizzazione e non una sorgente di conflitto perché sono state abbattute le barriere tradizionali tra il normale e il patologico, tra operatori ed utenti.



Molti servizi di salute mentale in questo paese sono molto lontani da questi risultati. Gli interessi dei professionisti, la preoccupazione per eventuali rischi, la pressione finanziaria, le strettoie burocratiche hanno prodotto un sistema che sembra aver perso contatto con i bisogni degli utenti e dei loro familiari.



L’esperienza di META dimostra che è possibile operare un cambiamento ma sono necessari: una visone dei valori condivisi, una valida direzione e, soprattutto, un sacco di duro lavoro!



 



 



 



Cambiare i servizi cambiando la politica delle assunzioni


 



 



Per META la trasformazione è iniziata con l’impegno ad assumere personale con esperienza diretta di disagio psichico e anche in questo pmaese dobbiamo prendere un’iniziativa in tal senso. Un buon esempio è il Centro di Salute Mentale SOUTH WEST LONDON E ST.GEORGE’S



(WWW.SWISTG-TR.NHS.UK)



che ha cominciato nel 1995 un programma di assunzioni in lavori normali all’interno del servizio di persone con problemi mentali.



Tra il 1995 e il 2OO7 sono state assunte 42 di tali persone con un esito positivo dell’ 86%. Questi dati sono estremammente incoraggianti ma il SOUTH WEST LONDON E ST.GEORGE’S rimane un eccezione e la cultura delle organizzazioni di salute mentale rimane orientata verso la professionalità.



 



 



 



Considerazioni finali


 



 



<<E’ difficile obiettare contro la proposta che la recovery sia il principio ispiratore per il futuro della salute mentale.



Che cosa ci starebbe a fare il servzio se non appoggiasse gli utenti e le loro famiglie in un processo di recovery.



E’ altrettanto vero che non tutti i professionisti e gli operatori della salute mentale sono concordi nell’abbracciare la recovery e molti di loro hanno espresso riserve che devono essere attentamente vagliate>>.



 



Sicuramente dobbiamo riaffermare, tenendo conto di ogni legittima riserva, che un maggior coinvolgimento di persone con un vissuto di disagio mentale, assunte come staff pagato e includendoli anche a livello manageriale, potrebbe trasformare radicalmente i servizi di salute mentale.



Comunque la pratica della recovery implica una mutazione cuulturale oltre che a livello strutturale-organizzativo.



Significa ammettere che la cosidetta malattia mentale ci riguarda tutti e ci circonda ovunque ma è semplicemente e accuratamente tenuta nascosta.



Nel futuro vorremmo vedre un cambiamento degli attuali rapporti di potere nella salute mentale. Per ora speriamo che questo documento serva a galvanizzare l’opinione pubblica e che favorisca la creazione di comitati perché la pratica della recovery diventi la norma in tutti i servizi di salute mentale del Regno Unito.



Ci piacerebbe condividere l’esperienza del SAINSBURY CENTRE con altre realtà che si muovono nella stessa direzione.



 



 



 



 

0 commento/i

Lascia un commento

Tutti i campi sono obbligatori. Codice HTML non permesso.