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Anniversario


 



La nostra associazione compie quest'anno a Luglio 8 anni, è nata infatti nell'estate del 2005 per volontà di un piccolo gruppo di utenti della salute mentale frequentatori del centro diurno di Sarzana e del servizio di salute mentale spezzino di via sarzana. Alcuni dei fondatori sono presenti e attivi: il sottoscritto e Maité, nel tempo abbiamo perso e guadagnato amici e collaboratori ma la nostra missione è rimasta la stessa: emancipare gli utenti, aiutare gli utenti a uscire dal circolo vizioso della dipendenza dai servizi, ritrovare abilità perdute, impegnare il proprio tempo con uno scopo, prendersi cura degli altri, in una parola: recovery. Tornare alla società, rifiutare il ghetto psichiatrico, rifiutare il comodo per certi versi abito del malato mentale bisognoso di cure e attenzioni per ritrovare la difficoltà della vita di tutti i giorni ma anche le sue gioie, tornare a lavorare, a godere degli affetti, giocare, fare all'amore, progettare la propria vita. 

Molti progetti e attività in otto anni. I due progetti fondamentali sono quasi andati in porto, creare la figura del facilitatore sociale e la casa dell'auto aiuto. 

In questo momento abbiamo dei gruppi di auto aiuto e alcune attività in corso qui nel centro di via sarzana.

Intendiamo investire molte risorse umane e finanziarie in questo centro, perché vediamo lontano, e pensiamo sia possibile qui attivare quel progetto di recovery che manca ancora nei programmi della salute mentale ancora orientati sul sostegno farmacologico e sulla riabilitazione.

Vorrei fare il punto sul concetto di recovery per marcare la differenza con la riabilitazione. Recovery significa riprendere in mano la propria vita, cioè significa piena consapevolezza dei propri limiti ma anche delle proprie possibilità, riscoprire che ci sono dentro di noi parti malate e parti sani e che è sulle parti sane che dobbiamo investire e non su quelle malate. Il primo passo è riuscire a comprendere gli altri,. il dolore degli altri, anche in chi ci sta accanto e che non soffre di disturbi psichici, dobbiamo cioè imparare a non sopravvalutare il nostro disagio e non renderlo più importante di quello che è, di non renderlo cioè l'unico tratto della nostra personalità ma solo uno dei tanti, una cosa che per certi versi è un peso, una croce, ,ma che a volte è qualcosa su cui possiamo lavorare per trarre forze, idee, creatività. Consapevolezza dunque di avere una parte malata ma consapevolezza di avere una parte sana su cui contare. Non fare del proprio male l'unico attore della nostra vita, noi siamo persone, non siamo una malattia. Recovery significa anche riuscire a essere meno dipendenti dagli altri, dai servizi, significa avere una sana considerazione degli operatori e dei medici, non sono il centro del nostro universo, sono solo persone che ci possono aiutare nei momenti di difficoltà ma non sono la nostra vita, la nostra vita è fuori di qui, è negli affetti, nelle passioni, nel lavoro, in ciò che ci spaventa e in ciò che ci gratifica. La vita è una selva e bisogna imparare ad attraversarla anche con una gamba claudicante, temere i lupi ma non in modo che ci possano togliere il gusto di scoprire angoli meravigliosi della foresta.

Il nostro obiettivo primario è quello di recuperare abilità perdute, capacità sopite, tornare alla vita. 

Per questo vi chiediamo di aderire alla nostra associazione, di sostenerci, di darci una mano, siamo tutte persone che si occupano dell'associazione senza alcun compenso, solo per passione e spirito umanitario, non abbiamo fini politici né di altro tipo. Vogliamo solo cambiare le cose, scusate se è poco.

1 commento/i

Enea

14//2/13/0

Ciao amici... lascio questo messaggio di fratellanza con spirito di libera follia... Anch'io da diversi anni sono socio di un'associazione che opera nella salute mentale, a Torino dal 1988, l'associazione Arcobaleno. Sono utente dei servizi, per inciso, ma come dirò credo nell'importanza di abbattere le etichette.
Solidarizzo con le parole di Nicola e dico che la recovery è anche un progetto politico, nel senso più ampio e più nobile del termine. L'associazionismo e la creazione di comunità solidali svincolate dai paradigmi stagnanti della medicalizzazione, come dalle facili autoreferenzialità, permette cioé di pensare all'esperienza di disagio psichico come un risorsa che crea così un sapere specifico valido per sé e per gli altri (incluso i malati di normalità, che hanno carenze croniche di follia)... un spaere che non va chiuso nelle gabbie ideologiche, che non può essere ridotto ad una diagnosi o definizioni di qualche tipo, omologanti o peggio stigmatizzanti e che insieme può trasformarsi in progetti concreti come quelli attivati dalla vostra associazione... in questo, così operando, creativamente, liberamente, a volte - spesso - con difficoltà - ma con passione si scopre che un aiuto tra amici spesso vale più che un aiuto del sapere scientifico che come tale deve essere ricondotto al suo specifico contesto per non invadere la psiche cronicamente e per essere oltretutto più efficace quando l'aiuto di tipo sanitario è necessario. Tra i diritti di cittadinanza - come amiamo dire ad Arcobaleno - c'è anche quello del diritto alla foliia.
Non lasciamocelo sfuggire!

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