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Modello di sviluppo, disabilità psichiatrica e recovery

di Stefano Bianco

Quest’articolo parte da una domanda: quale politica per la salute mentale?

Vorrei coniugare la realtà dell’utente psichiatrico con il modello di sviluppo, la società divisa in classi, il welfare e la politica.

Potrà sembrare che questi argomenti abbiano poco a che fare con il disturbo mentale eppure, già a partire dallo stigma, sia interno che esterno, siamo in questa coniugazione.

Questo perché un modello di sviluppo, non è solo un ambito specialistico dell’economia ma è anche una forma mentale che ognuno di noi costruisce. Un modo di pensare l’altro e se stessi, coniugando i valori e il mercato, inoltre, un modello di sviluppo detta una figura di eroe specifica e funzionale ai suoi valori, anche questi dettati dal modello stesso.

Le barriere mentali e sociali che la disabilità psichiatrica incontra sono dovute, quindi, alla figura di eroe che quel modello di sviluppo propone.

Una politica della salute mentale che combatta lo stigma e promuova l’emancipazione dell’utente non può evitare di fare riferimento, in generale, ad una cultura a tutto tondo sul modello dominante e in particolare oggi, sulla crisi che investe tutti.

Perché questa politica non può analizzare e valorizzare il suo modello di sviluppo e la figura dell’eroe conseguente? A maggior ragione, se si vuole promuovere la partecipazione degli utenti ai processi decisionali.

Un utente psichiatrico sperimenta il fallimento della figura dell’eroe del modello liberista e dei suoi attributi, come l’efficienza, il controllo dell’impossibile e dell’imprevisto, la precarietà, l’efficienza e la produttività ecc.

Successivamente, nella recovery, sperimenta un modello alternativo dove accettare la propria fragilità, l’assumersela, diventa il baricentro che, nella connessione con gli altri, viene usato come punto di partenza per dare senso alla propria vita.

Questa fragilità non è dovuta alla malattia. La persona le dà un senso diverso, dovuto alla nuova consapevolezza che questo tratto costituisce l’essere umano. La sua umanità. Lo dimostra il fatto che ogni persona ha i suoi sintomi, le sue difese , che il confine tra salute e malattia è molto labile e che la singolarità della mente di ognuno è poca cosa rispetto alla complessità dell’ambiente che lo circonda.

Ogni persona, quando viene messa a nudo, cioè senza sintomi che mascherano, si sente piccola, sola e impotente di fronte alla complessità del mondo e alla responsabilità del suo destino, della quale deve rispondere.

Quali differenze fondamentali vi sono tra il modello di sviluppo proposto da un percorso di recovery e quello del modello dominante?

Seguirò un percorso di analisi di due articoli apparsi sul quotidiano “La Repubblica”.

Il primo, apparso giovedì 1 marzo, “Egonomia. Così l’individuo senza società ha cancellato la politica” del sociologo Franco Cassano. Il suo ultimo libro è “l’umiltà del male”.

Oggi " I flussi del capitale finanziario si sottraggono sempre più al controllo degli stati nazionali e, liberi da ogni vincolo, moltiplicano a dismisura la propria forza. La politica invece rimane ancorata alla vecchia casa dello stato nazionale, costretta a fronteggiare con budget sempre più ridotti e contestati, le pressioni che vengono dai cittadini. Nel nuovo quadro dell’economia globalizzata il suo compito principale non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale; essa non può più coltivare disegni ambiziosi, ma solo rattoppare e tamponare".

Come può una politica della salute mentale ri-mettere al centro l’individuo se le condizioni sono queste?

"E questa politica degradata e improduttiva appare al senso comune sempre più solo come lo strumento attraverso cui una “casta” custodisce la sua auto-riproduzione. E’ una sorta di delitto perfetto: la decadenza della politica, che nasce soprattutto dal fatto che il grande capitale l’ha abbandonata al suo destino, viene tranquillamente imputata all’insaziabile appetito dei suoi protagonisti, mentre il potere vero gode della massima libertà di movimento e di tutte le franchigie".

Ma questo non è sufficiente a disegnare un modello di sviluppo perché si tratta sempre degli interessi di pochi. E’ la figura dell’eroe che ci interessa, così la tratteggia Cassano:

"Ma sarebbe profondamente sbagliato limitarsi ad osservare solo ciò che avviene nei piani alti della società, il conflitto tra le élites. Se la controffensiva liberista fosse rimasta nelle stanze del nuovo potere non sarebbe riuscita ad affermarsi, come poi è successo, e si sarebbe trovata di fronte ad una massa immensa di nemici. Invece essa ha sbaragliato l’avversario perché si è rivelata capace di produrre una forte e capillare egemonia. La grande narrazione che essa propone sa parlare anche al popolo, perché ha messo al centro dell’immaginario il tema dell’affermazione individuale, del successo: per realizzare i nostri sogni non abbiamo bisogno degli altri, ma solo di una grande fiducia in noi stessi. Il legame con gli altri può solo bloccarci, mentre, se saremo compiutamente individui, un intero mondo è a disposizione. Non è un caso che proprio negli anni settanta questo mito conquisti il centro della scena: Rocky Balboa e Tony Manero"

I due protagonisti Silvester Stallone e John Travolta.

E’ l’eroe che si fa da sé e attraverso l’apparire conquista guadagni e successo. Come il sogno americano o il grande fratello. Certo, oggi l’importanza dell’esserci a tutti i costi travalica quella del guadagno.

Nel percorso di recovery invece l’eroe è colui che dona senso alla propria esistenza in connessione con gli altri.

Dove anche un’idea non è frutto di una proprietà privata ma un risultato finale raggiunto attraverso la partecipazione di altri.

L’eroe post moderno, ma così “vecchio “,invece pensa agli altri come menti da colonizzare. Esercita cioè una forma mentale che esprime un modello di sviluppo dove la figura dell’altro è la stessa che i coloni spagnoli disegnarono quando fu scoperta l’America.

L’Altro è uno spazio vuoto, una terra sconfinata dove far valere la forza delle mie regole, delle mie interpretazioni.

Nella recovery, invece, dove vale l’autodeterminazione, l’altro si determina da sé nella libertà della sua creatività, non da solo ma nella connessione con gli altri.

Ritornando all’individuo che si afferma da sé:

"…E anche se è vero che solo “uno su mille ce la fa”, sono in mille a sognare di farcela specialmente quando le altre vie non sembrano praticabili.

E’ questa irruzione dell’individuo a completare dal basso quel ridimensionamento della politica a cui il grande capitale aveva dato inizio dall’alto…e l’unica mediazione possibile tra individui soli di fronte al proprio destino, è quella del mercato. Il primato del mercato tiene insieme i capitali senza confini e i sogni degli individui. E una società siffatta, che non vede più contraddizioni sociali, ma solo successi o sconfitte individuali, non sembra aver più bisogno della politica"

E’ il mercato, quindi, che tiene insieme il singolo sogno con i capitali senza confini…

"La società civile non è più il luogo di formazione delle domande collettive, ma la trama degli interessi privati, non è l’agorà, ma il mercato".

Tuttavia la possibilità di un cambiamento c’è e proprio lo spazio della disabilità psichiatrica dovrebbe farsi carico di una testimonianza, tra le diverse che ci sono state e che ci sono, di un modello di sviluppo alternativo, perché alternativo dovrebbe essere il suo modello di relazione.

Ma si sa trasformarsi esseri umani nel pensare non è cosa facile:

"Ma dopo tre decenni di egemonia incontrastata questa cura fondata sulla libertà dei capitali e dell’individuo inizia a mostrare la corda. La nostra società è attraversata da lacerazioni e disuguaglianze crescenti prodotte in gran parte dai giochi spericolati del capitale finanziario. Ma l’egemonia liberista comincia a logorarsi anche ai piani bassi, perché la carta dell’individualismo non riesce più a reggere il peso che le è stato scaricato addosso, a risalire il piano inclinato delle disuguaglianze crescenti. Certo, essa riesce ancora a tenere gli uomini lontani gli uni dagli altri, a impedire che riconoscano ciò che hanno in comune, ma remunera sempre meno… Dal canto suo l’individuo, costretto a vivere in una costante precarietà ed incertezza, ha iniziato a sospettare di non essere più quello che ce la fa, ma uno dei novocentonovantanove"

Il secondo articolo che vorrei citare è apparso sempre su la Repubblica il 14 marzo ”Il ritorno delle classi. Perché bisogna difendere il modello del welfare” nel quale Massimo Giannini recensisce il libro di Luciano Gallino: la lotta di classe-Dopo la lotta di classe.

"La lotta di classe, oggi, è quella di chi non è soddisfatto del proprio destino, e vuole cambiarlo, e quella di chi invece è soddisfatto del proprio destino, e vuole difenderlo. Il conflitto è durissimo. La classe dei “capitalisti per procura” che gestiscono trilioni di miliardi di denaro altrui, sta consumando la sua rivincita ai danni della “classe dei perdenti”… E’ la disuguaglianza elevata a “modello di sviluppo”, che oggi domina la scena…L’austerità dei bilanci pubblici diventa lo strumento di una “economia politica dell’insicurezza”, dove l’isteria del deficit si traduce in tagli sempre più massicci alla spesa sociale: governi miopi, di destra e di sinistra, predicano “ideologia liberista, incompetenza e ipocrisia ".

Se questo è lo scenario difendere il Welfare e esprimere opinioni o posizioni sui suoi modelli diventa indispensabile.

La recovery esprime un modello di welfare possibile. Dove la solidarietà, la cooperazione, l’interdipendenza tra le persone e la gratuità non sono un costo ma elementi imprescindibili di un modello di relazione possibile.

Gratuità non significa senza costo, ma va intesa come imprevista, non dovuta ,non programmata da un contratto. Nell’esercizio di talenti non contrattuali ci si affida alla volontà di donare qualcosa senza aspettarsi una contropartita.


Stefano Bianco

psicologo facilitatore sociale

bianco.borneo@libero.it

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